Infezioni da vaccino, l'indennizzo non si estende all'antitetanica

Vale anche per le vaccinazioni non obbligatorie ma solo quando c'è la prova scientifica che il virus sia strettamente collegato al trattamento

L'indennizzo della legge 210/92 non può estendersi ai casi di infezione di epatite C a seguito di vaccinazione antitetano, in quanto, sulla scorta della letteratura scientifica non può dirsi raggiunta la prova della infettività di tale vaccinazione effettuata con somministrazione di immunoglobuline umane infette, ove iniettate per via intramuscolare. L'indennizzo previsto dalla legge 210/92 va esteso anche alle persone che abbiano subito una vaccinazione incentivata e programmata Il termine per l'inoltro della domanda amministrativa è triennale ed ha natura perentoria e non decorre dal giorno della diagnosi della malattia ma da quello in cui il soggetto abbia maturato la consapevolezza del collegamento causale tra il danno e la vaccinazione subita.

Corte di appello di Campobasso - Sezione lavoro - sentenza 10 marzo-12 giugno 2006 Presidente e relatore Gentile Ricorrente Spina - Controricorrente ministero della Salute Svolgimento del processo Nella sentenza impugnata si legge che, con ricorso depositato in data 8 maggio 2003 Michele Spina esponeva -di avere effettuato in data 4 aprile 1985, a seguito di una ferita ad un occhio con un oggetto metallico, una vaccinazione antitetanica presso l'Ospedale Cardarelli di Campobasso, senza previa richiesta del consenso, all'epoca non prevista -di avere poi effettuato in data 7 maggio 1985 e in data 19 novembre 1985, i vaccini di richiamo -di avere subito da allora un repentino degrado della propria salute, in particolare essendo salito a livelli preoccupanti il valore delle transaminasi -di essere stato colpito nell'agosto del 1987 da due coliche renali -di essere stato costretto ad abbandonare il proprio lavoro e la carriera politica a causa del persistere del malessere -di essere stato ricoverato nel dicembre 1994 presso la USL di Isernia, ove gli veniva diagnosticata una cirrosi epatica HCV correlata -di essere stato ricoverato presso altre USL, con diagnosi di epatopatia cirrogena HCV scompensata, o di cirrosi epatica HCV correlata in fase di scompenso-ascite-splenomegalia, e con necessità di trapianto urgente di fegato, che non riusciva però ad effettuate prima del settembre 2000 -di essersi periodicamente recato tra il 1995 ed il 2000 presso il centro universitario trapianti di Bordeaux per cure e controlli e di avere ivi effettuato trapianto di fegato nel settembre 2000 -di essere venuto a conoscenza solo in occasione del primo controllo post-trapianto che la contaminazione virale era probabilmente dovuta ad infezione da materiale male sterilizzato, come ad esempio da infezione di siero antitetanico, e che la contaminazione era probabilmente antica e risalente agli anni '80 -di avere avanzato in data 27 luglio 2001 la domanda per ottenere l'indennizzo previsto dalla Legge n. 210\1992, con riconoscimento da parte della Commissione Medica Ospedaliera CMO di Caserta di ascrivibilità alla cat. III tab. A, e con diagnosi di esiti di trapianto epatico per cirrosi scompensata HCV e con segni di reinfezione HCV in atto , ma con parere di non ravvisabilità del nesso causale tra vaccinazione ed infezione, e con attestazione di mancata presentazione della domanda nei termini di legge -di avere avanzato inutilmente ricorso avverso tale provvedimento -di avere invece presentato tempestivamente la domanda, avendo avuto conoscenza del danno solo nel giugno del 2001, in occasione del primo controllo post-trapianto, e di avere avuto conoscenza solo in tale occasione della sussistenza del nesso causale, sulla base della certificazione medica rilasciatagli prodotta in atti -di non avere avuto alcun contatto con sangue umano, materiale chirurgico, siringhe, trapani odontoiatrici, droghe endovenose, se non in occasione della vaccinazione antitetica effettuata nel 1985, a seguito della quale il valore delle transaminasi si era immediatamente alterato. Chiedeva pertanto il riconoscimento al diritto all'indennizzo di cui alla legge 210/92. Si costituiva nel giudizio il ministero della Salute, sostenendo la correttezza delle conclusioni raggiunte dalla CMO di Caserta e deducendo che, in ogni caso, non era dovuto il richiesto cumulo tra interessi e rivalutazione monetaria chiedeva pertanto il rigetto della domanda. Il Tribunale, sulla scorta di una istruttoria documentale osservava -che il Ministero convenuto non aveva eccepito, nel costituirsi, la decadenza del ricorrente dall'indennizzo richiesto per mancata presentazione della relativa domanda nei termini di cui all'articolo 3 della legge -che nella fase amministrativa la domanda era stata rigettata nel merito, per asserita mancanza del nesso di causalità tra vaccinazione e danno e non per tardività della domanda -che, però, il ricorso era infondato, dovendosi rilevare che la fattispecie non rientrava tra gli eventi indennizzabili ai sensi di legge -che, infatti, la legge 210/92 prevedeva il caso delle epatiti post trasfusionali ma non quello della vaccinazione antitetanica -che non si verteva nel caso di vaccinazione obbligatoria ovvero necessaria -che l'obbligo della vaccinazione antitetanica era stato prescritto per alcune tipologie di lavoratori, per gli sportivi, per i nuovi nati cioè per categorie di persone a cui non apparteneva il ricorrente -che, pertanto, il ricorrente non aveva diritto all'indennizzo richiesto. Avverso tale decisione proponeva appello Spina Michele, adducendo -quale primo motivo - che il primo giudice si era fermato al dato letterale dell'articolo 1 comma 1 della legge n. 210/92, senza esaminare la complessa produzione giurisprudenziale avutasi in materia -che difatti la Corte costituzionale, con la sentenza 23-26 febbraio 1998 n. 27 aveva dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 1 comma 1, nella parte in cui non prevede l'indennizzo per coloro che siano stati sottoposti a vaccinazione antipoliomielitica, laddove la Corte aveva assimilato alla vaccinazione obbligatoria la vaccinazione incentivata -che tale principio era stato ribadito nella sentenza 9-16 ottobre 2000 a proposito della vaccinazione anti eptatite B -che la vaccinazione antitetanica era stata introdotta in Italia con la legge 292/63 e con normative successive era stata resa obbligatoria per i nuovi nati ed incentivata per tutta la popolazione adulta -che pertanto, il primo giudice aveva errato nel motivare la sua decisione nel senso della non estensione dell'indennizzo al caso di specie, tanto più che la stessa CMO di Caserta aveva rigettato la domanda, non perché non si trattasse di vaccinazione obbligatoria o ad essa assimilata ma perché non aveva ravvisato il nesso causale tra la vaccinazione con somministrazione di immunoglobuline umane e l'epatite C -che il nesso causale emergeva invece da numerose indagini scientifiche e, comunque, poteva essere accertato attraverso la CTU che il primo giudice aveva negato -che la CTU avrebbe potuto evidenziare il nesso causale dal rapido aggravarsi della salute del ricorrente in concomitanza con la vaccinazione in esame, nonché dalla certificazione medica rilasciata dal dott. H.P. Bernard, che aveva effettuato il trapianto di fegato, e dalle altre certificazioni mediche allegate -che il nesso causale non poteva essere ricercato in termini di assoluta certezza bensì in termini di alta probabilità statistica Chiedeva pertanto la riforma della sentenza impugnata ed il riconoscimento del diritto all'indennizzo. Il Ministero della Salute si costituiva nel giudizio di appello, opponendosi ai motivi e chiedendone il rigetto. Deduceva, quale motivi di appello incidentale -che la domanda doveva ritenersi improponibile per tardività dell'istanza amministrativa, questione rilevabile di ufficio in quanto non corrispondente ad eccezione di merito di parte -che, infatti, la manifestazione eclatante della malattia, anche in esito ad accertamenti clinici, andava fatta risalire al periodo 1985-1987, epoca in cui erano emersi elementi idonei a far percepire, con l'uso della ordinaria diligenza, la potenzialità lesiva del meccanismo causale della patita vaccinazione -che la domanda andava avanzata nei confronti della Regione Molise, cui era stata trasferita la competenza per gli indennizzi ex legge 210\1992 a seguito del DPCM 26 maggio 2000 e dell'accordo Stato-Regioni dell'8 agosto 2001 -che nel merito la domanda era infondata perché la vaccinazione antitetanica non era obbligatoria -che non poteva riconoscersi, in ogni caso, il cumulo tra gli interessi e la rivalutazione monetaria. Chiedeva perciò il rigetto dell'appello. Questa Corte di Appello non riteneva necessaria l'ammissione delle prove testimoniali addotte dall' appellante principale ma disponeva procedersi a CTU al fine di verificare, previo esame di tutta la documentazione offerta dalle parti e visita medica del ricorrente se la patologia cirrogena HCV scompensata di cui era affetto lo Spina si potesse collegare, quanto a nesso di causalità, con la vaccinazione antitetanica subita dallo stesso, nonché se all'epoca dei fatti, esistesse presso l'Ospedale di Campobasso un protocollo medico che rendesse necessitato il trattamento antitetanico nel caso in esame. All'esito della laboriosa CTU, resa di lunga trattazione e decisione per gli elaborati tecnici depositati dalle parti, nonché all'esito della trattazione della causa, nel corso della quale veniva prodotta ed ammessa nuova documentazione medica, sulle conclusioni delle parti, la causa veniva decisa come da dispositivo allegato. Motivi della decisione L'appello principale è infondato nel merito e così pure sono infondate le eccezioni e le questioni sollevate con l'appello incidentale. A Va esaminata, in via preliminare, l'eccezione di mancanza di legittimazione passiva del Ministero, avendo quest'ultimo osservato che a partire dal DPCM del 26 maggio 2000 e dell'accordo Stato-Regioni dell'8 agosto 2001, sono state trasferite alle Regioni le competenze anche in materia di indennizzo ex legge 210/92. Poiché il termine di inizio della procedura in oggetto va fatta risalire alla data della presentazione della domanda amministrativa, avvenuta li 27 luglio 2001 vedi conforme Trib. Lanciano 22 ottobre 2002 , ne discenderebbe secondo il Ministero la legittimazione passiva della Regione. Si tratta però di una eccezione che è stata tardivamente proposta in sede di appello mentre il Ministero ha accettato il contraddittorio nel giudizio di primo grado e non ha provocato nemmeno la chiamata in causa della Regione che, quindi, è restata del tutto estranea al giudizio in quella fase e non potrebbe essere chiamata in causa in questa fase di appello. Invero la parte che non abbia provveduto alla chiamata del terzo in giudizio nelle forme e nei termini fissati dall'articolo 269 comma 1, Cpc non può denunciare in sede di gravame la mancata integrazione del contraddittorio, vertendosi in tema di prerogative esclusive del giudice di primo grado Cass. civile Sezione terza, 776/04 , con la conseguenza che una tale questione non può essere proposta per la prima volta in sede di appello. B ---Quanto al merito dell'appello principale va premesso, sul piano generale, che il riconoscimento dell'indennizzo di cui alla legge 210/92 discende dai principi stabiliti negli articoli 32 e 2 della Carta costituzionale laddove viene in considerazione un interesse pubblico di promozione della salute collettiva tramite il trattamento sanitario. E' dunque l'interesse collettivo alla salute la ragione determinante del diritto all'indennizzo. La legge in esame deriva dalla nota sentenza della Corte costituzionale 307/90 che aveva riconosciuto l'illegittimità della legge 51/1966 nella parte in cui non prevede, a carico dello Stato, un'equa indennità per il caso di danno derivante, al di fuori delle ipotesi di cui all'articolo 2043 Cc, da contagio o da altra apprezzabile malattia casualmente riconducibile alla vaccinazione obbligatoria antipoliomelitica. Tuttavia, il diritto a misure di sostegno assistenziale in caso di malattia, alla stregua dell'articolo 38 della Costituzione, è condizionato dal necessario intervento del Legislatore nell'esercizio dei suoi poteri di apprezzamento della qualità, della misura e delle modalità di erogazione delle provvidenze da adottarsi. Sulla scorta di tali principi la legge 210/92, articolo 1, ha previsto un equo indennizzo, a carico dello Stato -per coloro che abbiano riportato lesioni o infermità a seguito di vaccinazioni obbligatorie per legge comma 1 ovvero -per coloro che risultino contagiati da infezioni HIV a seguito di somministrazione di sangue e suoi derivati comma 2 ovvero -per coloro che presentino danni irreversibili da epatiti post-trasfusionali comma 3 Per l'applicazione de benefici previsti da tale norma si pongono tre questioni -la prima riguarda il rispetto del termine di decadenza entro il quale proporre la domanda amministrativa -la seconda l'estensibilità delle provvidenze della legge anche alle vaccinazioni non obbligatorie -la terza riguarda l'accertamento del nesso di causalità tra la vaccinazione antitetano con somministrazione di gammaglobuline antitetaniche e infezione da HCV. C ---La prima questione è stata posta dal ministero in sede di appello incidentale. A prescindere dalla circostanza se tale eccezione di decadenza possa essere posta per la prima volta in questa sede si deve osservare come la stessa sia, nel caso in esame, infondata nel merito. Invero la questione nasce dal fatto che la Commissione medica CMO di Caserta ha attestato espressamente che la domanda amministrativa risultava presentata fuori del termini di legge, in quanto depositata oltre un decennio dopo la vaccinazione e, comunque, oltre un decennio dalla acquisita consapevolezza dell'evento dannoso da parte dell'appellante. Si pone quindi la questione dell'eventuale decorso del termine previsto per la presentazione della domanda amministrativa. La più volte citata legge 218/92 stabilisce all'articolo 3, comma 1, che i soggetti interessati ad ottenere l'indennizzo di cui all'articolo 1, comma 1, presentano la domanda al ministro della Sanità entro il termine perentorio di tre anni nel caso di vaccinazioni o di dieci anni nei casi di infezioni da HIV. La legge determina anche quale sia l'inizio del termine in oggetto I termini decorrono dal momento in cui, sulla base della documentazione di cui ai commi 2 e 3, l'avente diritto risulti aver avuto conoscenza del danno La successiva legge 238/97 ha innovato in parte stabilendo, tra l'altro, che i soggetti interessati ad ottenere l'indennizzo presentano alla USL competente le relative domande entro il termine perentorio di tre anni nel caso di vaccinazioni o di dieci anni nei casi di infezioni da HIV Ne consegue che, vertendosi nel caso di malattia epatite HCV insorta a seguito di vaccinazione, lo stesso ricorrente sostiene che il contagio da virus HCV è conseguente alla vaccinazione antitetanica subita in data 4 aprile 1985 e successivi richiami entro il 1985. il termine da applicare alla fattispecie è quello triennale. Tale conclusione non è però sufficiente per risolvere il contenzioso in esame, atteso che la stessa Commissione Medica Ospedaliera e, successivamente, il ministero della Salute hanno rilevato che, essendo stata presentata la domanda amministrativa in data 27 luglio 2001, il termine di cui sopra era comunque ampiamente trascorso. In proposito l'appellante principale Spina Michele sostiene che egli, pur avendo avuto conoscenza dell'infezione da HCV già da molti anni addietro, non è stato tuttavia in grado di collegare tale patologia alla trasfusione di immunoglobuline umane contenute nel siero antitetanico se non in occasione del trapianto di fegato, effettuato presso l'Ospedale di Bordeax e dopo che il chirurgo, dott. Bernard, ebbe a rilasciare un certificato medico, recante la data del 28 giugno 2001, con il quale si attestava che la contaminazione del sig. Spina è probabilmente antica e risale agli anni '80 . Il Ministero ha sostenuto che in realtà vi fosse la prova che il ricorrente avesse avuto conoscenza del danno da somministrazione di gammaglobuline antitetaniche già in epoca anteriore alla predetta certificazione del 2001, e cioè per tutto il decennio successivo alla vaccinazione, allorché venne diagnosticata con certezza l'epatite vedi certificazione dott. Sabusco, prodotta dallo stesso Spina ed ha argomentato che tale documentazione clinica era idonea a far percepire con l'uso della ordinaria diligenza la potenzialità lesiva dell' infezione e il suo collegamento con la somministrazione di gammagobluline antitetaniche . Si tratta di argomentazioni non condivisibili in quanto fondate su elementi indiziari privi del carattere della univocità, non potendosi escludere, da una parte, che i sanitari in precedenza consultati dallo Spina non abbiano individuato quel tipo di nesso di causalità e, dall'altra, che l'appellante, per quanto attento e diligente sia stato nel seguire la sua patologia, non abbia avuto i mezzi tecnici per individuare la causalità tra la vaccinazione subita e l' epatite successivamente insorta. Come si è sopra accennato il diritto all'indennizzo per l'appellante discende da precetti contenuti nella carta costituzionale e quindi tale diritto non può essere compresso se non in presenza di una prova rigorosa in ordine all'intervenuto decorso del termine per la presentazione della domanda. Il Ministero, pur eccependo il decorso del termine perentorio, non è stato in grado di fornire alcuna prova concreta al riguardo, venendo meno ad un preciso onere probatorio mentre, per converso, il ricorrente ha fornito la prova documentale, e quindi pienamente attendibile, di avere appreso del nesso di causalità tra la vaccinazione subita e l' infezione solo in occasione del rilascio, in data 28 giugno 2001, della certificazione del dott. Bernard, provvedendo immediatamente all'inoltro della domanda in via amministrativa. li 27 luglio 2001 . D'altra parte è la stessa legge 210/92, articolo 3, a stabilire che il termine in questione non decorre dall'insorgenza della malattia bensì dal momento in cui, sulla base della documentazione di cui ai commi 2 e 3, l'avente diritto risulti avere avuto conoscenza del danno Il Legislatore quindi, da una parte, riconosce che l'insorgenza della malattia è di per sé irrilevante ai fini del decorso dei termini perentori per la proposizione della domanda amministrativa e, dall'altra, stabilisce che tale termine decorre dal momento in cui l'avente diritto risulti aver avuto conoscenza del danno . Si può affermare che il momento in cui si è avuta la consapevolezza del danno deve risultare da idonea certificazione clinica e non può essere presunto sulla base di congetture varie, anche se plausibili. L'avente diritto deve avere avuto conoscenza del danno cioè del fatto che la malattia da cui è affetto non ha origini naturali ma è frutto dell'azione lesiva subita per fatto colposo o doloso altrui, in altre parole deve avere raggiunto la consapevolezza del nesso di causalità tra la vaccinazione mediante somministrazione di gammaglobuline antitetaniche e l'epatite insorta. È la stessa legge a dettare i criteri obiettivi per l'individuazione dell'inizio del termine laddove stabilisce che occorre fare riferimento alla documentazione di cui ai commi 2 e 3 dell' articolo 3 cioè alla documentazione clinica richiesta per l'istruttoria della domanda e non a prove indiziarie o presunzioni. La natura squisitamente tecnica di tale accertamento, da effettuarsi con procedimenti clinici eseguiti ad opera di organismi specializzati, non è compatibile con la possibilità di una verifica empirica da parte del ricorrente e, quindi, con l'uso della ordinaria diligenza . In altri termini il termine perentorio comincia a decorrere dal momento in cui sia l'esistenza del danno che del nesso di causalità siano stati documentalmente attestati da idoneo organismo sanitario. In tali sensi va respinto il motivo di appello incidentale con il quale il Ministero ha eccepito la decadenza dall'eventuale diritto all'indennizzo, giacché l'inoltro della domanda in via amministrativa. 27 luglio 2001 è avvenuto immediatamente dopo la piena consapevolezza del danno e cioè subito dopo il rilascio, in data 28 giugno 2001, della certificazione medica del dott. Bernard . D ---Occorre a questo punto esaminare la seconda questione connessa all'appello principale, relativa alla estensibilità anche alle vaccinazioni non obbligatorie quale quella antitetanica dell'indennizzo previsto dalla legge 210/92. A tale quesito si deve rispondere affermativamente. L'articolo 1 comma 1 della legge attribuisce l'indennizzo a chiunque abbia riportato lesioni o infermità a causa di vaccinazioni obbligatorie per legge . Sul punto è intervenuta la Corte costituzionale che, partendo dal principio che la collettività deve condividere il peso delle conseguenze negative per la salute dei singoli dovute alla sottoposizione ad un rischio affrontato nell'interesse collettivo, ha finito con l'estendere l'indennizzo previsto per le vaccinazioni obbligatorie anche al caso di danno alla salute patito in conseguenza di una vaccinazione non obbligatoria ma programmata ed incentivata cioè a quei casi in cui le strutture sanitarie operino in maniera tale da renderla pressoché ineludibile al fine di ammettere il soggetto ad importanti servizi pubblici Corte costituzionale 27/1998 . Come esattamente osservato dall'appellante principale la vaccinazione antitetanica è stata introdotta in Italia dalla legge 292/63 e l'articolo 2 del Regolamento di esecuzione Dpr 1301/65 prevede che la vaccinazione deve essere praticata in occasione di ferite, comunque contratte. La legge 419/68 ha reso obbligatoria la vaccinazione antitetanica per tutti i nuovi nati e con la circolare del ministero della Sanità del 16/1996 si è incentivato il ricorso alla vaccinazione con il coinvolgimento dei medici e della popolazione. Se ne ricava che si verte nel campo della vaccinazione incentivata o programmata , perché incentivata dall'Amministrazione sanitaria, fino al punto di renderla obbligatoria per i nuovi nati, e perché programmata dalle Amministrazioni sanitarie che l' hanno resa praticamente obbligatoria per tutti inserendola nei protocolli di intervento sanitario. Così era anche per l'ospedale Cardarelli di Campobasso, ove lo Spina venne all'epoca sottoposto alla vaccinazione, poiché il CTU ha riferito che all'epoca dei fatti esisteva presso il pronto Soccorso dell'Ospedale di Campobasso un protocollo per somministrare immunoglobuline antitetaniche ogni qualvolta fossero presenti soluzioni di continuo provocate da materiale potenzialmente infetto come nel caso di specie, conseguente a ferita da oggetto metallico senza il consenso del paziente. Si deve ritenere perciò accertato che la somministrazione della vaccinazione in questione fosse incentivata e programmata, con conseguente applicazione anche al caso di specie del principio della menzionata sentenza della Corte costituzionale. E ---Resta da esaminare l'ulteriore requisito dell'esistenza del nesso di causalità, sostenuto dallo Spina e negato dal Ministero . Sul punto è stata svolta una Ctu che, sulla scorta di una corposa letteratura scientifica, nonché della documentazione allegata dalle parti, ha evidenziato che le principali cause di epatopatia sono, tra l'altro, le infezioni virali, derivate dall'uso, frequente nel passato, di siringhe di vetro non a perdere , di strumenti chirurgici non adeguatamente sterilizzati, da emotrasfusioni ed anche da somministrazione di derivati plasmatici non testati per infezione da virus epatico C. rischio eliminato dal 1989 a causa dell'introduzione dell'apposito test ma presente all'epoca dei fatti Venendo al caso specifico dell'infettività delle immunoglobuline intramuscolo Ig G i. m IMIG tale era il sistema di inoculazione del vaccino antitetanico il CTU ha evidenziato come sia stato autorevolmente sostenuto Aebischer Angeloni Sinesio Sotis che il riscontro di genomi virali in campioni di prodotto finito o in lotti di polvere o di pasta di Ig GI. M. non è segno di infettività, ma solo di presenze di virus inattivati dai procedimenti di sterilizzazione adottati Gli stessi autori hanno infine concluso che pur essendovi una potenziale capacità infettante delle immunoglobuline iniettate per via intramuscolo in realtà non vi sono casi scientificamente dimostrati di trasmissione del virus attraverso questa via di somministrazione . Il CTU evidenzia che la Letteratura attribuisce una minore infettività tra le Ig G iniettate per via intramuscolare come nel caso del vaccino antitetanico rispetto a quelle iniettate per via endovenosa e conclude che la capacità infettante delle immunoglobuline antitetaniche somministrate per via intramuscolare come nella specie non è dimostrabile anche nel caso di somministrazione di un prodotto infetto pur in presenza di un rischio potenziale. La relazione del CTU appare pregevole per l'attenta analisi clinica del caso e particolarmente attendibile per l'ausilio di copiosa Letteratura, anche internazionale, sicchè va ampiamente condivisa da questa Corte che ritiene fondata la conclusione della mancata dimostrazione scientifica del nesso di causalità tra la vaccinazione in oggetto e la malattia contratta, anche sotto il profilo della probabilità statistica come auspicato dall'appellante. Tali conclusioni non sono contraddette dalle normative successivamente adottate indicate dalla parte appellante nella documentazione allegata al verbale dell' 11 novembre 2005 tese ad eliminare la sia pur potenziale possibilità di tale genere di infezioni. Del resto va osservato che, a tali considerazioni di carattere scientifico, va aggiunta l'obiettiva impossibilità di escludere nonostante la prova testimoniale addotta dall'appellante che, nel periodo in esame, lo Spina sia venuto in contatto con siringhe di vetro non a perdere , con strumenti chirurgici non adeguatamente sterilizzati, con strumenti odontoiatrici non adeguatamente sterilizzati, sicché anche sotto questo profilo, esclusa la sicura o almeno altamente probabile riconducibilità scientifica di quella vaccinazione alla malattia epatica sopravvenuta, non resta che respingere l'appello del ricorrente per difetto della dimostrazione del nesso di causalità. F ---Dalla motivazione che precede emerge la superfluità e non rilevanza della documentazione medica allegata in atti e nel verbale dell'11 novembre 2005, nonché delle prove testimoniali richieste nell'atto di appello. La complessità della materia giustifica il comportamento processuale dell'appellante, anche in considerazione della gravità della malattia sofferta, sicché si ritiene equo compensare tra le parti le spese di questo grado del giudizio. Attesa la natura previdenziale della controversia le spese di CTU restano a carico del ministero della Salute. La presente motivazione è assorbente di tutti i motivi, eccezioni e deduzioni addotte dalle parti. PQM La Corte di appello di Campobasso, in funzione di giudice del lavoro sentiti i procuratori costituiti nella causa di previdenza N. 91/2004 RG Lav., definitivamente pronunciando sull'appello proposto da Spina Michele appellante nei confronti di ministero della Salute appellato ed appellante incidentale ed avverso la sentenza del Tribunale di Campobasso in funzione di giudice del lavoro N 456-2003 del 15 dicembre 2003, con ricorso in appello qui depositato in data 26 febbraio 2004, ogni ulteriore istanza, eccezione e deduzione disattesa, così decide rigetta l'appello principale E per l'effetto conferma la sentenza impugnata con diversa motivazione compensa tra le parti le spese legali di questo grado del giudizio pone le spese di CTU, già liquidate in atti, a carico del ministero della Salute. ?? ?? ?? ??