La resistenza al vigile arrogante è giustificata

Se il comportamento dell'agente della polizia municipale è sconveniente e prepotente non si configura il reato

È legittimo, e non configura il reato di resistenza a pubblico ufficiale, il comportamento dell'automobilista che reagisce al modo di fare sconveniente e prepotente del vigile che lo trattiene - durante la contestazione di una multa - mettendogli le mani addosso. Lo sottolinea la Sesta sezione penale della Cassazione - sentenza 36009/06 depositata il 27 ottobre e qui leggibile nei documenti correlati - che ha annullato la condanna, per resistenza, inflitta a un guidatore torinese, Massimo T., per aver reagito all'approccio da sceriffo usatogli da Renato Z. comandante dei vigili del capoluogo piemontese. Per la Suprema Corte l'atteggiamento sconveniente e prepotente non può essere consentito e in esso deve essere individuato il consapevole travalicamento dei limiti e delle modalità entro cui le funzioni pubbliche devono essere esercitate, con la conseguenza che la reazione immediata del privato a tale atteggiamento rende inapplicabile l'incriminazione per resistenza a pubblico ufficiale articolo 337 Cp . Massimo era stato multato per divieto di sosta con contravvenzione già accertata da un altro vigile e si era rifiutato di seguire in ufficio, per essere identificato, Renato Z. che - in risposta - aveva infilato il braccio nell'abitacolo dell'auto cercando di tirar fuori, con la forza, l'automobilista e aggrappandosi pure al suo sportello. Il guidatore aveva messo in moto ed era partito provocando la rovinosa caduta del vigile che riportò lesioni guaribili in 45 giorni. Per la vicenda Massimo era stato condannato - dalla Corte di appello di Torino, il 12 luglio 2005 - a 5 mesi e 10 giorni di reclusione, con pena detentiva commutata in pena pecuniaria. Ad avviso dei giudici di merito, era colpevole di resistenza e lesioni, mentre al vigile nulla poteva essere rimproverato. E questo in quanto il suo comportamento - rilevano i magistrati di secondo grado - anche se assunse, per effetto delle accese rimostranze e critiche dell'imputato, toni alterati, non trasmodò mai nell'atto arbitrario , anche quando tentò di trattenere per un braccio l'imputato, dal momento che costui palesemente si era opposto all'invito di seguirlo in ufficio . Massimo, invece, per la Corte d'appello, aveva indubbiamente ostacolato ed intralciato l'attività del pubblico ufficiale . La Suprema corte però non ha condiviso questo punto di vista. Per i supremi giudici, la resistenza di Massimo non fu finalizzata a impedire o ostacolare l'attività del pubblico ufficiale, ma rappresentò una reazione al comportamento non ortodosso e sconveniente del vigile che, con arroganza e fare autoritario, lo aveva afferrato per un braccio e pretendeva di condurlo con la forza presso gli uffici della polizia municipale, per identificarlo compiutamente e contestargli formalmente la violazione del Codice della strada, già accertata in precedenza da altro vigile urbano . Pertanto Massimo - conclude Piazza Cavour - deve essere assolto dall'accusa di resistenza perché il fatto non costituisce reato . Resta, invece, confermata la condanna per lesioni dal momento che il guidatore si rese ben conto della particolare posizione in cui era venuto a trovarsi il vigile, incastrato tra lo sportello e l'abitacolo, e ciò nonostante avviò improvvisamente la marcia dell'auto, determinando la caduta e le lesioni che gli vanno addebitate quanto meno a titolo di dolo eventuale . Ora - solo per questo capo di imputazione - la Corte d'appello di Torino dovrà rideterminare, al ribasso essendo venuto meno il delitto di resistenza la sanzione pecuniaria a carico di Massimo. La Procura della Cassazione era stata ancora più comprensiva verso l'imputato e - rappresentata dal sostituto procuratore generale Aurelio Galasso - aveva chiesto l'annullamento tout-court del verdetto impugnato perché il fatto non costituisce reato .

Cassazione - Sezione sesta penale up - sentenza 21 giugno-27 ottobre 2006, n. 36009 Presidente Ambrosiani - Relatore Milo Pg Galasso - Ricorrente Tonione Fatto e diritto A Tonione Massimo si addebitano i seguenti reati a reato previsto e punito dall'articolo 337 Cp, perché usava violenza, consistita nel chiudere la portiere del lato guida della propria autovettura e nel ripartire improvvisamente con la stessa, si da trascinare per alcuni metri e da fare cadere rovinosamente a terra il comandante dei VV.UU. Zanchetta Renato, che aveva appoggiato il suo braccio dx sulla spalla del Tonione, e ciò al fine di opporsi al pubblico ufficiale, che lo aveva invitato a seguirlo negli uffici per la identificazione b reato previsto e punito dagli articoli 582, 61 n. 10, 583 comma 1 n. 1 Cp, perché mediante la condotta di cui al capo che precede, cagionava allo Zanchetta lesioni personali guaribili in gg. 45 in Candello il 10 marzo 1999. Il Tribunale di Biella, con sentenza 3 febbraio 2004, aveva dichiarato il Tonione colpevole del delitto di lesioni e, in concorso delle attenuanti generiche prevalenti sulle contestate aggravanti, lo aveva condannato alla pena di mesi sei di reclusione, con i doppi benefici, nonché al risarcimento dei danni in favore della parte civile lo aveva assolto dal delitto di resistenza, perché il fatto non sussiste. La Corte d'appello di Torino, investita dai gravami del Pm e dell'imputato, con sentenza 12 luglio 2005, riformando in parte quella di primo grado, dichiarava il Tonione colpevole anche del delitto di resistenza e, ritenuta la continuazione tra i due reati, rideterminava la pena in mesi cinque e giorni dieci di reclusione, sostituendola con la corrispondente pena pecuniaria e revocando come da richiesta dell'imputato, il beneficio della sospensione condizionale. Riteneva la Corte di merito, valutate le testimonianze di persone presenti ai fatti, che, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa dell'imputato, il comportamento del vigile Zanchetta, anche se assunse, per effetto delle accese rimostranze e critiche dell'imputato, destinatario di una contravvenzione per divieto disposta, toni alterati, non trasmodò mai nell'atto arbitrario, avendo egli legittimamente, di fronte al rifiuto di delineare le proprie generalità da parte dell'imputato, invitato costui a seguirlo in ufficio per l'identificazione e per consentire anche la formale contestazione della violazione al Cds che non costituiva atto arbitrario l'avere tentato di trattenere per un braccio l'imputato, dal momento che costui palesemente si era opposto all'invito di seguire in ufficio il vigile che la condotta tenuta dal Tonione aveva indubbiamente ostacolato ed intralciato l'attività d'ufficio del pubblico ufficiale che l'imputato, nell'avviare improvvisamente l'auto, nel mentre il pubblico ufficiale era chino verso l'interno della stessa, aveva accettato il rischio di potere compromettere l'integrità fisica di quest'ultimo. Ricorre per cassazione, tramite il proprio difensore, l'imputato e deduce 1 violazione della legge penale, con riferimento all'articolo 337 Cp e vizio di motivazione, non essendosi dato il giusto rilievo al comportamento certamente arbitrario del pubblico ufficiale, che, come riferito dai testi Barbare e Tiani, aveva assunto nella circostanza un atteggiamento arrogante e aggressivo nei confronti del Tonione, afferrandolo per un braccio e cercando di tirarlo fuori dall'auto 2 violazione della legge penale, con riferimento agli articoli 582, 583 Cp e vizio di motivazione, dovendosi escludere la volontarietà delle lesioni, conseguenza soltanto dell'atteggiamento da sceriffo assunto dal vigile, che aveva messo le mani addosso all'imputato e si era letteralmente aggrappato all'auto del medesimo. Il ricorso è in parte fondato. Quanto al contestato reato di resistenza a pubblico ufficiale osserva la Corte che la condotta posta in essere dal Tonione non fu finalizzata a impedire o a ostacolare l'attività funzionale del pubblico ufficiale, ma rappresentò, secondo la ricostruzione dei fatti operata dal giudice di merito, una reazione al comportamento non ortodosso e sconveniente del medesimo pubblico ufficiale, che, con arroganza e fare autoritario, lo aveva afferrato per un braccio e pretendeva di condurlo con la forza presso gli uffici della polizia municipale, per identificarlo compiutamente e contestargli formalmente la violazione al Cds divieto di sosta , già accertata in precedenza da altro vigile urbano. L'atteggiamento sconveniente e prepotente non può essere consentito al pubblico ufficiale e in esso deve essere individuato il consapevole travalicamento dei limiti e delle modalità entro cui le funzioni pubbliche devono essere esercitate, con l'effetto che la reazione immediata del privato a tale atteggiamento rende inapplicabile la norma incriminatrice di cui all'articolo 337 Cp e ciò ai sensi dell'articolo 4 del D.Lgs 288/44. Il Tonione si allontanò con l'autovettura per sottrarsi alla presa del vigile. La sentenza impugnata, pertanto, deve essere annullata sul punto, perché il fatto non costituisce reato. Non evidenzia invece profili di illegittimità la sentenza nella parte relativa alla pronuncia di colpevolezza per il reato di lesioni volontarie e va conseguentemente disatteso il corrispondente motivo di ricorso. L'imputato, invero, nella circostanza di cui è processo, si rese ben conto della particolare posizione in cui era venuto a trovarsi il vigile Zanchetta, incastrato tra lo sportello e l'abitacolo della vettura, e ciò nonostante avviò improvvisamente la marcia dell'auto, determinando la rovinosa caduta del predetto e le conseguenti lesioni, che vanno addebitate all'agente quanto meno a titolo di dolo eventuale. Non potendo questa Sc, per effetto dell'annullamento in relazione al delitto di resistenza, individuare la misura della pena riferibile al delitto di lesioni, va disposto a tale fine il rinvio ad altra sezione della Ca di Torino. PQM Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla resistenza a pubblico ufficiale, perché il fatto non costituisce reato, e rinvia ad altra sezione della Ca di Torino per la determinazione della pena in ordine al residuo reato. Rigetta nel resto il ricorso.