Mobilità: è il luogo di lavoro a incidere sui termini di iscrizione

Per la maggiore permanenza in lista ciò che conta è la zona svantaggiata di impiego, indipendentemente dalla sede dell'impresa

Liste di mobilità la maggiorazione del periodo di iscrizione spetta ai lavoratori impiegati in zone svantaggiate , indipendentemente dalla sede dell'impresa. Ad affermarlo sono state le Sezioni unite civili della Cassazione nella sentenza 11326/05, depositata il 30 maggio scorso e qui integralmente leggibile tra i documenti correlati. Il fatto Un dipendente di oltre 40 anni, impiegato nella società Negozi Richard Ginori presso la filiale di Catania, è stato licenziato per riduzione di personale e collocato in mobilità per un periodo di 24 mesi, con attribuzione della relativa indennità. L'impiegato ha chiesto all'Inps di riconoscere il suo diritto a fruire della maggiorazione di dodici mesi del periodo di iscrizione nelle liste di mobilità, in base all'articolo 7 della legge 223/91 secondo cui nelle aeree svantaggiate risultanti dal decreto presidenziale 218/78 tale periodo è elevato a trentasei mesi per i lavoratori che hanno compiuto i quaranta anni . L'Istituto di previdenza non ha accolto la richiesta, motivando il rigetto con il fatto che la sede della società non era nel Mezzogiorno, ma a Milano. Il dipendente allora ha deciso di rivolgersi alla magistratura sia il Tribunale che la Corte d'appello di Catania hanno riconosciuto il diritto del lavoratore a beneficiare della maggiorazione del periodo di mobilità, affermando che in mancanza di indicazioni desumibili dal testo letterale della norma di legge, occorreva interpretarla facendo riferimento alle finalità perseguite dal legislatore, ravvisabili nella esigenza di favorire le possibilità di reimpiego del lavoratore operante nelle aree svantaggiate, in considerazione delle difficoltà occupazionali ivi esistenti. In altre parole, indipendentemente dall'ubicazione dell'impresa datrice di lavoro, bisogna dare rilievo al luogo di svolgimento della prestazione lavorativa, all'essere stato, cioè, il lavoratore occupato in una delle zone, il Mezzogiorno d'Italia, che il legislatore considera ostative a una sua agevole ricollocazione. Il contrasto L'Inps ha proposto ricorso per cassazione per violazione di legge, sostenendo che l'articolo 7 della legge 223/91 andava interpretato nel senso che esso si applicasse soltanto ai dipendenti delle aziende aventi sede nelle zone svantaggiate. Il ricorso è stato assegnato alle Sezioni unite, in considerazione del contrasto di giurisprudenza verificatosi nella sezione lavoro che con alcune sentenze 16798/02, 15822/03 e 12630/04 ha affermato che il criterio da applicare è quello della zona in cui il lavoratore è stato effettivamente impiegato, mentre nella sentenza 2409 del 2004, ha affermato che il beneficio può essere riconosciuto solo se la sede dell'impresa si trovi in una zona svantaggiata, in quanto ausilio dell'impresa in crisi . La sentenza 11326/05 Con il verdetto in esame le Sezioni unite Civili di Piazza Cavour hanno respinto il ricorso, aderendo all'indirizzo maggioritario. Le norme relative all'indennità di mobilità - ha osservato la Corte - per un verso, appartengono alla regolazione promozionale del mercato del lavoro, considerato in termini di assetto delle opportunità di reimpiego e, sotto altro profilo, sono da ricondurre alla categoria degli interventi di politica sociale funzionali al sostegno , sul piano economico, della personale condizione di disoccupazione del lavoratore, ancorché la prestazione di nuova istituzione abbia contenuto diverso rispetto al trattamento ordinario di disoccupazione, e si distingua, altresì, per il suo carattere privilegiato, perché conseguente ai soli licenziamenti collettivi disposti da imprese di determinate dimensioni ed operanti in determinati settori . Che queste siano le finalità dell'istituto, piuttosto che quella di offrire un ausilio all'impresa in crisi - ha affermato la Corte - è conclusione inequivocamente argomentabile dalle disposizioni della legge 223/91 che, testualmente art. 7, comma 1 , identifica come titolari del diritto all'indennità di mobilità non le aziende, bensì i lavoratori collocati in mobilità , attuando, quindi un modello di attribuzione della prestazione condizionato nell'an, nonché proporzionato nel quantum, alla debolezza sul mercato del lavoro del lavoratore licenziato, che, al tempo stesso, sollecita, attraverso incentivi di varia natura, ad attivarsi nella ricerca di una nuova occupazione, non senza prescrivere a suo carico anche una serie di doveri proprio in questa direzione.

Cassazione - Su civili - sentenza 17 marzo-30 maggio 2005, n. 11326 Presidente Carbone - estensore Coletti Pm Maccarone - conforme - ricorrente Inps - controricorrente Bellia Svolgimento del processo Con ricorso al giudice del lavoro del Tribunale di Catania, Salvatore Bellia, premesso di aver lavorato alle dipendenze della Negozi Richard Ginori s.r.l., presso la filiale della società in Catania e di essere stato collocato in mobilità a seguito di licenziamento per fiduzione di personale, con attribuzione della relativa indennità per un periodo pari a ventiquattro mesi, sosteneva che, in applicazione della disposizione di cui all'articolo 7, comma 2, della legge numero del 1991, tenuto conto dell'età e del luogo dì concreto espletamento della prestazione lavorativa, avrebbe dovuto fruire della maggiorazione di dodici mesi del periodo di erogazione della prestazione e chiedeva, pertanto, l'affermazione, nei confronti dell'INPS, dei diritto al suddetto beneficio, con condanna dell'Istituto al pagamento delle relative somme. L'INPS, costituitosi, negava che, nella fattispecie, fosse invocabile l'articolo7, comma 2, della legge numero /91, trattandosi di dipendente di un'azienda con sede in Milano e, quindi, non rientrante nelle aree di cui al d.p.r. 6 marzo 1978 numero , cui fa riferimento la disposizione ìn parola. Il Tribunale accoglieva la domanda con sentenza che era impugnata dall'INPS in via principale e dal lavoratore con appello incidentale quest'ultimo riguardante la sola statuizione sulle spese . La Corte d'appello di Catania, con sentenza depositata in data 16 maggio 2002, accoglieva l'appello incidentale e riteneva, invece, infondato l'appello principale sul rilievo che, non fornendo la lettera della legge alcun elemento a favore dell'una o dell'altra tesi, occorreva risalire alle motivazioni ispiratrici del testo normativo, ravvisab li nella esigenza di favorire le possibìlità di reimpiego del lavoratore operante nelle aree svantaggiate, in considerazione delle difficoltà occupazionali nelle stesse esistenti si che, indipendentemente dall'ubicaz one dell'impresa datrice di lavoro, andava dato rilievo al luogo di svolgimento delle prestazione lavorativa, all'essere stato, cioè, il lavoratore occupato in una delle zone, come il Mezzogiorno d'Italia, che il legislatore considera come ostative a una sua agevole ricollocazione. Contro questa sentenza ha proposto ricorso l'INPS sulla base di un unico motivo, cui ha resistito la parte privata con controricorso, seguito da memoria ex articolo 378 Cpc. La Sezione lavoro di questa Corte, con ordinanza del 14 luglio 2004, ha disposto la trasmissione degli atti al Primo Presidente per l'eventuale assegnazione dei ricorso alle Sezioni unite, avendo rilevato l'esistenza dì un contrasto di giurisprudenza, insorto in seno alla Sezione stessa, sulla interpretazione della ripetuta disposizione. Per il superamento di detto contrasto il Primo Presidente ha disposto, ai sensi dell'articolo374, comma 2, Cpc, che la Corte si pronunci a Sezioni Unite. Motivi della decisione Con l'unico motivo l'INPS, denunciando violazione e falsa applicazione dell'articolo 7, comma 2, della legge 21 luglio 1991 numero in relazione all'articolo360 numero Cpc , assume che l'attribuzione di un più lungo periodo di indennità di mobilità si basa sul duplice presupposto che l'impresa o una sua unità produttiva in senso tecnico così nel testo del ricorso siano ubicate nelle aree considerate dalla legge e in quelle stesse aree sia stata attivata la procedura di mobilità. Nella fattispecìe non ricorrevano tali requisiti, poìché l'ìmpresa dalla quale dipendeva il Bellia aveva sede legale in Milano e qui era stata attivata la procedura di riduzione dei personale laddove nella Regione siciliana operavano soltanto lavoratori addetti alla commercializza ione del prodotto. Il ricorso non è fondato. Va premesso che l'articolo7 della legge numero del 1991, nella parte che qui interessa, testualmente recita comma 1 I lavoratori collocati in mobilità ai sensi dell'articolo 4, che siano in possesso dei requisiti di cui all'art 16, comma primo, hanno diritto ad una indennità per un periodo massimo di dodici mesi, elevato a ventiquattro per i lavoratori che hanno compiuto i quarant'anni e a trentasei per i lavoratori che hanno compiuto i cinquant'anni . comma 2 Nelle aree di cui al testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 6 marzo 1978 numero , la indennità di mobilità è corrisposta per un periodo massimo di ventiquattro mesi, elevato a trentasei per i lavoratori che hanno compiuto i quaranta anni e a quarantotto per i lavoratori che hanno compiuto i cinquanta anni. L'interpretazione del suddetto testo normativo ha dato luogo, all'interno della Sezione lavoro, a due diversi orientamenti. Per il primo sostenuto dalle sentenze 27 novembre 2002 numero , 22 ottobre 2003 n. 15822, 8 luglio 2004 n. 12630 il comma 2 dell'articolo7, nel disporre la maggiorazione di 12 mesi del periodo di erogazione della indennità di mobilità 46nelle aree di cui al testo unico approvato con d.p.r. 6 marzo 1978 numero % ha inteso avere riguardo al luogo in cui il lavoratore ha svolto la propria attività e si è iscritto, una volta licenziato, nelle liste di mobilità, piuttosto che al luogo in cui l'impresa ha la propria sede o la propria struttura produttiva principale e dove la procedura di mobilità è stata attivata. Tale orientamento si fonda sulla considerazione, ritenuta decisiva, che destinatari dell'apprestato beneficio sono i singoli lavoratori, non l'impresa in crisi, e che ratio della disposizione di favore è quella di approntare una più lunga assistenza ai lavoratori medesimi in ragione della maggiore difficoltà che essi incontrano per la ricerca di una nuova occupazione nelle zone cosiddette svantaggiate . Per il secondo sostenuto nella sentenza 9 febbraio 2004 numero , la indennità di mobilità è destinata ad operare come ammortizzatore delle tensioni sociali che derivano dai processi di espulsione di manodopera e in fondo, più come ausilio all'impresa in crisi che come garanzia di tutela economica dal bisogno del lavoratore disoccupato nelle more della ricerca di una nuova occupazione , conseguendone che la più lunga durata della prestazione vale esclusivamente a favore dei lavoratori dipendenti da impresa o unità produttiva ubicate in territorio disagiato, siccome solo per questi si configurano quelle minori possibilità di reimpiego che costituiscono il presupposto del beneficio con la conseguenza che rileva - nella prospettiva del prolungamento nel tempo della prestazione di previdenza, oggetto della previsione dell'articolo7, comma 2 -della legge numero del 1991 - esclusivamente il luogo ove ha sede principale o secondaria l'impresa che riduce il personale e nel quale è stata attivata la procedura di cui all'articolo4 della legge numero del 1991, non il luogo nel quale eseguivano la prestazione i lavoratori posti in mobilità. Ritengono le Sezioni Unite che per una corretta interpretazione della disposizione in esame sia necessaria una lettura della stessa all'interno dei sistema apprestato dalla legge numero del 1991 per la gestione delle eccedenze di mandopera conseguenti a licenziamenti per riduzione di personale, legge che si concreta nella sostanziale ridefinizione del sistema della mobilità in termini fortemente innovativi. Essenziale novità rispetto ai modelli sperimentati sotto la disciplina previgente in particolare, quella di cui agli articoli 24 e 25 della legge numero del 1977 - che sottintendevano la conservazione, anche solo fittizia, dei rapporto di lavoro, presentandosi come ipotesì di mobilità guidata da posto a posto riservata, cioè, a lavoratori non licenziati, ma solo collocati in cassa integrazione guadagni - è la istituzione dì un sistema di mobilità che, realisticamente prendendo atto dell'esito fallimentare delle precedenti esperienze, assume a presupposto della iscrizione dei lavoratori nelle liste di mobilità l'estinzione del rapporto di lavoro situazione, questa, cui il legislatore si preoccupa di apprestare tutela con la previsione di misure dì carattere economico e di soluzioni di carattere occupazionale, specificamente indirizzate a favorire la possibilità di ricollocazìone dei lavoratori licenziati. In questo ambito si collocano le norme relative alla indennità di mobilità che, per un verso, appartengono alla regolazione promozionale del mercato del lavoro, considerato in termini di assetto delle opportunità di reimpiego significativamente, la reìmpostazione della mobilità su nuove basi si accompagna, nella legge numero dei 1991, alla revisione del -ruolo delle strutture pubbliche del collocamento deputate alla sua gestione e, sotto altro profilo, sono da ricondurre alla categoria degli interventi di politica sociale funzionali al sostegno sul pìano economico, della personale condizione dì disoccupazione del lavoratore, ancorché la prestazione di nuova istituzione abbia contenuto diverso rispetto al trattamento ordinario di disoccupazione, e sì distingua, altresì, per il suo carattere privìlegiato, perché conseguente ai soli ficenziamenti collettivi disposti da imprese di determinate dimensioni ed operanti in determinati settori. Che queste sìano le finalità dell'istituto, piuttosto che quella di offrire un ausilio all'impresa, in crisi come si sostiene nella citata sentenza n. 2409 del 2004, che costruisce la propria interpretazione dei testo normativo muovendo da questa diversa prospettiva , è conclusione inequivocamente argomentabile dalle disposizioni della legge n. 223 del 1991 che, testualmente articolo7, comma 1 , identifica come titolari dei diritto all'indennità di mobilità non le aziende, bensì i lavoratori collocati in mobilità , attuando, quindi un modello di attribuzione della prestazione condizionato nell'an, nonché proporzionato nel quantum, alla debolezza sul mercato del lavoro del lavoratore licenziato, che, al tempo stesso, sollecita, attraverso incentìvi di varia natura, ad attivarsi nella ricerca dì una nuova occupazione, non senza prescrivere a suo carico anche una serie di doveri proprio in questa direzione articolo9, comma 1, lett. a - c . Significative di una tale opzione legislativa di fondo sono, come meglio si vedrà, non solo quelle disposizioni che fissano dei limiti massimi di durata della indennità di mobilità , o che prevedono il venir meno del trattamento qualora il lavoratore si renda indisponibile ad accettare le occasioni di riqualificazione professionale o le stesse possibilità dì reimpiego adeguato previste a suo favore, ma. altresi, quelle che dispongono la progressiva riduzione della entità della prestazione inizialmente percepita in considerazione del prolungarsi dell'intervento previdenziale. Per altro verso, e nella stessa logica, si giustifica la previsione articolo7, commi 2, 6 e 7 di una possibile differenziazione della durata del periodo di erogazione del trattamento indennitario in relazione al grado di difficoltà che è prevedibile che il lavoratore incontri nel reperire una nuova occupazione. Difficoltà che il legislatore ricostruisce in via presuntiva, assumendo quali parametri indicativi due diversi elementi il primo, dì carattere personale, costituito dall'anzianità anagrafica del soggetto beneficiario il secondo, invece, di natura, per cosi dire territorìale , nel senso che a rilevare è anche la situazione occupazionale che caratterizza il territorio nel quale è avvenuto il licenziamento. A questi fini, se alla età più avanzata del lavoratore licenziato corrisponde una maggiore durata del periodo massimo di possibile fruizione del trattamento di mobilità, tale periodo viene ulteriormente prolungato nelle aree del Mezzogiorno di cui al Dpr 6 marzo 1978 numero , ovvero nelle aree territoriali ove risulti un tasso di disoccupazione superiore alla media nazionale, fino ad arrivare alla maturazione dei diritto alla pensione di vecchiaia in favore dei lavoratori in mobilità che vi siano prossimi. Così riassuntivamente delineate le caratteristiche della nuova prestazione, va, poi, considerato che, coerentemente con le nuove regole di sistema, l'articolo7 della legge numero del 1991 necessariamente presuppone - perché insorga il diritto alla erogazione della indennità - non già e non solo il mero stato di sopravvenuta disoccupazione, bensi l'iscrizione del lavoratore nelle liste di mobilità all'esito della procedura di consultazione sindacale di cui all'articolo4 della stessa legge iscrizione che - lungi dal costituire un adempimento meramente formale - comporta uno status per il lavoratore da cui discendono plurime conseguenze strettamente legate alla percezione del trattamento indennitario in questi termini, Corte costituzionale, sentenza 27 luglio 1995 numero . Le liste dei lavoratori in mobilità hanno struttura territoriale regionale, prevedendosene articolo 6 della legge numero del 1991, coordinato con i successivi interventi legislativi di riforma del collocamento, da ultimo con quelli di cui al D.Lgs 19 dicembre 2002 numero e al D.Lgs. 10 settembre 2003 numero , attuativo delle deleghe in materia di occupazione e mercato dei lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003 numero la compilazione ad opera dell'Ufficio regionale del lavoro e della massima occupazione ora Centro regionale per l'impiego sulla base di schede personali che devono contenere tutte le informazioni utili per individuare la professionalità, la preferenza per una mansione diversa da quella originaria, la disponibilità al trasferimento sul territorio dei singoli soggetti da inserire. E' prescritto l'obblìgo, per i lavoratori iscritti, di partecipare ai corsi di qualificazione e riqualificazione professionale organizzati dalle Regioni e finalizzati ad agevolare il reimpiego dei medesimi articolo6, comma 2, lett. b, legge numero dei 1991 . D'altra parte è possibile che tali lavoratori siano chiamati a svolgere temporaneamente la loro attività in opere o servizi di pubblica utilità utilizzo questo al quale i lavoratori in mobilità non possono sottrarsi che è disposto su richiesta delle amministrazioni pubbliche articolo 6, comma 4, cit. . Inoltre, ai lavoratori in mobilità si applica ex articolo8, comma 1, legge numero del 1991 il diritto di precedenza nell'assunzione ai fini del collocamento ordinario, anch'esso ridisegnato su base regionale articolo 25 . Simmetricamente, gli organi regionali del collocamento procedono alla cancellazione dalla lista di mobilità del lavoratore che tenga determinati comportamenti non collaborativi perché, in ipotesi, rifiuti di frequentare o non frequenti regolarmente ì corsi di formazione, ovvero non accetti un'offerta di lavoro per mansioni riconducibili a quelle di appartenenza, ovvero non sia disponibile ad essere impiegato in opere o servizi di pubblica utilità, o, infine, non abbia provveduto a dare preventiva comunicazione alla competente sede dell'INPS della prestazione di attività lavorativa incompatibile con il mantenimento dell'iscrizione nella lista . La cancellazione comporta diverse conseguenze e, prima fra tutte, il venir meno del presupposto della prestazione previdenziale e quindi la sua perdita per il lavoratore non più iscritto. L'insieme delle disposizioni ora elencate rende evidente la stretta connessione funzionale esistente tra la percezione della indennità e le ramificate conseguenze discendenti dalla iscrizione nelle liste di mobilità. Al tempo stesso nel momento in cui organizza la compilazione di tali liste a livello regionale e a livello regionale attiva la gestione, ad opera delle strutture pubbliche del collocamento, delle iniziative volte a fornire assistenza concreta sia ai lavoratori in mobilità, nella ricerca di una nuova occupazione, sia alle stesse imprese disposte eventualmente ad assumerli - appare chiaramente indicativo della volontà del legislatore di dar luogo a una fattispecie costitutiva del diritto alla prestazione previdenziale che si concretizza in una vicenda di rilevanza giuridica localizzata, allo scopo di evitare, tendenzialmente, che i lavoratori collocati in mobilità siano costretti a trasferirsi in ambiti diversi dal territorio in cui aveva avuto svolgimento il cessato rapporto di lavoro per cercare altrove una opportunità di ricollocazione non a caso, l'articolo 8, comma 5, della legge numero del 1991 estende ai lavoratori iscritti nella lista, che siano disposti a trasferirsi in località diversa da quella di residenza, per aderire ad un'offerta di occupazione pervenuta per il tramite dei servizi di compensazione territoriale, le provvidenze di cui all'articolo27 della legge 12 agosto 1977 numero , e cioè l'indennità di nuova sistemazione e il rimborso delle spese di viaggio anche per i familiari, nonché di trasporto del mobilio . Conforme alla complessiva logica del descritto impianto normativo e alla ratio che lo anima sembra, allora, essere la conclusione che, ai finì della insorgenza del diritto al beneficio previsto dall'articolo 7, comma 2, della legge numero dei 1991 - consistente, come già detto, nell'incremento della durata della indennità di mobilità nelle aree di cui al testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 6 marzo 1978 numero - diventa determinante la circostanza che in una delle zone svantaggiate di cui al suddetto provvedimento normativo l'impresa abbia scelto di organizzare stabilmente la prestazione lavorativa di alcuni o, al limite, anche di uno solo dei suoi dipendenti, in funzione del raggiungimento dei propri obiettivi di produzione, così da dover identificare in tali aree il luogo permanente di lavoro , inteso, nel quadro regolativo generale della norma di cui all'articolo 1182 Cc., come ambito territoriale entro il quale la prestazione a suo tempo dedotta in contratto doveva essere eseguita mentre sono da ritenere irrilevanti, in quella stessa logica, altri riferimenti, come il luogo di assunzione, o quello in cui ha sede legale l'impresa o, quello di residenza del lavoratore o quello, infine, in cui è stata aperta la procedura di mobilità. Trattasi, peraltro, di conclusione convalidata dal disposto dell'articolo24, commi 1 e 2, della legge numero dei 1991, nella parte in cui la norma - individuata la fattispecie di applicazione delle disposizioni di cui agli articoli 4, commi da 2 a 12, e 5 della stessa legge nelle situazioni in cui le imprese che occupino più dì quindici dipendenti intendano effettuare, in conseguenza di una riduzione o trasformazione o cessazione di attività o di lavoro, almeno cinque licenziamenti che coinvolgano una o più unità produttive insistenti nel territorio di una stessa provincia - prosegue,poi, imponendo al datore di lavoro di rispettare le medesime disposizioni dunque, anche l'obbligo, imposto dal comma 9 dell'articolo 4, di dare comunicazione del recesso agli organi regionali del collocamento per tutti i licenziamenti non altrimenti identificati attraverso il riferimento alla loro consistenza numerica o alla tipologia dell'organizza ione del lavoro operati anche al di fuori dei suddetto ambito territoriale, quando siano causalmente riconducibili alla medesima operazione dismissiva. Ne deriva, come ulteriore conseguenza, che, nel caso di unica procedura di mobilità che coinvolga lavoratori impiegati stabilmente in ambiti provinciali o regionali tra loro diversi, sono competenti a ricevere la comunicazione dell'elenco di cui all'articolo 4, comma 9, della legge 223 del 1991, le strutture pubbliche del collocamento di tutte le regioni interessate dalla presenza di quei lavoratori, in quanto onerate della loro iscrizione nella lista di mobilità e di favorirne un'appropriata ricollocazione nello stesso ambito territoriale nel quale si esplicava l'attività lavorativa. Resta da aggiungere che non contraddicono l'interpretazione dei testo normativo nei sensi sopra esposti le disposizioni, successive alla legge numero del 1991, che, con riferimento a speciali situazioni di emergenza occupazionale, hanno attuato interventi di diversa tipologia e misura, tra l'altro ampliando la platea dei soggetti destinatari del prolungamento dei periodo di erogazione della indennità di mobilità anche al di là dei limiti territoriali individuati nell'articolo7 della legge numero del 1991, in ragione della natura dell'attività di impresa, ovvero della consistenza numerica della forza lavoro dell'impresa stessa e della dislocazione territoriale delle sue unità produttive vedi, in particolare, l'articolo3, comma 4, e l'articolo 5, commi 5 e 6, del Dl. 16 maggio 1994 numero , conv. in legge 19 luglio 1994 numero - richiamate anche nella sopra citata sentenza di questa Corte 2409/04 - che estendono le disposizioni dei commi 5, 6 e 7 dell'articolo7 della legge numero del 1991 ai dipendenti di imprese siffatte , come pure quelle disposizioni che, in una più specifica prospettiva di sostegno del reddito, hanno disposto la proroga o hanno previsto ulteriori proroghe dei trattamenti di mobilità già concessi cosi le disposizioni del d.l. 1 ottobre 1996 numero , conv. con modifiche dalla legge 28 novembre 1996 ri.608 riguardanti i dipendenti delle società costituite dalla GEPI e dall'INSAR e, da ultimo, quelle contenute nell'articolo 45, comma 17, lett. c e f , della legge 17 maggio 1999 n. 144, menzionato nel ricorso dell'INPS . Per tutte le ragioni su esposte non può essere sindacata la motivazione che sorregge la sentenza impugnata, nella parte in cui ha ritenuto determinante, ai fini dell'acquisizione del diritto del lavoratore collocato in mobilità al beneficio di cui all'articolo 7, comma 2, della legge numero /91, il luogo di svolgimento della prestazione lavorativa. Il ricorso, pertanto, deve essere rigettato, con conseguente condanna dell'INPS al pagamento, in favore della parte privata resistente, delle spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo PQM La Corte rigetta il ricorso e condanna l'INPS al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in euro 2.100,00 duemilacento , di cui euro 2.000,00 duemila per onorari di difesa, oltre spese generali, IVA e CAP.