Pericolosità sociale e condizioni di salute: come valutarle? I casi di un ergastolano in carcere duro e di un tossicodipendente

Il Tribunale di Sorveglianza fa un esplicito accenno alla pericolosità sociale del soggetto mafioso, non dice però perché la detenzione domiciliare, viste le patologie, non sia sufficiente a frenarla. Nel caso del tossicodipendente, le esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, che impongono la detenzione in carcere, devono essere di entità tale che l’interesse di tutela della collettività superi il valore sociale rappresentato dal recupero del soggetto.

Con le sentenze n. 18969 e n. 18938, depositate il 30 aprile 2013, la Corte di Cassazione ha annullato con rinvio due ordinanze che respingevano la richiesta di arresti domiciliari in sostituzione della detenzione in carcere. 41-bis. Un uomo sta scontando un ergastolo per aver commesso un omicidio. Il suo regime carcerario, visto lo stampo mafioso del delitto ed i rischi per la collettività, è quello previsto dall’art. 41- bis , legge n. 354/1975, sull’ordinamento penitenziario. Ma l’uomo, 58 anni, presenta gravi condizioni di salute leucemia mieloide cronica e anemia iporigenerativa. Per questo chiede il differimento della pena ed in subordine la detenzione domiciliare. Il Tribunale di Sorveglianza respinge l’istanza rilevando la pericolosità sociale del soggetto ed osservando le sue serie condizioni di salute, le riconosce come non incompatibili con il regime carcerario. Differimento pena e detenzione domiciliare. La Corte di Cassazione, su ricorso dell’uomo, sottolinea l’errore del Tribunale nel ritenere che le considerazioni svolte rispetto al differimento della pena valgano anche per la questione della detenzione domiciliare. E’ vero che tale misura può essere concessa, come previsto dall’art. 47- ter , legge n. 354/1975, nel caso di differimento della pena, ma ha presupposti suoi propri, tra cui l’idoneità della detenzione domiciliare ad evitare il pericolo che il condannato commetta altri reati. Il Tribunale di Sorveglianza, che deve bilanciare contrapposti interessi con la propria discrezionalità, deve dare adeguata motivazione. In questo caso non ha spiegato perché la detenzione domiciliare non sarebbe sufficiente a limitare la pericolosità sociale. Tossicodipendenza. Un trentenne viene trovato in possesso di 47 involucri di marijuana. Indagato per spaccio di sostanze stupefacenti, viene posto cautelativamente in regime di detenzione carceraria. Viene respinta la sua istanza di sostituzione della misura con gli arresti domiciliari. Viene riconosciuto il suo stato di tossicodipendenza, con la potenziale applicabilità dell’art. 89, d.P.R. n. 309/1990, che consente gli arresti domiciliari per i tossicodipendenti che hanno in corso programmi di recupero terapeutico. Ma tale sostituzione non può essere disposta per la considerevole gravità dei fatti e la conseguente propensione a delinquere del soggetto, vista anche la sua negativa personalità, condannato per vari fatti, tra cui quello di spaccio di sostanze stupefacenti. Vengono così riscontrate le esigenze cautelari di eccezionale rilevanza richieste per poter non applicare l’art. 89. Le esigenze cautelari di eccezionale rilevanza. La Suprema Corte, chiamata a decidere sul ricorso del tossico, rileva che le esigenze cautelari di eccezionale rilevanza non coincidono con una normale situazione di pericolosità, ma si identificano in una esposizione al pericolo dell’interesse di tutela della collettività di tale consistenza da non risultare compensabile rispetto al valore sociale rappresentato dal recupero del soggetto tossicodipendente, valutato anche in termini di probabilità . Il Tribunale, nel rigettare l’istanza, non ha preso in minima considerazione le prospettive di recupero del soggetto, considerando solo la detenzione di 47 involucri di marijuana e le precedenti condanne per dedurne la pericolosità, senza in alcun modo rientrare nell’ordine concettuale-normativo sopra prospettato. Per questi motivi la Corte di Cassazione, ha annullato con rinvio le ordinanze impugnate nei due distinti casi, in modo che i giudici di merito effettuino un nuovo e più approfondito esame.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 17 gennaio 30 aprile 2013, n. 18969 Presidente De Roberto Relatore Conti Ritenuto in fatto 1. Con la ordinanza in epigrafe, il Tribunale di Catania, adito ex art. 310 cod. proc. pen., confermava l'ordinanza in data 23 luglio 2012 del G.u.p. di Catania che aveva rigettato l'istanza di sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari. Rilevava il Tribunale che sebbene il G. dovesse considerarsi un tossicodipendente e quindi ricadente nella previsione dell'art. 89, comma 2, T.U. stup., implicante la sostituzione della misura carceraria con quella domiciliare, nella specie ostavano all'accoglimento della richiesta la considerevole gravità dei fatti e la conseguente propensione a delinquere del medesimo che era stato trovato in possesso di ben 47 involucri di marijuana nonché la negativa personalità del medesimo, condannato per vari fatti tra cui appunto quello di spaccio di sostane stupefacenti. Sussistevano quindi le esigenze cautelari di eccezionale rilevanza ostative alla sostituzione della misura carceraria con quella domiciliare. 2, Ricorre per cassazione il G., a mezzo del difensore avv. Rita Carmela Carambia, che con un unico motivo denuncia la erronea applicazione dell'art. 89 T.U. stup., osservando che in realtà nessuno degli elementi addotti dal Tribunale evidenziava eccezionali esigenze cautelari, trattandosi di un soggetto tossicodipendente gravato da un banale episodio di spaccio e di occupazione di un edificio che aveva avuto ad oggetto l'appartamento nel quale egli viveva insieme alla propria famiglia. Considerato in diritto 1. Osserva la Corte che il ricorso è fondato. 2. Le esigenze cautelari di eccezionale rilevanza che impongono il mantenimento della misura custodiate carceraria, pur in presenza delle condizioni considerate dall'art. 89, comma 2, T.U. stup., non coincidono con una normale situazione di pericolosità, ma si identificano in una esposizione al pericolo dell'interesse di tutela della collettività di tale consistenza da non risultare compensabile rispetto al valore sociale rappresentato dal recupero del soggetto tossicodipendente, valutato anche in termini di probabilità ex plurimis, Sez. 6, n. 10329 del 23/01/2008, Reale, Rv. 238928 Sez. 6, n. 33807 del 12/07/2007, Scrivano, Rv. 237420 . 2. La motivazione resa dal Tribunale per confermare l'ordinanza del primo giudice, che ha respinto l'istanza del G. , non evidenziano alcun parametro inquadrabile nel suddetto ordine concettuale - normativo, esaurendosi nella mera considerazione del fatto che il medesimo era stato trovato in possesso di 47 involucri di marijuana e che egli era stato in precedenza condannato per analoghi fatti il tutto obliterando ogni rilievo circa le prospettive di recupero del medesimo, espressamente considerate, quale aspetto discriminante, dalla riferita disposizione di legge. 3. L'ordinanza impugnata deve dunque essere annullata, con rinvio, per nuovo e più approfondito esame, al Tribunale di Catania, che si conformerà, nell'esame della concreta fattispecie, ai principi di diritto evidenziati. La Cancelleria provvederà a norma dell'art. 94, comma 1 ter, disp. att. cod. proc. pen P.Q.M. Annulla l'ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Catania. Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all'art. 94, comma 1 ter, disp. att. cod. proc. pen

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 26 febbraio 30 aprile 2013, n. 18938 Presidente Siotto Relatore Rombolà Ritenuto in fatto Con ordinanza 27/4/12 il Tribunale di Sorveglianza di Bologna rigettava l'istanza di F.P.S., detenuto all'ergastolo, volta ad ottenere il differimento della pena per condizioni di grave infermità fisica ex art. 147 cp e in subordine la detenzione domiciliare ex art. 47-ter, commi 1-ter e 1-quater, op . Osservava il Tribunale che le pur serie condizioni di salute del F. leucemia mieloide cronica, anemia iporigenerativa non determinavano tuttavia una vera e propria incompatibilità con la detenzione, essendo adeguatamente affrontabili anche in ambiente carcerario rilevante, peraltro, la pericolosità sociale del soggetto, in espiazione di pena per omicidio in regime detentivo ex art. 41-bis op. Ricorreva per cassazione la difesa, deducendo con unico motivo violazione di legge e vizio di motivazione le condizioni di salute del F. erano gravi come ammesso dallo stesso TdS e di prognosi infausta, di talché, a voler considerare ogni possibile esigenza residua di difesa sociale, l'unica soluzione corretta, vista anche la promiscuità dei servizi igienici in carcere, era la detenzione domiciliare, laddove l'affermata compatibilità delle dette condizioni di salute con il regime carcerario da parte del giudice di merito era meramente assertiva e contraddittoria. Chiedeva l'annullamento del provvedimento impugnato. Nel suo parere scritto il PG presso la S.C., ritenuto il provvedimento correttamente motivato, chiedeva dichiararsi l'inammissibilità del ricorso. Considerato in diritto Il ricorso espressamente limitato alla detenzione domiciliare è fondato. Invero il Tribunale di Sorveglianza si pone la questione della detenzione domiciliare, ma erroneamente la risolve sul supposto che valgano per essa le considerazioni fatte per il negato differimento della pena. Così non è, la detenzione domiciliare ex art. 47-ter, co. 1-ter, op presuppone espressamente che essa sia concedibile anche in deroga al limite di pena di cui al co. 1 dello stesso articolo quando ricorrono le condizioni del rinvio obbligatorio o facoltativo della pena. La misura in questione è dunque alternativa al differimento della pena, ma implicitamente ha presupposti suoi propri e sono quelli necessariamente della detenzione domiciliare, tra i quali in primis la sua idoneità a evitare il pericolo che il condannato commetta altri reati. Su tale specifico tema il troppo succinto provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di Bologna non si è espresso c'è invero un esplicito accenno alla pericolosità sociale del F. detenuto ex art. 41-bis op , ma non è detto perché la detenzione domiciliare, viste le patologie ancorché affrontabili in ambiente carcerario , non sia sufficiente ad infrenarla. La discrezionalità in materia del giudice di sorveglianza, che deve operare un delicato bilanciamento dei contrapposti interessi in causa di pubblica difesa e di privata tutela impone un'adeguata motivazione. L'ordinanza impugnata va pertanto annullata con rinvio per nuovo esame al Tribunale di Sorveglianza di Bologna. P.Q.M. annulla l'ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Sorveglianza di Bologna.