Fascicolo personale, diritto all'accesso anche da pensionati

di Teodoro Elisino

Fascicolo personale si ha sempre diritto all'accesso, anche da pensionati. A stabilirlo è stato il Tar Lazio con la sentenza 1862/06 pubblicata sul quotidiano del 14 marzo . Pubblichiamo di seguito il commento di Teodoro Elisino. di Teodoro Elisino* Ordina al ministero della Giustizia di esibire al ricorrente con facoltà di estrarne copia, previo versamento del contributo previsto il suo fascicolo personale, compreso il foglio matricolare, entro trenta 30 giorni dalla notificazione o comunicazione in via amministrativa, ove anteriore, della presente sentenza. Condanna il ministero della Giustizia al pagamento delle spese di giudizio, liquidate in Euro 1.000,00 a favore del ricorrente, oltre Iva e Cpa . Una volta tanto, nell'analisi di una vicenda giudiziaria, ci piace partire dall'esito finale del relativo giudizio, evidenziando la condanna del soccombente, nella speranza che, così facendo, si riesca a sottolineare con più forza quanto può costare la mancata applicazione di un principio espresso in una legge, principio che a distanza di 16 anni, tanti sono gli anni trascorsi dalla legge che lo contiene - legge 241/90 -, dovrebbe essere ben assimilato, ma che, invece, non sembra essere stato ben accettato o, nella migliore delle ipotesi, compreso nella Pa. Le cause di questo ritardo giuridico possono senz'altro individuarsi in quella segretezza che permeava tutta l'attività della pubblica amministrazione e che trova, ancor oggi, sacche di resistenza in alcuni settori lavorativi. Il retaggio di quel modo di fare, inaccessibile ai più, fa sì che alcuni pubblici funzionari siano ancora aggrappati a quel principio di segretezza che, evidentemente, unito ad un po' di discrezionalità, regala loro un senso di interiore soddisfazione, portandoli a non accorgersi che le cose sono radicalmente cambiate, e che quel principio è stato sostituito da un altro, ad esso opposto, quello della trasparenza, grazie al quale è tutto accessibile tranne ciò che è segreto. Pur non avendo a disposizione gli atti del giudizio, è difficile capire, nello specifico caso portato all'attenzione dei giudici amministrativi, i motivi che hanno spinto un ufficio della pubblica amministrazione a negare ad un dipendente in pensione l'accesso alla documentazione contenuta nel proprio fascicolo personale, con facoltà estrarre copia del foglio matricolare. La richiesta di accesso, presentata ai sensi dell'articolo 22 legge 241/90 e successive modifiche, non ha avuto riscontro nei termini previsti dal comma 4 dell'articolo 25 della stessa legge 30 giorni , e, quindi, ai sensi dello stesso comma, considerata respinta. Di fronte al silenzio-rifiuto dell'amministrazione, l'interessato avrebbe potuto azionare i seguenti strumenti di tutela 1 - rito deflativo rivolgersi alla Commissione per l'accesso trattandosi di atti di amministrazione centrale che nei trenta giorni successivi all'istanza avrebbe potuto respingere il ricorso, semplicemente non pronunciandosi, oppure ritenere illegittimo il diniego informandone il richiedente e l'autorità disponente. In mancanza di motivato provvedimento confermativo del diniego di accesso, quest'ultimo sarebbe stato consentito 2 - tutela giudiziaria proporre ricorso giurisdizionale al Tribunale amministrativo regionale nei trenta giorni successivi al diniego tacito il Tribunale avrebbe deciso entro trenta giorni dalla scadenza del termine per il deposito del ricorso. Di fronte a questa possibilità di scelta si ritiene che il primo strumento non escluda il secondo , l'ex dipendente ministeriale, avendo, evidentemente, particolare urgenza, e prevedendo un esito negativo della procedura deflattiva, ha deciso di non rivolgersi alla Commissione per l'accesso, ma di ricorrere subito al Tar. I motivi a sostegno del ricorso amministrativo, avverso il silenzio rifiuto formatosi, sono 1. violazione e falsa applicazione legge 241/90 ss. mod. articoli 22, 23, 24, 25 2. violazione e falsa applicazione Dm 115/96, articoli 2, 3, 4, 5, eccesso di potere, manifesta ingiustizia. Gli atti contenuti nel fascicolo personale non rientrano certamente nelle categorie di documenti per i quali è escluso l'accesso ai sensi e per i motivi di cui agli articoli 2, 3, 4 del Dm 115/96. Il Dm richiamato nel ricorso è il 115/96 in Gu, 11 marzo, n. 59 - Regolamento concernente le categorie di documenti formati o stabilmente detenuti dal ministero della Giustizia e dagli organi periferici sottratti al diritto d'accesso. Negli articoli del Dm citati dal ricorrente, tutti contenenti elencazione di documenti inaccessibili, per i motivi in ciascuno di esso indicati, non sembra, in effetti, rinvenirsi cenno alcuno al fascicolo personale sarebbe stato, del resto, un po' strano il contrario. La mancata indicazione del fascicolo personale nel Dm rende ancor più difficile, se possibile, comprendere l'operato dell'Ufficio del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria addetto alla gestione del personale di Polizia penitenziaria. Il Collegio ritiene sottolineare, preliminarmente, che la disciplina concernente l'accesso ai documenti amministrativi, così come introdotta con la legge 241/90, induce a configurare un vero e proprio diritto soggettivo dell'interessato, in linea con il tenore del dettato normativo, e che la tutela predisposta dall'articolo 25 della legge 241/90 prevede un'ipotesi di giurisdizione esclusiva. Per i giudici amministrativi, la pretesa avanzata dal ricorrente è fondata, non apparendo contestabile che il pubblico dipendente sia titolare di una posizione giuridicamente tutelata in relazione alla conoscenza degli atti contenuti nel suo fascicolo personale, senza, tra l'altro, che ricorra la necessità per il medesimo di esternare espressamente la presenza di un concreto ed immediato interesse cfr. CdS, Sezione sesta, sentenza 727/96 . Per il Collegio, ciò equivale ad affermare che il pubblico dipendente ha diritto di ottenere l'accesso ad ogni documento che direttamente lo riguarda, acquisito nel fascicolo personale, in quanto potenzialmente munito di rilievo amministrativo nel contesto dello svolgimento del rapporto di impiego cfr., tra le altre, Tar Campania, Sezione quinta, sentenza 3691/03 , con la precisazione - resa necessaria dalle peculiarità del caso in esame - che non vale ad annientare ovvero a sminuire la consistenza di tale diritto la circostanza che il dipendente sia stato collocato a riposo, atteso che, in seguito alla cessazione del rapporto di impiego, non viene meno e, dunque, non può essere escluso il persistere dell'interesse del soggetto in trattazione ad una ricognizione storica degli atti che lo riguardano al fine di verificarne la corretta tenuta ed eventualmente acquisire elementi che potrebbero rivelarsi utili e/o necessari per attivare iniziative volte alla tutela dei suoi interessi ovvero per avanzare pretese comunque connesse al rapporto intercorso con l'Amministrazione. Con queste premesse, il Collegio non poteva non riconoscere il diritto del ricorrente ad accedere al proprio fascicolo personale, compreso il foglio matricolare e, di conseguenza, ordinare all'amministrazione di turno, nello specifico, al ministero della Giustizia, l'esibizione della documentazione amministrativa richiesta, con facoltà di estrarne copia, previo versamento del contributo previsto, entro il termine fissato in dispositivo entro trenta giorni dalla notificazione o comunicazione in via amministrativa, ove anteriore, della presente sentenza . Per quanto ancora da interpretare in alcuni suoi particolarissimi aspetti, tutt'ora dibattuti in dottrina e giurisprudenza, la legge 241/90 sul punto specifico non sembra essere molto complicata da applicare, se si considera, poi, che il Dm 115/96 non sembra includere tra i documenti sottratti all'acceso il fascicolo personale, nulla avrebbe dovuto impedire l'accesso agli atti, evitando, quindi, un inutile danno allo Stato, non certamente contenuto nei limiti specificati in dispositivo. È solo il caso di aggiungere che in caso di diniego di accesso potrebbe esserci altresì una tutela in sede civile ed in sede penale a favore dell'interessato. Nel primo caso, infatti, c'è la possibilità di ottenere il risarcimento del danno subito a seguito dell'illegittimo diniego del diritto di accesso. La dottrina maggioritaria ritiene trattarsi di responsabilità extracontrattuale ai sensi dell'articolo 2043 Cc. Più delicata, invece, è l'aspetto relativo alla tutela penale, rinvenibile nell'articolo 328, secondo comma, che punisce il pubblico ufficiale che entro trenta giorni dalla richiesta di chi vi abbia interesse non compie l'atto del suo ufficio, e non risponde per esporre le ragioni del ritardo . È importante sottolineare il chi vi abbia interesse , contenuto nel suddetto comma, a dimostrazione del fatto che c'è tutela penale anche nel caso in cui si consideri, come alcuni fanno, il diritto d'accesso come interesse legittimo, e non come diritto soggettivo perfetto. Sull'aspetto penale, tuttavia, è da tener presente che parte della giurisprudenza non ritiene possa configurasi in capo al pubblico ufficiale il reato di cui all'articolo 328, comma 2, Cp, in quanto il decorso del termine di trenta giorni, concretandosi in un provvedimento tacito negativo della Pa, costituirebbe un diritto articolo 51 Cp a provvedere in modo tacito anziché in modo espresso ci sarebbe sempre la possibilità del privato di attivare i prescritti rimedi giurisdizionali amministrativi senza lasciare spazio per la penale responsabilità del funzionario. Altra parte della giurisprudenza ritiene, invece, sussistere gli estremi del reato ogni qual volta il pubblico ufficiale non decide nei termini perentori indicati nel codice penale. Il meccanismo del silenzio rigetto -, sostengono i sostenitori di questa tesi -, costituisce solo una fictio iuris e non una manifestazione di un diritto attribuito alla Pa. In mancanza di espressa previsione legislativa o regolamentare del divieto di accesso a determinati documenti, ed in assenza, altresì, di controinteressati all'accesso stesso, il pubblico Ufficiale farebbe bene a non infierire su chi è interessato a prendere visione degli atti, sia esso un dipendente, un ex dipendente o un quivis de populo, valutando e ponderando scrupolosamente la richiesta e gli interessi contrapposti, e, soprattutto, dando riscontro all'istanza nei termini di legge, compatibilmente con le eventuali e documentate esigenze dell'ufficio. Si consideri, infatti, che anche se l'amministrazione di appartenenza non intende rivalersi nei confronti del funzionario responsabile della condanna , allorquando sussistono i presupposti giuridici per poterlo fare, il rischio di incorrere in una denuncia penale è alto e concreto in questo caso, le ripercussioni sulla sfera personale saranno inevitabili. * Avvocato