Dopo tre mesi di arresti domiciliari le condotte delittuose sono riprese subito: non c’è interruzione delle molestie

La sottoposizione alla misura cautelare ha avuto l’effetto solo di sospendere temporaneamente gli atti persecutori, che sono proseguiti, senza soluzione di continuità rispetto ai fatti precedenti integranti le fattispecie criminose.

Così ha deciso la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 7541, depositata il 15 febbraio 2013. Quando è entrato in vigore il nuovo reato? Viene condannato a 5 anni di reclusione per vari reati, tra cui quello di atti persecutori. Il reato, previsto dall’art. 612- bis c.p., è stato istituito dal d.l. n. 11 del 23 febbraio 2009, convertito in legge dalla n. 38/2009. Il persecutore ricorre per cassazione, dopo che i due gradi di merito lo hanno riconosciuto colpevole, sostenendo, in maniera del tutto errata, che la nuova figura di reato prevista dall’art. 612- bis c.p. sarebbe in vigore dal febbraio 2010. Dopo tale data non risultano condotte persecutorie dell’imputato. Sostiene inoltre che tali condotte sarebbe state erroneamente ritenute sussistenti in base a due relazioni della polizia giudiziaria. Le date delle condotte illecite. La S.C. rileva che la corte territoriale ha fornito ragionata contezza della conclusione del protrarsi della condotta persecutoria, già precedentemente accertata e oggetto di sentenza di patteggiamento sub specie di diverse figure di reato violenza privata, minacce, atti osceni , anche dopo l’entrata in vigore della normativa in materia di atti persecutori . Tale data va fissata al 24 febbraio 2009. Da allora, fino al 18 marzo 2009, giorno dell’arresto, erano proseguiti gli atti persecutori. Terminato il periodo di arresti domiciliari, il 15 giugno 2009, di lì a quattro giorni e poi nuovamente il 27 giugno 2009, la vittima era stata seguita e minacciata e aveva richiesto l’intervento dei carabinieri nelle ore notturne. Fatti culminati con l’accoltellamento del 30 giugno 2009. La fattispecie del delitto di atti persecutori. L’art. 612- bis c.p. punisce chi con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita . Lo stalking è stato solo sospeso dagli arresti domiciliari. La Corte sottolinea che dalla trascrizione dell’esame fono registrato della vittima risulta che gli episodi di stalking erano continuati sempre sempre, era un continuo , anche dopo gli arresti domiciliari dell’imputato . La Cassazione respinge il ricorso, visto che la sottoposizione a misura cautelare aveva avuto l’effetto di solo temporaneamente sospendere gli atti persecutori, iniziati prima e proseguiti successivamente, com’è confermato dalle richieste di intervento delle forze dell’ordine, sopra ricordate, nel periodo successivo all’entrata in vigore della nuova normativa .

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 10 ottobre 2012 15 febbraio 2013, n. 7541 Presidente Marasca Relatore Lapalorcia Ritenuto in fatto 1. La Corte di Appello di L'Aquila, con sentenza del 7-7-2011, confermando quella del Tribunale di Pescara in data 16-7-2010 salvo che in ordine alla determinazione della pena, elevata ad anni cinque di reclusione su appello del PG, riconosceva D.R.R. responsabile di una serie di reati, tra i quali quello di atti persecutori, commesso fino al omissis , in danno di D.P.L. , reato al quale soltanto si riferisce il ricorso proposto dall'imputato tramite il difensore. 2. Le censure dedotte sono di omessa e/o illogica motivazione in ordine alla commissione di quel reato e alla sua esatta collocazione temporale, nonché di violazione degli artt. 2 cod. pen., 195 e 511 e segg. cod. proc. pen 3. Essendo la nuova figura di reato entrata in vigore a fine omissis , dalle prove assunte non risulterebbero, secondo il ricorrente, condotte persecutorie certamente successive a tale data rientranti nella previsione del capo d'imputazione, essendo labili le testimonianze al riguardo della p.o. e del marito di questa e comunque risultando che l'imputato era rimasto in stato di detenzione per la maggior parte del tempo compreso tra l'entrata in vigore del reato di cui all'art. 612 bis cod. pen. e la cessazione dei fatti di cui all'imputazione, mentre, mancando per i periodi di tempo restanti significative richieste di aiuto ai CO, la sentenza di primo grado, al fine di avvalorare la presenza di minacce tra il omissis , aveva utilizzato il contenuto della querela o delle relazioni di polizia giudiziaria, in violazione dell'art. 511 e segg. cod. proc. pen Considerato in diritto Il ricorso è infondato e va disatteso. 1. Le doglianze del ricorrente, benché prospettate come vizi della motivazione e malgoverno dei criteri di valutazione della prova, si sviluppano in gran parte nell'orbita delle censure di merito. A fronte della ricostruzione e della valutazione del giudice a quo, il ricorso non offre la compiuta rappresentazione e dimostrazione di alcuna evidenza di per sé dotata di univoca, oggettiva ed immediata valenza esplicativa, tale da disarticolare, a prescindere da ogni soggettiva valutazione, l’iter argomentativo della decisione impugnata. Le censure si limitano infatti ad opporre a quella fatta propria, con motivazione logica, nella sentenza impugnata, una diversa ed alternativa valutazione ed una propria ricostruzione dei fatti di causa e del merito del giudizio. 2.Invero la corte territoriale ha fornito ragionata contezza della conclusione del protrarsi della condotta persecutoria, già precedentemente accertata e oggetto di sentenza di patteggiamento sub specie di diverse figure di reato violenza privata, minacce, atti osceni , anche dopo l'entrata in vigore della normativa in materia di atti persecutori d.l. 23-2-2009 n. 11, conv. nella legge 23-4-2009 n. 38 - che si colloca in data omissis e non a fine febbraio 2010, come erroneamente affermato nel ricorso -, condotta culminata il omissis con l'accoltellamento da parte dell'imputato della vittima di stalking L D.P. . 3.La sentenza non ha infatti mancato di evidenziare che gli atti persecutori erano proseguiti, senza soluzione di continuità rispetto ai fatti precedenti integranti le fattispecie criminose di cui sopra, dal omissis al omissis , data in cui D.R. era stato arrestato a seguito di denuncia della D.P. , e quindi posto agli arresti domiciliari, per poi riprendere il omissis , allorché era stato liberato la corte territoriale, richiamando la sentenza di primo grado, ha ricordato due episodi avvenuti in quel periodo, nelle ore notturne rispettivamente del omissis , quando la p.o. era stata seguita e minacciata e aveva richiesto l'intervento dei carabinieri , fino a culminare nel grave fatto di sangue, appena ricordato. 4. La decisione impugnata è quindi esente dalle censure di vizio di motivazione e violazione di legge avanzate dal ricorrente in particolare sotto il profilo del malgoverno delle prove dalle quali non risulterebbero, in tesi difensiva, condotte persecutorie successive all'entrata in vigore dell'art. 612 bis cod. pen Infatti, oltre a quanto già osservato, perfino la trascrizione del verbale fonoregistrato dell'esame della p.o., allegato al ricorso, smentisce tale prospettazione, avendo la D.P. , a pag. 35, affermato categoricamente che gli episodi di stalking erano continuati sempre sempre, era un continuo , anche dopo gli arresti domiciliari dell'imputato, fino all'aggressione del omissis . 5. Dunque la sottoposizione a misura cautelare aveva avuto l'effetto di solo temporaneamente sospendere gli atti persecutori, iniziati prima e proseguiti successivamente, com'è confermato dalle richieste di intervento delle forze dell'ordine, sopra ricordate, nel periodo successivo all'entrata in vigore della nuova normativa, dato non scalfito dal generico assunto del ricorrente secondo cui la sentenza di primo grado, al fine di avvalorare la presenza di minacce tra il omissis , avrebbe utilizzato il contenuto della querela o di relazioni di polizia giudiziaria. Infatti non solo non è stato specificato di quali relazioni di PG si tratterebbe tra l'altro tali atti, se contengono attività di constatazione, sono irripetibili e quindi utilizzabili - Cass. 8860/2000 - , né esse sono state allegate al ricorso, ma l'asserita violazione dell'art. 511 e segg. cod. proc. pen. è rimasta comunque indimostrata dal momento che la trascrizione dell'esame fonoregistrato della p.o. allegata al ricorso, è incompleta, essendo priva delle pagine da 87 a 89, indicate nell'indice del verbale. 6. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali. P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Dispone l'oscuramento dei dati identificativi.