Amministrazione di sostegno, l'assistenza legale obbligatoria non è un optional

di Ennio Fortuna

Pubblichiamo le note di udienza del Procuratore generale della Corte d'appello di Venezia che ha ricorso contro il decreto della stessa Corte in tema di assistenza legale per la richiesta di amministrazione di sostegno. Il decreto è in Diritto e Giustizia on line dell'11 febbraio scorso, insieme con un altro decreto della Corte d'appello di Milano, sullo stesso tema, che decide in segno opposto. Insieme con i due decreti, sempre l'11 febbraio, è il commento del magistrato Rita Russo, che sarà pubblicato anche sul numero 9 di D& G settimanale. di Ennio Fortuna * Posso sbagliare, ma in questa vicenda si rende evidente un grande contrasto una palese divaricazione tra l'impostazione formale della legge e la sostanza delle situazioni regolate. Da questo secondo punto di vista esigere in ogni caso l'assistenza legale obbligatoria sembra un di più, un eccesso rispetto all'ordinaria routine delle pratiche, che, quasi sempre si sviluppano su istanza del diretto interessato e con il parere favorevole del PM. Si tratterebbe quindi di un dialogo a due, unilaterale, non contenzioso, in cui l'assistenza legale introdurrebbe un alto tasso di formalizzazione e di rigidità, certamente eccessivo, e probabilmente incompatibile con lo spirito della riforma. L'assistenza sociale, si potrebbe dire, non tollera il rigore formale, il burocratismo esasperato, esigendo, al contrario, snellezza ed efficienza. Altre volte però non è affatto così ad es., se istante è un terzo o un istituto o il PM, e l'interessato si oppone . Qui il conflitto è innegabile, e non si può definire il procedimento come volontario e unilaterale per usare la terminologia cara ai processualisti , riducendo correlativamente il livello di garantismo difensivo. Se si dà però uno sguardo, appena un po' più approfondito ai profili strettamente tecnici del procedimento, ogni esitazione deve cadere. La legge ha infatti istituzionalizzato, in ogni caso, il conflitto di diritti. Come per l'interdizione e l'inabilitazione il processo, anzi il giudizio ha luogo tra ricorrente, resistente e PM se non è il ricorrente, nel qual caso però il conflitto è ancora più chiaro , in cui ognuna delle parti deduce nel rapporto processuale una posizione astrattamente e teoricamente confliggente con le altre, su un oggetto irrinunciabile e su un valore indisponibile lo stato e la capacità giuridica e di agire dell'interessato. Tutto ciò indipendentemente dalla posizione che in concreto ognuna delle parti può assumere magari favorevole all'A. di S. . E' più o meno ciò che accade nel processo penale laddove tra PM e accusato il conflitto di diritti di punire dello Stato e alla libertà del cittadino è istituzionalizzato, irrinunciabile e imprescindibile. Non a caso, anche in tale situazione processuale il PM può, in concreto, non accusare, difendere o addirittura impugnare a favore, ma il conflitto rimane, inevitabile e innegabile. Si può agevolmente verificare quanto detto, riflettendo sulle disposizioni della legge 6/2004 che, è bene dirlo subito, non regola solo l'A.di S., ma interviene e modifica anche le norme relative agli istituti confinanti dell'interdizione e dell'inabilitazione, realizzando così un omogeneo complesso di misure di protezione delle persone prive o carenti di autonomia. Non a caso, in tema di interdizione e di inabilitazione, si è detto, nel 2004, che il ricorso può essere presentato anche dallo stesso interessato, ma, ciò che a me sembra decisivo, l'articolo 418 Cc ribadisce che è promosso il giudizio . In definitiva il giudizio vero e proprio, certamente conflittuale almeno con il PM, nello schema sopra rappresentato , è presente anche se la domanda al G.T. è presentata dal solo interessato. Più interessante è sottolineare che dal giudizio d'interdizione si passa a quello di inabilitazione, e dal 2004 anche a quello di A.di S., e viceversa, a seconda delle concrete risultanze di causa e delle relative valutazioni del giudicante. Si tratta quindi, in ogni caso, di un giudizio nel solo senso che può darsi alla parola, cioè di controversia tra parti contrapposte e sottoposta alla decisione di un magistrato indipendente e imparziale ex articolo111 Costituzione . Non è quindi affatto pleonastico o eccessivo il richiamo al procedimento di interdizione e di inabilitazione operato dall'articolo720 bis Cpc, tanto più che in quello per la nomina dell'A. di S. è espressamente previsto, come obbligatorio, l'intervento del PM, quale parte necessaria e garante istituzionale dell'osservanza della legge. Che si tratti di un giudizio sullo status o sulla capacità e quindi sui diritti soggettivi personali dell'Amministrando, si ricava anche dalla diretta previsione della ricorribilità del decreto della Corte d'Appello, così come aveva già riconosciuto la Corte di Cassazione per le analoghe decisioni in materia di interdizione e di inabilitazione. La precisazione, proprio perché ha eliminato ogni dubbio al riguardo, è stata comunque opportuna. Ma si perviene alla stessa conclusione anche attraverso un diverso percorso dialettico. A norma dell'articolo 82 Cpc, le parti non possono stare in giudizio se non con il ministero o con l'assistenza del difensore. Sembra evidente che si possa derogare alla disposizione solo se l'interessato non è una parte, e se il procedimento o pratica risulta incompatibile con il concetto di giudizio . E' più meno ciò che si dice, quando si afferma che nei procedimenti di Volontaria Giurisdizione, unilaterali, non conflittuali, si può fare a meno del difensore. Ma se si tratta di un giudizio , e gli interessati sono classificabili quali parti in causa, la difesa è comunque inderogabile, anche per effetto dell'articolo 24 Costituzione Si è però già visto che giudizio è, testualmente, inequivocabilmente, sia perché la legge si esprime proprio in tal modo, senza alcun dubbio, e ex articolo720 bis Cpc la conclusione vale anche per il procedimento per la nomina dell'A.di S., sia per l'inderogabile presenza del PM, ribadita forse inutilmente dalla legge sull'A.di S Ed è giudizio in senso proprio, anche se ricorrente è il solo interessato, tanto più che una parte conflittuale ovviamente, come detto, astrattamente conflittuale c'è sempre il PM. E allora il ricorrente, anche se è il diretto interessato, e solo lui, è necessariamente parte, posto a confronto con una controparte inderogabile, il PM, ed eventualmente molti altri. Il difensore quindi occorre. Indubbiamente. Ma c'è dell'altro. Ed è un argomento ancora più valido, forse irresistibile. L'articolo70 Cpc, in tema di presenza del PM nel processo civile si è già detto che è parte, anzi controparte obbligata, se addirittura non è parte ricorrente , prescrive che l'ufficio deve intervenire, a pena di nullità, rilevabile d'ufficio nelle cause da lui proponibili in quelle matrimoniali in quelle riguardanti lo stato e la capacità delle persone, come appunto quelle relative all'A. di S. In ogni altro caso previsto dalla legge. Nel nostro caso si tratta quindi di una causa vera e propria, cioè di una controversia istituzionalizzata, idefettibile, e l'espressione è chiaramente sinonimo di giudizio vero e proprio. Il PM è quindi parte in giudizio o in causa, se si preferisce come conferma l'articolo417 Cc e tutta la legge sull'A.di S. , ed è parte dello stesso giudizio o causa anche la persona della cui incapacità si tratta, indipendentemente dalle concrete conclusioni di merito. Del resto la conclusione è confermata testualmente dall'articolo72 Cpc. Nei casi in cui è previsto il suo intervento, il PM, se non si tratta di cause da lui direttamente proponibili, conclude nei limiti delle domande proposte dalle altre parti . Non si potrebbe essere più chiari. In altri termini, l'opzione dell'articolo417 Cc e della legge sull'A. di S. non è neppure discrezionale, ma obbligata. Trattandosi di questione indefettibile sulla capacità o sullo stato della persona, il modello di procedimento prescelto, tra quelli astrattamente configurabili dalla legge, è il giudizio conflittuale tra gli intervenuti privati e il PM, e la decisione compete esclusivamente al giudice, in sede di giudizio o di causa vera e propria. Resta solo un'annotazione, ma non marginale. A tutto concedere, la vicenda odierna è esemplare della sicura fondatezza della tesi qui perorata. In primo grado si è fatto a meno del difensore, nel presupposto dichiarato ma in parte tacito, e spiegabile con le ragioni prima indicate che si tratti di giurisdizione volontaria, unilaterale, non conflittuale. Lo sviluppo della vicenda dimostra clamorosamente il contrario, anche se l'ulteriore, eventuale seguito, può rivelarsi paradossale. Il PM reclama chiedendo la nullità del decreto di nomina per la lamentata inosservanza dell'articolo 82 Cpc. Davanti alla Corte, almeno davanti alla Corte, un giudizio conflittuale è quindi presente e innegabile, visto che l'eventuale accoglimento del reclamo priverebbe l'interessato dell'A. di S., cioè proprio dalla protezione da lui richiesta, in quanto, secondo il reclamante, la nomina sarebbe illegittima, irreparabilmente nulla. C'è quindi conflitto, non solo in astratto, ma anche in concreto, e probabilmente il conflitto era presente e attuale anche in primo grado dove il PM aveva sostenuto la stessa tesi nullità del ricorso . Potrebbe la Corte decidere senza prima invitare le parti interessate la definizione di parte a questo punto è obbligata a munirsi di difensore, anche se paradossalmente per sostenere che il difensore stesso non serve, e che la nomina è valida ugualmente? Credo proprio di no, e proseguendo, ove la Corte decidesse per l'accoglimento, come potrebbero le parti soccombenti ricorrere in Cassazione senza l'assistenza di un difensore iscritto all'apposito albo? Se sul giudizio di primo grado si vuole conservare il dubbio, non è possibile coltivarlo per la fase d'appello o di Cassazione a maggior ragione , ciò che rafforza la conclusione generale dell'indefettibilità dell'assistenza legale. E non serve l'articolo 716 Cpc, ancorché richiamato espressamente dal successivo articolo720 bis, che evidentemente si riferisce alla posizione personale dell'interdicendo, inabilitando, o amministrando, oggetto di esame, e che quindi la norma autorizza ovviamente a presentarsi e ad agire di persona, senza tramiti e mediazioni, in pratica senza il tutore, il curatore o l'amministratore ma nulla si dice dell'assistenza legale . In Cassazione è tecnicamente impossibile accedere senza difensore, salva un'eccezionale deroga espressa all'articolo 82 comma 3 Cpc mancante però , tanto più che in precedenza il ricorso era certamente inammissibile, ed è stato riconosciuto e autorizzato dalla giurisprudenza, e poi dalla legge 6/2004, attraverso l'implicito richiamo di un argomento, decisivo anch'esso ai nostri fini è un giudizio sullo stato e sulla capacità, una controversia, causa o giudizio, in senso tecnico, un contenzioso in materia di stato, di capacità e di diritti soggettivi, che non può prescindere dall'assistenza legale e dal controllo di legittimità. Proprio per questo fu ammesso dalla giurisprudenza il ricorso in materia di interdizione-inabilitazione e, per la stessa ragione, è stato evidentemente riconosciuta dalla legge, anche nel procedimento per la nomina dell'A. di S., l'ammissibilità del ricorso in Cassazione da parte del soccombente, ovviamente secondo i crismi e gli obblighi di tale specie di procedimento tra cui l'assistenza legale specialistica . *Note d'udienza del Procuratore Generale 19 dicembre 2005

Procura generale della Repubblica - Corte d'appello di Venezia Ricorso per Cassazione contro il decreto della Corte d'Appello di Venezia, sezione terza civile, depositato il 2 febbraio 2006 Procuratore generale Ennio Fortuna 14 febbraio 2006 Motivo unico Violazione ed erronea applicazione dell'articolo 82 Cpc relativo all'obbligo di assistenza legale con riferimento agli articolo 404 e seg. e 414 e seg. Cc titolo XII del libro primo , nonchè all'articolo 70 Cpc, relativo all'intervento del P.M. nelle cause davanti al Tribunale e alla Corte d'Appello. I fatti di causa Con ricorso presentato personalmente dalla Sig.ra G. T. chiedeva la nomina di un a.di s. in a favore del Sig. C. G Il Procuratore della Repubblica di Padova esprimeva parere contrario, e concludeva per la nullità del ricorso, perché presentato in giudizio dalla parte personalmente, senza la prescritta assistenza del difensore imposta dall'articolo 82 Cpc. Il G.I. di Padova-Sezione distaccata di Cittadella accoglieva il ricorso, respingendo tutte le argomentazioni del P.M., e nominava a. di s. la sig.ra G. T. Reclamava alla Corte d'Appello di Venezia il Procuratore della Repubblica di Padova, ma all'udienza del 19.12.05, con l'intervento ad adiuvandum dell'Ordine Triveneto degli Avvocati in persona dell'Avv. Mauro Pizzigati che concludeva per l'accoglimento del reclamo, e del Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Venezia che pure concludeva per la nullità del decreto di nomina dell'a.di s., la Corte Veneziana confermava il detto decreto, respingendo il reclamo. Le ragioni di diritto I Il decreto della Corte è errato perché si fonda, quasi esclusivamente, su una comprensibile, ma errata e irrilevante ricostruzione sostanzialistica dell'istituto dell'a. di s., ignorando o trascurando le molteplici disposizioni che convergono nel senso dell'imprescindibilità dell'assistenza legale nel procedimento di nomina, anche se su istanza dello stesso interessato. Lo scrivente richiama tutte le argomentazioni del reclamo, e quelle recate dalle note all'udienza del 19.12.05 con le quali si è sostenuto il fondamento delle ragioni invocate. In sintesi si ribadisce che, come confermato anche di recente da una notevole sentenza la 440/05 della Corte Costituzionale, gli istituti dell'a. di s. e quelli dell'interdizione e dell'inabilitazione, pur diversi tra loro nella disciplina e nelle finalità, sono tuttavia omogenei e confinanti nonché palesemente comunicanti dall'uno si passa all'altro, e viceversa , tanto è vero che nella rivisitazione della normativa effettuata in occasione dell'entrata in vigore dell'a.di s. legge 6/2004 , non si è esitato ad includerli in un unico titolo, distinto in due capi, dello stesso libro del Codice Civile sotto il comune titolo, estremamente significativo, di Misure di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia , precisandosi peraltro che la legge che introduce l'a.di s., ma che modifica anche i collaterali istituti dell'interdizione e dell'inabilitazione ha la finalità di tutelare, con la minore limitazione possibile della capacità di agire, le persone prive in tutto o in parte di autonomia nell'espletamento delle funzioni della vita quotidiana, mediante interventi di sostegno temporaneo o permanente . Lo stesso concetto di omogeneizzazione è ribadito espressamente sotto il profilo processuale il che è ancora più significativo , precisandosi attuale articolo 720 bis Cpc inserito dall'articolo 18 della legge 4 che ai procedimenti in materia di a. di s. si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni degli articolo712, 713, 716, 719 e 720 . L'ottica della scelta normativa è quindi nel senso che attraverso i citati, collaterali e omogenei istituti, opportunamente ritoccati, laddove occorreva, la persona, priva in tutto o in parte di autonomia, viene sostenuta mediante gli interventi più appropriati e graduati a seconda della concreta necessità. Per ricorrere ad espressioni riprese dall'autorevole responso della Corte Costituzionale la citata sentenza nr.440 , la complessiva disciplina inserita dalla legge 6/2004 sulle preesistenti norme del codice civile affida al giudice il compito di individuare l'istituto che, da un lato, garantisca all'incapace la tutela più adeguata alla fattispecie e, dall'altro, limiti nella minore misura possibile, la sua capacità nonché consenta, se la scelta cade sull'a. di s., che l'ambito dei poteri dell'amministratore sia puntualmente correlato alle caratteristiche del caso concreto. Solo se non ravvisi interventi di sostegno idonei ad assicurare all'incapace siffatta protezione, il giudice può ricorrere alle ben più invasive misure dell'interdizione o dell'inabilitazione, che attribuiscono uno status di incapacità, esteso per l'inabilitato agli atti di straordinaria amministrazione, e per l'interdetto anche a quelli di amministrazione ordinaria . In definitiva tra i predetti istituti si coglie la comune finalità della tutela della persona priva in tutto o in parte di autonomia, e se ne rimette la scelta al giudice in base al criterio fondamentale della gradualità dell'intervento in corrispondenza della concreta situazione di bisogno dell'interessato. Tenuto conto dei profili sostanziali degli istituti, la scelta di diritto processuale appare quindi conseguente, e praticamente obbligata. La procedura deve essere necessariamente omogenea, anche in vista del possibile travaso dall'uno all'altro, e ciò che vale per l'interdizione o per l'inabilitazione, deve valere anche per l'a. di s., salvi i casi di constatata e comprovata incompatibilità. Non è possibile quindi svalutare lo stretto rapporto processuale tra i tre istituti, esaltando il profilo dell'incompatibilità solo eventuale , e trascurando la comunanza di obiettivi, l'omogeneità della complessiva disciplina e la concreta, costante possibilità del travaso dall'uno all'altro, che imponeva l'affinità della struttura processuale, se non addirittura l'identità. Secondo la Corte invece l'a. di s. sarebbe profondamente diversa, anche per natura, dagli altri due istituti e reclamerebbe una disciplina autonoma e diversa. Sintomatica al riguardo sarebbe una particolare lettura dell'articolo 411 cc. secondo la quale lo stesso beneficiario potrebbe chiedere direttamente l'estensione di effetti, limitazioni o decadenze previsti dalle disposizioni per l'interdetto o l'inabilitato. La Corte ne ricava che il beneficiario potrebbe allora presentare direttamente , letto come personalmente , il ricorso introduttivo. Evidentemente, se così fosse, il problema sarebbe risolto a monte. Senonchè è del tutto evidente che l'articolo 411 cc. si inquadra esclusivamente nella situazione giuridica conseguente all'a.di s. già istituita per effetto della nomina, che direttamente non vale personalmente a tacer d'altro, nell'articolo 736 bis Cpc introdotto dalla legge 154/01 per la protezione contro gli abusi familiari, si prevede espressamente che la parte interessata, anche personalmente, può proporre l'istanza, segno che la legge conosce il significato e il valore semantico della locuzione , mirando solo a legittimare il beneficiario al rapporto con il Giudice Tutelare, anche senza il tramite o il sostegno del suo amministratore già in atto ma senza prendere posizione alcuna sulla non necessità dell'assistenza legale , e che soprattutto nell'articolo 406 cc., che individua ed indica i legittimati al ricorso introduttivo, si precisa inequivocabilmente che questo può essere presentato dallo stesso soggetto beneficiario ma lo stesso possono fare, non a caso, e proprio solo dal 2004, anche l'interdicendo o inabilitando, ex articolo 417, 414 e 415 , ma non si dice direttamente , e tanto meno personalmente . L'argomento invocato dalla Corte appare quindi del tutto inconsistente, ed anzi può essere tranquillamente valorizzato in senso contrario, nel senso cioè che il ricorso introduttivo di cui si controverte per la nomina dell'a. di s. può essere sì proposto dall'interessato, ma con l'osservanza di tutte le regole previste anche per l'interdizione e l'inabilitazione, tra cui l'obbligo dell'assistenza legale. Del resto la stessa ricostruzione della Corte, forse suggestiva sotto il profilo storico, si rivela priva di ogni riscontro positivo sul piano tecnico-giuridico, riducendosi ad una pura, indimostrata affermazione. Contro la quale allora è ovviamente più che lecito ed anzi doveroso come teme la stessa Corte, vd. pag.2 ricordare che il ricorso introduttivo del beneficiario ma anche dell'interdicendo o dell'inabilitando, come di un terzo o del P.M. promuove un giudizio , in senso tecnico vd. Articolo 418 Cc proprio quindi quel giudizio o causa come indirettamente si riconosce, nel quale ogni parte e quindi anche il ricorrente può stare solo con l'assistenza o il ministero del difensore tecnico, così come testualmente prescrive l'articolo 82 Cpc, e giudizio , in senso tecnico, quale controversia tra parti contrapposte, sottoposta alla decisione di un giudice terzo e imparziale, è anche quello introdotto dal beneficiario dell'a.di s., visto che l'articolo 720 bis Cpc richiama inequivocamente, sia pure con il limite della compatibilità logica che però qui non viene affatto in questione la disciplina dei collaterali, comunicanti e omogenei istituti dell'interdizione e dell'inabilitazione. Non a caso, come si è detto, anche in tali procedimenti, il giudizio può essere promosso dal diretto interessato, così come il ricorso introduttivo può essere proposto dal beneficiario dell'a. di s., trattandosi però sempre di giudizio , in senso proprio tra parti in conflitto, definito con decreto con i caratteri della decisorietà , come tale reclamabile e addirittura poi suscettibile di ricorso per Cassazione vd. articolo720 bis, comma 3, Cpc . Non basta però. II Ad analoga conclusione si perviene, come già dedotto in sede di reclamo e di note d'udienza, attraverso l'esame dell'articolo 70 Cpc, che obbliga all'intervento in causa, sempre ed in ogni caso, l'organo del P.M., istituendo quindi, per definizione, un giudizio tra parti, istituzionalmente conflittuale, necessariamente quindi contenzioso, non unilaterale, visto che la presenza o l'intervento del P.M., già essenziale ex articolo 70 Cpc, vengono ribaditi come indefettibili, ancorché forse inutilmente, dalla stessa legge 6/2004. Né serve, a questo punto sottolineare ancora come ex articolo 70 Cpc il P.M. è chiamato ad intervenire in causa cioè in giudizio nelle controversie da lui proponibili, in quelle matrimoniali, e in quelle riguardanti lo stato e la capacità delle persone, come appunto quelle di interdizione, di inabilitazione o di a. di s., visto che innegabilmente, anche queste incidono direttamente, in modo transitorio o permanente, sullo stato o sulle capacità del beneficiario, integrandone o assicurandone l'autonomia. Del resto, la legge nr.6/04 prevede espressamente la presenza e l'intervento del P.M., che se non è il ricorrente e allora parte contrapposta nel giudizio è proprio il beneficiario , è certamente il contraddittore necessario, indefettibile, quindi parte in giudizio, come lo è, in ogni caso, il ricorrente. E si tratta di un autorevole, testuale, diretto riscontro vd. articolo1 legge 6/2004 che l'a.di s. incide, come e quanto l'interdizione o l'inabilitazione, sullo stato e capacità delle persone, con ogni relativa conseguenza. Non a caso, ex articolo 412 Cc., gli atti del beneficiario compiuti in violazione della legge o del decreto che istituisce l'a.di s. sono annullabili, esattamente come quelli dell'interdetto. Analoga, significativa conferma si evince dall'articolo 72 Cpc a norma del quale il PM, se non si tratta di cause ovvero di giudizi da lui proponibili o proposti ma allora nessuna perplessità è possibile, visto che il giudizio o causa è promosso direttamente da lui contro altri controinteressati , conclude nei limiti delle domande proposte dalle altre parti . Siamo cioè di fronte, sempre, ad una causa o giudizio proposto dal P.M. contro terzi, ovvero di fronte ad una causa o giudizio proposto da altri contro il P.M., o almeno contro il P.M., che conclude, deve concludere , nei limiti delle domande avanzate dalle altre parti , così testualmente qualificate. Difficilmente si potrebbe essere più chiari. In altri termini, e salvo errori, l'opzione dell'articolo 417 cc. e dell'articolo 407 cc. intervento obbligatorio, indefettibile del P.M., se addirittura il ricorso introduttivo non è proposto da lui non è neppure discrezionale, ma assolutamente dovuta, il che spiega la sottolineatura, forse inutile, ma preziosa ai fini del chiarimento delle posizioni dei soggetti interessati. Si tratta, dal punto di vista della legge anche e soprattutto quella sull'a. di s. ,di una controversia istituzionalizzata sullo stato o sulla capacità della persona vd. ancora l'articolo1 legge 6/2004 . Il modello procedimentale prescelto, tra le varie possibilità offerte, è il giudizio indefettibilmente conflittuale, contenzioso, con la presenza del P.M. e del privato o dei privati interessato, e la decisione compete al giudice terzo in sede di giudizio, o di causa vera e propria. La legge avrebbe potuto decidere diversamente, avrebbe potuto optare per un modello procedimentale diverso da quello regolato per l'interdizione e l'inabilitazione, ma consapevolmente non lo ha fatto. L'articolo 720 bis Cpc e tutte le norme della legge 6/2004 indicano che si è preferito calare il procedimento per la nomina dell'a.di s. nel modello già sperimentato del procedimento di interdizione e di inabilitazione. Da qui il meccanismo del ricorso, dell'intervento del P.M., della decisione del giudice tutelare, ma quale giudice terzo, chiamato istituzionalmente a dirimere un giudizio conflittuale, tra parti contrapposte. Nè rileva tecnicamente che, in concreto, la posizione delle parti P.M., beneficiario, servizi, congiunti, e così via non sia affatto conflittuale, e che di solito il procedimento risulti promosso dal ricorso dell'interessato, e si concluda con il decreto di nomina del giudice tutelare, su parere favorevole del P.M Quel che conta, agli effetti che qui si vanno esaminando, è che il rapporto tra i soggetti del processo sia teoricamente e indefettibilmente conflittuale, e che tale sia almeno tra il beneficiario e il P.M., e che l'eventuale consenso di fatto di questi, non lo elimini. E il conflitto non può mai venire meno, dacchè il giudizio ha luogo per un aspetto del tutto indisponibile e irrinunciabile l'accertamento dello stato e della capacità giuridica dell'interessato, sul quale non possono incidere eventuali, contingenti accordi tra le parti contrapposte, e che il giudice è chiamato a definire alla luce dei parametri oggettivi fissati dalla legge, quali gli risultano dagli atti. E' più o meno la situazione ben nota e studiata del processo penale, in cui il conflitto è istituzionalizzato, né viene meno per effetto della posizione in concreto assunta dal P.M. che può domandare l'assoluzione o addirittura impugnare a favore, ma senza mai vincolare il giudice, tenuto comunque a decidere secondo la legge, e non secondo la volontà delle parti . III Se si tengono presenti le riflessioni che precedono, non si può non convenire che le obiezioni della Corte sono inconsistenti o addirittura pretestuose vista, evidentemente, l'impossibilità di opporre argomentazioni di qualche pregio . Ad esempio, appare singolare opporre che l'intervento obbligatorio del P.M. non importerebbe necessariamente una situazione di conflitto, in considerazione di quanto accade in materia di separazione di coniugi, laddove è presente il P.M., ma i coniugi potrebbero comparire senza difensori. Appare singolare perché anche tale procedimento è certamente contenzioso, con obbligo di assistenza legale, se la parte sta in giudizio, tanto più che la facoltà di presentarsi al Presidente senza difensore prima obbligo non escludeva affatto la necessità dell'assistenza per le altre fasi del giudizio, mentre l'udienza presidenziale aveva uno scopo chiaramente limitato e diretto soltanto a consentire al giudice di capire e di intervenire sui contendenti senza il tramite di terzi. Inoltre la disposizione è stata dichiarata incostituzionale già dal 1971 sentenza 151, e proprio per la prevista limitazione dell'assistenza legale, mentre oggi la legge 80/2005 la impone espressamente anche durante l'udienza di comparizione personale. E' vero che il P.M. è titolare dell'attribuzione relativa alla tutela degli incapaci, ma è anche troppo chiaro che deve procedervi secondo le modalità fissate dai vari modelli processuali, e quindi anche, se del caso, promuovendo giudizi o cause , o intervenendovi, se promosse da altri. Come appunto si è dedotto. E' difficile condividere poi, o anche solo comprendere, l'obiezione del decreto secondo cui il giudice tutelare potrebbe non essere legittimamente giudice terzo, ma giudice-amministratore pubblico, non tenuto quindi a seguire lo schema del procedimento contenzioso, come accade, ad esempio, in alcuni casi indicati dalla legge sul S.S.N. e in particolare in materia di T.S.O., laddove è previsto che il giudice tutelare adotta anche d'ufficio, quindi senza assistenza legale, i provvedimenti urgenti per la cura della persona e la conservazione e amministrazione del suo patrimonio. Si tratta infatti di un'obiezione singolare, se non pretestuosa, visto che il provvedimento indicato dall'articolo 35 comma 6 della legge 833/78 è assolutamente conseguente e del tutto indefettibile per effetto dell'intervento di pura garanzia del giudice tutelare, se emanato a convalida dell'ordine di ricorso del sindaco, e solo in tal caso. Qui il giudice tutelare interviene ad esclusiva tutela della libertà personale del soggetto, e il provvedimento di cui al comma VI dell'articolo 35 non incide affatto e in alcun modo sullo stato e sulle capacità dell'interessato, cui dovrà provvedersi, se necessario, in altra sede, con il rispetto delle regole previste. Si tratta perciò di un provvedimento puramente conservativo e assolutamente urgente e improcrastinabile , da cui non possono ricavarsi in alcun modo le conseguenze invocate dalla Corte, tanto più perché assolutamente non incidente sullo stato e sulle capacità delle persone. Ancora più singolare l'obiezione ricavata dalla legge sull'interruzione volontaria della gravidanza. La minore può essere autorizzata a decidere dal giudice tutelare, quando manca o si oppone chi esercita la patria potestà, oppure quando è sconsigliabile la consultazione, o se i pareri sono difformi. Qui il conflitto, che si profila in linea di principio, è però escluso dalla legge che riconosce la prevalenza della volontà della donna, sulla cui serietà si pronuncia il giudice tutelare, senza intervento del P.M. o di difensori, data la privatezza assoluta e tutelata come tale dalla situazione. L'intervento giudiziale è a garanzia della donna e della sua intimità e, in parte anche della vita prenatale, ed è per sua natura urgentissimo, e come tale incompatibile con qualunque formalismo processuale. Ma, ai nostri fini, è soprattutto decisivo che non incida affatto sullo stato e sulle capacità delle persone conseguente quindi l'assenza del P.M. e del difensore di chi poi? , ma anche il rilievo che si tratta di un'obiezione assolutamente inconcludente nel senso indicato dal decreto. Non esistono quindi, o almeno non vengono citate, situazioni regolate diversamente dalla legge, e da cui possa attendibilmente ricavarsi, come sostiene la Corte, la possibilità di un procedimento incidente sullo stato e sulle capacità, senza l'assistenza legale, ma con l'intervento obbligatorio del P.M. IV L'ufficio ricorrente non può infine non sottolineare che il decreto ignora del tutto l'argomento sviluppato nelle note d'udienza e nella discussione orale secondo cui anche l'esplicita previsione della ricorribilità in Cassazione depone inequivocabilmente per la tesi della contenziosità tipica e indefettibile del procedimento, e della decisorietà del provvedimento che lo definisce in sede di reclamo sostanzialmente una vera e propria sentenza . Eppure fu proprio, ed esclusivamente, questa la ragione per cui il ricorso fu ammesso dalla giurisprudenza in materia di decreto ex articolo739 Cpc, se decisorio e concernente diritti soggettivi o lo stato o la capacità delle persone. Oggi, in materia di a. di s., il decreto della Corte è ricorribile in Cassazione per espresso dettato dalla legge vd. articolo720 bis Cpc . Salvo errori, indipendentemente dal fatto che un eventuale ricorso della parte privata non sarebbe ammissibile senza il ministero del difensore abilitato lo riconosce espressamente il decreto impugnato , ciò che appare alquanto in contraddizione con tutta la costruzione della Corte, il ricorrente ufficio intende soprattutto sottolineare che la ricorribilità del provvedimento omologa testualmente, anche da tale punto di vista, il procedimento per la nomina dell'a. di s. a quello di interdizione o inabilitazione, e soprattutto conferma e ribadisce in modo definitivo che il procedimento ha natura contenziosa, che il decreto che lo definisce presenta carattere decisorio, e che il ricorso si sviluppa in un giudizio a parti contrapposte che esige la presenza non solo del P.M. ma anche il ministero del difensore, se il ricorso è proposto dalla parte privata, esattamente come si sostiene da sempre in materia di interdizione e di inabilitazione. P.Q.M. Il Procuratore Generale conclude per l'annullamento del decreto 19.12.05 della Corte d'Appello di Venezia terza Sezione Civile, meglio indicato in epigrafe, emesso su reclamo del Procuratore della Repubblica di Padova contro il provvedimento di nomina dell'a. di s. del sig. C.G. da parte del giudice tutelare di Cittadella, con ogni conseguente disposizione a norma di legge. Allega le note d'udienza del 19.12.05.