Semilibertà: un istituto a rischio?

di Luigi Morsello

di Luigi Morsello * Pur nel pieno della campagna elettorale, che è già violentissima, la cronaca c.d. nera fa registrare un altro episodio di criminalità comune. Se n'è occupato oggi tutta la stampa quotidiana, compresa quella provinciale. Segno che alto è l'allarme sociale e forte la cassa di risonanza del mass-media. Già ci si è occupati dei segnali di scadimento dell'istituto giuridico v. Diritto & Giustizi@ n. 24 del 24.9.2005, che non ebbe alcuna risonanza né in ambito specifici dell'informazione giuridica e nemmeno delle istituzioni penitenziarie . Un segale forte di disagio. Quanto accadeva nell'ambito dei promessi premio ci si è occupati successivamente v. Diritto & Giustizi@ del 15.2.2006 , con lo stesso risultato. Questo ennesimo fatto di sangue, nel quale - per fortuna - le forze dell'ordine l'Arma dei carabinieri non hanno subito perdite, pur essendo rimasto un milite ferito, mentre i due rapinatori avevano questa volta la peggio, uno quello in semilibertà rimaneva ucciso e l'altro il detenuto scarcerato da pochi giorni gravemente ferito, ha un'eco ed una risonanza ancora maggiore. Sono in scesi in campo un alto magistrato il Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano ed un alto ufficiale dei Carabinieri il Comandante Interregionale Pastrengo della Lombardia , entrambi portatori di più che legittime, anche se non convergenti, preoccupazioni. La prima domanda che ci si deve porre è che cosa ci faceva un semilibero fuori dal carcere di sabato ? Prima, però, di rispondere a questa domanda è opportuno definire che cos'è la semilibertà. Soccorre la legge penitenziaria legge 26 luglio 1975 n. 354, art. 44 , secondo la quale Il regime di semilibertà consiste nella concessione al condannato e all'internato di trascorrere parte del giorno fuori dell'istituto per partecipare ad attività lavorative, istruttive o comunque utili al reinserimento sociale comma 1 . Quei detenuti ed internati che ne beneficiano sono assegnati ad appositi istituti o apposite sezioni di istituti ordinari ed indossano abiti civili comma 2 . La norma di attuazione d.P.R. 30 giugno 2002 n. 230 al comma 2, terza alinea, dell'art. 101 prevede che Nel programma di trattamento, al fine di accompagnare l'inserimento esterno per la specifica attività per cui vi è ammissione alla semilibertà con la integrazione della persona nell'ambiente familiare e sociale, sia nei giorni di svolgimento della specifica attività predetta, particolarmente per la possibile consumazione dei pasti in famiglia, sia negli altri giorni, sono indicati i rapporti che la persona potrà mantenere all'esterno negli ambienti indicati, rapporti che risultino utili al processo di reinserimento sociale, secondo le indicazioni provenienti dalla attività di osservazione e in particolare dagli aggiornamenti sulla situazione esterna da parte del centro servizio sociale oggi Ufficio Locale dell'Esecuzione penale esterna - U.L.E.P.E. -, modifica introdotta dalla c.d. legge Meduri del 2005 , mentre la precedente alinea seconda del comma 2 prevede che Nel programma di trattamento per l'attuazione della semilibertà sono dettate le prescrizioni che il condannato o l'internato si deve impegnare, per scritto, ad osservare durante il tempo da trascorrere fuori dell'istituto, anche in ordine ai rapporti con la famiglia e con il servizio sociale, nonchè quelle relative all'orario di uscita e di rientro. Ecco spiegato perché il semilibero il sabato, giorno non lavorativo, non era in carcere, nell'istituto di semilibertà. La circostanza che il semilibero quel giorno, destinato precipuamente al mantenimento dei rapporti con la famiglia ma per saperlo con certezza occorrerebbe leggere il programma di trattamento definitivo redatto dall'U.L.E.P.E. , lo abbia utilizzato per tentare una rapina è quella che merita di essere investigata ed approfondita. È di tutta evidenza che, ancora una volta, qualcosa non ha funzionato sia nelle procedure di osservazione di competenza - ornai è noto - del Gruppo di Osservazione e Trattamento G.O.T. del carcere di provenienza del detenuto non si sa che sia o meno il carcere di Bergamo, citato dalla stampa . È ormai noto che questa attività multidisciplinare è coordinata dal direttore del carcere, che presiede le riunioni del G.O.T. Il primo e fondamentale vaglio del soggetto in osservazione deve essere compiuto in quella sede. Ma non finisce qui il compito del direttore, il quale, una volta concessa dal Tribunale di Sorveglianza la semilibertà al soggetto, deve esercitare la vigilanza sulla fruizione della semilibertà ormai concessa, assumendo la responsabilità del trattamento comma 3, art. 101 cit. , e per la vigilanza e l'assistenza del semilibero nell'ambiente libero si avvale dell'U.L.E.P.E., in via esclusiva, non può utilizzare il proprio personale di polizia penitenziaria che invece utilizza - assieme all'U.L.E.P.E. - nella c.d. ammissione al lavoro all'esterno , che è tutt'altra cosa . Quindi in via primaria la sorveglianza sul semilibero incombe sul direttore e sull'U.L.E.P.E., e qui le cose non vanno più bene, non per inefficienza del personale del suddetto ufficio, che di recente si è avvantaggiato dell'assunzione di svariate centinaia di assistenti sociali, ma per le carenze di infrastrutture fra le quali va indicata quella di un congruo numero di agenti di polizia penitenziaria in funzione di tutela del personale civile nelle visite sui posti di lavoro ed altri previsti dal programma di trattamento , non essendo ipotizzabile che l'assistente sociale inviata al controllo suddetto non disponga di una tutela efficace di agenti di polizia giudiziaria del Corpo di cui dispone l'amministrazione penitenziaria, sia pure in abiti borghesi. Le cronache, probabilmente sconosciute ai più perché non assurte a livello di informazioni dei mass-media, hanno fatto registrare atti di violenza in danno del personale civile, dall'insulto alla aggressione fisica violenta. Ma una sorveglianza, sia sui posti di lavoro che in quelli in cui sono autorizzati a sostare per rapporti con la famiglie ecc., va carico anche sulle forze dell'ordine alle quali i programmi di trattamento dei semiliberi ed i provvedimenti di ammissione all'esterno dei detenuti ed internati sono inoltrati per quanto di loro competenza. Naturalmente, non si vuole dire altro e nulla di più se non che il difetto, se di difetto si tratta, non è insito nella legge ma nella insufficienza delle risorse disponibili per esercitare la vigilanza e nell'attività di osservazione del soggetto detenuto, che con ogni probabilità nella fattispecie della quale ci si occupa, non appare essere stata molto penetrante, mentre si è più volte sostenuto che quello è il segmento topico nel corso del quale non si devono commettere, per quanto possibile, errori. Anzi, è quello il momento storico in cui il soggetto in osservazione deve essere sottoposto e questo è compiuto precipuo del direttore ad una intesa pressione psicologica per tentare di coglierne le reazioni, qualunque esse siano. Superate questa fase diventa tutto più difficile, perché il soggetto fuoriesce dall'osservazione diretta del personale di polizia penitenziaria che è sempre quella più penetrante ed è sempre più difficile capire qualcosa in più di quello che si sarebbe dovuto capire prima della concessione. Chi scrive anni fa provò in una precedente sede di servizio at utilizzare il personale di custodia non ancora smilitarizzato, guadagnandosi un'inchiesta della locale procura della Repubblica, finita nel nulla per la allora non rara perspicacia di quel Giudice Istruttore. * Ispettore generale dell'Amministrazione penitenziaria