Astensione obbligatoria per maternità: alle donne magistrato spetta l'indennità giudiziaria

Il Tar Lombardia chiarisce che, in difetto, si verificherebbe una disparità di trattamento rispetto ad altre dipendenti dell'amministrazione

Le donne in magistratura hanno diritto all'indennità giudiziaria anche nel caso di astensione obbligatoria per maternità. A chiarirlo è stata la terza sezione del Tar Lombardia con la sentenza 161/07 depositata lo scorso 31 gennaio e qui leggibile nei documenti correlati . I giudici milanesi hanno accolto il ricorso di un magistrato ordinario che aveva chiesto l'accertamento del diritto a vedersi corrispondere l'indennità giudiziaria nel periodo di assenza obbligatoria per maternità. Del resto, il Dpr 44/1990 ha stabilito che le quote di salario accessorie fisse e ricorrenti relative alla professionalità e alla produttività devono essere corrisposte al personale dell'amministrazione giudiziaria anche nel caso di astensione obbligatoria dal lavoro. Paradossale, quindi, che mentre i magistrati ordinari, per i quali era stata inizialmente fissata l'indennità, non percepirebbero tale emolumento in caso di mancato svolgimento delle mansioni, i dipendenti statali non sarebbero soggetti alla stessa limitazione retributiva. Il Tar Lombardia, accogliendo il ricorso, ha chiarito che il magistrato ha diritto alla corresponsione dell'indennità giudiziaria per tutto il periodo di astensione obbligatoria dal servizio. Infine, hanno concluso i magistrati amministrativi, sul relativo importo vanno calcolati, oltre agli interessi legali anche il danno da svalutazione. cri.cap

Tar Lombardia - Sezione terza - sentenza 21 dicembre 2006-31 gennaio 2007, n. 161 Presidente Mariuzzo - Estensore Blanda Ricorrente Parlati Fatto Con il ricorso in epigrafe la dr.ssa Paola Parlati, in qualità di magistrato ordinario, ha chiesto l'accertamento del diritto a vedersi corrispondere l'indennità giudiziaria di cui all'articolo 3 della legge 27/1991 nei periodi di congedo straordinario, di assenza obbligatoria e facoltativa previsti dagli articoli 4 e 7 della legge 1204/71 e la condanna delle Amministrazioni resistenti al pagamento delle relative somme per i periodi in cui la ricorrente si era assentata dal lavoro per maternità e puerperio, con la conseguente restituzione degli importi assuntamente indebitamente recuperati il tutto con rivalutazione monetaria ed interessi legali maturati dal dovuto all'effettivo saldo , per i seguenti motivi 1 Violazione e falsa applicazione dell'articolo 3 della legge 27/1981 come implicitamente modificata dalle leggi 425/84, 51/1989, 59/1989, 335/95 e dal Dpr 44/1990. Eccesso di potere per disparità di trattamento, ingiustizia manifestata, incongruità, illogicità, contraddittorietà. La legge 27/1981 avrebbe previsto un'indennità non pensionabile da corrispondere ai magistrati ordinari in relazione agli oneri che gli stessi incontrano nello svolgimento della loro attività con esclusione dei periodi di congedo straordinario, di aspettativa per qualsiasi causa, di assenza obbligatoria o facoltativa prevista dagli articoli 4 e 7 della legge 1204/71 e di sospensione dal servizio per qualsiasi causa . Successivamente la costante evoluzione giurisprudenziale avrebbe attributo all'indennità giudiziaria natura strettamente retributiva, indipendentemente dall'esercizio delle funzioni giurisdizionali CdS Ad Pl. 1227/83 Sezione quarta 401/93 . L'indennità nel tempo, pertanto, sarebbe divenuta emolumento retributivo fisso anche per il personale delle cancellerie e segreterie giudiziarie e per quello delle magistrature speciali. Peraltro dopo l'emanazione del Dpr 44/1990 regolamento per il recepimento delle norme risultanti dalla disciplina prevista dall'accordo del 26 settembre 1989 per il personale in servizio presso il comparto Ministeri , il cui articolo 21 dispone l'attribuzione delle quote di salario accessorio fisse e ricorrenti relative alla professionalità ed alla produttività anche nel caso di astensione obbligatoria dal lavoro ex articolo 4 legge 1204/71 a favore del personale dell'Amministrazione giudiziaria, si sarebbe venuto a realizzare un trattamento deteriore dei magistrati di sesso femminile rispetto alle dipendenti amministrative. Queste ultime, alle quali l'indennità in parola era stata estesa con la legge 221/88, fruirebbero, infatti, dell'indennità anche in caso di astensione obbligatoria, al contrario di quanto invece avviene per il personale della magistratura. Paradossalmente, quindi, mentre i magistrati ordinari, per i quali era stata inizialmente fissata l'indennità, non percepirebbero tale emolumento in caso di mancato effettivo svolgimento delle mansioni, i restanti dipendenti statali non sarebbero soggetti alla limitazione retributiva 2 Illegittimità costituzionale dell'articolo 3 della legge 27/1991 per contrasto con gli articoli 3, 30, 31 e 37 della Costituzione. L'articolo 3 della legge 27/1981, per i motivi sopra evidenziati, discriminerebbe illegittimamente la posizione del magistrato di sesso femminile rispetto a quella delle altre impiegate dello Stato. L'esclusione dell'indennità in questione costituirebbe così un vulnus alla condizione di madre lavoratrice articolo 37 Costituzione e alla tutela della famiglia, prevista dall'articolo 31 della medesima Carta costituzionale. La decurtazione economica di cui discute verrebbe inoltre ad incidere anche sull'assistenza materiale che ogni genitore deve garantire ai figli minori risultando, quindi, in contrasto con quanto previsto dagli articoli 30, 31 e 37 della Costituzione. Le Amministrazioni intimate si sono costituite in giudizio contestando la fondatezza delle censure dedotte e concludendo per il rigetto del ricorso. All'esito dell'udienza tenutasi il 13 luglio 2005 questo Tribunale ha sospeso il giudizio e rinviato gli atti alla Corte Costituzionale con l'ordinanza n. 160/2005, sollevando questione di legittimità costituzionale nei riguardi dell'articolo 3, comma 1, della legge 27/1981, nella parte in cui escludeva la corresponsione - durante i periodi di astensione obbligatoria dal lavoro ai sensi dell'articolo 4 della legge 30 dicembre 1971 - della speciale indennità dallo stesso istituita, per violazione dell'articolo 3 della Costituzione, in relazione all'articolo 21 del Dpr 44/1990 e delle omologhe previsioni dei contratti collettivi successivi relativi al personale del comparto Ministeri. La Corte costituzionale ha peraltro dichiarato inammissibile la questione con l'ordinanza n. 302 del 2006 sul rilievo che la norma censurata è stata modificata dall'articolo 1, comma 325, della legge finanziaria 311/04, nel senso che l'astensione obbligatoria non è più prevista per i periodi in relazione ai quali la norma esclude la corresponsione dell'indennità . In vista dell'udienza di merito la ricorrente ha depositato memoria, nella quale, alla luce della nuova normativa intervenuta, ribadisce la richiesta di condanna dell'Amministrazione al pagamento dell'indennità giudiziaria per il periodo di astensione obbligatoria. Alla udienza pubblica del 21 dicembre 2006, la causa è stata trattenuta dal Collegio per la decisione. Diritto 1. La controversia torna all'esame di questo Tribunale dopo la dichiarazione di inammissibilità della questione di legittimità sollevata, del tutto identicamente a quanto statuito con ordinanza 10/2006 riguardo alla stessa questione sollevata dalla quarta Sezione del Consiglio di Stato. 2. Nel merito, occorre anzitutto precisare che una delle domande affacciate nel presente giudizio, avente ad oggetto la pretesa della ricorrente alla corresponsione dell'indennità giudiziaria durante il periodo di astensione facoltativa, deve essere respinta, posto che, sebbene sia stata in questa sede richiesta la corresponsione dell'indennità giudiziaria di cui all'articolo 3 della legge 27/1991 per i periodi di astensione sia obbligatoria che facoltativa di cui agli articoli 4 e 7 della legge 1204/71, nel ricorso non si legge alcun ulteriore cenno alle ragioni che indurrebbero a ricomprendere anche la assenza facoltativa dal lavoro nel periodo in cui la suddetta indennità resterebbe egualmente dovuta. Siffatta conclusione trova del resto positiva conferma nella novella introdotta dall'articolo 1, comma 325, della legge 311/04, che ha limitato espressamente la corresponsione dell'indennità giudiziaria ai soli periodi di astensione obbligatoria per maternità. 3. Per definire il presente giudizio resta dunque da verificare se, proprio alla luce della normativa sopravvenuta, la pretesa della ricorrente alla corresponsione dell'indennità giudiziaria per il periodo di astensione obbligatoria sia o meno fondata. La questione non può che essere risolta in senso favorevole all'istante. Invero, l'articolo 3, comma 1, della legge 27/1981 nel testo novellato dall'articolo 1, comma 325, della legge finanziaria 311/04, prevedendo il diritto per il personale di magistratura alla corresponsione della predetta indennità nei periodi di assenza obbligatoria per maternità, trova applicazione, quale ius superveniens, anche nei giudizi pendenti alla data di entrata in vigore della norma che ha dettato il nuovo testo cfr. Cassazione civile, Sezione lavoro 10758/94 Tar Sicilia - Palermo, Sezione seconda, 220/92 CdS Sezione sesta 2869/06 . 3.1. Da quanto sopra consegue il diritto della ricorrente alla corresponsione dell'indennità giudiziaria ai sensi del predetto articolo 3 della legge 27/1981 per tutto il periodo di astensione obbligatoria dal servizio e, quindi, dal 18.9.1998 al 10.2.1998. Peraltro, avendo detta indennità natura retributiva e non previdenziale, sul relativo importo vanno calcolati, oltre agli interessi legali secondo i tassi in vigore alla scadenza dei singoli ratei anche il danno da svalutazione, secondo le prescrizioni dettate dall'Adunanza plenaria del CdS, 3/1998. In particolare a gli interessi legali sono dovuti sugli importi nominali dei singoli ratei, dalla data di maturazione di ciascun rateo fino a quella della soluzione, secondo i vari tassi in vigore alle relative scadenze. Gli interessi non possono a loro volta produrre ulteriori interessi b la rivalutazione monetaria deve essere calcolata sull'importo nominale dei singoli ratei e va computata con riferimento all'indice rilevato al momento della maturazione del credito. La somma dovuta a tale titolo, stante la sua natura accessoria, non deve essere a sua volta ulteriormente rivalutata. 4. Per le ragioni che precedono il ricorso deve essere accolto nei limiti di cui in motivazione. Quanto alle spese di giudizio è avviso del Collegio che, essendo rimasta la ricorrente parzialmente soccombente le stesse debbano seguire la soccombenza, potendo, tuttavia, restare compensate nella misura del 50% e liquidate in quella indicata in dispositivo. PQM Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia, Sezione terza, accoglie parzialmente il ricorso in epigrafe e, per l'effetto, dichiara il diritto della ricorrente a percepire le differenze retributive indicate in motivazione, oltre ad interessi legali e alla rivalutazione monetaria. Condanna le Amministrazioni intimate alla rifusione delle spese processuali a favore della ricorrente, inclusi gli onorari di difesa e le competenze, che liquida in favore della ricorrente nella somma di complessivi euro 2000,00 duemila/00 , oltre I.V.A e C.P.A Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità amministrativa. ?? ?? ?? ?? 4