Immobili storici e artistici: se serve l'architetto, l'ingegnere non basta

Ancora una pronuncia sulla presunta equiparazione dei vecchi ingegneri agli architetti. La direttiva comunitaria in materia, secondo Palazzo Spada, non impone una parità tra i diplomi e certune specificità possono essere fatte valere legittimamente

Accesso alla professione, lo Stato italiano non è obbligato a ritenere equiparabile la laurea in ingegneria a quella di architetto. Del resto, il giudice comunitario è stato chiaro la direttiva 85/384 non può essere di ostacolo alla normativa nazionale che riserva ai soli architetto i lavori relativi agli immobili d'interesse storico-artistico sottoposti a vincolo. A chiarirlo è stata la sesta sezione del Consiglio di Stato con la decisione 5239/06 depositata lo scorso 11 settembre e qui leggibile nei documenti correlati . Palazzo Spada ha respinto il ricorso di un ingegnere che si era visto negare il nulla osta per lavori di manutenzione straordinaria di un immobile sottoposto a vincolo di interesse storico-artistico poiché era stato redatto da un tecnico non abilitato. Del resto, il professionista non era iscritto all'albo degli architetti. Tuttavia, l'uomo sosteneva che per effetto della direttiva comunitaria 384 del 10 giugno 1985 gli ingegneri civili che si sono laureati prima dell'entrata in vigore della stessa direttiva sono automaticamente abilitati in tutta la Comunità europea - e quindi anche in Italia - all'esercizio della professione di architetto. I giudici di piazza Capo di Ferro, nel respingere le osservazioni dell'ingegnere, hanno ribadito che la Corte di giustizia della comunità europee ha spiegato che la Direttiva 85/384 non si propone di disciplinare le condizioni di accesso alla professione di architetto, né di definire la natura delle attività svolte da chi esercita tale professione . In sostanza, hanno concluso i consiglieri di Stato la direttiva non impone allo Stato membro di porre i diplomi di laurea in architettura e in ingegneria civile su un piano di perfetta parità per quanto riguarda l'accesso alla professione di architetto in Italia né tanto meno può essere di ostacolo ad una normativa nazionale che riservi ai soli architetti i lavori riguardanti gli immobili d'interesse storico-artistico sottoposti a vincolo . cri.cap

Consiglio di Stato - Sezione sesta - decisione 21 marzo-11 settembre 2006, n. 5239 Presidente Varrone - Estensore Balucani Ricorrente Rauty Fatto Con ricorso giurisdizionale proposto dinanzi al Tar Toscana l'ing. Francesco Rauty, laureato in Ingegneria civile nell'anno 1979 e iscritto all'albo degli ingegneri di Pistoia, impugnava il provvedimento del 2 settembre 1997 con il quale la Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici di Firenze, Pistoia e Prato ha negato il rilascio del nulla osta per lavori di straordinaria manutenzione di un immobile sottoposto a vincolo di interesse storico-artistico con la motivazione che il progetto non può essere accolto in quanto è stato redatto da un tecnico non abilitato, in quanto non iscritto all'albo degli architetti . A fondamento del gravame il ricorrente deduceva - che la disposizione contenuta nell'articolo 52 Rd 2537/25, secondo cui le opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico ed il restauro e il ripristino degli edifici contemplati dalla legge 364/09 per l'antichità e belle arti, sono di spettanza della professione di architetto, ma la parte tecnica può essere compiuta tanto dall'architetto quanto dall'ingegnere , deve ritenersi abrogata per effetto delle successive disposizioni riguardanti la materia - che per effetto della direttiva comunitaria 10 giugno 1985, n. 384 in tema di riconoscimenti dei titoli di studio, le cui disposizioni sono direttamente applicabili e prevalgono sul diritto interno dei paesi membri della Cee, gli ingegneri civili laureati prima della entrata in vigore della direttiva sono automaticamente abilitati in tutta la Comunità e quindi anche in Italia all'esercizio della professione di architetto. Con la sentenza indicata in epigrafe il Tar adito ha respinto il ricorso avendo ritenuto infondate le censure prospettate nel ricorso anche alla luce del parere espresso dal Consiglio di Stato, Sezione seconda, con atto n. 386/97 del 23 luglio 1997. Nei riguardi della anzidetta sentenza hanno proposto distinti atti di appello l'ing. Rauty Francesco e l'Ordine degli Ingegneri della Provincia di Pistoia, riproponendo le medesime questioni giuridiche prospettate in primo grado. Con ordinanza 2379/05 la Sezione ha rimesso alla Corte di Giustizia delle Comunità europee di pronunciarsi pregiudizialmente sulla interpretazione degli articoli 10 e 11 della direttiva comunitaria n. 384/1985. Alla pubblica udienza del 21 marzo 2006 i due atti di appello sono stati trattenuti in decisione. Diritto 1. Va preliminarmente disposta, per evidenti ragioni di connessione, la riunione dei due atti di appello in esame con i quali il dott. ing. Francesco Rauty, da un lato, e l'Ordine degli Ingegneri della Provincia di Pistoia, dall'altro, impugnano la sentenza del Tar Toscana che ha respinto il ricorso proposto dallo stesso ing. Rauty avverso il provvedimento della Soprintendenza che negava la competenza professionale degli ingegneri in tema di lavori da effettuarsi su immobili tutelati dalla legge n. 1089/39. 2. Le questioni sulle quali il Collegio deve pronunciarsi possono essere riassunte nei termini che seguono a se la limitazione posta dall'articolo 52 del regolamento approvato con Rd 2537/25 che riserva alla professione di architetto le opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico, e il restauro e il ripristino degli edifici contemplati dalla legge 364/09 poi legge 1089/39 , salvo che la parte tecnica che può essere compiuta anche dall' ingegnere , risulti o meno superata dalla legislazione successiva b se in virtù della direttiva Cee 10 giugno 1985, n. 384 recepita in Italia con D.Lgs 129/92 debba ritenersi che il titolo di ingegnere in ingegneria civile sia ormai equiparato a quello di architetto, ai fini dell'accesso alle attività nel settore dell'architettura, con il conseguente superamento della limitazione posta dal citato articolo 52 Rd 2537/25 c se appartenga o meno alla competenza della Soprintendenza stabilire quando il progetto delle opere di cui al citato articolo 52 debba essere redatto da un ingegnere o da un architetto. 3. Iniziando, per ordine logico, da quest'ultimo profilo non può essere condivisa la tesi sostenuta nell'atto di appello dell'ing. Rauty, che ha negato il potere della Soprintendenza di verificare la paternità professionale del progetto richiamandosi ad un risalente parere del Consiglio di Stato parere CdS, 12 luglio 1969, n. 663/68 . Se è vero infatti che spetta alla Soprintendenza ai sensi dell'articolo 18 legge 1089/39 di autorizzare i progetti delle opere concernenti i beni sottoposti alla legge stessa, il controllo del progetto - che mira ad assicurare la conformità dell'intervento alla salvaguardia del valore storico-artistico del bene - non può non estendersi anche alla verifica della idoneità professionale del progettista come stabilita dal legislatore , secondo quanto riconosciuto in un più recente parere di questo Consiglio Cfr. CdS, Sezione seconda, 386/97 . 4. Assodato, per quanto precede, che nella fattispecie in esame il Soprintendente aveva il potere di controllare se il progetto presentato si conformasse alle regole in tema di competenza professionale, si tratta di stabilire se la disposizione contenuta nell'articolo 52 del Regolamento per la professione di ingegnere e di architetto approvato con Rd 2537/25 debba considerarsi abrogata, come hanno prospettato gli odierni appellanti. Nella ordinanza 2379/05, con la quale era stato rimesso alla Corte di Giustizia delle Comunità Europee di decidere pregiudizialmente sulla interpretazione della direttiva comunitaria n. 384/1985, la Sezione ha già riconosciuto che tale asserita abrogazione non può essere comprovata facendo riferimento al Tu del 1933 sulla istruzione superiore articolo 173 e tabelle allegate , ove il legislatore si è limitato ad equiparare le lauree di architettura e di ingegneria civile in funzione dell'accesso alla professione di architetto e neppure richiamando la legge 1264/61 articolo 15, comma 3 che, laddove prevede come requisito per ricoprire il ruolo di architetto presso le Soprintendenze il possesso della laurea in architettura o in ingegneria civile, non stabilisce con ciò alcuna equipollenza tra le due lauree ai fini dello svolgimento della attività professionale. Occorre aggiungere che la ripartizione delle competenze professionali tra architetto e ingegnere, come delineata nel citato articolo 52, Rd 2537/25, non è venuta meno per effetto della normativa successiva che ha innovato la disciplina per il conseguimento del titolo di architetto e di ingegnere. È bensì vero infatti che nel 1925 per conseguire tali titoli era sufficiente il semplice diploma di istruzione secondaria e non già il diploma di laurea , e che nell'attuale ordinamento universitario il laureato in ingegneria civile deve avere acquisito una specifica preparazione anche nel campo dell'architettura, talché potrebbe ritenersi ormai anacronistica la limitazione posta dal citato articolo 52 alla competenza professionale dell'odierno laureato in ingegneria, e in ogni caso meritevole di essere adeguata alla mutata disciplina delle professioni di architetto e di ingegnere civile. Nondimeno la norma in questione, nella misura in cui vuole garantire che a progettare interventi edilizi su immobili di interesse storico-artistico siano professionisti forniti di una specifica preparazione nel campo delle arti, e segnatamente di un adeguata formazione umanistica, deve ritenersi tuttora vigente. Fermo restando che, alla stregua della anzidetta disposizione, non la totalità degli interventi concernenti gli immobili di interesse storico e artistico deve essere affidata alla specifica professionalità dell'architetto, ma solo le parti di intervento di edilizia civile che riguardino scelte culturali connesse alla maggiore preparazione accademica conseguita dagli architetti nell'ambito del restauro e risanamento degli immobili di interesse storico e artistico restando invece nella competenza dell'ingegnere civile la cd. parte tecnica, cioè le attività progettuali e di direzione dei lavori che riguardano l'edilizia civile vera e propria in questi termini CdS, Sezione seconda, 2038/02 del 24 novembre 2004 . 5. Si deve infine passare alla questione sulla quale si è maggiormente incentrato il giudizio, vale a dire se la direttiva comunitaria 10 giugno 1985, n. 384 abbia determinato la equiparazione dei titoli di architetto e di ingegnere civile ai fini dell'esercizio delle attività professionali nel campo della architettura, con conseguente superamento della normativa racchiusa nell'articolo 52 Rd cit Al riguardo giova premettere che gli articoli 2 e segg. della direttiva dettano le norme per il reciproco riconoscimento dei titoli di studio conseguiti dai cittadini degli Stati membri a conclusione di studi universitari riguardanti l'architettura, introducendo anche un regime transitorio di reciproco riconoscimento di taluni titoli tassativamente indicati. Tra i titoli che beneficiano di tale riconoscimento automatico l'articolo 11 menziona per l'Italia - i diplomi di laurea in architettura rilasciati dalle università, dagli istituti politecnici e dagli istituti superiori di architettura di Venezia e di Reggio Calabria, accompagnati dal diploma di abilitazione all'esercizio indipendente della professione di architetto, rilasciato dal ministro della Pubblica Istruzione una volta che il candidato abbia sostenuto con successo, davanti ad un'apposita Commissione, l'esame di Stato che abilita all'esercizio indipendente della professione di architetto dott. architetto i diplomi di laurea in ingegneria nel settore della costruzione civile rilasciati dalle università e dagli istituti politecnici, accompagnati dal diploma di abilitazione all'esercizio indipendente di una professione nel settore dell'architettura, rilasciato dal ministro della Pubblica Istruzione una volta che il candidato abbia sostenuto con successo, davanti ad un'apposita Commissione, l'esame di Stato che lo abilita all'esercizio indipendente della professione dott. ing. architetto o dott. ing. in ingegneria civile . Con la ordinanza n. 2379 dell'11.5.2005 la Sezione ha rimesso alla Corte di Giustizia delle Comunità Europee di decidere pregiudizialmente se per effetto della applicazione degli articoli 10 e 11 della Direttiva dovesse ritenersi attuata nell'ordinamento interno la equiparazione anzidetta. Con la stessa ordinanza si sottoponeva alla Corte di Giustizia la prospettazione degli odierni appellanti secondo cui, in difetto di una siffatta equiparazione, la normativa italiana avrebbe potuto dar luogo ad una discriminazione alla rovescia poiché, diversamente dagli ingegneri civili che hanno conseguito il titolo rilasciato in Italia, i soggetti in possesso di un titolo di ingegnere civile rilasciato da altro Stato membro avrebbero accesso ove tale titolo sia menzionato nell'elenco di cui all'articolo 11 della Direttiva alle attività che in Italia sono riservate agli architetti, ai sensi del ripetuto articolo 52 Rd 2537/25. Ma alla ordinanza della Sezione la Corte ha risposto trasmettendo la decisione già assunta in fattispecie del tutto identica a quella in esame, nella quale si afferma che la Direttiva 85/384 non si propone di disciplinare le condizioni di accesso alla professione di architetto, né di definire la natura delle attività svolte da chi esercita tale professione ma ha invece ad oggetto solamente il reciproco riconoscimento, da parte degli Stati membri, dei diplomi, dei certificati e degli altri titoli rispondenti a determinati requisiti qualitativi e quantitativi minimi in materia di formazione allo scopo di agevolare l'esercizio effettivo del diritto di stabilimento e di libera prestazione dei servizi per le attività del settore della architettura . In definitiva, secondo la Corte, la direttiva non impone allo Stato membro di porre i diplomi di laurea in architettura e in ingegneria civile indicati all'articolo 11 su un piano di perfetta parità per quanto riguarda l'accesso alla professione di architetto in Italia né tantomeno può essere di ostacolo ad una normativa nazionale che riservi ai soli architetti i lavori riguardanti gli immobili d'interesse storico-artistico sottoposti a vincolo. Alla stregua delle conclusioni formulate dalla Corte deve dunque ritenersi infondata la tesi degli appellanti secondo cui la disposizione dell'articolo 52 Rd cit. sarebbe stata superata dalla direttiva comunitaria. Residua il problema, prospettato nella stessa pronuncia della Corte di Giustizia, se la disposizione in questione per effetto della direttiva comunitaria realizzi una discriminazione vietata dal diritto nazionale in relazione al trattamento che sarebbe riservato a chi è in possesso di uno dei titoli di ingegneria civile elencati all'articolo 11 della direttiva e se dunque possa essere sospettata di illegittimità costituzionale per contrasto con gli articoli 3, 35 e 41 Costituzione secondo quanto sostenuto dalle parti appellanti. Ma siffatti dubbi non hanno ragion d'essere ove si consideri che la stessa Corte di Giustizia ritiene che la direttiva non imponga allo Stato membro di porre su un piano di perfetta parità i diplomi di laurea in architettura e in ingegneria civile per quanto riguarda l'accesso all'attività di architetto in Italia. In altri termini, dalla applicazione della direttiva non consegue affatto che chi è in possesso di un diploma di laurea in ingegneria civile conseguito in un altro Stato della Comunità possa accedere all'esercizio di attività professionali riservate specificatamente agli architetti secondo la legislazione italiana , a differenza di chi tale titolo abbia conseguito in Italia. 6. Alla stregua delle considerazioni che precedono i due atti di appello all'esame del Collegio vanno respinti dovendosi riconoscere che nelle fattispecie in questione la Soprintendenza ha correttamente applicato la disposizione di cui all'articolo 52 Rd 2537/25. Sussistono giusti motivi per compensare le spese processuali del presente grado di giudizio tra le parti in causa. PQM Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione sesta, riunisce i due ricorsi in appello in epigrafe indicati e, definitivamente pronunciando sui medesimi, li respinge. Spese compensate. Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa. 5 N.R.G. 1368-1507/2002 FF