I permessi premio: quando la magistratura di sorveglianza non conosce il detenuto

di Luigi Morsello

di Luigi Morsello * Ancora una volta la cronaca fa registrare un gravissimo episodio, in cui un detenuto, evaso dal permesso premio, reagisce all'arresto delle forze dell'ordine, sparando ad un carabiniere che cinque ore dopo il ricovero in ospedale muore. Fatti del genere, per fortuna rarissimi, inducono sempre un grande sentimento di mestizia verso chi, adempiendo al proprio dovere, perde la vita a causa della reazione di un criminale che era libero, mentre sarebbe dovuto restare in carcere per tanti motivi, e di cordoglio per i suoi cari i suoi affetti la sua famiglia i suoi commilitoni. Il primo motivo è la condanna per un altro efferato delitto, in cui rimase vittima una bigliettaia di una stazioncina del bolognese, per pochi soldi contanti, con una sentenza di condanna irrevocabile e con una fine pena fissato all'anno 2016. dieci anni di carcere da scontare sono tanti. Il secondo motivo è la commissione di un precedente reato di evasione dal permesso premio. È pur vero, come chiarisce il Magistrato di Sorveglianza che ha concesso l'ultimo permesso premio oltre gli otto già beneficiati , che la legge impediva la concessione di un ulteriore permesso premio prima del decorso di tre anni dal precedente permesso, nell'ipotesi di commissione del reato di evasione articolo 58 quater legge 354/75 , e nel caso di specie di anni ne erano trascorsi tre e mezzo. Ma ciò che rimane inespresso nelle parole del suddetto magistrato, e che si legge drammaticamente fra le righe delle sue nobilissime parole, è una circostanza ormai abituale, quella che il detenuto è sempre poco conosciuto dalla magistratura di sorveglianza, che opera, soprattutto, sui documenti prodotti a sostegno delle istanze di accesso ai benefici della legge penitenziaria permessi premiali, liberazione anticipata, semilibertà, affidamento in prova, licenze ai semiliberi, detenzione domiciliare speciale, affidamento in prova in casi particolari, per gli ammalati di AIDS , dalla direzione degli istituti di pena. Non si può addebitare al M. di S. questa pochezza di conoscenza della persona detenuta, perché non è un suo compito istituzionale acquisirla tramite il contatto personale. L'osservazione ed il trattamento sono compiti affidati all'Amministrazione penitenziaria, e cioè al Gruppo di Osservazione e Trattamento G.O.T. , presieduto dal direttore del carcere e composto da direttore, educatore, esperto psicologo o criminologo , assistente sociale dell'Ufficio per l'esecuzione penale esterna, comandante di reparto del Corpo di polizia penitenziaria, più altri eventuali preposto alle lavorazioni, ove vi sono, alle attività lavorative comuni , medico incaricato. Il G.O.T. è un organo collegiale consultivo multiprofessionale molto complesso, che impegna allo spasimo le capacità, attitudini, professionalità dei suoi componenti, segnatamente l'organo che lo presiede, coordina e che ha la responsabilità, non solo morale, del buon risultato il direttore del carcere. Su questa figura l'A. ha già espresso la propria opinione cfr. Diritto & Giustizi@ del 5.10.2005 . Ebbene, quando si tratta di soggetti con così altro indice di pericolosità non v'è dubbio che la soglia di attenzione deve essere decisamente molto più alta. L'allarme sociale che destano questi soggetti purtroppo è molto più alto quando impatta sulla pubblica opinione, ma è assai meno percepito dagli operatori penitenziari, anche quando vi sia un precedente assai significativo la commissione di un precedente reato di evasione dal permesso premiale o dalla licenza concessa ai semiliberi ed agli internati. Sembra paradossale, ma lo è molto meno per chi conosce a fondo l'ambiente del carcere. Infatti, è quasi inevitabile una tendenza drammatica a minimizzare gli aspetti di un di reato di evasione dal permesso premio o dalla licenza, soprattutto quando non si verifichino durante l'evasione la commissione di reati, specie se di sangue. Sembra quasi che questo fenomeno l'evasione dal permesso, anche premio, e dalla licenza non riguardi il personale del carcere. Inconsciamente tutta la responsabilità viene scaricata sul M. di S. o sul Tribunale di Sorveglianza nei casi di concessione della semilibertà. Ci si sente come sollevati, non è evaso dal carcere ! Non ci tocca direttamente ! Ovviamente è una tendenza perversa che è dovere del direttore capire e contrastare con la massima determinazione. Altrimenti, le conseguenze si apprezzano drammaticamente sulla pelle di persone innocenti cfr. Diritto & Giustizi@ del 4.5.2005 e delle forze dell'ordine nell'adempimento del loro dovere, come è accaduto appena ieri. E non vi sono giustificazioni che tengano quando muore una persona. * Ispettore generale dell'Amministrazione penitenziaria