Inappellabilità: assoluzioni e prescrizioni devono fare i conti con la parte civile

di Corso Bovio e Paolo Grasso

Con due verdetti depositati a pochi giorni l'uno dall'altro, la Cassazione spezza una lancia in favore del particolare ruolo della parte civile nel processo. Con la sentenza 22924/06 depositata il 4 luglio scorso e qui leggibile tra gli allegati la terza sezione penale della Suprema corte ha, infatti, affermato che pur dopo la novella del Codice di rito ad opera della legge 46/2006, che ha reso inappellabili le sentenze di proscioglimento, la parte civile conserva il potere d'appello, ai soli effetti della responsabilità civile, avverso le sentenze di proscioglimento, secondo quanto previsto dall'articolo 576 Cpp. Dalla sentenza 25083/06 delle Sezioni unite penali depositata il 19 luglio scorso e pubblicata negli arretrati dell'edizione on line del 27dello stesso mese , invece, emerge che il giudice d'appello, nel dichiarare l'estinzione del reato per prescrizione su impugnazione della parte civile proposta anche agli effetti penali nei confronti della sentenza di assoluzione, può condannare l'imputato al risarcimento dei danni in favore della parte civile . Anticipiamo il commento di due preziosi collaboratori di D& G che sarà pubblicato nei prossimi numeri del settimanale. di Corso Bovio e Paolo Grasso* Se è vero che la legge Pecorella 46/2006 , approvata dopo numerose polemiche, a seguito di un rinvio presidenziale alle Camere, ha riformato profondamente la materia delle impugnazioni penali, precludendo in estrema sintesi al pubblico ministero il potere di presentare appello nei confronti di una sentenza di proscioglimento, è altrettanto vero che questa riforma non ha, in base ai primi responsi giurisprudenziali, inciso sulle prerogative della parte civile. Sul tema è, però, opportuno spendere qualche argomentazione in ordine agli intenti del legislatore della novella. È fuor di dubbio che la riforma, con l'abrogazione dell'articolo 577 Cpp, ha eliminato pur con una probabile eccezione intertemporale sulla quale si tornerà infra la possibilità per la persona offesa dai reati di ingiuria e diffamazione, già costituita parte civile, di proporre impugnazione, agli effetti penali, contro le sentenze di proscioglimento. Sarebbe stata, infatti, un'irragionevole disparità quella di impedire al Pm di impugnare nel merito una sentenza di assoluzione dell'imputato, per delitti ex articoli 594 e 595 Cp, consentendo, però, l'appello agli effetti penali della parte civile. Quanto, invece, all'impugnazione proposta rispetto ai soli interessi civili, è di particolare importanza la recente pronunzia della Corte di cassazione sezione III penale, sentenza 22924/06 leggibile negli allegati , che pone in luce la mancata cancellazione, da parte della legge 46/2006, della possibilità per la parte civile di presentare appello contro le sentenze di proscioglimento, ovviamente nei limiti dell'articolo 576 del Codice di rito, e cioè in pratica contro i soli capi della sentenza che riguardano l'azione risarcitoria. La Suprema corte a differenza di alcuni giudici di merito, fra cui le Corti d'Appello di Torino e Perugia, che hanno sottoposto il tema ai giudici della Consulta, per dirimere ogni incertezza sul mantenimento dei poteri di appello in capo alla parte civile ha, dunque, ritenuto che a tutt'oggi il danneggiato possa chiedere, per ottenere ristoro dei pregiudizi patiti, un secondo grado di merito anche in sede penale. Ma se questi sono i nuovi confini entro i quali può ammettersi una prosecuzione dell'azione civile nel processo penale, ed evidenziata comunque l'espressa eliminazione, con la cancellazione dell'articolo 577 Cpp, di ogni potere penalistico in ordine ai reati di ingiuria e diffamazione, il legislatore non ha avvertito esigenza alcuna di disciplinare transitoriamente a differenza di quanto fatto, analiticamente, per l'appello del Pm i casi di appello della parte civile, avverso le sentenze di proscioglimento, già proposti anche agli effetti penali, ex articolo 577 Cpp al momento di entrata in vigore della legge Pecorella precisamente il 9 marzo 2006 . Varrà, pertanto, al riguardo, il principio del tempus regit actum. In tale solco si inserisce la decisione in commento, che risolve con l'intervento delle Sezioni unite penali della Suprema corte sentenza 25083/06 leggibile tra gli arretrati del 27 luglio scorso , l'annoso seppur non più di stretta attualità, alla luce della suddetta riforma contrasto interpretativo sull'articolo 578 del Codice di rito, che disciplina i poteri del giudice d'appello in ordine alle questioni civili, nel caso di estinzione del reato per amnistia o per prescrizione. Il caso concreto riguardava un procedimento per ingiuria continuata, per il quale il Tribunale di Brescia dichiarava non doversi procedere nei confronti dell'imputato per alcune condotte lesive poste in essere nel 1994 reputando le relative offese prescritte , e lo assolveva per la parte residua del capo d'accusa, con la formula perché il fatto non sussiste. Contro tale proscioglimento proponeva appello la parte civile, ai sensi dell'articolo 577 Cpp, ed i giudici del gravame, in parziale riforma della decisione del Tribunale, dichiaravano la prescrizione anche delle condotte successive al 1994, evidentemente non convenendo con il Giudice a quo sul pieno proscioglimento per tali fatti. La Corte d'appello, peraltro, condannava l'imputato al risarcimento del danno in favore della parte civile, oltre al pagamento delle spese di costituzione della stessa per entrambi i gradi di giudizio. Proponeva ricorso per cassazione l'imputato, denunziando violazione ed erronea applicazione dell'articolo in questione, per essere stata pronunziata condanna al risarcimento dei danni in favore della parte civile nonostante la dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione, e la mancanza di una sentenza di condanna in primo grado. Il ricorso veniva trasmesso alle Sezioni unite proprio in considerazione del contrasto giurisprudenziale esistente sulla questione, e cioè se il giudice d'appello, nel dichiarare l'estinzione del reato per prescrizione, possa condannare comunque l'imputato, assolto in primo grado, a risarcire i danni in favore della parte civile. La soluzione negativa a tale questione, praticamente maggioritaria sino all'intervento in esame, poneva le proprie fondamenta sul dato strettamente letterale della disposizione de qua. La norma, infatti, dispone che il giudice del gravame, solo allorquando nei confronti dell'imputato sia stata pronunziata condanna, anche generica, per un reato che si sia prescritto nelle more dell'impugnazione, può dichiararne l'estinzione e decidere sull'impugnazione medesima ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili . Secondo i sostenitori del no , quindi, l'articolo 578 Cpp avrebbe posto un'importante deroga al principio codicistico dell'accessorietà dell'azione civile e, quindi, avrebbe costituito una disposizione eccezionale e di stretta interpretazione. Era ritenuta, quindi, come imprescindibile, l'esistenza una sentenza di condanna validamente emessa in primo grado. Forse curioso che, in applicazione di tale principio, proprio le Sezioni unite che, evidentemente hanno ora modificato, con gli anni, il proprio orientamento avessero a suo tempo cassato una sentenza d'appello nella parte in cui, pur avendo accertato che la prescrizione del reato era maturata in epoca antecedente alla pronunzia di primo grado, aveva confermato le statuizioni civili in essa stabilite Sezioni unite, sentenza 13 luglio 1998, Citaristi, in Cp 1999, 112 . Il dato è singolare, anche perché in tale occasione i giudici d'appello si erano limitati a confermare una sentenza di condanna di primo grado, mentre nel caso in commento l'imputato è stato addirittura prosciolto dal Tribunale. Ancora, tra i sostenitori della tesi negativa, si ricorda la non risalente decisione della Suprema corte sezione III, sentenza 1988/04, in Ced Cassazione 2005, RV230585 , che così sosteneva in tema di declaratoria di estinzione del reato, invero, l'articolo 578 Cpp prescrive che il giudice d'appello o la Corte di cassazione, nel rendere la relativa pronuncia, decida sull'impugnazione agli effetti delle disposizioni contenute nella sentenza che concernono gli interessi civili, qualora sia già intervenuta condanna in precedente grado di giudizio. In tal caso, al fine della pertinente decisione, tutti i motivi di doglianza dedotti dall'imputato devono essere esaminati compiutamente, non potendosi confermare una condanna al risarcimento del danno, anche soltanto generica, per la mancanza della prova evidente d'innocenza, alla stregua della regola di giudizio fissata dall'articolo 129 cpv. Cpp Cassazione penale, sezione II, sentenza 1 marzo 2004, Talpo, rv. 228380 . Non così quando la causa estintiva sopravvenga nel corso del giudizio d'impugnazione, se appellante o ricorrente sia il pubblico ministero o la parte civile contro sentenza assolutoria. In tale diversa ipotesi manca il presupposto del potere residuale accordato al giudice di decidere sull'impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili articolo 570 Cpp . Ne consegue che è illegittima la condanna in appello dell'imputato al risarcimento del danno in favore della parte civile, pronunciata come effetto della declaratoria di sopravvenuta estinzione del reato per prescrizione, con la quale il giudice di secondo grado, su impugnazione del Pm, abbia riformato la sentenza assolutoria di prime cure. Alla stregua di tale consolidato principio v. ex multis Cassazione penale, sezione IV, sentenza 14 aprile 2003, Ministeri ed altro, rv. 224195 . L'orientamento contrario cfr. Cassazione penale, sezione IV, sentenza 12762/2002, ric. Manca, conf. a sezione III, sentenza 18056/04, ric. Rontani , abbracciato dalle Sezioni unite, sostiene che un'interpretazione strettamente letterale e, per così dir, atomistica dell'articolo 578 che invece va letto nel sistema delle impugnazioni, in particolare di quelle di chi agisce per il ristoro dei danni porterebbe a conclusioni in contrasto con i principi sistematici del nostro ordinamento, traducendosi in un'ingiustificata penalizzazione della parte civile che decida di esercitare le proprie ragioni in sede penale. È evidente, infatti, che se fosse stata ritenuta valida la tesi restrittiva, vi sarebbe stato un duplice ordine di disfunzioni . Da un lato, la scelta di agire in sede civile avrebbe garantito il doppio grado di giudizio di merito, mentre l'azione svolta nel processo penale avrebbe comportato nel caso di assoluzione un unico grado, con grave pregiudizio sostanziale di quel parallelismo paritario nei rapporti tra azione civile e azione penale, disciplinati dall'articolo 75 Cpp. Si sarebbe venuto a creare, inoltre, una smagliatura interna al libro delle impugnazioni del codice di rito in caso di assoluzione in primo grado il giudice d'appello avrebbe potuto, infatti, sempre conoscere dell'impugnazione proposta, ex articolo 576 Cpp come visto, a tutt'oggi consentita dopo la novella , ai soli effetti civili, ma non avrebbe avuto analogo potere in caso di devoluzione completa del thema decidendum su appello proposto dalla parte civile, querelante od offeso anche ai fini penali, ex articolo 577 Cpp . In quest'ultima evenienza, infatti, ove la Corte d'appello avesse dovuto tout court dichiarare l'estinzione del reato per prescrizione o amnistia , non avrebbe potuto riconoscere il risarcimento alla parte civile pur impugnante che, con un ingiusto allungamento delle tempistiche, e compromettendo il principio della economia processuale, avrebbe dovuto ricominciare tutto civilmente è il caso di dirlo davanti al Tribunale. Due vistosi paradossi che, a detta delle Sezioni unite, non sono che sintomi ancor più evidenti dell'erroneo ambito di operatività che i sostenitori del difetto di potere del giudice dell'impugnazione necessariamente conferiscono all'articolo 578 Cpp . Ma quale, quindi, il corretto alveo applicativo di tale disposizione? La risposta, secondo i Supremi giudici non può che risiedere nell'osservazione, nascente dal coordinamento delle norme e dalla sistematica , che la disciplina di cui all'articolo 578 Cpp non è applicabile allorché appellante o ricorrente sia la parte civile, alla quale l'articolo 576 del Codice di rito riconosce il diritto ad una decisione incondizionata sul merito della propria domanda . Va detto, perlomeno, sotto un certo profilo, che Giacomo Chabannes, Signore de La Palice, non avrebbe potuto far di meglio! Gli ermellini , quindi, ritengono che la disposizione de qua possa trovare applicazione, nell'intento del legislatore, solo nei casi in cui appellanti siano solo l'imputato o la pubblica accusa oggi, evidentemente, nei limiti della Pecorella e non il danneggiato. Viene ribadito, quindi, dalla Suprema corte in questo caso, a Sezioni unite, successivamente rispetto alla citata sentenza del 4 luglio scorso che, pur dopo le modifiche della legge 46/2006 In sintesi, la normativa processuale penale vigente ha scelto l'autonomia dei giudizi sui due profili di responsabilità civile e penale, nel senso che l'impugnazione proposta ai soli effetti civili non può incidere sulla decisione del giudice del grado precedente in merito alla responsabilità penale del reo, ma il giudice penale dell'impugnazione può, seppure in via incidentale, statuire in modo difforme sul fatto oggetto dell'imputazione, ritenendolo ascrivibile al soggetto prosciolto . Sia concessa qualche ultima battuta sulle motivazioni che avevano spinto parte della dottrina, in un primo momento, a ritenere abrogato dalla novella il potere della parte civile di proporre appello anche in sede civile nei confronti di una sentenza di proscioglimento di primo grado. Lo equivoco si basava sulla prima versione della legge 46/2006, che nel testo originariamente approvato dal Parlamento prima del rinvio alle Camere disposto dal Presidente della Repubblica , aveva eliminato tale potestà in capo alla pubblica accusa, ma aveva lasciato, all'interno della formulazione dell'articolo 576 Cpp, la locuzione con il mezzo previsto per il pubblico ministero , di fatto agganciando , pertanto, il potere d'appello della parte civile a quello del Pm. Dopo l'intervento del Colle, però, il suddetto richiamo è stato espressamente eliminato dal disposto dell'articolo 576 del Codice di rito, con ciò manifestando il chiaro intento del legislatore ubi lex non voluit tacuit di mantenere in vita il potere di appello della parte civile, pur con l'eliminazione ex nunc dei risvolti penali già previsti per i soli reati di ingiuria e diffamazione. A ciò si aggiunga, infine, che l'assenza nella Pecorella di una disciplina transitoria dedicata all'appello della parte civile a differenza di quanto disposto per il P.M. , come si diceva, costituisce un'ulteriore conferma della benevolenza della novella nei confronti della privata accusa del processo penale. Proprio da tale mancanza di ogni norma transitoria, però, scaturisce a nostro avviso una possibile singolare falla nel sistema disegnato con la riforma in ossequio al principio di tassatività, gli appelli presentati, ex articolo 577 Cpp, dal querelante/persona offesa dei delitti di ingiuria e diffamazione, anche ai fini penali, anteriormente al 9 marzo 2006 giorno di entrata in vigore della legge 46/2006 , conserveranno la loro efficacia e, pertanto, paradossalmente si potrebbe arrivare ad una condanna penale del reo, già assolto in primo grado, per il mero impulso della parte civile fatto salvo, ovviamente, il diritto dell'imputato a proporre ricorso per cassazione . Diversamente, quelli dimessi successivamente a tale data, dovranno avere natura di, o si convertiranno in, mere impugnazioni a fini civili, e seguiranno le nuove regole dell'articolo 576 Cpp. Bizzarra conclusione, oggettivamente, quella della sopravvenienza intertemporale dei vecchi appelli dell'ingiuriato e del diffamato. Soluzione che ci sembra, peraltro, condivisa da attenta dottrina G. Varaso, Il tramonto incompleto del potere di impugnazione agli effetti penali della persona offesa per i reati di ingiuria e diffamazione , in Novità su impugnazioni penale e regole di giudizio , a cura di A. Scalfati, Ipsoa, Milano 2006 e la cui bizzarria nasce, forse, da una tecnica legislativa per così dir lacunosa , in virtù della quale le certezze per l'operatore, invece di crescere, diminuiscono. *Avvocati

Cassazione - Sezione terza penale - sentenza 11 maggio-4 luglio 2006, n. 22924 Presidente Vitalone - Relatore Ianniello Svolgimento del processo Con sentenza del 9 aprile 2003, il Tribunale di Brindisi aveva assolto, perché il fatto non sussiste, Francesco Scialpi e Luigi Erculeo dai reati di cui a a articoli 8 1, cpv. 110 e 609bis Cp, per avere, in concorso tra di loro, in Ceglie Messapico e Martina Franca fino al 15 luglio 1996, costretto Maria Teresa Di Napoli a subire atti sessuali, tra cui quello della congiunzione carnale nonché b articoli 56, 110 e 629 Cp, per avere posto in essere, fino al 5 ottobre 1996, atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere Maria Teresa Di Napoli a congiungersi nuovamente con gli stessi, mediante la minaccia di divulgare cassette pornografiche registrate in occasione degli episodi indicati al capo a . Con ciò tentando di procurarsi ingiusto profitto consistente in un vantaggio sessuale. Il Tribunale aveva infine dichiarato non doversi procedere nei confronti di Luigi Erculeo in ordine al reato di cui all'articolo 523 Cp nonché per il reato di cui agli articoli 56, 81, 521 e 5 19 Cp contestatogli come commesso in danno di Raffaella Fumarola il 15 gennaio 1996, perché l'azione penale non poteva essere esercitata per difetto di tempestiva querela. Le dichiarazioni accusatorie della Di Napoli erano state nel senso che, conoscendo e frequentando da qualche tempo lo Scialpi e la sua compagnia di ragazzi, aveva una sera d'estate accettato di recarsi con lui in una villa di campagna, ove avrebbero dovuto incontrarsi anche con il resto della compagnia. Qui giunti e dopo che lo Scialpi aveva chiuso la porta a chiave, si era rivelata all'interno della villa anche la presenza dell'Erculeo. Entrambi i giovani l'avevano quindi costretta a salire in una camera da letto situata al primo piano e qui, nonostante le sue resistenze e con la minaccia che se non fosse sottostata al loro volere non l'avrebbero più ricondotta a casa, avevano abusato di lei a turno, intimandole poi il silenzio, altrimenti gliela avrebbero fatta pagare . Nei giorni e nei mesi successivi i due l'avrebbero continuamente cercata, le avrebbero telefonato, sarebbero andati a trovarla sul luogo di lavoro per proporle di uscire e di fronte alle resistenze di lei, timorosa di nuovi episodi di violenza sessuale, avevano minacciato di diffondere il contenuto di una cassetta che a loro dire riprendeva i rapporti sessuali con loro intercorsi. Di fronte ad un'ultima velata minaccia, rappresentata da una telefonata notturna anonima alla madre, in cui l'interlocutore diceva di stare visionando una cassetta pornografica con le prestazioni sessuali della figlia, la ragazza di era decisa a sporgere la denuncia-querela che aveva originato il processo. Contro la sentenza del Tribunale aveva proposto appello, relativamente alle statuizioni civili. la sola parte civile costituita Maria Teresa Di Napoli e in tale sede la Corte d'appello di Lecce, con sentenza del 12 gennaio 2005, in riforma di quella di primo grado, ha riconosciuto lo Scialpi e l'Erculeo responsabili agli effetti civili dei fatti loro contestati in danno della Di Napoli, dopo aver qualificato quello di cui al capo b come tentata violenza sessuale, condannandoli in solido al risarcimento dei danni alla parte civile, liquidati equitativamente in euro 50.000,00. Avverso tale sentenza propongono ricorso per cassazione lo Scialpi e l'Erculeo, con due ricorsi, redatti per ambedue da ognuno dei due difensori comuni. Col primo ricorso, l'avv. Mario Giraldi del Foro di Roma deduce, ai sensi dell'articolo 606 comma 1 lettera e Cpp, la manifesta illogicità della motivazione della sentenza, la quale, con l'adagiarsi illogicamente e aprioristicamente sulle argomentazioni dell'atto di appello della parte civile, avrebbe cosi omesso di evidenziare l'iter logico posto alla base del proprio apparato argomentativo nonché di saggiare criticamente la tenuta logica delle censure mosse in tale atto d' appello alla sentenza di primo grado. Altra censura viene poi formulata con riguardo all'articolo 192 Cpp, sostanzialmente per avere la Corte territoriale conferito piena attendibilità alle dichiarazioni della parte civile, pur contrastate da più elementi probatori, senza valutarle con estremo rigore e sottoporle a dettagliata verifica. In proposito la difesa fa particolare riferimento alle dichiarazioni, che la parte lesa avrebbe reso in versioni tra di loro diverse, in ordine alle modalità del suo denudamento prima del preteso stupro. Con l'altro ricorso, l'avv. Maurizio Massatani deduce la violazione di cui all'articolo 606, comma 1, lettera e Cpp anche in relazione al principio di cui all'articolo 192 Cpp, per travisamento della prova. Al riguardo, censura il fatto che la Corte abbia utilizzato, come indizio del fatto che l'Erculeo avrebbe nella vicenda assunto un ruolo dominante e come circostanza decisiva sul piano della ritenuta colpevolezza dello stesso, il materiale pretesamente pornografico forse anche minorile che era stato viceversa dal GIP espunto dal processo in quanto ritenuto irrilevante e non corpo di reato. E ancora, la Corte utilizza per sostenere l'attendibilità del narrato della parte lesa il fatto che, secondo il teste ispettore Serio, la stessa il 22 ottobre 1996, poco prima della denuncia, avrebbe ricevuto dal cellulare dell'Erculeo ben 14 telefonate in ore diverse della giornata, che avrebbero costituito la molla della denuncia, laddove si tratterebbe solo di quattordici tentativi di un'unica telefonata. L'episodio delle foto e dei filmati pretesi pornografici oltre a televisori, videoregistratori, etc. viene citato dalla sentenza anche per sostenere che la parte lesa era effettivamente spaventata delle minacce di diffondere la videocassetta inesistente come del resto rilevato dall'ispettore di polizia che ricevette la denuncia. Anche questa utilizzazione di materiale espunto dal giudizio sarebbe inammissibile. La Corte avrebbe ritenuto non attendibili due testi presenti alla prima pretesa violenza sulla base di considerazioni non pertinenti, in quanto derivanti da scelte difensive e trascurato altre testimonianze che provavano che tra le parti dopo la pretesa violenza erano proseguiti rapporti cordiali. Infine la Corte non aveva creduto in maniera apodittica alla tesi difensiva dell'Erculeo, secondo la quale l'esistenza della cassetta che ritraeva i rapporti sessuali degli imputati con la ragazza era stata inventata per frenare le minacce di vendetta formulate da questa a fronte del rifiuto opposto dagli imputati alla sua richiesta di un prestito al proprio datore di lavoro che si trovava in difficoltà e pertanto non pagava gli stipendi. Al riguardo, la Corte territoriale aveva affermato che non si poteva aver timore delle minacce della ragazzina diciottenne, ma non aveva tenuto conto che nella famiglia della stessa c>erano persone temibili e con precedenti penali, come del resto anche la Di Giovanni per emissione di assegni a vuoto. Con motivi aggiunti depositati il 21 novembre 2005 per l'udienza del 7 dicembre, poi rinviata, l'avv. Massatani ribadisce le proprie deduzioni difensive relativamente alla illegittima utilizzazione delle foto, videocassette etc. espunte a suo tempo dal processo e restituite dal Gip all'avente diritto, come argomento importante a sostegno della attendibilità della parte civile e per dedurne altresì la credibilità della stessa per il timore che la cassetta fosse vera, che l'aveva indotta alla denuncia. Con ulteriore memoria difensiva del 22 novembre 2005, sottoscritta da ambedue i difensori degli imputati, si censura - l'inversione dell'ordine logico del ragionamento fatto dalla Corte territoriale dal tentativo di seconda violenza sessuale alla prima violenza sessuale, per dedurre dal secondo episodio in ordine di tempo, quasi come inevitabile conseguenza logica, la prova della veridicità del primo, con una valutazione parcellizzata, parziale e a scaglioni delle dichiarazioni della presunta parte lesa - mancata completa considerazione delle contraddizioni nelle dichiarazioni della Di Napoli evidenziate dal Tribunale in primo grado a le due e addirittura tre versioni fornite dalla parte lesa, in denuncia-querela e sei anni dopo in dibattimento relativamente alle modalità con cui era stata spogliata nel corso dell'episodio della presunta violenza sessuale b il comportamento della donna il giorno successivo alla pretesa violenza che appare incompatibile con questa la Di Napoli ha infatti narrato che il giorno dopo i due pretesi violentatori erano andati a trovarla presso la lavanderia dove lei lavorava, per chiederle di uscire di nuovo con loro e lei invece di cacciarli, riferisce di aver detto non solo mi hai trattato cosi ieri sera, hai pure la faccia di venire stamattina , per poi dire loro, per liberarsene di fronte al proprio datore i lavoro, che si sarebbero sentiti per telefono. Ed anche il comportamento dei due sarebbe incomprensibile se successivo ad un episodio di violenza. Anche nei due mesi successivi i tre si erano telefonati spesso, si davano appuntamenti, si trattavano amichevolmente. c la denuncia-querela era stata irragionevolmente tardiva 22 settembre 1996, due mesi dopo il primo fatto, ma prima che il secondo continuasse fino al 5 ottobre , e la Corte aveva, in maniera contraddittoria giustificato il ritardo coi timore della minaccia relativa alle cassette e motivato la presentazione della denuncia con lo stesso fatto inoltre, la ragazza aveva dichiarato di essersi recata a fare la denuncia il giorno dopo che la madre aveva ricevuto una telefonata sulla video cassetta, telefonata che invece era stata intercettata sette giorni dopo, il 29 settembre d sarebbe illogico ritenere che la cassetta documentasse una violenza, volta che loro minacciavano di divulgarla e il Tribunale aveva rilevato il carattere amichevole e paritario di due telefonate, il 27 e il 29 settembre 1996 mentre la Corte territoriale ha ritenuto l'esistenza di un ricatto, fondando su elementi di riscontro inconsistenti o travisati, quali l'ispettore al quale lei fece la denuncia che dice che era spaventata sarebbe una semplice impressione e poi lo spavento può derivare da altro , le numerose telefonate dei due nei giorni precedenti e l'Erculeo il 22 già diversamente spiegate alla luce dei tabulati telefonici , la diversa spiegazione delle due telefonate ritenuta apoditticamente e immaginando toni e ritrosie sulla base della semplice lettura delle carte da parte della Corte, etc. f sulla base del credito di riscontro dato da tali circostanze inconsistenti o travisate alla credibilità delle dichiarazioni della pretesa parte lesa era poi derivata la conseguenza della credibilità anche delle dichiarazioni relative al primo episodio, per la inattendibilità delle dichiarazioni degli imputati, per il contenuto della telefonata di una amica il 4 ottobre al proprio fidanzato in cui dice di una sua amica che ha subito violenza e che la sera prima piangeva, desumendo il ruolo dominante dell'Erculeo dal preteso possesso di foto pornografiche e filmini. Con ulteriore memoria depositata il 24 aprile 2006, ai sensi dell'articolo 10, quinto comma della legge 46/2006, gli imputati ribadiscono, a mezzo dei loro difensori, che non è stata considerata dalla Corte territoriale una prova ritenuta assolutamente decisiva, rappresentata dalle dichiarazioni dei testimoni diversi da quelli presenti al primo episodio che hanno riferito di avere personalmente assistito ad incontri tra le parti successivi agli episodi di presunta violenza, costatando rapporti assolutamente sereni. All'udienza dell'11 maggio 2006, le parti hanno concluso come indicato in epigrafe e la difesa dei ricorrenti ha altresì eccepito la sopravvenuta inammissibilità dell'appello a suo tempo proposto dalla parte civile ai soli effetti civili avverso la sentenza di assoluzione di primo grado, ai sensi delle modifiche apportate al codice di rito dalla legge 46/2006, dichiarate applicabili anche ai processi in corso dall'articolo 10 della medesima legge. Motivi della decisione 1. Va preliminarmente affrontata la questione della pretesa sopravvenuta inammissibilità dell'appello della parte civile ai soli effetti civili avverso le sentenze di proscioglimento di primo grado proposta in udienza dalla difesa dei ricorrenti. L'eccezione parte dal presupposto che nel nuovo regime delle impugnazioni introdotto con la legge 46 quest'anno non vi sia più spazio per una tale forma di impugnazione della parte civile. Ed invero, nel testo del disegno di legge di iniziativa del deputato Pecorella in un primo tempo approvato dal Parlamento, l'esclusione per il Pm del potere di proporre appello avverso le sentenze di proscioglimento, stabilito dal nuovo testo dell'articolo 593 Cpp introdotto dall'articolo 1 del disegno di legge, si ripercuoteva altresì sulla posizione della parte civile per effetto della norma di cui all'articolo 576 Cpp, che manteneva fermo in materia di impugnazioni il principio secondo cui questa poteva proporre atti siffatti con il mezzo previsto per il Pm . L'esclusione era in qualche modo bilanciata dalla previsione di un nuovo testo dell'articolo 652 Cpp, secondo il quale la sentenza penale di assoluzione non ha effetto nei giudizi civili, salvo che la parte civile si sia costituita nel processo penale ed abbia presentato le conclusioni , potendo quindi la parte civile ritirarsi dal processo penale, a differenza da quanto stabilito nel testo originario della nonna, fino ad un momento prima delle conclusioni, per non pregiudicare i propri interessi patrimoniali. A seguito dei rilievi formulati anche in ordine alla possibile tutela in sede di processo penale degli interessi civili della vittima del reato dal Presidente della Repubblica nel messaggio motivato al Parlamento ai sensi dell'articolo 74, comma 1, Costituzione, le nonne citate sono state poi modificate è stata soppressa la proposta di modifica dell'articolo 652 Cpp mentre è stata incisa la disposizione generale in materia di impugnazioni della parte civile di cui all'articolo 576 Cpp, con l'espungere dalla nonna il collegamento del relativo potere con quello del Pm quanto ai mezzi e ai casi di impugnazione. Da quanto ripercorso risulta chiarissimo l'intento del legislatore, espresso senza riserve anche nei lavori parlamentari, di conservare il potere di impugnazione della parte civile in tutte le sue possibili espressioni salvo quello previsto dall'articolo 577 Cpp, norma che è stata infatti abrogata dall'articolo 9 della legge 46 , emancipandolo dalla dipendenza da quello del Pm che si andava limitando. Ma l'effettiva realizzazione, in concreto, di un tale risultato incontra una obiezione, rappresentata dalla considerazione della regola generale di tipicità che regge la materia delle impugnazioni. L'articolo 568, comma 1 Cpp stabilisce infatti che la legge stabilisce i casi nei quali i provvedimenti del giudice sono soggetti ad impugnazione e determina il mezzo con cuipossono essere impugnati . Orbene, poiché l'articolo 576 Cpp non specifica il mezzo di impugnazione consentito alla parte civile e il nuovo articolo 593 Cpp in materia di appello non si riferisce come del resto il vecchio testo che andava in quel quadro normativo integrato col precedente testo dell'articolo 576 Cpp alla parte civile, ciò sembrerebbe costituire ostacolo alla pur dichiarata volontà dei promotori della legge di mantenere il potere di appello della parte civile avverso le sentenze di proscioglimento. Si è già rilevato che la scansione della vicenda che ha portato alla approvazione del testo definitivo della legge costituisce un primo sostegno, sul piano interpretativo, al superamento dell'ostacolo, da relegare a mera imperfezione nella tecnica legislativa. Nella tesi opposta, del resto, la posizione della parte civile nel processo penale, a seguito della caduta della proposta di modificare l'articolo 652 Cpp, sarebbe addirittura peggiorata rispetto alla versione del disegno di legge approvata una prima volta dal Parlamento, contro i rilievi del Presidente della Repubblica e contro le dichiarazioni esplicite in sede di lavori parlamentari di adeguarvisi. Ancora, sul piano di una interpretazione costituzionalmente adeguata, è stata rilevata in dottrina la irragionevolezza di una scelta legislativa che da un lato ammette per il danneggiato la possibilità di diventare parte civile pur nel contesto di scelte che, in un modo o nell'altro, possono ritornargli a svantaggio e dall'altro gli preclude radicalmente la possibilità di appello delle sentenze di proscioglimento con possibili effetti sul livello minimo di garanzia della pretesa civilistica per danni derivanti da reato. Infine, appare notevolmente significativa l'assenza di una disciplina transitoria con riguardo agli appelli avverso le sentenze di proscioglimento già presentati dalla parte civile al momento dell'entrata in vigore della legge 46/2000 9 marzo 2006 . In presenza dell'affermazione di cui all'articolo 10, primo comma della legge 46, relativamente alla immediata applicazione delle nuove regole anche ai processi in corso, il silenzio serbato sull'argomento, a differenza di quanto previsto in maniera articolata nei commi successivi del medesimo articolo per gli appelli del Pm appare infatti indicativo della esclusione della parte civile dalle nonne che limitano il potere di proporre appello, concernenti solo il Pm. Del resto, l'opposta tesi realizzerebbe il maggior vulnus al principio di ragionevolezza maggiore di quello pur rilevato da altra dottrina come possibile effetto della interpretazione qui sostenuta e relativo alla incongruenza di un possibile accesso alla Cassazione differenziato tra Pm e parte civile, nei tempi e nei possibili esiti , dovendosi allora ritenere che, in assenza di una disciplina transitoria, l'immediata applicazione anche ai processi in corso della nuova disciplina comporterebbe per la parte civile la pronuncia secca di inammissibilità dell'appello proposto, in qualunque fase si trovi il relativo procedimento, senza alcuna possibilità di riformulare l'impugnazione in termini di ricorso per cassazione. Concludendo, alla luce del percorso di formazione della novella processuale indicata, delle intenzioni manifestate dal relatore del relativo disegno di legge e nei lavori parlamentari, del testo introdotto nella nonna generale in materia di impugnazioni della parte civile e di una lettura costituzionalmente orientata delle disposizioni, anche transitorie, della nuova legge relative alla posizione della parte civile nel processo penale, deve ritenersi che i poteri d'appello di quest'ultima avverso la sentenza di proscioglimento di primo grado siano rimasti con la riforma immutati salvo quanto già rilevato con riguardo all'abrogazione dell'articolo 577 Cpp, che peraltro riguarda ogni mezzo di impugnazione . Infine, va rilevato che, anche a volere interpretare la nuova normativa come escludente il potere della parte civile di proporre appello avverso le sentenze di proscioglimento, il principio tempus regit actum non potrebbe mai consentire il rilievo della inammissibilità dell'atto di appello della parte civile in una fase in cui il relativo procedimento ha già condotto, al momento dell'entrata in vigore della legge, ad una pronuncia su di esso e quindi, in ipotesi, nel grado ulteriore avanti alla Corte di cassazione, tale conseguenza essendo viceversa espressione di una regola di retroattività della legge processuale, che nel nostro Ordinamento deve essere specificatamente stabilita e adeguatamente articolata, il che non si è verificato con la legge citata. Ne consegue che la sentenza d'appello qui impugnata con ricorso per cassazione mantiene comunque la sua piena efficacia nel presente grado di giudizio, anche dopo la entrata in vigore della legge 46/2006. 2. Nel merito il ricorso è infondato. li Tribunale aveva ritenuto le dichiarazioni accusatorie della Di Napoli poco plausibili su taluni aspetti e contraddittorie nella versione resa in sede di denuncia e poi in quella in sede di esame dibattimentale. 1 giudici avevano anzitutto rilevato una importante discrasia tra la denuncia e le dichiarazioni della parte civile in dibattimento relativamente alle modalità con cui sarebbe stata denudata in occasione dell'episodio di denunciata violenza sessuale nel primo caso la Di Napoli aveva detto di indossare una camicetta chiusa nel davanti da bottoni, che gli imputati le avrebbero sfilato di dosso senza lacerarla nella seconda occasione aveva parlato di un abito che le era stato strappato di dosso dai due . Il Tribunale aveva poi rilevato il carattere insolito del comportamento della ragazza nei giorni successivi alla pretesa violenza, che avrebbe visto ripetutamente i due, li avrebbe ripetutamente sentiti per telefono, li avrebbe frequentati normalmente. E ancora, il Tribunale aveva ritenuto illogiche le dichiarazioni della ragazza a giustificazione della mancata tempestiva denuncia, da un canto legandola alle minacce ricevute e dall'altro, dichiarando di aver mutato idea a causa delle loro pressanti e minatorie richieste relativamente alla divulgazione di una cassetta che avrebbe ritratto i rapporti sessuali tra i tre. Del resto, se davvero violenza vi fosse stata nella notte del 15 luglio 1996, il Tribunale si chiede perché mai la ragazza avrebbe dovuto temere la divulgazione della cassetta che accusava i suoi violentatori. Infine, il Tribunale aveva rilevato, soprattutto dal contenuto di due telefonate captate il 27 e il 29 settembre 1996 la prima tra la Di Napoli e la madre e la seconda tra l'Erculeo e la ragazza , l'esistenza tra le parti di rapporti sereni , amichevoli , paritari che avrebbero reso non credibili le dichiarazioni accusatorie. La Corte d'appello ribalta, sia pure ai soli effetti civili, il contenuto dell'accertamento compiuto dai giudici di primo grado, attraverso una diversa valutazione delle emergenze dibattimentali, integrata dalla considerazione di fatti e circostanze che il Tribunale aveva trascurato o comunque sottovalutato, nel loro complesso concorrenti nel senso di dare pieno credito alle dichiarazioni accusatorie della Di Napoli, già di per sé ritenute attendibili, in ragione della loro coerenza interna. La motivazione di tale sentenza non merita le accuse di incompletezza, genericità e manifesta illogicità che le sono mosse dai ricorrenti, in quanto analizza tutti gli elementi emersi dal giudizio, valutandone la rilevanza e la significatività con considerazioni razionali, all'interno di un impianto argomentativo corretto e senza salti logici o incongruenze manifeste. I ricorrenti censurano anzitutto il fatto che l'analisi della sentenza muova dall'esame della seconda imputazione per poi trarre dalla pretesa prova di questa il convincimento della veridicità della prima accusa. Nella discussione orale è sembrato che la censura assumesse un aspetto più penetrante, attraverso la denuncia,del fatto che l'esame della seconda accusa da parte della Corte avrebbe espressamente portato la stessa a prescindere del tutto dall'esistenza della prima, per cui l'utilizzazione dei relativi risultati a conferma di questa sarebbe priva di una base concreta. Il che non corrisponderebbe a verità, in quanto la sentenza accantona momentaneamente solo l'argomento del modo, violento o meno, che aveva caratterizzato i rapporti sessuali tra i tre, la cui esistenza ritiene acquisita, anche alla stregua delle dichiara ioni degli imputati, che avevano riferito di un rapporto consenziente. Per il resto, l'alterazione della sequenza di analisi dei due episodi rispetto a quanto operato dalla sentenza di primo grado, non appare in alcun modo irragionevole nella ricostruzione dei significati possibili del materiale probatorio raccolto e non modifica in alcun modo le regole processuali relative alla necessità del sostegno probatorio per ogni ipotesi accusatoria e alla attribuzione del relativo onere. Scontata l'esistenza di rapporti sessuali intervenuti tra le parti e la prospettazione da parte degli imputati alla ragazza, per esercitare una qualche pressione sulla stessa, dell'esistenza di una cassetta che li ritraeva, ammessa dagli stessi imputati e in qualche modo risultante dalle intercettazioni, la Corte ha indagato circa il ruolo di tale prospettazione nella vicenda, analizzando le diverse versioni delle parti. Al riguardo, ha rilevato in maniera congrua che la versione degli imputati, i quali hanno comunque negato che la cassetta esistesse realmente, appariva incerta e incongrua essi, infatti in un primo momento avevano parlato di uno scherzo per poi ripiegare sulla versione della pressione esercitata sulla ragazza per evitare ritorsioni da parte sua a fronte di un loro rifiuto di un prestito al datore di lavoro della Di Napoli, in difficoltà anche nel pagare gli stipendi della stessa. Versione, quest'ultima, ritenuta dalla Corte territoriale, in maniera assolutamente ragionevole, fantasiosa anche alla luce della diversa età delle parti la ragazza aveva all'epoca diciotto anni e, ad es., l'Erculeo trentacinque ed era sottoufficiale di marina e senza riscontri concreti e pertanto rimasta a livello puramente labiale. La Corte ne ha ragionevolmente tratto un ulteriore elemento di convincimento della attendibilità al riguardo delle dichiarazioni della parte lesa che aveva riferito di forti e reiterate pressioni dei due per ottenere con lei nuovi incontri di intuibile natura carnale, sfociate poi nella minaccia di divulgare il contenuto di una cassetta che avrebbe ritratto i loro rapporti sessuali. L'ipotesi è stata altresì corroborata nelle argomentazioni della sentenza impugnata dall'episodio della telefonata notturna alla madre della ragazza del 27 settembre,, nel corso della quale una voce avrebbe affermato stiamo vedendo la cassetta pornografica di sua figlia Maria subito ritenuta dalla parte offesa, nella successiva captata telefonata con la madre, come proveniente da uno dei due. Il fatto che la ragazza avesse addotto un fatto simile come scatenante la sua decisione della denuncia-querela del 22 settembre precedente è stato poi ragionevolmente spiegato dalla Corte con la possibilità che le telefonate alla madre sull'argomento siano state più di una. In tale quadro di riferimento, si colloca poi con assoluta consequenzialità logica anche la ragionevole lettura data dalla Corte territoriale del contenuto riportato a pag. 7 della sentenza di primo grado e richiamato da quella di appello della telefonata intercettata il 29 settembre tra la ragazza e l'Erculeo, in termini di freddezza e ritrosia della prima di fronte alle richieste dell'altro di uscire, ma insieme di ansia di fronte alla dichiarazione dell'altro di essere in possesso della cassetta pretesamene sottratta all'amico , che lei cerca di ottenere ammorbidendo i toni colloquiali. Infine l'obiezione di ordine logico, formulata dalla difesa degli imputati e dalla sentenza di primo grado, secondo la quale se la cassetta avesse ripreso effettivamente la violenza, la ragazza non avrebbe avuto nulla da temere è stata efficacemente privata di significati decisivi con l'argomento non irragionevolmente che la ragazza non poteva essere certa di cosa era stato filmato, la ripresa potendo essere intervenuta dopo una prima resistenza, in una fase di abbandono della Di Napoli e comunque riprese filmate in condizioni abbastanza precarie non sempre esprimendo con assoluta precisione il significato di quanto è stato filmato. Sulla base di tali elementi e di altri di minore o minima rilevanza come lo spavento notato dall'ispettore Bruni che raccolse la denuncia querela della ragazza o il rinvenimento di televisori e videoregistratori nella stanza dove erano avvenuti i rapporti sessuali, che avrebbero confermato il convincimento della ragazza relativamente alla effettiva esistenza del filmato , la Corte conclude nel senso della piena attendibilità della Di Napoli con riguardo alle dichiarazioni accusatorie relative all'episodio delle minacce esercitate sulla ragazza per ottenere da lei nuove prestazioni sessuali. Non corrisponde peraltro pienamente a quanto effettivamente argomentato dalla Corte territoriale la denuncia formulata dai ricorrenti secondo cui questa avrebbe utilizzato tali risultati probatori in ordine al secondo episodio come elemento decisivo per radicare il proprio convincimento in ordine alla veridicità del primo episodio. Superato lo schermo di ragazza spregiudicata dedita all'inganno e all'intimidazione accreditato dagli imputati nelle difesa dalla seconda delle due accuse, la Corte ha infatti poi correttamente analizzato l'attendibilità delle dichiarazioni accusatorie della parte lesa anche quanto al primo episodio, rilevandone l'intrinseca coerenza logica, come del resto in ordine a tutto il comportamento tenuto dalla ragazza, contestando ad esempio che fosse censurabile come contraddittoria l'iniziale decisione di mantenere il silenzio su quanto accaduto per poi ripensarci di fronte alla persecuzione attuata dai due. Ribaltando poi l'obiezione formulata dalla difesa degli imputati secondo cui se effettivamente la cassetta avesse rappresentato la violenza, la minaccia di mostrarla non avrebbe senso la Corte territoriale ha formulato la considerazione altrettanto logica che se la ricorrente fosse stata sicura che la cassetta, rappresentava rapporti sessuali normali non avrebbe denunciato la violenza, neppure due mesi dopo dal suo verificarsi. La Corte ha quindi tratto ulteriori elementi di convincimento in ordine alla veridicità di quanto denunciato dalla ragazza, con riferimento al primo episodio, dalla inconsistenza dell'alibi cosi come rappresentato dai ricorrenti, e sostenuto da due testimoni che avevano dichiarato in dibattimento di avere assistito ai rapporti sessuali consenzienti tra i tre e che neppure il Tribunale ha ritenuto credibili, per non essere stati tali testimoni indicati subito dai due imputati, ristretti in situazione di custodia cautelare in carcere e per non avere in maniera assolutamente irragionevole essi stessi scagionato da subito i due amici, evitando loro il carcere e un lungo processo, rinviando le loro rivelazioni su quanto pretesamene visto di ben sei anni, alla sede dibattimentale. Ulteriore riscontro di quanto realmente avvenuto, la Corte ha poi tratto dalla intercettazione di una conversazione telefonica nel corso della quale una amica della Di Napoli chiedeva consiglio al proprio fidanzato poliziotto su come doveva comportarsi una ragazza di sua conoscenza che le aveva riferito piangendo di essere stata violentata da due ragazzi i quali le avevano fatto una cassetta e la volevano sputtanare . Non irragionevolmente, la Corte territoriale ha ritenuto tale conversazione autentica e indicativa di fatti realmente accaduti, per la drammaticità della conversazione e in ragione del fatto che nessuno dei personaggi coinvolti dal colloquio era a conoscenza che erano in corso intercettazioni telefoniche autorizzate dalla A.G. L'unico dato problematico rilevato dalla Corte dalla prospettazione difensiva dei ricorrenti nonché dalla sentenza di primo grado sul piano della attendibilità delle dichiarazioni della parte lesa in ordine all'episodio della violenza è rappresentato dalle modalità con le quali la ragazza aveva dichiarato di essere stata spogliata sfilandole la tunichetta leggera che indossava nella versione resa in sede di denuncia e strappandole il vestito di dosso in quella resa sei anni dopo in sede dibattimentale . Nella valutazione integrata dei vari dati emersi dall'istruttoria, la Corte ha ragionevolmente svalutato la rilevanza della discrasia, ritenuta, tutt'al più, l'enfatizzazione di un particolare e tenuta poi ferma dalla ragazza nel timore che un passo indietro indebolisse la sua credibilità. Infine anche la stranezza del comportamento tenuto dalle parti nella narrativa della parte lesa, secondo la quale i due sarebbero andati a trovarla nel luogo di lavoro il giorno dopo la violenza per farle nuove proposte è ragionevolmente spiegata dalla Corte che parla anche di rinnovo di minacce di tacere oltre che di proposte e che comunque, come già i giudici di primo grado, riferisce anche, nel narrato, di una reazione risentita della ragazza con riguardo a rapporti non desiderati del giorno precedente, poi attenuata dalla presenza del datore di lavoro. Restano da esaminare, tra le censure mosse alla sentenza dai ricorrenti, quella della inutilizzabilità del materiale pornografico, videoregistratori, etc. sequestrati nell'abitazione dell'Erculeo e dissequestrato dal Gip e quindi espunto dal processo nonché quella oggetto dell'ultima memoria relativa alla mancata considerazione da parte della Corte di una prova decisiva rappresentata dalle dichiarazioni dei testimoni che avrebbero affermato che i rapporti tra i ricorrenti e la parte lesa sarebbero proseguiti normalmente dopo la pretesa violenza. Quanto alla prima, va rilevato il fatto che il GIP abbia escluso che costituissero corpi di reato o cose attinenti al reato oggetto del presente procedimento foto, filmini, videoregistratori dell'Erculeo, quindi dissequestrandoli, appare del tutto logico e corretto, dopo che nessuno di essi riprendeva rapporti sessuali o foto della parte lesa ma ciò non esclude che l'esistenza di tale materiale e attrezzatura sia stata correttamente accertata in giudizio deposizione dell'isp. Grassi e quindi utilizzata dalla Corte territoriale, del resto come mera circostanza di contorno in ordine al ritenuto anche da altre fatti ruolo prevalente giocato nella vicenda dall'Erculeo nonché in ordine alla credibilità delle dichiarazioni della parte lesa, quanto al timore della ragazza di essere stata effettivamente ripresa. Quanto infine all'altra censura, va ricordato che secondo la giurisprudenza di questa Corte cfr., da ultimo, Cassazione Su 17050/06 per prova decisiva deve intendersi quella idonea a superare contrasti emergenti dall'acquisto quadro probatorio oppure atta di per sé ad inficiare l'efficacia dimostrativa di altra di sicuro segno contrario e non anche quella abbisognevole di compara ione con gli elementi già acquisiti per un confronto dialettico al fine di una ulteriore valutazione di quanto oggetto del giudizio. Sulla base di tale premessa, il Collegio valuta il fatto indicato come provato in giudizio come addirittura irrilevante nell'economia della motivazione della sentenza, che dà atto dell'oscillare del comportamento della ragazza tra la fuga di fronte alle reiterate ossessive richieste di incontro dei due, per il timore di nuovi rapporti sessuali non graditi e la costrizione a mostrarsi gentile e colloquiale per ottenere la restituzione della cassetta che avrebbe mostrato i rapporti sessuali tra lei e i ricorrenti. 3. Concludendo, alla luce delle considerazioni svolte, il ricorso va respinto, con la condanna dei ricorrenti al Pagamento delle spese processuali nonché a rimborsare alla parte civile le spese del grado, liquidate in dispositivo. PQM La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali e di quelle di parte civile, che liquida per il presente grado di giudizio in complessivi euro 3000 oltre accessori di legge.