Confermata la prescrizione per un naufragio dell'87. Solo ora il via alla causa civile

L'affondamento di un peschereccio nel canale di Sicilia causò 19 morti. L'armatore e il responsabile del Rina che non aveva accertato le modifiche del natante intendevano ottenere un'assoluzione piena

La quarta sezione penale della Cassazione - con la sentenza 43087/05, depositata il 29 novembre e qui leggibile tra gli allegati - ha rigettato il ricorso della difesa contro la sentenza con cui, il 30 maggio 2003, la Corte d'appello di Palermo dichiarò il non luogo a procedere per avvenuta prescrizione del reato nel processo per il naufragio del peschereccio mazarese Massimo Garaù , che affondò il 16 febbraio '87 nel Canale di Sicilia con il mare forza 8, provocando la morte di 19 persone 14 senegalesi e cinque persone di equipaggio, tra le quali il comandante. A seguito della tragedia finirono sotto processo, con l'accusa di omicidio colposo plurimo, l'armatore mazarese Giuseppe Quinci e l'ingegner Giuseppe Genovese, funzionario del Registro navale di Trapani. Entrambi furono assolti dal Tribunale di Marsala, ma in appello, su richiesta degli avvocati di parte civile, Nicola Sammaritano e Alfredo Galasso, quella sentenza era stata riformata con l'attribuzione di responsabilità e la dichiarazione di avvenuta prescrizione. Ad avviso dei giudici di merito - come ricorda ora la Suprema corte - dalla ricostruzione dei fatti non emergeva con evidenza la non colpevolezza degli imputati nè che le condizioni meteomarine fossero tali da non consentire di governare la nave. In pratica al comandante era addebitabile la realizzazione di modifiche alla struttura del Massimo Garaù che avrebbero comportato una sostanziale diminuzione di stabilità, sicurezza e governabilità del natante . Aggravata, per di più, dal carico eccessivo, dalla mancata riqualificazione della stazza e dalla mancata esecuzione della prova di stabilità che il responsabile del Rina avrebbe dovuto imporre in seguito alle visite di ispezione. Il ricorso degli imputati a Piazza Cavour era stato avanzato per ottenere un'assoluzione piena. La decisione dei giudici di legittimità apre, ora, di fatto, le porte alla causa civile che sarà intentata dalle famiglie delle vittime per il risarcimento del danno. Dei 19 morti, 15 annegarono, mentre gli altri quattro furono trovati assiderati su una scialuppa. Il rigetto del reclamo delle difese era stato chiesto Anche dal sostituto procuratore generale Enrico Ferri.

Cassazione - Sezione quarta penale up - sentenza 20 settembre-29 novembre 2005, n. 43087 Presidente D'Urso - Relatore Campanato Pg Ferri - ricorrente Quinci ed altri Osserva in fatto e diritto Quinci Giuseppe e Genovese Giuseppe venivano rinviati a giudizi avanti il Tribunale di Marsala per rispondere del reato di cui agli articoli 110, 113, 449 comma 2 cp per avere cagionato unitamente ad altre persone decedute, nella veste il primo di armatore e primo ufficiale di coperta ed il secondo quale funzionario del Rina il naufragio del m/p Massimo Garau per colpa consistita nell'avere il Quinci apportato dalle modifiche allo stesso riguardanti le sovrastrutture e le attrezzature della nave tali da influire sulla sua robustezza attraverso la costruzione di un cassaretto all'estrema poppa che influiva sulla distribuzione dei pesi e comportava uno spostamento verso poppavia dell'arco poppiero ed il Genovese per non aver accertato la reale consistenza di queste modifiche che dovevano invece comportare la ristazzatura del natante, il rilascio di un nuovo certificato di stazza, la prova di stabilità. L'imbarco sul peschereccio di una grande quantità di beni oltre il normale ed in uno spazio riparato della zona poppiera del ponte di coperta anche di alcuni beni non facenti parte del carico consueto di un peschereccio aveva determinato, secondo l'accusa, che il rollio ed il moto ondoso facessero inclinare la nave verso il lato dal quale provenivano le onde il che provocava un imbarco di acqua che aggravava l'appoppamento e incideva sulla stabilità della stessa, riducendo il bordo libero nella zona poppiera e l'innalzamento del baricentro della nave. Queste condizioni della medesima e la diminuzione dell'equipaggio da sette uomini previsti dal ruolo a quattro effettivamente presenti ed al contrario l'avere imbarcato quindici cittadini di nazionalità africana con il relativo bagaglio, che andava ad aumentare le difficoltà costituite dal sovraccarico, avevano impedito una buona governabilità della nave che in presenza di cattive condizioni del mare era naufragata al largo dell'isola di Pantelleria il 16 febbraio 1987, dopo essere partita quello stesso giorno dal porto di Ma zara del Vallo alla volta di Dakar Senegal . Nel naufragio erano decedute diciotto persone, tra cui il comandante della nave Paleino Paolo, il direttore di macchina, il nostromo, due marinai e tredici passeggeri per cui gli imputati venivano chiamati a rispondere anche del rato di omicidio colposo in danno di ben diciotto persone. I predetti venivano assolti da entrambe le imputazioni perché il fatto non sussiste con sentenza datata 16 gennaio 2001 che veniva impugnata dal Pm e dalle parti civili, congiunti dei componenti l'equipaggio deceduti, Caselli Geo ed Asaro Matteo. La Corte d'appello di Palermo, con sentenza del 30 maggio 2003, riformava la decisione di primo grado e, riconosciute le attenuanti generiche agli imputati, dichiarava l'estinzione dei reati loro ascritti per intervenuta prescrizione. Entrambi proponevano ricorso per cassazione. Il Quinci deduceva la nullità della sentenza per manifesta illogicità e carenza della motivazione perché il giudice d'appello non avrebbe tenuto in considerazione le critiche mosse dai consulenti di parte alle conclusioni del perito d'ufficio e non avrebbe effettuato un esame critico di tale elaborato mettendolo a confronto con le argomentazioni svolte dal consulente del Pm, posto a fondamento della sentenza di primo grado. In particolare la difesa dell'imputato denunciava un errore in cui sarebbe incorso il secondo giudice che avrebbe tenuto conto dell'altezza metacentrica della nave, ritenendola causa della perdita di stabilità della medesima, e dell'errore del comandante che aveva effettuato il carico in base ai precedenti parametri e non alla riduzione di portata, calcolandola nelle condizioni di nave cavante e non invece di nave in esercizio con le sue dotazioni di liquidi, lubrificanti e combustibili che costituivano già una situazione di zavorramento. Questa errata valutazione aveva portato a ritenere eccessivo il carico della nave rispetto alla portata ed ulteriore profilo di censura doveva ravvisarsi nell'aver considerato il personale straniero presente nella nave come passeggeri anziché come componenti l'equipaggio. Il ricorrente denunciava anche erronea applicazione di legge, per violazione del principio di correlazione tra imputazione e decisione in quanto la contestazione si concentrava sulla diminuzione della stabilità del m/p, mentre la sentenza si appuntava sulla situazione di sovraccarico senza considerare se questo avesse o meno determinato la situazione di instabilità imputata come causa del naufragio. Infine la difesa del Quinci rilevava che se vi fosse stata una situazione di sovraccarico della nave l'Autorità Marina non avrebbe autorizzato la partenza del motopeschereccio. Anche le considerazioni radio del comandante Paleino non rappresentavano una situazione di difficile governabilità, mentre il mancato utilizzo dei mezzi di salvataggio ed il mancato lancio del Sos conclamavano il sopravvenire improvviso di un peggioramento delle condizioni meteomarine che dovevano considerarsi la vera causa del naufragio. Anche il Genovese deunicava illogicità della motivazione ed erronea applicazione di norme appuntando la propria censura sulle considerazioni svolte dalla Corte d'appello in ordine al valore dell'altezza metacentrica calcolato dai periti non già a nave caricata, ma a nave vacante , diversamente da quanto previsto dalla circolare Rina ed al mancato riscontro in ordine al presunto appoppamento della nave alla partenza che in forza della distribuzione dei pesi secondo l'esperienza del comandante poteva aver controbilanciato il leggero spostamento del baricentro verso poppa. Secondo il ricorrente inoltre la Corte d'appello aveva richiamato il dovere di esso imputato di eseguire una nuova prova di stabilità della nave in forza dei disposti di cui agli articoli 12198 e 1186 Cn e 32 del regolamento per la sicurezza della navigazione e della vita umana in mare, mentre dette norme non trovano applicazione perché le modifiche apportata al motopeschereccio erano di trascurabile entità. Del pari apodittico e non fondato su alcuna norma era da ritenersi la seconda mancanza che il giudice di secondo grado gli ha addebitato, vale a dire il non avere dato istruzioni al comandante sulla base di dette modifiche e l'avere omesso il rilascio di un nuovo certificato di classe. Infine il Genovese eccepiva la nullità del provvedimento con cui la Corte d'appello aveva riammesso le parti civili rappresentate dai congiunti di Paleino Paolo, Perez Girolamo, precedentemente escluse in quanto non appellanti. Il Pg concludeva per il rigetto dei ricorsi. Va subito sgombrato il campo da quest'ultima eccezione, posto che le predette parti civili sono state riammesse nel giudizio di appello in seguito alla pronuncia delle Su 30327/02 che ha affermato il principio in base al quale, coordinando i disposti di cui agli articoli 601 comma 4, 75 comma 3, comma 2 651 Cpp, la parte civile, una volta costituita in primo grado rimane presente nel processo anche se non ha fatto appello cosiddetto principio di immanenza della costituzione della parte civile . La revoca della precedente ordinanza 6 novembre 2001 con la quale le parti convenute non appellanti erano state escluse non costituisce atto abnorme del giudice perché è stata utilizzata per rimediare ad un errore determinante una nullità assoluta. Venendo agli altri motivi di doglianza occorre premettere che essendo stata dichiarata la prescrizione dei reati senza alcuna statuizione di tipo civile l'esame del ricorso deve necessariamente essere circoscritto alla valutazione in ordine alla assoluta evidenza e non contestabilità degli elementi che portano ad escludere l'esistenza del reato o la non addebitabilità dello stesso all'imputato. Dalla ricchezza delle argomentazioni svolte dal giudice di merito e delle censure contenute nei ricorsi per cassazione non emerge in modo incontrovertibile la irrilevanza penale del comportamento dei due imputati. Il punto nevralgico dell'accusa, che le difese degli imputati contestano, consiste nell'addebitare al Quinci la realizzazione di modiiche sul motopeschereccio che avrebbero comportato una sostanziale diminuzione di stabilità, sicurezza e governabilità del natante, aggravata dal fatto che in concreto lo stesso era stato caricato in modo eccessivo con materiale anche non strettamente necessario alla navigazione e con persone trasportate in quanto la mancata riqualificazione della stazza e la mancata esecuzione della prova di stabilità per il rilascio di nuovo certificato di classe che il Generose avrebbe dovuto imporre all'esito delle visite di ispezione, avevano tratto in errore il comandante della nave, mancando le nuove istruzioni, che del pari avrebbero dovuto essere redatte. La Corte d'appello di Palermo prende in considerazione tutte le censure degli imputati e le ragioni per cui ritiene che le modificazioni strutturali della nave e le condizioni di carico abbiano inciso in particolare sulla sua governabilità, mentre assolve gli imputati dalle contestate carenze dell'equipaggio e delle dotazioni di sicurezza e riconosce che le condotte degli imputati si sono poste in rapporto eziologico con l'evento in un contesto di altre cause determinate dalla forza degli agenti atmosferici. Non emerge, pertanto, con evidenza la non colpevolezza degli imputati perché i fatti sono stati ricostruiti attraverso le emergenze processuali e nel rispetto della contestazione dell'accusa, né emerge in modo incontestabile che le condizioni meteomarine siano state così gravi ed improvvise da non consentire di governare la nave anche se questa non fosse stata modificate. Al contrario, anche all'atto della partenza le condizioni metereologiche apparivano precarie e dovevano consigliare maggiore prudenza. In sostanza le difese si sono limitate a riconsiderare gli stessi elementi discussi avanti al giudice di merito, proponendo una loro diversa valutazione e richiamando rispetto all'altezza metacentrica, una circolare del Ripa in una formulazione diversa da quella esaminata dai periti della Corte circolare che ha trovato applicazione nel 1996, epoca successiva alla data dei commessi reati. Non spetta al giudizio di legittimità valutare se siano ipotizzabili ricostruzioni dei fatti diverse da quella contenuta nella sentenza impugnata, ma solo se quest'ultima sia stata effettuata attraverso una ricostruzione completa degli elementi a disposizione e senza salti logici. Gli ulteriori limiti stabiliti dall'articolo 129 Cpp al sindacato di legittimità non lasciano spazio alle censure dei ricorrenti, per cui non resta che confermare la sentenza impugnata con condanna dei ricorrenti in solido alle spese processuali. Le parti civili costituitesi in questo grado del giudizio, congiunti dei defunti Paleino, Asaro e Perez, hanno chiesto la rifusione delle spese e nel merito la condanna degli imputati al risarcimento del danno liquidato in via equitativa. La domanda non può essere accolta non essendo mai state pronunciate statuizioni civili da poter prendere in esame ai sensi dell'articolo 518 Cpp e ciò costituisce giusto motivo per compensare le spese tra le parti private. PQM Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali.