Condannato per aver dirottato le comunicazioni bancarie del figlio: voleva nascondere il cattivo uso degli assegni in bianco

Respinta la tesi secondo cui lo sviamento sarebbe stato fatto solo in funzione anti nuora . Se il reale intestatario del conto avesse voluto ricevere le comunicazioni ad altro indirizzo, avrebbe ben potuto chiederlo. I due dipendenti delle poste sono responsabili, poiché era loro evidente che la consegna della corrispondenza avveniva solo sulla base di indicazioni informali a mani di soggetti estranei, in luogo diverso da quello di recapito.

Con la sentenza n. 14037, depositata il 25 marzo 2013, la Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito. Assegni in bianco dal figlio e sviamento della posta bancaria. Un uomo è l’effettivo gestore di un conto intestato al figlio. Riceve infatti dalla propria prole degli assegni firmati in bianco. Vuole però evitare che il figlio riceva le comunicazioni della banca sulle mancate coperture dei titoli, sulla revoca della possibilità di emissione degli assegni e sulla chiusura del conto . Si accorda così con un dipendente delle Poste affinchè faccia in modo che ciò non avvenga. Questo ottiene da una dipendente dell’Agenzia recapiti delegata dalle Poste che tali raccomandate siano consegnate a persone di fiducia che avrebbero poi dato tale corrispondenza all’uomo. Il padre ed i due dipendenti vengono condannati per falso ideologico in atto pubblico. Il padre, insieme ai destinatari interposti, per sviamento di corrispondenza. Ma lo sviamento era in funzione anti nuora! L’uomo ricorre per cassazione rispetto a questo secondo capo d’imputazione. Sostiene infatti che lo sviamento sarebbe avvenuto d’accordo con il figlio, che la funzione sarebbe stata solo quella di impedire che la nuora venisse a conoscenza di ciò che stava accadendo. Il titolare del conto poteva chiedere da sé il reindirizzamento. La S.C. rileva la correttezza dell’interpretazione della Corte d’Appello. In sede di legittimità non possono essere riproposte questioni di fatto. Il ricorrente non è riuscito a superare l’obiezione alla sua tesi anti nuora sarebbe stato sufficiente che il titolare formale del conto si fosse recato in banca per chiedere che le comunicazioni gli fossero indirizzate non a casa, ma ad altro indirizzo da lui indicato . Essendo inammissibile il ricorso, non può essere riconosciuta la prescrizione del reato. Ma è stato commesso il reato? I due dipendenti delle Poste ricorrono invece per la cassazione della sentenza nella parte in cui li ha riconosciuti responsabili di falso ideologico nelle distinte di recapito delle raccomandate. Secondo i ricorrenti queste non attesterebbero altro che l’avvenuta consegna della posta a persona che ne conferma la ricezione con la sottoscrizione del documento, esulando dall’ambito attestativo del documento quello concernente l’avvenuta consegna al destinatario ed all’indirizzo indicato sulla raccomandata da consegnare . In particolare uno afferma di non aver concorso nel reato, essendosi egli limitato a rappresentare all’addetta ai recapiti le particolari necessità di padre e figlio, l’altra, una donna, addetta ai recapiti, sostiene di non aver voluto commettere alcun reato, indotta ad agire dall’apparenza che un tale modo di consegna corrispondesse ad una necessità comune ad entrambi , padre e figlio. Le norme del servizio postale. La Corte richiama innanzitutto il decreto del Ministero delle Comunicazioni del 9 aprile 2001, contenente l’approvazione delle condizioni generali del servizio postale, che agli artt. 32 e 34 prevede che tutti gli invii di posta raccomandata sono consegnati al destinatario o ad altra persona individuata come di seguito specificato, dietro firma per ricevuta e che in caso di assenza all’indirizzo indicato, il destinatario ed altre persone abilitate a ricevere l’invio possano ritirarlo presso l’ufficio postale di distribuzione . Tali invii devono essere recapitati alla persona fisica o giuridica destinataria, di regola nel luogo corrispondente all’indirizzo indicato . Destinatario e luogo di recapito sono essenziali. Vista la lettera della norma, la Corte non può che sottolineare l’importanza determinante della consegna al destinatario e nel luogo del recapito, indicato sull’invio di posta . Quindi l’apposizione della sottoscrizione sulla distinta di consegna da parte dell’ufficiale postale comporta, proprio per la natura dell’atto, l’implicita attestazione di aver adempiuto allo specifico incarico nei termini previsti La Corte respinge perciò anche il secondo motivo ricorso, rilevando che si configura come ideologicamente falsa quell’attestazione ove in concreto la consegna avvenga in termini diversi, circa il luogo e la persone del ricevente .

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 21 dicembre 2012 25 marzo 2013, n. 14037 Presidente Zecca Relatore Savani In fatto e diritto Con la sentenza emessa in data 13 luglio 2011 la Corte d'appello di Bologna, ridotte le pene inflitte a taluno dei prevenuti, ha confermato nel resto la sentenza datata 6 ottobre 2008 del Tribunale di Forlì, appellata, fra gli altri, da B.L. , M.L. e N.F. , dichiarati responsabili tutti del delitto di falso ideologico in atto pubblico e, il primo, anche di sviamento della corrispondenza, commessi dall' omissis . In sintesi, la vicenda concerne l'accordo intervenuto tra il M. dipendente di Poste Italiane ed il B. , effettivo gestore di un c/c bancario intestato al figlio F. che gli rilasciava assegni firmati in bianco, affinché la posta raccomandata diretta al figlio, comprendente le comunicazioni della banca sulle mancate coperture dei titoli, sulla revoca della possibilità di emissione degli assegni e sulla chiusura del conto, non giungessero al destinatario, ma venissero recapitate a persone compiacenti coimputati non ricorrenti , che l'avrebbero consegnata al prevenuto. In quel contesto, il M. avrebbe ottenuto dalla N. , dipendente dell'Agenzia di recapiti delegata da Poste Italiane S.p.a. alla consegna delle raccomandate diverse da quelle per atti giudiziari, che le raccomandate di cui all'imputazione fossero consegnate alle persone indicate dal duo M. -B. , con correlativa redazione degli atti pubblici attestanti la regolare consegna, per i quali è intervenuta condanna per falsità ideologica. Il M. risponde poi direttamente del delitto di falso ideologico in relazione alla consegna a mani di L B. di un atto giudiziario diretto al figlio F. , attestato come consegnato a persona convivente con il destinatario all'indirizzo di recapito, mentre tale il B. non sarebbe stato. Propongono distinti ricorsi per cassazione gli imputati. Il ricorso per B. , limitato al solo delitto di sviamento della corrispondenza, deduce violazione di legge e difetto di motivazione sulla responsabilità a causa di erronea interpretazione da parte del giudice d'appello delle risultanze processuali, laddove sarebbe emerso dalle stesse che egli non avrebbe voluto sottrarre la corrispondenza in danno del figlio F. , effettivo destinatario della medesima, ma avrebbe agito per impedire che ne venisse a conoscenza la nuora, la quale già in un'occasione aveva vigorosamente protestato quando era venuta a sapere del modo con cui il suocero gestiva quel c/c, con il pesante coinvolgimento del marito. Il destinatario della corrispondenza secondo il ricorrente sarebbe stato sempre a conoscenza del contenuto della medesima. Con motivi aggiunti il B. deduce l'intervenuta prescrizione dei reati. I ricorsi per N. e M. censurano entrambi il ritenuto sussistere del falso ideologico nelle distinte di recapito delle raccomandate. p In sostanza, secondo i ricorrenti, le distinte in questione non attesterebbero altro che l'avvenuta consegna della posta a persona che ne conferma la ricezione con la sottoscrizione del documento, esulando dall'ambito attestativo del documento quello concernente l'avvenuta consegna al destinatario ed all'indirizzo indicato sulla raccomandata da consegnare. Le disposizioni del DM. 9 aprile 2001 non prevederebbero l'attestazione del luogo di consegna, ma solo quella dell'avvenuta consegna a soggetto che ne lascia ricevuta, né vi sarebbe spazio per ritenere il ricorrere di una falsità implicita derivante dalla struttura dell'atto e dell'attività che verrebbe ad attestare. Evidenziano come le norme in materia prevedano che la consegna al domicilio del destinatario avviene di regola, e quindi non in modo imperativo, con la conseguenza che la distinta di recapito non si porrebbe quale atto contenente l'implicita attestazione della consegna all'indirizzo indicato sulla raccomandata, con la correlativa falsità ideologica di una distinta che si riferisca ad una consegna in realtà avvenuta altrove, come pacificamente tutte le consegne oggetto di procedimento. Il ricorso M. poi lamenta l'erronea qualificazione del suo intervento presso la N. quale concorso nel falso per istigazione, essendosi egli limitato a rappresentare alla addetta ai recapiti le particolari necessità dei B. padre e figlio. Con un terzo motivo lamenta difetto di motivazione sulle deduzioni dell'appello con cui si era sostenuto anche documentalmente che B.L. appariva ancora residente nell'indirizzo dove viveva anche la famiglia del figlio F. così che non sarebbe stata falsa l'attestazione in sede di notifica di atto giudiziario diretta al figlio F. avvenuta a mani di B.L. che si trattava di consegna a famigliare convivente. Il ricorso N. , come rilevato, nel primo motivo ampiamente sviluppa l'argomento relativo all'insussistenza del falso ideologico nella distinta di recapito perché tale documento non sarebbe posto per attestare, neppure per implicito, la avvenuta consegna nel luogo indicato come indirizzo del destinatario. Né sarebbe imposta la consegna solo a famigliari conviventi bensì anche ad altre persone laddove possa apparire una situazione di delega, anche orale, alla ricezione dei recapiti. La questione della delega orale nei suoi riflessi sull'elemento soggettivo del reato è sviluppata nel secondo motivo del ricorso N. laddove si critica la motivazione della sentenza impugnata per non aver valutato i profili soggettivi per la persona addetta al recapito che avrebbe agito nella piena consapevolezza, indotta dall'apparenza formata dal duo B. , padre e figlio, che un tale modo di consegna corrispondesse ad una necessità comune ad entrambi. Il ricorso presentato per il B. è inammissibile in quanto, a prescindere dalla sua genericità, tende a sottoporre al giudizio di legittimità aspetti attinenti alla ricostruzione del fatto e all'apprezzamento del materiale probatorio rimessi alla esclusiva competenza del giudice di merito. Nel caso in esame, la Corte di appello ha ineccepibilmente ricostruito gli avvenimenti quali emergenti dalle acquisizioni dibattimentali, testimoniali e documentali, compresi gli esiti delle perquisizioni eseguite, giungendo alla conclusione che risultava come non si potesse dar credito al B. sulla consapevolezza del figlio dello sviamento della corrispondenza e del contenuto di quella, rilevando anche efficacemente che il prevenuto non era riuscito a superare la semplice obiezione che, se fosse stata vera la più volte sostenuta causale anti nuora sarebbe stato sufficiente che il titolare formale del conto si fosse recato in banca per chiedere che le comunicazioni gli fossero indirizzate non a casa, ma ad altro indirizzo da lui indicato. Le tesi sostenute dal ricorrente, che ha riproposto gli argomenti già sviluppati con l'appello per accreditare la necessità del proprio intervento al fine di aggirare gli ostacoli frapposti a lui ed al figlio dalla nuora, sono questioni in fatto, che non possono essere prese in considerazione, a fronte della motivazione adeguata, conforme a regole della logica e priva di vizi giuridici, resa dai giudici di merito. Infatti non è compito del giudice di legittimità compiere una rivalutazione del compendio probatorio, sulla base delle prospettazioni del ricorrente, avendo questa Corte chiarito già da tempo che esula dai suoi poteri una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali Sez. Un. n. 41476 del 25/10/2005, Misiano Sez. Un. n. 6402 del 2.7.1997, Dessimone, rv. 207944 Sez. Un. n. 930 del 29.1.1996, Clarke, rv. 203428 . L'inammissibilità del ricorso, impedendo il formarsi di un valido rapporto di impugnazione, rende del tutto irrilevanti gli eventi estintivi maturati in epoca successiva alla pronuncia della sentenza impugnata, con la conseguenza che è irrilevante che dopo la data del 13 luglio 2011 siano scaduti i termini di prescrizione dei reati ascritti al prevenuto. All'inammissibilità del ricorso consegue, ai sensi dell'art. 616 C.P.P., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e - per i profili di colpa correlati all'irritualità dell'impugnazione - di una somma in favore della Cassa delle ammende nella misura che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo determinare in Euro 1.000,00. Non fondati appaiono i ricorsi proposti per N. e M. . Come esattamente rilevato dalla Corte di merito, il decreto 9 aprile 2001 del Ministro delle Comunicazioni, contenente l'approvazione delle condizioni generali del servizio postale, nella disciplina dei recapiti, ed in particolare dei recapiti degli invii di posta, denominati a firma , quali le lettere raccomandate, prevede innanzitutto art. 32 che tutti gli invii di posta raccomandata sono consegnati al destinatario o ad altra persona individuata come di seguito specificato, dietro firma per ricevuta , ed ancora che in caso di assenza all'indirizzo indicato, il destinatario e altre persone abilitate a ricevere l'invio possono ritirarlo presso l'ufficio postale di distribuzione, entro i termini di giacenza . Appare quindi evidente dalle prime norme che disciplinano il recapito degli invii a firma quale sia l'importanza determinante della consegna al destinatario e nel luogo di recapito, indicato sull'invio di posta. E l'articolo 34 successivo conferma l'importanza di tali elementi, specificando che gli invii di posta sono recapitati alla persona fisica o giuridica destinataria, di regola nel luogo corrispondente all'indirizzo indicato . Non può, peraltro, convenirsi con i ricorrenti sul fatto che con l'espressione di regola venga ad esser di per sé giustificata la consegna in luoghi diversi da quello del recapito indicato sulla posta, proprio perché le successive norme concernenti gli adempienti conseguenti al fatto che sulla posta vi sia un indirizzo inesistente, inesatto o insufficiente confermano la priorità dell'esigenza che la posta sia consegnata nell'indirizzo indicato, salvo che non venga consegnata altrove, e segnatamente nell'ufficio postale, in virtù di accordi contrattuali con i destinatali. La disciplina, poi, della consegna ai soggetti abilitati a ricevere gli invii di posta presso il domicilio del destinatario conferma la centralità dei due elementi, destinatario e luogo della consegna che caratterizzano ogni invio di posta. L'ampia e corretta disamina, da parte della sentenza impugnata, della normativa concernente le consegne ed i relativi atti di documentazione, ha portato i giudici del merito a considerare, quale contenuto implicito dell'attestazione di consegna risultante dalla distinta, anche quella relativa al destinatario ed al luogo di consegna, proprio per l'esigenza fondamentale che una corrispondenza, come quella raccomandata, sia consegnata al destinatario e nel luogo di recapito indicati sul plico. Si tratta di valutazione corretta, ad avviso del Collegio, proprio per l'importanza di quei dati nel contesto della disciplina della posta raccomandata, che non deve esser semplicemente consegnata in qualsiasi luogo ed a un qualsiasi soggetto che la ritiri, ma al destinatario nel luogo indicato, con tutte le eccezioni diffusamente previste dalla normativa, proprio a garanzia della primaria esigenza che il destinatario venga a conoscenza della corrispondenza lui diretta. Come la giurisprudenza ha ormai chiarito, il registro mod. 28 dell'amministrazione postale per l'annotazione dell'arrivo e della consegna delle raccomandate, è atto pubblico, fra l'altro, per la sua funzione documentatrice dell'avvenuto espletamento del servizio, del servizio nei termini quali la normativa lo disciplina, e cioè, in mancanza di altre annotazioni, della consegna della corrispondenza al destinatario nell'indirizzo di recapito. L'apposizione della sottoscrizione sulla distinta di consegna da parte dell'ufficiale postale comporta, proprio per la natura dell'atto, l'implicita attestazione di aver adempiuto allo specifico incarico nei termini previsti, con la conseguenza che si configura come ideologicamente falsa quell'attestazione ove in concreto la consegna avvenga in termini diversi, circa il luogo e la persona del ricevente. In definitiva, i motivi dei ricorrenti al proposito sono privi di giuridico fondamento, e questo anche con riferimento all'elemento soggettivo, laddove era evidente a chiunque e maggiormente a personale esperto come gli attuali ricorrenti, che la consegna di una corrispondenza, espressamente raccomandata alla precisione di consegna del servizio postale, avveniva sulla sola base di indicazioni informali a mani di soggetti estranei, in luogo diverso da quello di recapito, e segnatamente presso un distributore di carburante. Manifestamente infondato è poi il tentativo di escludere la propria responsabilità concorsuale da parte del M. , laddove è risultato pacifico che proprio lui era stato il tramite fra B. e la N. per rappresentare alla donna le specifiche esigenze del primo, che avrebbero comportato una deviazione della corrispondenza rispetto al percorso che l'avrebbe portata all'indirizzo del naturale destinatario indicato sul plico da consegnare. Manifestamente infondato, e in fatto, è pure il terzo motivo del ricorso M. la Corte di merito ha ritenuto confermata la falsità dell'attestazione di consegna del plico a famigliare convivente, così essendo stato indicato B.L. , attestazione dimostrata non veritiera secondo la Corte di merito in base all'affermazione del destinatario, B.F. , che all'indirizzo di OMISSIS , dove risultava consegnata la raccomandata per atti giudiziari, da tempo risiedevano solo lui e la moglie e che il nome del padre non figurava sul campanello, nonché in base alle dichiarazioni della moglie che non sarebbe potuto accadere che B.L. si trovasse da solo nell'abitazione del figlio in quel periodo, nel quale lei era a casa in stato di gravidanza. Le prospettazioni del ricorrente propongono in sede di legittimità un'inammissibile ricostruzione alternativa dei fatti di rilievo nell'ipotizzare che il M. buon conoscente del B. potesse essersi confuso sul rapporto di convivenza del predetto con la famiglia del figlio. I ricorsi N. e M. devono in definitiva essere rigettati. Peraltro l'avvenuta scadenza, tra l'8 gennaio ed il 30 aprile 2012 in mancanza di sospensioni, del termine di prescrizione dèi reati termine massimo di anni sette e mesi sei applicabile anche al delitto di falso ideologico così come contestato, in quanto la disciplina dell'art. 157 c.p. nel testo novellato con L. 251/05 è più favorevole rispetto a quella prevista dalla normativa vigente all'epoca del fatto a fronte di ricorsi ammissibili, seppure non fondati, comporta l'estinzione per prescrizione dei delitti ascritti ai citati ricorrenti, nei cui confronti la sentenza impugnata dovrà essere annullata senza rinvio. P.Q.M. La Corte annulla la impugnata sentenza senza rinvio perché estinti per intervenuta prescrizione i reati addebitati a M.L. e N.F. . Dichiara inammissibile il ricorso proposto da B.L. e condanna il ricorrente B. al pagamento delle spese del procedimento nonché al versamento della somma di Euro. 1.000,00 in favore della Cassa delle ammende.