La cosmesi contabile non è ravvedimento operoso

I giudici di piazza Cavour chiariscono le linee guida della dichiarazione integrativa deve contenere un adeguamento ad un volume di affari maggiore o a un minor totale di acquisti con effetti positivi per l'erario

La Cassazione fornisce il vademecum della dichiarazione integrativa. È valida quando contiene un adeguamento della dichiarazione originaria, constata con processo verbale della guardia di finanza, e non quando riporta una correzione di acquisti in aumento o di errori contabili. Con la sentenza 15115/06 - depositata il 30 giugno scorso e qui leggibile tra gli allegati - la Suprema corte, infatti, ha segnato il confine fra un ravvedimento operoso valido e un mero rimescolamento delle carte . Respingendo il ricorso di un contribuente al quale era stato notificato, dopo alcuni accertamenti delle fiamme gialle, un avviso di rettifica ai fini Iva nel quale si contestava l'omessa annotazione di fatture, i giudici del Palazzaccio hanno aderito alla teoria dell'amministrazione finanziaria sui requisiti del ravvedimento operoso. Quest'ultima, in tutti e tre i gradi del giudizio, ha sostenuto che l'ambito applicativo del ravvedimento operoso deve intendersi come un adeguamento della dichiarazione originaria ad un volume di affari maggiore o ad un minore totale di acquisti, constatati con processo verbale e non come una correzione di acquisti in aumento o di errori contabili quali erano l'errato riporto di credito . Del tutto valida, secondo il Collegio, la decisione della commissione tributaria regionale che, pure, aveva ritenuto illegittima la dichiarazione integrativa. Sono quindi illegittime, hanno scritto i magistrati, le cosiddette operazioni di cosmesi contabile . Non è tutto. Gli innumerevoli condoni o sanatorie fiscali, che periodicamente allietano i nostri impuniti evasori , si legge nella sentenza di merito, tendono all'unico scopo di porre termine alle controversie, incoraggiando questi ultimi a versare una piccola parte di quanto dovuto, venendo così incontro alle necessità di pronta cassa del fisco. Se, al contrario, fosse consentito rimescolare semplicemente le carte, senza nulla versare nelle esauste casse dell'erario, questo vedrebbe a frustrare le sue aspettative . In altre parole, l'ambito applicativo del ravvedimento operoso deve intendersi come adeguamento della dichiarazione originaria ad un volume di affari maggiore o a un minore totale di acquisti, e non come una correzione indicante fatture di maggiori acquisti. Sulla base di questi motivi il ricorso in sede di legittimità è stato respinto e il contribuente condannato al pagamento di tutte le spese processuali.

Cassazione - Sezione quinta civile - sentenza 16 marzo - 30 giugno 2006, n. 15115 Presidente Saccucci - relatore D'Alonzo Ricorrente Piffer - controricorrente ministero dell'Economia e delle finanze Svolgimento del processo Con ricorso notificato al ministero delle Finanze con plico postale spedito il 12 ottobre 2000 e pervenuto il 18 ottobre 2000 depositato il 27 ottobre 2000 , Piffer Erminio - premesso che 1 il 5 settembre 1994 l' Ufficio IVA di Trento, in seguito a verifica della Guardia di Finanza, gli aveva notificato avviso di rettifica. riferito all' anno 1991 nel quale venivano contestate a l' omessa annotazione di fatture di fornitori e b P omessa registrazione di corrispettivi presunti calcolati applicando una percentuale di ricarico sulle predette -fatture passive non annotate 2 in detto avviso si era dato atto che egli aveva presentato dichiarazione integrativa e versato . 38.334.000 ma si era precisato che il ravvedimento operoso era invalido assumendosi che ai sensi dell' articolo 48, primo comma, Dpr 633/72 l' ambito applicativo del ravvedimento operoso deve intendersi come un adeguamento della dichiarazione originaria ad un volume di affari maggiore o ad un minore totale acquisti, constatati con processo verbale, e non come una correzione di acquisti in aumento o di errori contabili quali erano l' errato riporto di credito -, in forza di quattro motivi chiedeva di cassare con ogni conseguenziale provvedimento la sentenza n. 43/01/99 depositata l'11 agosto 1999 dalla Commissione Tributaria Regionale del Trentino Alto Adìge la quale aveva accolto il gravame proposto dall' Amministrazione Finanziaria contro la decisione n. 274/06/97 con cui la Commissione Tributaria Provinciale di Trento qualificando come operazioni imponibili quelle elencate nel ravvedimento operoso ritenendo non provata la successiva rivendita del materiale il cui acquisto non era stato annotato e confermando la indetraibilità degli acquisti aveva recapito il ricorso da lui avanzato avverso detto avviso. Nel controricorso notificato il 24 novembre 2000 depositato il 5 dicembre 2000 il Ministero intimato Instava per il rigetto dell'avversa impugnazione, con ogni conseguente statuizione, anche in ordine alle spese di lite . Motivi della decisione 1. Con la decisione gravata la Commissione Tributaria Regionale - premesso che 1 a seguito di verifica della Polizia tributaria , l' Ufficio aveva contestato al Piffer come infrazioni all'IVA , a l' omessa annotazione di n. 22 fatture passive , b l' omessa registrazione di corrispettivi e c la presentazione di dichiarazione annuale infedele per omessa registrazione di corrispettivi ed esposizione di un credito inesistente 2 il 5 marzo 1993 il contribuente come dato atto dall' Amministrazione , a verifica in corso , aveva presentato dichiarazione integrativa ai sensi dell'articolo 3, comma 10, del Dl 16/1993 ravvedimento operoso con la quale lo stesso non aveva incrementato i ricavi, ma esposto maggiori acquisti e corretto l' errato riporto del credito 3 Il avviso di rettifica non aveva ritenuto valido tale ravvedimento perché non sanava omissioni o irregolarità relative ad operazioni imponibili , cioè ad un maggior imponibile , e pertanto l'Amministrazione aveva recuperato a tassazione il maggior imponibile e irrogato le relative sanzioni 4 nell' impugnare tale provvedimento il Piffer aveva sostenuto a che l' articolo 48 del Dpr n. 633/72 può essere interpretato nel senso che il ravvedimento operoso è valido sia nel caso le variazioni in aumento consistano in integrazione di operazioni imponibili, sia se le stesse si sostanziano in rettifiche delle detrazioni operate e, circa l'omessa registrazione di corrispettivi , b che l' equazione acquisti non annotati=ricavi non annotati era viziata, in quanto non era stato effettuato un riscontro fisico sulla presenza o meno delle merci nel luogo ove si svolgeva l'attività dell' azienda 5 la commissione di primo grado aveva ritenuto valide le argomentazioni del contribuente 6 l'Ufficio, ricordato che l' appellato, per gli anni dal 1985 al 1990, è stato evasore totale , aveva dedotto nell' appello a che quanto al ravvedimento operoso, ribadi va le tesi esposte nel corso del giudizio di primo grado b che sui corrispettivi non annotati, il contribuente e la Commissione di primo grado hanno confuso la presunzione di cui all' articolo 54 richiamato espressamente nella motivazione del provvedimento contestato con la presunzione legale di cui al precedente articolo 53 del medesimo Dpr 633/72 e non considerato I fatti noti o di comune esperienza, sui quali, a mente dell' articolo 2727 Cc, l'Ufficio ha basato il suo provvedimento c Il errore materIale dei giudici di primo grado, i quali hanno affermato che manca l'inventarlo fisico e d l' impossibilità, per l'Amministrazione, di calcolare le rimanenze iniziali del 1991, dal momento che il contribuente, fino al 1990, era evasore totale - ha accolto l' appello dell' Ufficio osservando - in ordine alla prima doglianza , concernente l'interpretazione dell' articolo 48 Dpr 633/72, che la sanatoria introdotta dall' articolo 3, comma 10, del Dl 16/1993 può avere un senso solo se interpretato in modo da assicurare al fisco una maggiore imposta dovuta o per versare imposta detratta indebitamente perché, in caso contrario, come operato nella fattispecie dal contribuente, il tutto si risolverebbe in una operazione di cosmesi contab le gli innumerevoli condoni o sanatorie fiscali, che periodicamente allietano i nostri impuniti evasori, tendono all' unico scopo di porre termine alle controversie, incoraggiando questi ultimi a versare una piccola parte di quanto dovuto, venendo cosI incontro alle necessità di pronta cassa del fisco se, al contrario, fosse consentito rimescolare semplicemente le carte, senza nulla versare nelle esauste casse dell'erario, questo vedrebbe frustate le sue aspettative - circa il secondo motivo di gravame , concernente la presunzione da cui è partita l'Amministrazione finanziaria , che giustamente quest' ultima eccepisce di essersi basata sulle presunzioni di cui all' articolo 54 del citato Dpr 633/72 e non già sulla c.d. presunzione legale di cui al precedente articolo 53 perché l' elenco di fatti noti o notori, contenuti nell' atto di appello, sui quali l'ufficio si è basato per risalire, a norma dell' articolo 2727 Cc, ad un fatto ignoto, è sufficientemente convincente - sull' ultimo motivo di gravame rivendita del materiale acquistato , che contrariamente a quanto ritenuto dai primi giudici, il verbale di constatazione conteneva un inventarlo, sia perché era impossibile, per gli organi accertatori, procedere ad un calcolo dei movimenti di magazzino, dal momento che il contribuente, fino al 1990 era evasore totale e, quindi, mancavano le rimanenze iniziali del 1991 . 2. Con il primo motivo di ricorso il contribuente - ricordato che per l' Ufficio I.V.A. il versamento effettuato prima dell'avviso di rettifica non poteva qualificarsi come ravvedimento operoso con effetti estintivi in quanto non comportante delle operazioni imponibili - lamenta, in relazione all' articolo 360, nn. 3 e5 Cpc, violazione e falsa applicazione dell'articolo 3 del Dl 16/1993 convertito nella legge 75/1993 nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia adducendo che, poiché il ravvedimento operoso costituisce uno strumento di patteggiamento ordinario utilizzabile sia per correggere errori che per integrare omissioni nei limiti dell' articolo 48 del Dpr 633/72 [la cui ratio civile fiscale è rappresentata dalla necessità di far confluire denaro nelle l'esauste casse dello Stato , nel caso tale finalità può dirsi sicuramente raggiunta atteso che l' elisione del credito originariamente esposto per l'anno antecedente ha comportato un incremento delle operazioni imponibili, se non direttamente, indirettamente, tanto da determinare il versamento di . 25.120.000 a titolo di imposta nelle casse dello Stato . Il ricorrente, quindi, osserva, in ordine alla differenza degli effetti che si possono produrre con la presentazione del ravvedimento operoso , che mentre nel campo penale la non punibilità scatta esclusivamente in presenza di un ravvedimento operoso presentato prima che venga constatata la violazione o l' inizio delle ispezioni o delle verifiche, di cui al successivo articolo 52 del medesimo Dpr , tale necessità non sussiste perchè si verifichino gli effetti amministrativi di cui Al Dl 16/1993 in quanto tale ultimo ne ha espressamente consentito la presentazione anche successivamente alla notifica del verbale di constatazione da parte dell' Amministrazione Finanziaria purché prima dell' avviso di rettifica o liquidazione avendo l'articolo 3, decimo comma, della legge 75/1993 esteso il beneficio del ravvedimento di cui all'articolo 48 del Dpr 633/72 anche se sono stati notificati verbali di constatazione da parte dell' Amministrazione finanziaria con ciò estendendo il campo di azione del ravvedimento precedentemente previsto . 3. Con il secondo. motivo di ricorso il PIFFER - assumendo che il giudice a quo ha fatto propria l'interpretazione fornita dall'Ufficio secondo la quale la dichiarazione integrativa, per rilevare agli effetti della rettifica, avrebbe dovuto comportare il riconoscimento di un volume d' affari maggiore o di un totale acquisti minore mentre egli ha denunziato maggiori acquisti e stralciato Il credito d' imposta derivante dall' anno 1990, in precedenza esposto - lamenta, ancora in relazione all' articolo 360, nn. 3 e 5, Cpc, violazione e falsa applicazione dell'articolo 49 del Dpr 33/1972 nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia assumendo che l' applicazione di tale norma non può ritenersi limitata alle ipotesi dell' aumento del volume d'affari o della riduzione del totale acquisti originariamente dichiarato perché le operazioni imponibili da essa norma considerate sono tutte quelle la cui effettuazione determina il sorgere dell' obbligazione tributaria relativa risultando indifferente, a questi fini, la debenza o meno della stessa per cui devono essere qualificate come imponibili anche le operazioni esenti ovvero escluse quelle fuori campo IVA . , Il contribuente, in tutti i modi , aggiunge che la sentenza impugnata - pur condividendo il suo assunto or ginario con il ritenere rilevante la dichiarazione integrativa purché comporti il riconoscimento della debenza di una maggiore imposta, e quindi in concreto assicuri all' erario una entrata, come ciò è effettivamente avvenuto - ha accolto l'appello dell' Ufficio sul presupposto che nella fattispecie la dichiarazione integrativa si sarebbe risolta in una pura operazione di cosmesi contabile, ovvero in un semplIce, rimescolamento delle carte, non comportante per l'erario alcuna entrata , ma non ha spiegato a per quale ragione la eliminazione, nella denuncia integrativa, di un credito d' imposta in precedenza esposto sarebbe una operazione puramente contabile, non riflettentesi sulle operazioni imponibili, ovvero sul debito d' imposta e b perché il versamento onnicomprensivo di lire 38.334.000 da lui effettuato, riconosciuto dall' Ufficio nell' avviso di accertamento impugnato .ed in ordine, al quale nessuna contestazione l' Ufficio aveva mosso in causa, limitandosi a sostenerne la non incidenza sulla rettifica , non avrebbe comportato entrata per l'erario , con conseguente contraddittorietà dei ragionamento e dell' applicazione delle norme invocate . 4. Gli esposti motivi - il cui esame congiunto è imposto dal formale rinvio all' articolo 48 Dpr 633/72 la cui violazione e falsa applicazione è censurata con il secondo motivo operato dall' articolo 3, comma 10 del Dl 16/1993 convertito nella legge 75/1993 la violazione e falsa applicazione del quale costituisce oggetto del primo motivo di ricorso -debbono essere disattesi perché privi di pregio. A. Prima di procedere all' esame dì tali motivi è opportuno ricordare e precisare che il vizio di violazione e falsa applicazione di norme di diritto articolo 360, primo comma, n. 3, Cpc consiste Cassazione, 15499/04 nella deduzione dì un' erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa di qui la funzione di' assicurare l' uniforme interpretazione della legge assegnata a questa Corte dall' articolo 65 RD 30 gennaio 1941 n. 12 mentre l'allegazione di un' erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all' esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l' aspetto del vizio di motivazione il discrimine tra l'una e l'altra ipotesi violazione di legge in senso proprio a causa dell' erronea ricognizione dell' astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta è segnato, in modo evidente, dal fatto che solo quest'ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contentata valutazione delle risultanze di causa detto vizio, giusta il disposto di cui all' articolo 366, primo comma, n. 4, Cpc deve essere, a pena d'inammissibilità Cassazione, seconda, 12 febbraio 2004 n. 2707 id., seconda, 26 gennaio 2004 n. 1317 , dedotto mediante la specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che motivatamente si assumano in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie o con l' interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina, non risultando altrimenti consentito a questa Corte di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione il vizio di omessa od insaufficiente motivazione, denunciabile con il ricorso per cassazione ai sensi dell' articolo 360 n. 5 Cpc, poi, sussiste soltanto quando nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile una obiettiva deficienza del criterio logico che lo ha condotto alla formazione del proprio convincimento, mentre il vizio di contraddittoria motivazione presuppone che le ragioni poste a fondamento della decisione risultino sostanzialmente contrastanti in guisa da elidersi a vicenda e da non consentire l'individuazione della ratio decidendi, e cioè l' identificazione del procedimento logico giuridico posto a base della decisione adottata Cassazione, lav., 12 agosto 2004 n. 15693 id., lav., 9 agosto 2004 n. 15355 questi vizi motivazionali, però, non possono consistere nella difformità dell' apprezzamento dei fatti e delle prove dato dal giudice del merito rispetto a quello preteso dalla parte perché spetta solo a detto giudice 1 individuare le fonti del proprio convincimento, 2 valutare le prove, 3 controllarne l'attendibilità e la concludenza, 4 scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, 5 dare prevalenza all' uno o all' altro mezzo di prova, salvo i casi non ricorrenti nella specie tassativamente previsti dalla legge in cui è assegnato alla prova un valore legale vizio di omessa motivazione, formulata congiuntamente con la denunzia di motivazione insufficiente o contraddittoria, inoltre, è affetta da insanabile contrasto logico, non potendo il primo di tali vizi coesistere con gli altri, in quanto, come desumibile dalla formulazione alternativa e non congiuntiva delle ipotesi in questione contemplate nell' articolo 360, comma 1 n. 5, CPC, una motivazione mancante non può essere insufficiente o contraddittoria, mentre l' insufficienza e la contraddittorietà presuppongono che una motivazione, della quale appunto ci si duole, risulti comunque formulata Cassazione, 11, 26 gennaio 2004 n. 1317 id., trib., 16 gennaio 2004 n. 584 id., 111, 10 novembre 2003 n. 16825 . - il ricorrente che nel giudizio dì legittimità deduca l' omessa o insufficiente motivazione della sentenza impugnata per mancata o erronea valutazione di alcune risultanze probatorie ha l'onere, in virtù del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione articolo 366 Cpc , di specificare, trascrivendole integralmente, le prove non valutate o mal valutate, nonché di indicare le ragioni del carattere decisivo delle stesse atteso che il mancato esame di una o più risultanze processuali può dar luogo al vizio di omessa o insufficiente motivazione unicamente se quelle risultanze processualì non valutate o mal valutate siano tali da invalidare I'efficacia probatoria delle altre sulle quali il convincimento si è formato, onde la rat o decidendi venga a trovarsi priva di base Cassazione, seconda, 17 febbraio 2004 n. 3004 . B. Nel caso, la complessiva doglianza costituente oggetto dei motivi in esame si fonda unicamente sul preteso raggiungimento, con la dichiarazione integrativa presentata ed il conseguente versamento di danaro effettuato, della finalità far confluire denaro nelle esauste casse dello Stato asseritamene perseguita dalle norme che si assumono violate ma non contiene né l'indicazione dell'interpretazione delle denunziate norme di legge compiuta dal giudice del merito o, comunque. sottesa alla decisione di quello, che si ritiene erronea in diritto né, comunque, la esposizione dell' interpretazione delle predette norme fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina o, comunque, proposta o propugnata dalla parte, tale da infirmare la decisione impugnata ed idonea, comunque attesa la necessità che il vizio sia rilevante ai fini della soluzione della controversia , a determinare una decisione in qualche misura, anche parziale, più favorevole al ricorrente. La mera allegazione dell' addotta generica finalità, invero, non costituisce affatto interpretazione giuridica delle dette norme perché non contiene l'individuazione delle condizioni e dei limitii dalla complessiva fattispecie dalle stesse prevista per il conseguimento di detta finalità né, di conseguenza, la motivata esposizione dei rispetto, da parte del ricorrente, di detti limiti e condizioni. C. L'articolo 3 D.L. 23 gennaio 1993 n. 16 convertito nella legge 24 marzo 1993 n. 75 , invero, per quanto concerne specificamente l'imposta sul valore aggiunto IVA , al suo decimo comma prevede che le disposizioni di cui all'articolo 48, primo comma, del DPR 26 ottobre 1972, n. 633 e successive modificazioni, risultanti dalle modificazioni apportate con l'articolo 14 della legge 29 dicembre 1990, n. 408, sì applicano con gli effetti previsti dell'ultimo comma dei citato articolo 14, per la integrazione delle dichiarazioni presentate, ai fini dell'imposta sul valore aggiunto, per il primo periodo di imposta successivo a quelli per i quali il contribuente poteva avvalersi delle disposizioni previste dal titolo VI della citata legge 413/91, anche se sono stati notificati gli inviti e le richieste di cui all'articolo 32 del citato Dpr 600/73, ovvero anche se sono stati notificati verbali di constatazione da parte dell'Amministrazione finanziaria omissis . L'applicabilità dell'articolo 48, primo comma, del Dpr 633/72 e successive modificazioni, risultanti dalle modificazioni apportate con l'articolo 14 della legge 408/90 prevista dall' art 3, imponeva quindi al contribuente un' esegesi puntuale i quella norma e della sua complessiva latitudine nonché una precisa esposizione della fattispecie concreta, necessaria per consentire a questa Corte di verificare la sussumibilità di questa nella prima in particolare il contribuente avrebbe dovuto dedurre, illustrare e motivare il punto focale della questione, costituito dagli effetti - pretesamente in toto elidenti gli specifici rilievi omessa annotazione di fatture di fornitori omessa registrazione di corrispettivi presunti calcolati applicando una percentuale di ricarico sulle predette fatture passive non annotate poi trasfusi nell' avviso di accertamento impugnato - della regolarizzazione operata, senza tener conto di quei rilievi, nella dichiarazione integrativa ex articolo 3 detto, presentata per maggiori acquisti e per un errore contabile , cioè per irregolarità diverso da quelle contestate dall' Ufficio. D. Il senso e la funzione complessivamente svolti e perseguiti dal. comma decimo dell' articolo 3 surrichiamato, invero, tenuto conto del suo contenuto logico e della sua formulazione testuale, vanno limitati alla produzione degli effetti specifici previsti dall' ambito di applicazione dell' articolo 48 Dpr 633/72 al quale rinvia, quindi vanno.intesi esclusivamente come possibilità offerta al contribuente di fruire delle circostanze attenuanti ed esimenti disciplinate da detta norma sull' IVA e non pure come sostenuto, in fondo, dal ricorrente quale condono di ogni e qualsiasi accertamento tributario interessante detta imposta gli adempimenti omessi o irregolarmente eseguiti considerati dal primo comma dell'articolo 48, invero, concernono ciascuna operazione imponibile e gli effetti previsti dalla norma si producono soltanto per l'operazione imponibile regolarizzata la regolarizzazione di un adempimento relativo ad una operazione, quindi, non produce effetti su di una operazione diversa atteso il collegamento percentuale che la norma pone tra misura della soprattassa ridotta e l' imposta relativa alle operazioni regolarizzate . In base a tali considerazioni la tesi dell' Amministrazione Finanziaria - secondo la quale l'ambito applicativo del ravvedimento operoso deve intendersi come un adeguamento della dichiarazione originaria ad un volume di affari maggiore o ad un minore totale acquisti, constatati con processo verbale, e non come una correzione dì acquisti in aumento o di errori contabili quali erano l' errato riporto di credito -, seguita dal giudice a quo laddove ha statuito che la sanatoria introdotta dall' articolo 3, comma 10, del Dl 16/1993 può avere un senso solo se interpretato in modo da assicurare al fisco una maggiore imposta dovuta o per versare imposta detratta indebitamente , si palesa del tutto conforme all' esposta esegesi normativa ed evidenzia l'infondatezza della complessiva censura testé esaminata. 4. Con il terzo motivo di ricorso il contribuente premesso che l' Ufficio, una volta accertata l'omessa annotazione di alcuni acquisti , ha contestato omessa registrazione di corrispettivi che sarebbero stati incassati a seguito della vendita dei beni non annotati affermando- apoditticamente che i fatti elencati hanno realizzato i presupposti di cui all' articolo 54 del Dpr 633/72 che individua determinate situazioni come fonte di presunzioni - adduce, in relazione all' articolo 360 nn. 3 e 5 Cpc, violazione e falsa applicazione degli artt. 53 e 54 del Dpr 633/72 nonché dell' articolo 2667 recte, 2697 e segg. Cc oltre che omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia sostenendo che il giudice di appello, pur specificando il Dl 16/1993 che le presunzioni dette devono essere gravi, precise e concordanti tali che partendo da un fatto noto o non contestato portino ad un fatto ignorato attraverso un procedimento logico , non ha svolto alcuna motivazione per suffragare la tesi dell' Ufficio I.V.A. ma ha semplicemente affermato che l'elenco di fatti noti o notori, contenuti nell'atto di appello, sui quali l'ufficio si è basato per risalire, a norma dell'articolo 2727 Cc, ad un fatto ignoto, è sufficientemente sic! convincente mentre dalla elencazione contenuta nell' atto di appello dell' Ufficio I.V.A. non è dato desumere alcun elemento né se i beni mancavano o erano ancora esistenti in magazzino né relativo alla quantificazione del ricavo ciò che impedisce in radice di determinare il volume di corrispettivi non dichiarati questa difficoltà è ammessa dallo stesso Ufficio e, ciò che è evidente, impedisce di quantificare l'omissione . Il contribuente aggiunge, ancora, che l' elemento del ricarico 33% sui beni non annotati, in particolare, costituisce non un fatto noto ma un' ulteriore presunzione dalla qual e non si può partire attesa la eterogeneltà dei beni di cui alle fatture non registrate per cui la fissazione di un margine di ricarico, nemmeno in contraddittorio con il contribuente, non può considerarsi il fatto noto sul quale fondare la presunzione , con la conseguenza che 1 l' impedimento a valersi di quei fatti come fonte di presunzioni ha determinato l'applicazione dei canoni generali dell' onere della prova ex articolo 2967 c. c. che pone a carico dell' Ufficio l'onere di provare la mancanza dei beni non registrati alla fine dell' esercizio e 2 tale onere, come riconosciuto dallo stesso Ufficio, non è stato sicuramente assolto con conseguente impossibilità di avvalersi anche delle presunzioni di cui all' articolo 53 del Dpr 633/72 in quanto non è stata accertata l' esistenza o meno dei beni non registrati e conseguente impossibilità di presumerne la cessione . Secondo il Piffer, quindi, poiché la presunzione di cessione dei beni, cui all' articolo 53 del citato Dpr scatta unicamente se gli stessi non si rinvengono nei luoghi in cui il contribuente esercita la sua attività , I' avviso di rettifica deve ritenersi illegittimo in conseguenza di quanto sopra . Il motivo va respinto perché privo di pregio in entrambi i suoi profili. A. Il Piffer, come riportato, contesta unicamente che dalla elencazione contenuta nell' atto di appello dell' Ufficio I.V.A. non è dato desumere alcun elemento né se i beni mancavano o erano ancora esistenti in magazzino né relativo alla quantificazione del ricavo ciò che impedisce in radice di determinare il volume di corrispettivi non dichiarati da tanto si deduce che il contribuente non contesta affatto la circostanza, addotta dall' Ufficio e costituente il presupposto logico indefettibile della sentenza gravata, che sia stata accertata l'omessa annotazione di alcuni acquisti . B. Ciò posto, si deve evidenziare, poi, che il contribuente deduce ma non illustra come impongono i principi anteposti all' esame dei precedenti due motivi di ricorso quali siano in diritto le affermazione sottostanti la sentenza impugnata che si traducano in violazione e/o falsa applicazione delle norme di legge da lui indicate la complessiva doglianza, invece, sì risolve, innanzi tutto, nella denunzia di un vizio attinente esclusivamente all' accertamento fattuale, proprio del giudice del merito, in ordine alla prova presuntiva , della avvenuta vendita dei beni non annotati tale denunzia, però, manifesta esclusivamente il dissenso della parte sulla contraria valutazione espressa dal giudice di appello perché non è supportata dalla evidenziazione di nessun vizio logico nel ragionamento di quel giudice I'elenco di fatti noti o notori sui quali l'Ufficio si è basato è sufficientemente convincente e in violazione dell' articolo 366 Cpc risulta del tutto carente nella esposizione dei necessari elementi di fatto non essendo stato riprodotto il contenuto dell' elenco detto, la cui valutazione viene contestata. Il convincimento in ordine alla avvenuta cessione dei beni non annotati, espresso dal giudice a quo, inoltre. si palesa del tutto logico in considerazione del fatto che il contribuente non ha neppure allegato di aver mai annotato i movimenti relativi a tali beni nelle proprie scritture contabili per cui, una volta accertato l' ingresso del bene nell' attività, era onere del contribuente stesso provare, sulla scorta di dette scritture, che quel bene non era stato alienato. C. La questione relativa all' elemento di ricarico 33% sul beni non annotati , infine, non trova nessun riscontro nella sentenza impugnata essa, quindi, deve ritenersi inammissibile siccome proposta per la prima volta innanzi a questo giudice di legittimità, non avendo il contribuente dedotto, in ordine alla stessa, nessun vizio di omessa pronuncia. 5. Con il quarto ed ultimo motivo il ricorrente lamenta omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia assumendo che la sentenza censurata, pur partendo da una condivisibile affermazione di principio attinente alla ratio del ravvedimento operoso porre fine alle controversie incoraggiando il versamento di una piccola parte di quanto dovuto , ha accolto il ricorso dell' Amministrazione Finanziaria sulla base dell' erroneo presupposto di fatto che il contribuente non ha versato nulla senza nulla versare nelle esauste casse dello stato mentre risulta dallo stesso atto di rettifica impugnato che egli con il ravvedimento operoso ha effettuato un cospicuo versamento a titolo di imposta e precisamente di lire 25.120.000 oltre a Lire 2.261.000 a titolo di interessi e Lire 10.952.400 a titolo di sopratassa con ciò comportando tutti gli effetti previsti dalla legge sia gli effetti amministrativi sia quelli penali . L'infondatezza del motivo discende dalle considerazioni. volte nell' esame dei primi due motivi di ricorso circa la inidoneità del versamento di somme effettuato per conseguire gli effetti del ravvedimento operoso per titoli diversi a paralizzare la pretesa fiscale dell'Amministrazione Finanziaria fondata su titoli. in ordine ai quali non vi è stato lo stesso ravvedimento . 6. Per la sua totale soccombenza il ricorrente, ai sensi dell'articolo 91 Cpc, deve essere condannato a rifondere al ministero le spese del presente giudizio di legittimità, liquidate nella misura indicata in dispositivo. PQM La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rifondere al Ministero le spese del giudizio di legittimità che liquida in complessivi euro 1.200,00 milleduecento/O0 , di cui euro 1.100,00 millecento/O0 per onorari, oltre spese generali ed accessori di legge.