Giornali: copiare le notizie è concorrenza sleale

Anche se viene citata la fonte basta avvalersi del lavoro altrui. Condannata una piccola agenzia che riprendeva i notiziari Rai

Per le agenzie giornalistiche sarà più facile scivolare nelle ipotesi di concorrenza sleale. La riproduzione dei notiziari delle emittenti televisive a scopo di lucro, infatti, può diventare concorrenza sleale parassitaria. Anche se tali riproduzioni non hanno provocato confusione perché contenenti la fonte della notizia. Lo ha stabilito la Cassazione, alla luce dei principi di correttezza professionale, nella sentenza 17699/05 depositata lo scorso del 2 settembre e qui integralmente leggibile tra gli allegati. In particolare la prima sezione civile di Piazza Cavour, nell'accogliere solo in parte il ricorso della Rai Spa contro una piccola agenzia, ha fissato un nuovo e importante principio di diritto sulla concorrenza sleale parassitaria può esserci anche senza confusione, purchè siano stati violati i doveri imposti dalla correttezza professionale. Ecco cosa è scritto nero su bianco nelle motivazioni della Suprema corte in tema di concorrenza sleale disciplinata dall'articolo 2598, n. 3, Cc, la commissione dell'illecito non richiede che la concorrenza, svolta direttamente o indirettamente con mezzi non conformi ai principi della correttezza professionale, abbia provocato confusione con i prodotti e l'attività dell'imprenditore danneggiato . In sostanza, per far cessare la riproduzione dei notiziari e accertare il comportamento sleale, il giudice dovrà valutare se l'agenzia si stia avvalendo del lavoro altrui senza aver sopportato alcun costo. E a tal fine non è decisiva la citazione della fonte. In applicazione di questi principi, la Cassazione ha rinviato la causa ad altra sezione della Corte d'appello di Trento, che dovrà valutare se l'agenzia si stava arricchendo alle spalle dell'emittente nazionale. Tutti gli altri motivi presentati nel ricorso dalla televisione di Stato sono stati respinti in parte perché infondati, in parte perché male articolati.

Cassazione - Sezione prima civile - sentenza 17 maggio-2 settembre 2005, n. 17699 Presidente Criscuolo - relatore Ceccherini Pm Ciccolo - parzialmente conforme - ricorrente RAI Spa Svolgimento del processo Con sentenza in data 22 febbraio 2000. Il Tribunale di Trento inibì al signor Luca Franceschi, titolare di un'agenzia giornalistica di fissare a scopo di lucro le emissioni giornalistiche televisive della RAI Radio televisione Spa, e di mettere a disposizione del pubblico le cassette o fotografie ricavate dalla registrazione. In fatto, il signor Franceschi aveva svolto attività consistente nella registrazione di tutti i notiziari trasmessi da televisioni nazionali ed emittenti locali, e nella successiva messa a disposizione di copia dei notiziari, registrati su videocassetta, dei soggetti interessati, solo in casi più limitati, il monitoraggio dei programmi era fatto su preventiva richiesta di un cliente. Contro detta sentenza proposero appello il signor Franceschi in via principale, e la Rai in via incidentale. Il primo denunciò la violazione dell'articolo 65 della legge 633/41 che consente la riproduzione anche su nastro magnetico, degli articoli pubblicati su giornali e riviste e chiese che fosse riconosciuta la natura informativa dell'attività svolta dall'agenzia mediante l'organizzazione di strutture dirette a registrare su nastro magnetico le trasmissioni televisive e la vendita delle notizie così raccolta. La Rai, mentre chiese la conferma del giudizio dal tribunale circa la qualificazione dell'attività della controparte come concorrenza sleale, lamentò la mancata applicazione dell'articolo 101 della citata legge sul diritto d'autore, e l'ingiustificato rigetto dalla sua domanda di condanna al risarcimento del danno morale e al risarcimento per ogni giorno d'inadempimento del provvedimento d'inibitoria. La Corte d'appello di Trento, con sentenza 3 maggio 2001, accolse parzialmente l'appello principale, ed affermò il diritto delsignor Franceschi di commercializzare cassette magnetiche riproducenti rassegne stampa contenenti ciascuna, pi registrazioni di servizi giornalistici riprodotti da giornali televisivi, anche della RAI. La corte premise che la natura della trasmissione televisiva degli articoli giustificava il mezzo di riproduzione adottato registrazione su nastro e non riproduzione su carta e che non poteva accedersi alla tesi che la riproduzione potesse avvenire - in base all'articolo 65 legge sul diritto d'autore - solo attraverso la diffusione di trasmissioni televisive. La scriminante tra uso lecito ed illecito della riproduzione era da ricercare nella finalità per la quale essa era stata fatta, essendo la finalità della norma quella di permettere una maggiore diffusione del pensiero, e non di consentire alla parte di avere a disposizione un mezzo di archiviazione o documentazione del pensiero altrui. Secondo la corte territoriale, pertanto, l'articolo 65 legge sul diritto d'autore permette la riproduzione di articoli di attualità, economia e politica sia con la riproduzione di un singolo articolo nella rivista o nel giornale, e sia insieme a diversi articoli, come nel caso tipico della rassegna stampa ma non permette la riproduzione di un singolo articolo che esaurisca l'edizione così finendo con il costituire appropriazione dell'attività creativa altrui senza ulteriore elaborazione. Di qui l'illiceità della riproduzione di un solo articolo televisivo, che esaurisca l'edizione ma anche della semplice segnalazione a possibili clienti di singoli interventi giornalistici e dell'invio al cliente di copia degli articoli segnalati attività svolta in concorrenza con la Rai, la quale aveva dimostrato di vendere copie dei suoi servizi giornalistici. Peraltro l'appello della Rai non poteva trovare accoglimento, perché non v'era stata concorrenza parassitaria, non essendosi l'altra parte appropriata delle notizie ma avendo svolto semplice opera di riproduzione delle trasmissioni giornalistiche, non nascondendo la provenienza dei servizi giornalistici. Neppure era consentita la condanna in relazione alla futura violazione dei divieti imposti, domanda peraltro formulata dalla Rai in primo grado solo in sede di precisazione delle conclusioni, e quindi tardivamente. Infine, non v'era stato danno morale. Per la cassazione della sentenza, non notificata, ricorre la Rai con atto notificato il 14 giugno 2002, affidato a quattro motivi. L'intimato resiste con controricorso e ricorso incidentale notificato il 23 luglio 2002, con un unico mezzo d'impugnazione. Sia la società ricorrente e sia il resistente hanno depositato memorie illustrative. Motivi della decisione 1. I due ricorsi, proposti contro la stessa sentenza, devono essere riuniti. 2. Con il primo motivo del ricorso principale, la Rai denuncia il vizio di motivazione sul punto decisivo della prevalenza della finalità informativa nell'attività svolta dall'intimato. Si sostiene esservi contraddizione tra la premessa che la riproduzione a fini di semplice documentazione, lecita, non consente la libera utilizzazione degli articoli, e la successiva affermazione che la diffusione della rassegna stampa sarebbe stata lecita, sebbene fatta per finalità non già informative ma commerciali. Le premesse dalle quali la corte del merito era partita non consentivano di giungere ad affermare la liceità della vendita delle videocassette, così estendendo la portata dell'articolo 65 della legge sul diritto d'autore a qualsiasi attività prodromica alla commercializzazione degli altrui prodotti. Questo mezzo deve essere esaminato unitamente al ricorso incidentale, vertendo entrambi sul capo di sentenza che ha ritenuto l'articolo 65 della legge 633/41 applicabile alla fattispecie. Con il suo ricorso incidentale, infatti, il signor Franceschi denuncia la falsa applicazione dell'articolo 65 della legge sul diritto d'autore,e vizi di motivazione nella concreta applicazione della norma. Egli censura l'interpretazione della norma data dalla corte di Trento, che ha distinto tra fornitura di riproduzioni dei singoli articoli, da soli, e dagli stessi articoli inclusi in prodotti giornalistici più complessi. Si deduce che l'attività di rassegna stampa sarebbe consentita dall'articolo 65 della legge sul diritto d'autore anche se abbia ad oggetto un servizio all'utilizzatore, caratterizzato dalla ricerca sistematica di informazioni giornalistiche su temi predeterminati, e non solo quando riguardi una generalità di lettori. All'esame dei due mezzi d'impugnazione così sintetizzati deve premettersi quanto segue. Come risulta dalla sentenza di merito, ed è pacifico anche nel presente giudizio di legittimità, la Rai ha agito in giudizio per far accertare l'illegittimità dell'attività dell'intimato, consistente nel fissare a scopo di lucro le emissioni giornalistiche televisive della Rai Radiotelevisione Spa, e nel mettere a disposizione del pubblico le cassette o fotografie ricavate dalla registrazione. I diritti in tal modo fatti valere dall'emittente radiotelevisiva sono quelli contemplati dall'articolo 79 della legge 633/41, nel testo sostituito dall'articolo 11 del D.Lgs 685/94. Questa disposizione attribuisce, infatti, a coloro che esercitano l'attività di emissione radiofonica o televisiva, il potere esclusivo di autorizzare sia la fissazione delle proprie emissioni, e sia la riproduzione diretta o indiretta, la ritrasmissione, la comunicazione al pubblico se fatta a pagamento , e la distribuzione delle fissazioni delle proprie emissioni, essa attribuisce inoltre agli stessi soggetti il diritto esclusivo di utilizzare quelle fissazioni. Questa disciplina, concernente i diritti sulle emissioni radiotelevisive, è collocata nel titolo secondo della legge, dedicato ai diritti connessi all'esercizio del diritto d'autore, e non consente di qualificare i diritti esclusivi in questione come diritti d'autore, i quali sono disciplinati invece nel titolo primo della legge e sono espressamente fatti salvi dall'articolo 79 cit., unitamente ai diritti sanciti dalla stessa legge a favore dei titolari di altri diritti connessi . Ne consegue che ai diritti relativi all'emissione radiofonica e televisiva non si applica l'articolo 65 del Capo V del titolo primo della legge 633/41, dedicato nel testo - applicabile ratione temporis - anteriore alla novella del D.Lgs 68/2003 alle libere utilizzazioni, giacchè quella norma riguarda esclusivamente il diritto d'autore sulle opere protette analiticamente indicata nell'articolo 2 , e in particolare il diritto d'autore sugli articoli intesi come scritti su determinati argomenti d'attualità di carattere economico, politico o religioso pubblicati su giornali o riviste vale a dire, un caso diverso da quello oggetto del presente giudizio. Orbene, la falsa applicazione di questa norma alla fattispecie giudicata non è stata censurata, nel ricorso principale, con il mezzo appropriato, offerto dall'articolo 360, comma 1 numero Cpc. Nel ricorso, infatti, l'applicabilità e la stessa corretta interpretazione dell'articolo 65 legge 633/41 al caso di specie sono presupposte denunciandosi soltanto la contraddittorietà della motivazione, con la quale sarebbe stata autorizzata l'utilizzazione commerciale di una facoltà che la corte territoriale suppone concessa esclusivamente a fini di informazione , e si chiede a questa corte di cassare l'impugnata sentenza su tali errate premesse con la conseguenza che la censura non può essere accolta. Neppure può trovare ingresso la censura proposta con il ricorso incidentale, che denuncia bensì una falsa applicazione dell'articolo 65 della legge 633/41, ma sulla premessa che la libera utilizzazione secondo la terminologia anteriore alla novella 68/2003 in parola sarebbe applicabile anche ai diritti sulle emissioni radiotelevisive, ed anzi sarebbe stata erroneamente limitata dall'interpretazione accolta nella sentenza impugnata. 2. Con il secondo motivo del suo ricorso, la Rai denuncia la violazione dell'articolo 2598 Cc, commesso dal giudice di merito escludendo la concorrenza sleale parassitaria nel caso di specie. Osservando che l'agenzia non s'era appropriata le notizie diffuse dalla Rai, perché non aveva taciuto la provenienza dei servizi giornalistici utilizzati, la Corte di Trento aveva disconosciuto il fatto che l'attività dell'agenzia si svolgeva in modo sistematico e continuo sulle orme della ricorrente, appropriandosi sistematicamente dei prodotti di quest'ultima, e utilizzando, diffondendo, commercializzando, pubblicizzando i prodotti RAI. Il motivo è fondato laddove denuncia la violazione dell'articolo 2598, con riguardo all'ipotesi contemplate nel numero 3 della citata disposizione, la quale vieta la concorrenza esercitata avvalendosi direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale, e idoneo a danneggiare l'altrui azienda. La Corte territoriale ha ritenuto di poter respingere questa domanda limitandosi ad osservare che il concorrente non s'era appropriato delle notizie trasmesse dalla Rai, ma aveva svolto semplice opera di riproduzione delle trasmissioni giornalistiche, non nascondendo la provenienza dei servizi. Con tale rilievo, il giudice di merito ha solo escluso che, nella specie, l'uso illecito di segni distintivi, da parte del signor Franceschi, nel vendere videocassette o fotografie appartenenti alla Rai, potesse creare confusione, perché gli acquirenti sapevano di acquistare da lui dei prodotti della Rai. Ma questo rilievo è pertinente solo alla fattispecie di concorrenza sleale prevista dall'articolo 2598 numero Cc. Come risulta dall'impugnata sentenza, nel giudizio di appello la Rai aveva lamentato la mancata applicazione dell'articolo 101 della legge 633/41, che contempla una fattispecie particolare di concorrenza sleale parassitaria, consistente per quel che qui può rilevare nella riproduzione sistematica di informazioni o notizie radiodiffuse a fine di lucro si tratta di una fattispecie di illecito concorrenziale per la verificazione della quale non è richiesto l'elemento della confusione. Peraltro, anche indipendentemente dal richiamo alla citata disposizione della legge speciale, il richiamo della Rai alla fattispecie della concorrenza sleale parassitaria imponeva al giudice di merito di valutarne la fondatezza in relazione all'ipotesi dell'articolo 2598numero Cc distinta da quella del numero , nella quale si considera il caso dell'attività svolta con mezzi non conformi alla correttezza professionale e idonei a danneggiare l'altrui azienda ipotesi che prescinde dall'estremo della confusione, traducendosi - nell'impostazione della Rai - nell'appropriazione non già dei segni distintivi, bensì del lavoro altrui senza averne sopportato i relativi costi. Per questa parte, pertanto, la sentenza deve essere cassata con rinvio. 3. Con il terzo motivo si denuncia la violazione dell'articolo 2059 Cc, per avere l'impugnata sentenza negato il risarcimento del danno morale sofferto dalla Rai con l'argomento della minima rilevanza dell'attività svolta dal Franceschi e dell'assoluta sua incapacità di ledere l'immagine aziendale della massima società televisiva italiana. Una tale interpretazione dell'articolo 2059 Cc porterebbe a negare la risarcibilità dei danni morali cagionati dal comportamento sleale a qualsiasi impresa di dimensioni medio-grandi, così legittimando quei comportamenti. Nella misura in cui può essere esaminata, nonostante l'omessa puntuale indicazione dei fatti sui quali poggia la richiesta di risarcimento del danno morale, la censura non può essere accolta. Nel ricorso, quella richiesta è collegata esclusivamente alla concorrenza parassitaria attribuita all'intimato. Escluso che nella fattispecie possa intendersi richiamato l'articolo 185 Cp, in mancanza di qualsiasi indicazione circa l'ipotesi criminosa che dovrebbe giustificarlo, si osserva che non è indicato il diritto costituzionalmente protetto, la cui violazione fonderebbe, secondo la più recente giurisprudenza di questa corte, la richiesta medesima. L'appropriazione dei prodotti della Rai e l'uso illegittimo di essi, infatti, non ledono diritti di rilevanza costituzionale della Rai, e non incidono sulla sua immagine. In tal senso e non già in quello di un diniego del diritto del danno morale da parte di società di grandi dimensioni si deve intendere anche il riferimento della corte territoriale alla minima rilevanza dell'attività svolta dal Franceschi in danno della Rai e alla assoluta incapacità dell'appellante di venire a ledere l'immagine aziendale della massima società televisiva italiana . 4. Con il quarto motivo si denuncia la violazione dell'articolo 183 Cpc, per avere la corte di Trento rifiutato di esaminare la richiesta condanna al pagamento di penalità, in relazione alla futura violazione dei divieti imposti, con l'argomento che la domanda stessa era stata formulata tardivamente. Al contrario, la domanda - nel ricorso riprodotta testualmente e tra virgolette - era stata formulata nella memoria autorizzata ex articolo 183, comma 5, Cpc. Essa trovava il suo fondamento normativo nella disciplina della concorrenza sleale e nella legge marchi articolo 66 comma 2,Rd 929/42 , avendo l'intimato continuato ad utilizzare pubblicitariamente il marchio e il logo Rai nella sua attività. Il motivo è infondato. Occorre premetter che l'articolo 183, comma 4, Cpc consente all'attore, nella prima udienza di trattazione, di proporre le sole domande e le eccezioni, anche nuove, che siano conseguenza della domanda riconvenzionale o delle eccezioni proposte dal convenuto, ma non attribuisce alle parti la facoltà di proporre domande nuove che potessero essere proposte già con la citazione o la comparsa di risposta vedi Cassazione, 14581/04, 3991/03 . Il quinto comma dell'articolo 183 Cpc norma invocata dalla società ricorrente , a sua volta, consente alle parti, con le memorie depositate nel termine, non già di proporre domande nuove, sia pure con il limite sopra ricordato che esse siano conseguenza delle difese avversarie, ma soltanto di precisare e modificare le domande, eccezioni e conclusioni già proposte. La soluzione qui accolta è condivisa anche dalla dottrina, che ha osservato come dal secondo periodo dell'ultimo comma dell'articolo 183 per replicare alle domande ed alle eccezioni dell'attore di cui alla prima parte del comma precedente e per proporre - le eccezioni che sono conseguenza delle domande medesime si desuma esplicitamente il limite delle facoltà consentite, che è quello della replica, a fronte della quale ciascuna delle parti può a sua volta controreplicare, alla condizione, tuttavia, che la controreplica consista solo nella proposizione di eccezioni che siano conseguenza della replica dell'altra parte e non anche nella proposizione di domande limitazione di buon senso la quale per un verso non comprime in modo alcuno la difesa delle parti, assicurata in toto dal potere di eccezione, per altro verso evita di dilatare oltre misura il novero delle vere e proprie domande cumulate nello stesso processo. La stessa dottrina ne trae il corollario che - in base alla disposizione in esame - ciascuna delle parti, e dunque lo stesso attore, ha facoltà di replica a livello di sole eccezioni e così via teoricamente fino all'infinito, pena la violazione del diritto di difesa ex articolo 24, comma 2, Costituzione, di una delle parti. Ne discende chela domanda di condanna del convenuto al pagamento di penalità per le future violazioni dei divieti imposti - indipendentemente dal fatto che nella specie non poteva considerarsi emendatio libelli, avendo propria causa pretendi e proprio petitum, e costituiva domanda autonoma e nuova rispetto a quelle in precedenza proposte - non poteva ritenersi consentita dall'articolo 183, comma 5, Cc. La domanda in questione, pertanto, era inammissibile, e come tale è stata giustamente considerata dalla corte territoriale. 5. In conclusione, il ricorso deve essere accolto limitatamente al secondo motivo, e l'impugnata sentenza deve essere cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio ad altra sezione della medesima corte territoriale, perché riesamini - anche ai fini delle spese del presente giudizio di legittimità - la domanda di accertamento della concorrenza sleale proposta dalla Rai, sotto il profilo della violazione delle regole della correttezza professionale, osservando il principio di diritto che segue in tema di concorrenza sleale disciplinata dall'articolo 2598, numero Cc, la commissione dell'illecito non richiede che la concorrenza, svolta direttamente o indirettamente con mezzi non conformi ai principi della correttezza professionale, abbia provocato confusione con i prodotti e l'attività dell'imprenditore danneggiato. PQM La Corte riunisce i ricorsi rigetta i motivi primo, terzo e quarto del ricorso principale, nonché il ricorso incidentale, accoglie il secondo motivo del ricorso principale cassa in relazione al motivo accolto e rinvia anche per le spese ad altra sezione della Corte d'appello di Trento.