Sul ricorso notificato va bene anche la firma in fotocopia se l'originale è agli atti. Contrasto risolto dalle sezioni unite

di Angelina Iannaccone

di Angelina Iannaccone * In sede di contenzioso tributario, va qualificato come ammissibile il ricorso notificato all'altra parte, recante la sottoscrizione del ricorrente e del suo difensore in copia fotostatica, laddove l'originale del ricorso, regolarmente sottoscritto, sia depositato presso la segreteria della Commissione. Ciò, in quanto, in tal modo, l'Amministrazione ha la concreta possibilità di riscontrare l'esistenza della firma della parte, oltre che del suo difensore, nell'atto consegnato all'Ufficio, attraverso la fotocopia di un originale esistente e consultabile presso la cancelleria del giudice. È quanto affermato dalla sezione tributaria della Cassazione, con la recente sentenza 21170/05, depositata il 31 ottobre e qui leggibile tra gli allegati. Tale pronuncia viene ad aggiungere un importante tassello alla coraggiosa opera di allineamento del processo tributario, così come modificato dal Legislatore del 1992, al dettato costituzionale ed al diritto vivente. LA VICENDA La questione preliminarmente affrontata dalla sentenza in commento trae origine dal fatto che i contribuenti avevano notificato all'Ufficio finanziario una fotocopia del ricorso, contenente la firma dei ricorrenti e del difensore in fotocopia e, successivamente, avevano depositato l'originale del ricorso presso la Commissione tributaria, con la relativa attestazione di conformità alla copia consegnata all'Amministrazione finanziaria. Sostanzialmente, quindi, nella fattispecie, si era verificata una perfetta inversione rispetto a quanto stabilito dagli articoli 20 e 22 del D.lgs 546, che prevedono, la notifica del ricorso in originale all'Ufficio ed il deposito della copia conforme in Commissione tributaria. L'Ufficio, rimasto soccombente nei primi due gradi di giudizio, aveva adito i giudici di legittimità, al chiaro fine di far dichiarare inammissibile il ricorso proposto dai contribuenti nel giudizio di primo grado, in considerazione dell' inversione ora illustrata. In particolare, l'Ufficio lamentava la violazione dell'articolo 18, comma IV del D.lgs 546/1992. La Corte di cassazione, invero, ha statuito che l'irregolarità, in cui sono incorsi i ricorrenti, pur essendo palese, non è, però, idonea ad integrare quella causa di nullità insanabile del ricorso, nella quale consiste l'inammissibilità invocata dall'Amministrazione ricorrente . LA PROPOSIZIONE DEL RICORSO NEL PROCESSO TRIBUTARIO La notevole rilevanza della decisione in esame esige, al fine di una retta impostazione e comprensione, l'illustrazione della disciplina relativa alla proposizione del ricorso, così come regolamentata dal nuovo rito del processo tributario, introdotto dal D.lgs 546/1992. In base al combinato disposto dei commi 1 e 2 dell'articolo 20 del D.Lgs 546/1992, il ricorso va proposto, disponendone la notifica nei confronti della controparte Ufficio dell'Agenzia, Ente locale o Concessionario della riscossione . Tale onere preliminare deve essere eseguito, secondo modalità tra di loro alternative, nel termine di sessanta giorni dalla notificazione dell'atto che si impugna a pena di inammissibilità. Il ricorso può essere notificato, in primo luogo, per mezzo dell'ufficiale giudiziario, ai sensi degli articoli 137 e seguenti Cpc. In tal caso, il ricorrente deve consegnare il ricorso in originale ed in copia all'ufficiale giudiziario, il quale provvede a notificare la copia conforme del ricorso ed a restituire al ricorrente l'originale, con l'attestazione dell'avvenuta notifica. La seconda modalità di notifica del ricorso consiste nella consegna diretta dello stesso in originale presso l'ufficio destinatario, il quale provvede al rilascio di apposita ricevuta di deposito. Infine, il combinato del comma 3 dell'articolo 16 e del comma 2 dell'articolo 20 del D.Lgs 546/1992 ammette la spedizione a mezzo servizio postale del ricorso in originale in plico raccomandato, con avviso di ricevimento. Effettuali tali adempimenti preliminari, il ricorrente deve costituirsi in giudizio. Tale attività serve a stabilire il contatto tra le parti ed il giudice, cioè ad incardinare il processo dinanzi a quest'ultimo, cui spetta il compito di condurlo a conclusione avvalendosi dei suoi poteri d'ufficio Bafile, Il nuovo processo tributario, Padova 1994, p. 126 . Si entra, così, nella fase processuale in senso stretto. A questi fini, l'articolo 22, comma 1, del D.Lgs 546/92 prevede differenti formalità, a seconda delle modalità di notifica del ricorso utilizzate dal soggetto ricorrente. Più in particolare, ai fini della costituzione in giudizio, il ricorrente deve depositare, entro trenta giorni dalla proposizione del ricorso, nella segreteria della Commissione tributaria adita, l'originale del ricorso notificato a mezzo di ufficiale giudiziario, ai sensi dell'articolo 137 e seguenti, oppure copia del ricorso consegnato o spedito per posta con la fotocopia della ricevuta di deposito o di spedizione per raccomandata a mezzo del servizio postale. Ai sensi dell'articolo 22, comma 3, del D.lgs 546/1992, in caso di consegna o spedizione a mezzo di servizio postale, la conformità dell'atto depositato a quello consegnato o spedito è attestata conforme dallo stesso ricorrente. Delineati brevemente le modalità per la notifica del ricorso e la costituzione in giudizio, secondo il dettato legislativo, veniamo al punto centrale della problematica, tutt'altro che peregrina, affrontata dalla sentenza in commento. Quid iuris se, per errore, il contribuente, o il suo difensore, notificano all'ente impositore la copia del ricorso, con sottoscrizione, ovviamente, in fotocopia, e depositano, invece, in Commissione l'originale dell'atto spedito o consegnato in fotocopia, invertendo così completamente le prescrizioni legislative sopra enunciate? Una tale condotta processuale o, rectius, di introduzione del processo tributario, costituisce causa di inammissibilità? La giurisprudenza di merito ha sempre sanzionato tale irregolarità, mediante la declaratoria di inammissibilità del ricorso introduttivo del giudizio CTP Grosseto, sentenza 142 del 31.05.1996 CTP Treviso, sentenza 116 del 22.11.2000 CTP Roma, sentenza 102 del 23.03.2004 CTR Toscana, sentenza 94 del 13.09.2004 . Ad avviso dei giudici di merito, infatti, la sottoscrizione, ai fini dell'attribuzione della paternità del ricorso è essenziale, consentendo la sicura provenienza dell'atto dalla persona legittimata a proporlo, con la conseguenza che essa deve essere autografa ed identificabile con certezza. Per tali giudici, quindi, qualora l'atto introduttivo del giudizio notificato all'Ufficio reca una mera sottoscrizione fotostatica, il ricorso è inammissibile, a nulla rilevando che sia munito di firma autografa il ricorso depositato in commissione tributaria. La giurisprudenza di legittimità, invece, sia pure con gradualità, è giunta, con la decisione in commento, a porsi in netto contrasto con la tesi espressa dai giudici di merito. Anche la Corte di cassazione, invero, ha, nella prima fase di applicazione del nuovo rito tributario, interpretato molto formalisticamente la disciplina relativa alla preposizione del ricorso ed alla costituzione in giudizio del ricorrente. Le prime decisioni della Corte hanno statuito l'inammissibilità del ricorso introduttivo del giudizio proposto per mezzo del servizio postale o con consegna all'ufficio finanziario, se nella copia depositata in Commissione manca la sottoscrizione della parte o del suo difensore Corte di cassazione, sentenze 5295/2001 4051/2001 . La motivazione di tale conclusione risiede nel fatto che, in caso di notifica del ricorso per mezzo del servizio postale o consegna a mani, la copia depositata in commissione ai fini della costituzione in giudizio viene a costituire l'unico documento sul quale il giudice può effettuare il doveroso controllo sull'esistenza e validità dell'atto d'impulso processuale , con la conseguenza che l'inammissibilità non può essere evitata dal momento che le norme sui requisiti di forma indispensabili per l'attivazione del giudizio rispondono ad interessi, anche pubblicistici ed hanno carattere imperativo Corte di cassazione, sentenza 5295/2001 . Sempre seguendo un impostazione formalistica, la Corte di cassazione ha statuito, con riferimento al giudizio di impugnazione, che il mancato rispetto delle formalità prescritte relative al deposito in Commissione dell'atto introduttivo, comporta l'inammissibilità del gravame, rilevabile in ogni stato e grado del giudizio Corte di cassazione, sentenze 7033/2002, 12154/2004 . Secondo tali decisioni, quindi, il deposito dell'atto d'impugnazione di una decisione presso la cancelleria può avvenire in originale nel solo caso di appello notificato per mezzo dell'ufficiale giudiziario, mentre, nel caso di notifica a mezzo posta, o tramite consegna presso l'ufficio, il deposito deve avvenire, a pena di inammissibilità del gravame, in copia, con acclusa, rispettivamente, la ricevuta postale di ricezione ovvero la ricevuta di deposito, essendo, inoltre, l'appellante obbligato ad attestare la conformità dell'atto depositato. Un primo segno di abbandono, da parte dei giudici di legittimità, di una rigida interpretazione della normativa sulla costituzione in giudizio, si è avuta con la sentenza 18.088/2004. Con tale decisione, infatti, la Cassazione ha ritenuto sostanzialmente rispettata la disciplina della costituzione in giudizio, anche nel caso in cui il ricorrente abbia depositato nella segreteria della Commissione tributaria adita, non già l'originale del ricorso notificato dall'ufficiale giudiziario, bensì una fotocopia dell'atto medesimo restituitole dall'ufficiale notificatore all'esito del procedimento notificatorio. A tale conclusione si perviene, secondo tale decisione, osservando il canone ermeneutico, secondo il quale è necessario dare alle norme processuali in genere, ed a quelle sul processo tributario in particolare, una lettura che, nell'interesse generale, faccia bensì salva la funzione di garanzia che è istituzionalmente propria del processo, e, però, consenta, per quanto possibile, di limitare al massimo irragionevoli sanzioni di inammissibilità in danno delle parti, che di quella garanzia dovrebbero giovarsi . La questione specifica, relativa alla sorte giuridica dell'atto introduttivo giudizio notificato all'ente impositore, che risulti una fotocopia dell'originale depositato in Commissione tributaria, è stata per la prima volta esaminata, a quanto consta con la decisione 5.257/2004. Nella concreta vicenda esaminata in tale decisione, la parte aveva notificato all'Ufficio una copia fotostatica del ricorso, nella quale era, comunque, chiaramente leggibile la firma del difensore ed aveva depositato l'originale di tale atto presso la segreteria della Commissione tributaria. In tal caso, la Corte di cassazione ha ritenuto che l'atto introduttivo del giudizio non potesse considerarsi del tutto privo di sottoscrizione, in quanto nella copia notificata all'Ufficio era chiaramente leggibile la firma del difensore, anche se trattasi di atto recante la sottoscrizione in copia fotostatica, la cui conformità all'originale non era mai stata contestata. Tale conclusione viene espressamente condivisa dalla Corte con la decisione in commento, procedendo, invero, ad alcuni importanti sviluppi concettuali. Infatti, con tale decisione, la Suprema corte non si limita a condividere un principio espresso in una pregressa decisione, ma viene ad enunciare il fondamento utile dell'importante statuizione, secondo cui è parimenti ammissibile l'atto introduttivo del giudizio notificato in fotocopia, nel caso in cui l''originale, regolarmente sottoscritto, sia depositato in Commissione tributaria. I giudici di piazza Cavour, prendendo le mosse dal principio, comune a tutti i sistemi processuali, secondo cui l'inammissibilità è una sanzione di tali devastanti conseguenze da affliggere solo vizi di particolare gravità, affermano che la declaratoria di inammissibilità debba investire unicamente il ricorso radicalmente mancante di sottoscrizione. Al contrario, la sanzione di inammissibilità non può essere comminata quando vi sia modo di accertare la regolarità dell'atto e l'osservanza delle regole processuali fondamentali nella specie l'esistenza della sottoscrizione della parte e del difensore del ricorrente . E nel processo tributario, secondo i giudici di legittimità, tale modalità esiste in applicazione della statuizione contenuta nel comma 5 dell'articolo 22 del D.lgs 546/1992, secondo la quale ove sorgano contestazioni il giudice tributario ordina l'esibizione degli originali degli atti e dei documenti . CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE I CONDIVISIBILI SVILUPPI CONCETTUALI Il percorso concettuale, intrapreso dalla Cassazione, e portato a condivisibile compimento con la pronuncia in esame, è giunto, dunque, ad un chiaro approdo in applicazione del citato comma 5 dell'articolo 22, l'inammissibilità non può colpire un ricorso recante la sottoscrizione in copia fotostatica, la cui conformità all'originale, depositato presso la segreteria della Commissione non sia stata contestata, o sia stata dichiarata infondata dai giudici. La decisione in commento assume notevole rilevanza, in quanto viene a completare l'azione di interpretazione evolutiva , operata dalla giurisprudenza in riferimento alla disciplina del rito tributario, introdotta con il D.lgs 546/1992. Tale attività di rilettura da parte della Corte costituzionale e della Corte di cassazione, si è incentrata, soprattutto sulla fase di instaurazione del processo tributario. Ricordiamo, infatti, che sono mutate le conseguenze processuali connesse alla mancata sottoscrizione del ricorso da parte del difensore, ipotesi dapprima considerata come motivo di inammissibilità del ricorso ed adesso come vizio, che può essere sanato a seguito dell'ordine impartito dal giudice di munirsi della difesa tecnica Corte costituzionale, sentenza 189/2000 Corte di cassazione, sentenze 2.493/2005, 5.736/2005, 8.024/2005 . Parimenti, si è diffusa un'interpretazione non formale relativamente ai requisiti del deposito del ricorso presso la segreteria della Commissione, dapprima rigorosamente ammesso solo nella forma della consegna diretta ed adesso, invece, consentito anche per il tramite del servizio postale Corte costituzionale, sentenza 520/2002 . Ancora, la Sezione tributaria della Corte di cassazione ha ammesso la notifica del ricorso a mezzo busta, anche se spedito senza il plico raccomandato senza busta come richiesto dall'articolo 20, comma 2 del D.lgs 546/1992 Corte di cassazione, sentenze 10.481/2003, 2.3940/2004 ed ha dichiarato che non costituisce causa di inammissibilità dell'atto introduttivo del giudizio la mancata attestazione di conformità tra la copia depositata in segreteria ed il ricorso consegnato alla controparte Corte di cassazione, sentenza 3871/2005 . Sullo sfondo di tali evoluzioni interpretative, si colloca la pronuncia in esame, la quale, talora esplicitamente tal altro in modo implicito, perviene a tre precisi sviluppi concettuali, che sembrano andar anche oltre il concreto oggetto della vicenda. Il problema, come già illustrato, è costituito dalla presenza di una sottoscrizione fotostatica , cioè di una sottoscrizione del ricorrente e del suo difensore ad un ricorso, non apposta in originale, ma riprodotta in fotocopia, in quanto, ovviamente, legata ad un ricorso anch'esso presentato in fotocopia all'Ufficio tributario. Quale valore giuridico deve essere attribuito a tale sottoscrizione? E' essa priva di ogni effetto, concretando un vizio, sì grave da condurre alla pronuncia di inammissibilità? La risposta della Cassazione, a tale ultimo quesito, è negativa e si fonda sui tre annunciati sviluppi concettuali. In primo luogo, deve essere osservato che non si può parlare di inammissibilità, perché, come noto, l'inammissibilità medesima deve essere normativamente predeterminata. Nel caso di specie, a ben vedere, la sanzione di inammissibilità è espressamente riservata alla sola tardività della presentazione del ricorso preso gli Uffici della Commissione. Infatti, l'articolo 22, comma 1 del D.lgs 546/1992 stabilisce che Il ricorrente entro trenta giorni dalla proposizione del ricorso, a pena di inammissibilità deposita, nella segreteria della Commissione tributaria adita . Dunque, l'inammissibilità, come sanzione, non risulta contemplata in riferimento alla concreta condotta posta in essere nella fattispecie la sottoscrizione fotocopiata! L'inammissibilità, come sanzione, non può che essere tassativamente prevista dalla legge, cioè in riferimento a tipiche e tassative ipotesi, in quanto gli effetti sono devastanti, comportando l'impossibilità di instaurare addirittura il processo. Ciò, ovviamente, in applicazione di uno dei principi cardini del nostro sistema processuale , secondo cui non può essere pronunciata la nullità per inosservanza di forme di alcun atto del processo, se la nullità non è comminata dalla legge articolo 156, comma 1 CPC, da ritenersi applicabile al processo tributario in virtù del rinvio operato dall'articolo 1, comma 2 del D.lgs 546/1992 . Ne consegue che il deposito del ricorso, concretamente effettuato in fattispecie, non può comportare alcuna penalizzazione a carico del contribuente. Solo laddove il ricorso depositato in cancelleria sia difforme da quello notificato alla controparte, si potrà parlare di inammissibilità ma, ciò ovviamente può avvenire anche d'ufficio, su iniziativa del giudice tributario. A tal riguardo, è opportuno effettuare una breve digressione, al fine di precisare alcuni profili di indagine. Invero, tanto i ricorsi notificati alla controparte, quanto quelli depositati in Commissione, costituiscono degli originali e, come tali soggetti al medesimo regime formale. L'unica distinzione possibile tra gli atti notificati alla controparte e quelli depositati riguarda, infatti, solo i seguenti elementi 1 il ricorso depositato in Commissione è esente da bollo 2 l'originale della procura alle liti deve essere contenuta nel ricorso depositato 3 il ricorso depositato deve contenere l'attestazione di conformità a quello notificato. Sembra, allora, più corretto affermare che l'atto notificato alla controparte e quello depositato in Commissione costituiscano due originali. Veniamo, ora, al secondo sviluppo concettuale. Occorre porre in evidenza, come avanzato dalla Cassazione, che, nella concreta fattispecie, non si è in presenza di una mancata sottoscrizione, ma di una sottoscrizione fotocopiata . In altri termini, una sottoscrizione c'è il ricorso presentato all'Ufficio reca una sottoscrizione, solo che questa è apposta in forma fotocopiata , cioè risulta dalla riproduzione con macchina fotocopiatrice dell'esemplare originario, il ricorso, con cui fa corpo integrante. Orbene, tale indubbia anomala situazione deve essere esaminata alla luce dell'articolo 18, commi 3 e 4 del DLgs. 546/92, che stabiliscono 3.Il ricorso deve essere sottoscritto dal difensore del ricorrente e contenere l'indicazione dell'incarico a norma dell'art. 12, comma 3, salvo che il ricorso non sia sottoscritto personalmente, nel qual caso vale quanto disposto dall'art. 12, comma 5. La sottoscrizione del difensore o della parte deve essere apposta tanto nell'originale quanto nelle copie del ricorso destinate alle altre parti, fatto salvo quanto previsto dall'art. 14, comma 2. 4. Il ricorso è inammissibile se manca o è assolutamente incerta una delle indicazioni di cui al comma 2, ad eccezione di quella relativa al codice fiscale, o non è sottoscritta a norma del comma precedente . Secondo tale puntuale normativa, i profili essenziali della sottoscrizione sono i seguenti a il ricorso deve essere sottoscritto, cioè non può mancare la sottoscrizione b il ricorso deve essere sottoscritto dal soggetto ricorrente parte sostanziale e dal suo difensore c la sottoscrizione deve essere apposta sia nell'originale, sia nelle copie del ricorso destinate alle altre parti. L'importante comma 4 sopra riportato radica l'inammissibilità del ricorso, per vizio di sottoscrizione, alle sole patologie riferite ai tre profili essenziali illustrati. Allora, è più che evidente che la sottoscrizione fotocopiata non viola i tre profili. Infatti - la sottoscrizione fotocopiata è pur sempre, da un punto di vista materiale, una sottoscrizione, cioè esiste come tale nel modo materiale una sottoscrizione fotocopiata non può essere equiparata ad una situazione di assenza di sottoscrizione - la sottoscrizione fotocopiata è stata effettuata dai due soggetti previsti - la sottoscrizione fotocopiata è stata apposta in tutti gli esemplari, anzi, come vedremo fra breve, in originale per quanto riguarda il deposito in cancelleria. Dunque, secondo la precisa disciplina della sottoscrizione, la sottoscrizione fotocopiata , pur costituendo una chiara anomalia, pur dando luogo ad una irregolarità, non può assurgere a vizio di non ammissibilità! Il terzo sviluppo concettuale, ben evidenziato nella pronuncia in esame, attiene ad una attività di rilevazione empirica della massima importanza. La Cassazione afferma che, essendo stato depositato in cancelleria il ricorso in originale, ben poteva il giudice, in caso di dubbio, dare luogo ad una operazione di verificazione, cioè confrontare la sottoscrizione fotocopiata con la sottoscrizione in originale. Sopravvenendo qualche incertezza, sia pur sollecitata dalla parte resistente, il giudice tributario aveva solo il lieve incomodo di procedere al confronto. Un po' di sana ginnastica perlustrativa fa bene a tutti! Ciò sembra chiaramente dirlo la Cassazione, laddove afferma che, nel processo tributario, ai giudici è data la possibilità di verificare l'effettiva esistenza e validità del ricorso, in applicazione del comma 5 dell'articolo 22 del D.lgs 546/1992, secondo cui ove sorgano contestazioni il giudice tributario ordina l'esibizione degli originali degli atti e dei documenti . Alla luce di tali sviluppi concettuali, in parte espliciti ed in parte insiti nella pronuncia in esame, è possibile cogliere un chiaro ponte di collegamento con la semplificazione documentale, posta in essere dal Legislatore nell'ultimo decennio e culminata nell'estesa autocertificazione di status e qualità e nella rivoluzionaria possibilità di autenticazione della firma, mediante l'allegazione della fotocopia del documento di identità. In entrambi gli ambiti sviluppi concettuali della Cassazione e novità legislative , è ben possibile cogliere quella nuova sensibilità giuridica, diretta a valorizzare gli aspetti sostanziali degli istituti, evitando le inutili ridondanze formali, prive di alcun senso. *Avvocato

Cassazione - Sezioni unite civili - sentenza 20 settembre-30 ottobre 2005, n. 21170 Presidente Favara - Relatore Genovese Pm Destro - conforme - ricorrente ministero dell'Economia e delle finanze - controricorrente Quaglierini ed altri Svolgimento del processo 1. A seguito di denuncia di successione per la morte di Piero Quaglierini, i contribuenti giuridicamente obbligati Paola e Reato Quaglierini e Anna Maria Tedeschi dichiaravano, fra gli altri cespiti, il valore relativo alla quota pari al 50% di un bene caduto in eredità un fondo posto sugli Scali del Monte Pio di Livorno , stimato pari a lire 7 milioni, ma rettificato dall'Ufficio in lire 23 milioni. La Ct di primo grado con la sentenza 7844/86 , che pure accoglieva le doglianze relative ad alcuni cespiti, respingeva però quelle relative alla quota del detto fondo. In seguito all' appello dei contribuenti, il valore complessivo dell'asse ereditario veniva ulteriormente ridotto da lire 607.500.000 a lire 534.800.000 e, secondo la motivazione della sentenza della C.T. di secondo grado, 3816/88 , passata in cosa giudicata, esso era rappresentato dalla somma dei valori così come dichiarati, per i beni relativamente ai quali questi risultavano superiori a quelli catastali, o dai valori catastali, per gli altri beni. Secondo l'Ufficio, però, la riduzione complessiva del valore dei singoli beni avrebbe dovuto essere applicata proporzionalmente ai singoli cespiti e, pertanto, con riferimento alla quota di immobile sopraindicata, in ordine alla quale v'era contestazione, essa sarebbe stata determinata, implicitamente, in un valore pari a lire 8.600.000. 2. Il successivo avviso di liquidazione dell'Ufficio veniva, pertanto, impugnato dai contribuenti in base all'assunto che il valore della quota non andava calcolata attraverso il criterio proporzionale ma secondo il puntuale riferimento ai singoli beni contenuto nella sentenza di appello. Il ricorso veniva accolto con la sentenza della Ct di primo grado di Livorno 672/92, ma, nelle more del deposito di quella decisione, già deliberata dalla Commissione, i contribuenti si avvalevano del condono, di cui alla legge 413/91, corrispondendo le somme dovute secondo l'avviso di liquidazione loro notificato. 3. Nel corso dello svolgimento di tali vicende, il 22 ottobre 1987, 1 contribuenti vendevano i diritti sul bene e, di esso dichiaravano, in via prudenziale e salvo l'esito della controversia ancora pendente in quel momento, un valore iniziale relativo al 50% dell'immobile pari a 7 milioni contenuto nell'originaria denuncia di successione , mentre quello finale - relativo all'intero cespite - veniva definito, a seguito di contenzioso, in lire 52 milioni, rispetto a un dichiarato di lire 40 milioni. 4. Successivamente, a seguito della definizione del primo contenzioso, gli stessi chiedevano il rimborso della presunta maggiore imposta Invim versata, in relazione alla detta compravendita, considerando che essa fosse legittimamente dovuta solo sulla base di un valore iniziale di lire 23 milioni, anziché 7, così come accertato dalla sentenza 3816/88, sopra indicata, in rettifica del valore indicato in sede di denuncia di successione. i predetti, perciò, ricorrevano chiedendo l'accertamento del diritto al rimborso e l'Ufficio resisteva considerando come valore iniziale quello, minore e pari a lire 8.600.000, per avere il condono implicitamente confermato i valori assunti dallo stesso. 5. La Ctp di Livorno, con sentenza deposita 118 aprile 1997, accoglieva le ragioni dell'Ufficio e rettificava il valore iniziale in lire 8.600.000. 6. Tale decisione era impugnata dai soccombenti i quali affermavano che il maggior valore iniziale risultava dalla sentenza passata in giudicato, unico documento rilevante al riguardo, senza che il condono potesse riverberare i suoi ef etti con riguardo ai valori accertati. L'ufficio eccepiva l'inammissibilità dell'appello per essere stato notificato solo in copia compresa la firma e l'autentica . 7. La Ctr accoglieva l'appello e annullava l'avviso di liquidazione impugnato prendendo a base il valore invocato dagli appellanti e disponeva che fosse provveduto al rimborso di quanto eventualmente pagato in eccedenza , con vittoria delle spese di lite. Secondo la Commissione, innanzitutto, l'attestazione di conformità apposta sulla copia notificata dai contribuenti rende l'atto del tutto equivalente all'originale. Inoltre, il condono fiscale sarebbe stato richiesto ed ottenuto solo in riferimento all'avviso di liquidazione per i vizi propri di tale atto e non in relazione all'accertamento di valore del bene, già definito con la decisione del 1988, passata in giudicato. Tale valore iniziale del bene venduto sarebbe stato equivalente a 23 milioni. 8. Tale sentenza è stata impugnata dal ministero delle Finanze ora dell'Economia e delle finanze con ricorso per cassazione, affidato a due motivi, contro il quale resistono Paola e Renato Quaglierini e Anna Maria Tedeschi, con controricorso. Motivi della decisione 1.1. Con il primo motivo di ricorso con il quale lamenta violazione e falsa applicazione degli articoli 112 Cpc e 18, comma 4, Dl 546/92, in relazione all'articolo 360, nn. 3 e 5, Cpc l'Amministrazione deduce l'errore di diritto commesso dal giudice di merito in ordine al rigetto dell'eccezione preliminare, formulata dalla stessa parte pubblica nel giudizio di appello, relativa all'inammissibilità dei ricorsi proposti dai contribuenti nel giudizio di primo grado, in quanto prodotti solo in fotocopia, ai sensi dell'articolo 18, comma quarto, D.Lgs 546/92. Contrariamente a quanto richiesto, la commissione avrebbe frainteso l'eccezione e avrebbe riferito la stessa al giudizio di gravame anziché a quello di primo grado. 1.2. Con il secondo motivo di ricorso con il quale lamenta violazione e falsa applicazione degli articoli 2909 Cc e 53, comma 4, legge 413/91, in relazione all'articolo 360, nn. 3 e 5, Cpc l'amministrazione deduce l'erroneità della conclusione della Ctr resa, nella sentenza impugnata, in ordine al giudicato formatosi riguardo al valore economico dell'immobile e, di contro, alla non riferibilità dell'istanza di condono, a suo tempo proposta dai contribuenti, all'avviso di liquidazione loro notificato. Infatti, il condono avrebbe riguardato una controversia avente ad oggetto la riliquidazione, per mezzo dell'ultimo atto impositivo, del tributo in contestazione. 2. Va esaminato dapprima il motivo di ricorso riguardante l'error in Procedendo, rispetto al quale questa Corte ha pieno accesso agli atti di causa, essendo a tale riguardo giudice del fatto processuale . Il vizio denunciato attiene all'articolo 18 D.Lgs 546/92, in quanto lamenta la carenza dei requisiti del ricorso introduttivo, ma esso esige che il suo esame avvenga anche attraverso la considerazione dell'articolo 22 dello stesso D.Lgs 546, riguardante la costituzione in giudizio del ricorrente , atteso che tale seconda disposizione è strettamente collegata con la prima e permette, con riferimento al caso esaminato, una migliore interpretazione di essa. 2.1. Dall'esame dei documenti, contenuti nel fascicolo d'ufficio, risulta che il contribuente ha provveduto alla notifica diretta del ricorso all' ufficio del Ministero delle finanze , come consentito dall'articolo 16 del D.Lgs 546/92, mediante consegna dell'atto all'impiegato addetto che deve rilasciarne ricevuta sulla copia comma 3 . Il ricorso, tuttavia, è stato consegnato all'Ufficio in copia fotostatica, mentre l'originale è stato depositato presso la segreteria della Commissione tributaria con una attestazione di conformità, eseguita dal difensore del ricorrente, sulla copia notificata. Così, esattamente rovesciando la prescrizione stabilita dall'articolo 22 del D.Lgs 546/92, secondo cui il ricorrente deposita, nella segreteria della commissione tributaria adita, copia del ricorso consegnato con fotocopia della ricevuta di deposito comma 1 , contenente l'attestazione di conformità dell'atto depositato a quello consegnato in originale, da parte dello stesso ricorrente comma 3 . L'irregolarità è già stata stigmatizzata sia pure in riferimento alla fase di appello da questa Corte con la sentenza 7073/02, e secondo cui, il deposito dell'atto di impugnazione di una decisione della Commissione provinciale presso la Cancelleria della Commissione regionale può avvenire in originale nel solo caso di appello notificato ai sensi delle disposizioni del codice di procedura civile, mentre, nel caso di notifica a mezzo posta o tramite consegna presso l'Ufficio, il deposito stesso deve avvenire in copia, con acclusa, rispettivamente, la ricevuta postale di ricezione ovvero la ricevuta di deposito, essendo, inoltre, l'appellante tenuto, in questi ultimi due casi, ad attestare la conformità dell'atto depositato a quello spedito o consegnato nello stesso senso, v. anche Cassazione, sentenza 12154/04 . 2.2. Tale palese irregolarità non è, però, idonea a integrare, secondo questa Corte, quella causa di nullità insanabile del ricorso, nella quale consiste l'inammissibilità invocata dall'Amministrazione ricorrente, peraltro sulla base testuale stabilita dagli articoli le e 22 del D.Lgs 546/92. 2.2.1. Tutte e due tali previsioni, effettivamente, dispongono l'inammissibilità del ricorso a se manca o è assolutamente incerta una delle indicazioni di cui al comma 2, ad eccezione di quella relativa al codice fiscale, o non è sottoscritto a norma del comma precedente comma 4, la prima b se il deposito, nella segreteria, non avviene ai sensi del comma 1 dell'articolo 22 comma 2, la seconda . E non v' è dubbio che la sanzione ivi stabilita è di quelle cd. forti, cioè caratterizzate dalla insanabilità del vizio, come questa Corte ha già chiaramente stabilito, con riferimento alla stessa conseguenza, sia pure comminata ad altro proposito e ad altra ipotesi Su, sentenza 16/2000 . E come del resto lo stesso articolo 22 del D.Lgs del 1992 ricorda stabilendo che l'inammissibilità del ricorso, ivi stabilita, sia rilevabile d'ufficio, in ogni stato e grado del giudizio, e che essa deve essere fatta valere quand'anche la parte resistente si sia costituita in giudizio comma 2 non essendo tale costituzione idonea a sanare il vizio in esame. Tuttavia, tali previsioni, proprio per il loro rigore sanzionatorio, devono essere interpretate in senso restrittivo, e cioè riservando loro un limitato campo di operatività, comprensivo cioè di quei soli casi nei quali il rigore estremo extrema ratio è davvero giustificato, in tal modo tenendo presente l'insegnamento fornito dalla Corte costituzionale, con particolare riguardo al processo tributario, secondo il quale le disposizioni processuali tributarie devono essere lette in armonia con i valori della tutela delle parti in posizione di parità, evitando irragionevoli sanzioni di inammissibilità sentenze 189/00 e 520/02 e di cui questa Corte ha già fatto applicazione nella materia di cui all'articolo 22 cit. v. la sentenza 18088/04 . 2.2.2. In particolare, con riferimento alla previsione di cui all'articolo 22, comma 1, del D.Lgs 546/92, riguardante la menzionata attività di consegna del ricorso in originale all'Ufficio e di deposito della copia, attestata come conforme dalla parte, presso la segreteria della Commissione, l'eventuale irregolarità che abbia avuto ad oggetto tale procedura e, ad esempio, si sia come nel caso di specie esattamente nell'ordine procedimentale, con la consegna della copia anziché dell'originale all'Ufficio e il deposito dell'originale anziché della copia conforme presso l'organo giurisdizionale, non si può far discendere 11 inammissibilità del ricorso introduttivo del giudizio. Anche se è condivisibile l'affermazione, contenuta nella sentenza di questa stessa Corte 4051/01, ad avviso della quale il ricorso introduttivo del giudizio tanto di primo grado quanto d'appello dinanzi alle commissioni tributarie, nella disciplina del D.Lgs 546/92, ove direttamente proposto per mezzo del servizio postale o con consegna all'ufficio finanziario, è inammissibile tutte le volte in cui manchi, nella copia depositata con la costituzione in giudizio, la sottoscrizione dell'autore dell'atto e cioè della parte ovvero del suo difensore , indipendentemente dalla circostanza che la controparte non contesti la sottoscrizione dell'originale, tuttavia, tale mancanza di sottoscrizione va intesa in modo davvero restrittivo, ossia come mancanza radicale del requisito imposto dalla legge. La previsione di inammissibilità, infatti, deve farsi conseguire solo là dove e nei limiti in cui la mancanza della sottoscrizione sia materiale, non quando essa risulti presente per relationem, attraverso il rinvio implicito dalla fotocopia all'atto originale depositato presso la segreteria dell'Ufficio e questa conformità non si stata contestata o, se anche lo sia stata, essa è comunque infondata. Proprio facendo applicazione di questo principio, la Corte di cassazione ha già, in altra occasione, stabilito sentenza 5257/04 che non è del tutto priva di sottoscrizione la copia dell'atto introduttivo del processo tributario, notificata all'altra parte, che risulti essere una fotocopia dell'originale, regolarmente sottoscritto dal difensore, depositato nella cancelleria del giudice, sicché il ricorso, recante la sottoscrizione in copia fotostatica, la cui conformità a quella dell'originale non sia stata contestata, è ammissibile, ai sensi dell'articolo 18, commi 3 e 4, del D.Lgs 546/92 . 2.2.3. A tale affermazione, condivisibile nella conclusione, va dato, però, un fondamento utile a temperare il rigore del principio pure valido in astratto posto a base nella prima delle due decisioni richiamate. Se in questa si erano sostenute le ragioni dell'inammissibilità affermando che detta copia, in quelle ipotesi, è dunque l'unico documento sul quale il giudice può effettuare il doveroso controllo sull'esistenza e validità dell'atto d'impulso processuale, a differenza di quanto si verifica in caso di notificazione per ufficiale giudiziario, con deposito in sede di costituzione dell'originale, ovvero si verificava nel rito anteriore, in cui l'atto doveva essere spedito o consegnato alla segreteria della commissione è pur vero che il comma 5 dell'articolo 22 stabilisce che ove sorgano contestazioni il giudice tributario ordina l'esibizione degli originali degli atti e dei documenti di cui ai precedenti commi . È proprio tale inciso che fornisce la chiave di volta dell'intero regime delle inammissibilità del ricorso introduttivo, stabilendo una sorta di possibile causa di esclusione della sanzione dell'inammissibilità come si è detto, vera e propria estrema ratio quando vi sia modo di accertare la sostanziale regolarità dell'atto e l'osservanza delle regole processuali fondamentali nella specie l'esistenza della sottoscrizione della parte e del difensore del ricorrente . 2.3. Nel caso esaminato, pertanto, l'irregolarità rilevata e denunciata dall'Ufficio non integra la previsione della nullità insanabile, in cui si sostanzia l'inammissibilità, in quanto l'amministrazione ha avuto la possibilità di riscontrare l'esistenza della firma della parte e del suo difensore nell'atto consegnato all'Ufficio attraverso la fotocopia di un originale esistente e consultabile presso la segreteria della commissione tributaria. Il motivo di ricorso va, pertanto, respinto. 3. Va, a questo punto, esaminato il secondo motivo di ricorso, quello attinente agli effetti del condono intervenuto prima che la sentenza di merito della C.T. di primo grado di Livorno n. 672, depositata il 3 luglio 1992 , invocata perché contenete il giudicato sul valore del cespite oggetto di imposizione tributaria, fosse pubblicata. Infatti, i contribuenti, che invocano il giudicato risultante da quella decisione, non impugnata da alcuno, si erano avvalsi, nelle more giudizio e prima del deposito di quella decisione, del condono, di cui all'articolo 53 della legge 413/91, corrispondendo le somme dovute la metà della sola imposta secondo l'avviso di liquidazione loro notificato. In tal modo, essi avevano fatto applicazione delle disposizione del comma 5 che, in relazione alle controversie pendenti alla data del 30 settembre 1991, consentiva di definire le dette vertenze, su richiesta del contribuente, con il pagamento del 50% dell'imposta liquidata dall'ufficio, senza applicazione di sopratasse e pene pecuniarie. La sentenza di appello, impugnata in questa sede dall'Amministrazione finanziaria, ha aderito alla tesi dei contribuenti, ritenendo che si fosse formato il giudicato sul valore dell'immobile, anche perché il condono sarebbe intervenuto nel corso del secondo giudizio, quello avente ad oggetto l'impugnativa dell'avviso di liquidazione, non nell'ambito del primo, riguardante l'accertamento tributario. Secondo i privati, che hanno interesse alla reiezione del ricorso dell'amministrazione, l'avere chiesto il condono e l'aver corrisposto il relativo importo non avrebbe inciso minimamente sulla sentenza della Commissione di secondo grado, più di quanto un qualsiasi posteriore negozio transattivo o abdicativo possa incidere su un giudicato, del quale può eventualmente modificare gli effetti, ma non certo il contenuto, che è e rimane irretrattabile . Secondo l'amministrazione, invece, la disciplina del condono escluderebbe l'effetto del giudicato. 3.1. Il secondo motivo di ricorso è fondato e comporta l'accoglimento dell'impugnazione. 3.2. L'articolo 53 della legge 413/91 stabilisce comma 12 che, per effetto della domanda di definizione, i giudizi in corso sono sospesi e si estinguono a seguito del pagamento delle imposte dovute, ai sensi del presente articolo . Ai fini della decisione di questa controversia, si tratta allora di stabilire se l'effetto estintivo, operato dal pagamento del 50% dell'imposta liquidata dall'Ufficio, operi in via ufficiosa oppure esiga una pronuncia costitutiva da parte del giudice. Nel primo caso, avrebbe ragione l'amministrazione e il contribuente non potrebbe invocare il giudicato, che non si sarebbe mai formato nel secondo, essendo mancata la pronuncia estintiva da parte del giudice, la mancata impugnazione da parte dell' amministrazione della sentenza, intervenuta dopo la definizione della controversia da parte del contribuente direttamente con l'Ufficio, avrebbe visto consolidarsi il suo contenuto decisorio, proprio nel giudicato invocato in questo giudizio. 3.2.1. La sentenza della Ctr, qui impugnata, ha escluso l'esistenza del giudicato perché il condono sarebbe intervenuto solo nel secondo giudizio, quello relativo all'avviso di liquidazione, dopo che già l'accertamento era stato definito nel corso della prima vertenza, snodatasi in più gradi. Ma, in realtà, come emerge dalla stessa motivazione e dagli atti dell'impugnazione, era stata proprio la statuizione contenuta nel provvedimento passato in giudicato, per l'incertezza dei contenuti riguardanti l'obbligazione tributaria e la necessità di una loro concreta determinazione, a far rinascere la questione del valore iniziale del cespite, diversamente stimato dall'Ufficio e dai contribuenti il primo, con la notifica dell'avviso di liquidazione il secondo, con la sua impugnazione. E' dunque errata l'affermazione del giudice di merito che ha escluso l'operatività del condono sol perché la vertenza in cui esso è intervenuto avrebbe riguardato quella parte di essa relativa all'avviso di liquidazione e non la prima, riguardante l'accertamento infatti, la liquidazione effettuata dall'Ufficio, al di là della sua denominazione, mirava a risolvere lo stato di incertezza sul quantum del valore, frutto di due diverse interpretazioni del giudicato formatosi sul primo accertamento fiscale. Infatti, questa Corte ha già avuto occasione di stabilire Cassazione sentenza 6262/80 che nella nazione di avviso di accertamento , con riferimento alla quale disciplina del contenzioso tributario, prevede la tutela giurisdizionale del contribuente, deve comprendersi ogni atto o provvedimento dell'Amministrazione finanziaria che, a prescindere dalla sua denominazione, spieghi efficacia nei confronti del soggetto passivo del tributo, accertando o dichiarando il debito d'imposta . Similmente, in questa sede, assecondando tale principio di prevalenza della sostanza sulla forma, anche in ragione dell'ormai generale ambito dell'oggetto della giurisdizione tributaria articolo 2 D. Lgs 546/92 , deve affermarsi che, ove l'avviso di liquidazione faccia seguito a e sia l'espressione di una sostanziale incertezza sull'an o sul quantum della pretesa fiscale, esso è del pari impugnabile, alla stregua di un vero e proprio avviso di accertamento, sia pure con riguardo alla parte dell' obbligazione oggetto ancora di controversia nella specie, pacifica la sussistenza dell' obbligazione, e la rettifica del valore iniziale a lire 8.600.000, rispetto ai 7.000.000 postulati dall'Ufficio, era ancora controverso se quel valore iniziale, di lire 8,6 milioni, non dovesse essere ulteriormente elevato in rapporto al suo valore tabellare ovvero venale . Si trattava cioè di stabilire come andasse adeguata, con riguardo al cespite in questione, il principio o criterio onnicomprensivo contenuto nella decisione, resa dai giudici con riferimento all'intero patrimonio del de cuius, risolutiva della prima vertenza. Perciò, una volta stabilito che il problema non riguarda tanto la denominazione dell'atto fiscale quanto i suoi contenuti, l'efficacia del condono andava esaminata non già in rapporto alla dizione formale dell'atto impugnato ma al suo contenuto effettivo gravido della incertezza sul quantum dell'obbligazione tributaria . 3.2.2. Così ristretta la questione qui sottoposta, si comprende come e di merito abbia errato nell'escludere ogni efficacia all'istanza di condono e al pagamento di quanto tabellarmente prescritto dall'articolo 53, comma 5, legge 413/91 pagamento del solo 50% dell'imposta liquidata dall'Ufficio . Attraverso l'istanza premiale, e il pagamento dell'importo dettato dalla legge, i contribuenti hanno accettato il quantum dell'obbligazione, così come indicata nell'avviso notificato loro dall' amministrazione finanziaria, senza che assuma importanza alcuna il momento temporale in cui questa definizione sia avvenuta, durante la pendenza del giudizio. Infatti, l'articolo 53, comma 12, già citato, stabilisce l'estinzione del sulla base del semplice pagamento delle imposte dovute, ai sensi dello stesso articolo, senza che sia necessario l'intervento del provvedimento estintivo che, peraltro, ha contenuto solo ordinatorio come dimostra il dato della sua revocabilità, stabilito nella seconda parte di questo stesso comma . La questione dell'efficacia della domanda di condono, regolarmente adempiuta nel corso della lite pendente, ai sensi dell'articolo 53 della legge 413/91, va, pertanto, risolta attribuendo alla stessa una efficacia sostanzialmente estintiva della controversa per la avvenuta cessazione della res litigiosa e, quindi, della materia del contendere. Similmente, questa Corte, con recente decisione Cassazione 11728/05 , a proposito di altro tipo di condono relativo alle sanzioni amministrative , ha affermato che la tempestiva esecuzione, dopo la proposizione del ricorso per cassazione avverso la sentenza del giudice di pace di rigetto dell'opposizione ai sensi dell'articolo 22 legge 689/81, degli adempimenti di cui all'articolo 17, comma secondo, legge 289/02 necessari ai fini della sanatoria delle violazioni in materia di affissione di manifesti politici, comporta l'estinzione del rapporto sanzionatorio amministrativo nato dalla presunta commissione dell' illecito e il venir meno della necessità di ogni accertamento al riguardo in sede giurisdizionale, con la conseguenza della sopravvenuta inammissibilità del ricorso per cassazione per cessazione della materia del contendere . 3.2.2. La domanda di condono, integra una autonoma manifestazione di volontà, di per sé produttiva di effetti giuridici, e dalla quale, in particolare, discende l'obbligo del contribuente di pagare le imposte che, in base alla stessa, siano dovute Cassazione, sentenza 8987/04 . A pagamento effettuato, sia che intervenga una pronuncia dichiarativa, sia che essa non segua, per le più varie ragioni, la - indiscussa - cessazione della materia del contendere, a seguito di intervenuta definizione delle pendenze tributarie, comporta la caducazione di tutte le pronunce emanate nei precedenti gradi di giudizio e non passate in giudicato mentre la dichiarazione di estinzione del giudizio non ha idoneità ad acquistare efficacia di giudicato sostanziale, diversa da quella limitata all'accertamento del venir meno dell'interesse alla prosecuzione del giudizio Cassazione, sentenza 4307/05 . 3.3. Nel caso che ci occupa, dunque, la detta sentenza, emanata con riferimento all'avviso di liquidazione, conseguito alla prima vertenza, non è mai passata in giudicato, proprio per l'avvenuta definizione della controversia attraverso il pagamento delle somme prescritte per il condono, cosa che ha comportato la caducazione della pronuncia seguita dopo il perfezionamento del pagamento agevolato. Di questo titolo giurisdizionale, pertanto, i contribuenti non potevano né possono avvalersi, tanto meno per ricavare, ai fini del contenzioso sull'Invim, il valore iniziale del cespite e, così, ottenere il rimborso del sovrappiù, stimato e corrisposto in forza del minor valore iniziale del bene rispetto a quello risultante dalla sentenza caducata per l'intervenuto condono . La decisione impugnata, che non ha fatto retta applicazione dei principi in materia di condono fiscale e dei sui effetti sui giudizi in corso secondo motivo di ricorso , va - pertantocassata, senza che sia necessario rinviare la controversia per essere non necessari ulteriori accertamenti di fatto. La causa, che può essere decisa nel merito, va risolta respingendo il ricorso introduttivo del contribuente volto ad ottenere il rimborso dell'imposta. 4.Nelle vicende narrate si ravvisano motivi idonei a giustificare la compensazione delle spese dell'intero giudizio. PQM Accoglie il secondo motivo del ricorso, rigetta il primo, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito, respinge il ricorso introduttivo del contribuente. Compensa le spese dell'intero giudizio.