Professioni: accesso all'albo su provvedimento cautelare? La nuova legge si scontra con i dubbi di costituzionalità

di Antonino Corsaro

di Antonino Corsaro Il decreto-legge ' 30 giugno 2005 n. 115 Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione , convertito in legge 17 agosto 2005, n. 168, allart. 4 intitolato Elezioni degli organi degli ordini professionali e disposizioni in materia di abilitazione e di titolo professionale , al comma 2-bis prevede che conseguono ad ogni effetto l'abilitazione professionale o il titolo per il quale concorrono i candidati, in possesso dei titoli per partecipare al concorso, che abbiano superato le prove d'esame scritte ed orali previste dal bando, anche se l'ammissione alle medesime o la ripetizione della valutazione da parte della commissione sia stata operata a seguito di provvedimenti giurisdizionali o di autotutela . La disposizione, oggetto dell'ordinanza di rimessione alla Corte Costituzionale, nelle intenzioni del legislatore avrebbe dovuto porre fine al contenzioso in materia di esclusione dalle prove orali negli esami per l'abilitazione all'esercizio delle professioni, attesa la collocazione in materia riguardante gli ordini professionali, ma non può farsi a meno di rilevare la portata di norma processuale in senso generale. Il legislatore pare non abbia valutato le implicazioni che la disposizione porta sia sul piano sostanziale che su quello processuale il riferimento ai provvedimenti di autotutela appare equivoco ed imprecisato e quanto a quelli giurisdizionali non può che riferirsi alle pronunce cautelari del giudice amministrativo. Ed infatti, ove si affermi che la Commissione non si era limitata a dare mera esecuzione ad una ordinanza cautelare con la rinnovazione del giudizio impugnato, ma abbia proceduto ad una nuova valutazione positiva degli elaborati scritti ed abbia posto in essere un provvedimento autonomo, conseguirebbe la dichiarazione d'improcedibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse, essendo venuto a mancare il presupposto per la pronuncia nel merito del giudizio. Sotto il profilo processuale si può osservare che la nuova valutazione, in esecuzione dell'ordinanza cautelare, non si sostituiva al provvedimento, ma era destinata a regolare l'assetto dei rapporti, unicamente in attesa dell'esito del giudizio di merito, senza prestare acquiescenza al provvedimento cautelare. Il CGA ha sollevato la questione di legittimità costituzionale del comma 2-bis dell'art. 4 del D.L. 30 giugno 2005, n. 115, convertito, con modificazioni, in legge 17 agosto 2005, n. 168, per la violazione degli artt. 3, 24, 25, 101 comma 2, 104 comma 1, 111 comma 2 e 113, ritenendola indubbiamente rilevante in quanto l'espressione provvedimenti giurisdizionali , appare ricomprendere, non solo i provvedimenti definitivi, ma anche quelli cautelari e la norma introduce così una sostanziale equiparazione tra giudizio di merito e giudizio cautelare, principio assolutamente estraneo al giudizio amministrativo e, di fronte alla lettura della norma, non sarebbe possibile ricercare altra possibile diversa soluzione conforme a Costituzione. In primo luogo violerebbe I 'art. 3 cost. Principio di eguaglianza . Ed infatti l'art. 111 della Costituzione principio del giusto processo , stabilisce che la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge e deve essere assicurato il contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale assicurandone la ragionevole durata . Le parti hanno il diritto di agire e di difendersi in ogni stato e grado del giudizio, davanti un giudice terzo e imparziale che deve giudicare nel contraddittorio delle parti, che non è una componente del diritto delle parti alla difesa, ma si può configurare come limite al potere del giudice, più precisamente, strumento operativo del giudice. Viene quindi in rilievo l'interesse della parte ad ottenerne il controllo di effettiva rispondenza allo schema legale di riferimento, ad evitare che, ove il provvedimento sia in concreto adottato in difformità da detto schema si abbia una ingiustificata, e non altrimenti rimediabile, violazione dell'iter processuale la misura cautelare, strumentale ad un'azione di merito, se avulsa dal giudizio stesso di merito, comporta la violazione del principio di eguaglianza e del principio di ragionevolezza art. 3 cost. . La Corte ha ripetutamente affermato che la misura cautelare ha i connotati di provvisorietà e non decisorietà ed è destinata a perdere efficacia a seguito della decisione di merito ed inidonea a produrre effetti di diritto sostanziale e processuale con autorità di giudicato, proprio per assicurare una maggiore garanzia a tutela degli interessi delle parti Corte Costituzionale, 4 luglio 2002, n. 312 6 dicembre 2002, n. 525 . Spetta, nell'esercizio del potere discrezionale del legislatore, definire il livello di tutela da attribuire avverso i provvedimenti che non abbiano la forma di sentenza o che dal loro contenuto non possano ad essa essere assimilati per gli effetti di cui all'art. 111 Cost., ma non si può escludere del tutto se in violazione degli artt. 3, 24, 113 Cost., in relazione agli artt. 6 e 13 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Il principio di effettività della tutela giurisdizionale, che può ottenersi con la concessione di un provvedimento cautelare, quando gli interessi in gioco lo richiedano, non può escludere ,in ogni caso, una forma di controllo che viene individuata dalla stessa Corte, nell'affermazione che il provvedimento cautelare è strumentalmente collegato alla fase di merito, che non può essere esclusa senza violare i principi costituzionali Corte costituzionale, 10 maggio 2002, n. 179 . Violerebbe altresì gli artt. 24 e 111 cost. Principio dell'integrità e tutela del contraddittorio . L'esigenza di celerità del processo deve contemperare la garanzia dell'effettività del contraddittorio, che può essere assicurato solo attraverso lo schema del processo complessivamente considerato, che richiede la presenza delle parti, compresi eventuali terzi controinteressati. La norma può causare lesione all'evocato principio della parità delle parti il terzo potrebbe trarre vantaggio dalla scelta di intervenire tardivamente. I rimedi approntati dagli art. 274, 344 e 404 c.p.c., non si sostituiscono ma si aggiungono alla facoltà del terzo di tutelare il diritto in via ordinaria e la radicale eterogeneità di presupposti e di effetti di essi rende irragionevole la disciplina nelle procedure a numero chiuso, trascurata la posizione di quei concorrenti che, in quanto posposti al ricorrente stesso, non trovano posto nel novero dei vincitori pur essendo risultati abili, non sono chiare le conseguenze processuali di questo conseguimento ad ogni effetto del titolo o dell'abilitazione del candidato che abbia ottenuto, per effetto della sospensiva, l'ammissione con riserva alle prove concorsuali successive . L'affermazione che il processo si svolge su un piano di parità delle parti, secondo il principio del contraddittorio e che il convincimento del giudice subisce di regola la mediazione dell'impulso delle parti Corte Costituzionale nn. 326/1997, 51/1998, e ordinanza n. 356 del 1997 , riguarda anche quello amministrativo ordinanze nn. 126/1998, 304/1998, 168/2000, 220/2000, 167/2001 e la norma non solo li viola apertamente, non essendovi identità tra il provvedimento cautelare e processo, ma viene mancare del tutto la cognizione piena del processo di merito e l'eventuale possibilità di un'impugnazione, dal momento che il giudice del cautelare giudica in un processo non a cognizione piena. L'art. 19 d.l. 25 marzo 1997 n. 67, conv. nella l. 23 maggio 1997 n. 135, dispone che il giudice amministrativo, può decidere immediatamente la controversia, ancorché sia stato chiamato a pronunciarsi su domanda cautelare e ciò al fine di accelerare lo svolgimento dei processi amministrativi ma deve verificare l'esistenza delle condizioni indefettibili per l'emanazione di una sentenza. La conversione del rito è esercitabile ex officio , indipendentemente dell'assenso o del dissenso delle parti, ma in presenza dei presupposti fissazione della camera di consiglio per la decisione della domanda cautelare entro il termine non abbreviato integrità del contraddittorio completezza dell'istruttoria della audizione delle parti costituite C.d.S., sez. IV, 22 giugno 2004, n. 4487 sez. VI, 26 giugno 2001, n. 3463 . La norma sospettata di illegittimità, introduce un nuovo modello procedimentale di processo che porta ad una decisione con efficacia di giudicato non come esito di un giudizio a cognizione piena, nascente come variante di un procedimento cautelare e attribuisce valenza di giudicato ad un provvedimento, nella specie anche travolto dall'appello cautelare, che resta quindi privato della sua natura collocazione in un giudizio finale a cognizione piena. La Corte sentenza n 427 del 1999 non ebbe a riscontrare dubbi di costituzionalità perchè rispettati i parametri di integrità del contraddittorio, completezza dell'istruttoria e di tutti gli adempimenti a carico delle parti ma non pare invece che identica affermazione possa essere fatta in riferimento alla norma in esame e pare invece sussistere i dubbi in ordine alla conformità di essa ai principi costituzionali di agli artt. 24 e 111 Cost Ne deriva che, attesa la strumentalità, il thema decidendum del processo cautelare si distingue dal processo di merito, per la provvisorietà dei provvedimenti cautelari la cui essenza caratterizza la efficacia sino al provvedimento definitivo merito , assicurando un assestamento provvisorio della lite. I presupposti tipici della tutela cautelare sono il fumus boni iuris il giudice accerta la probabilità dell'esistenza del diritto, mentre la esistenza viene demandata al merito e il periculum in mora, che consiste nella probabilità del danno per la durata del giudizio di merito. Venuto meno il giudizio di merito verrebbe meno il presupposto o meglio anche il processo, venuto meno il doppio binario, non può affermarsi un giustizialismo di tempestività, giustificato da un percorso procedimentale che attribuisce effetti interinali-definitivi collegati agli atti del procedimento ma scollegati dal giudicato che sicuramente non è sussumibile nel principio costituzionale di giusto processo art 111 Cost . Una giustizia senza giusto processo non porta ad una decisione giusta. Sarebbe altresì violato l'art. 25 Cost. Principio della precostituzione del giudice naturale . Il giudice naturale precostituito per legge è quello competente in base agli ordinari criteri dettati dal codice di rito, tra i quali vi è il foro stabilito per accordo delle parti ai sensi dell'art. 28 c.p.c., accordo che può realizzarsi anche successivamente all'instaurazione della lite, mediante un comportamento concludente, quale la mancata, intempestiva o incompleta proposizione dell'eccezione di incompetenza. Se l'art. 28 c.p.c. individua come giudice precostituito per legge anche quello adito su accordo delle parti, l'unico accordo, preventivo o successivo, non in contrasto con l'art. 25 Cost. è quello tra tutte le parti in causa. Se una sola delle parti, o un terzo controinteressato subisce un processo dinanzi a un giudice diverso da quello individuato dalla legge, viene distolta dal giudice naturale e viene irragionevolmente limitata nel proprio diritto di difesa, in quanto non le è consentito di esplicare attività difensiva volta ad ottenere che il processo sia trattato dal giudice competente in base agli ordinari criteri,si ha una irragionevolezza della compressione delle garanzie previste dagli artt. 24 e 25 Cost. che prevedono che il giudice debba essere precostituito secondo criteri generali ed astratti stabiliti dalla legge, ma esclude che siffatti criteri possano essere formulati dal legislatore in relazione al contenuto della domanda che la parte, nella sua discrezionalità, decida di volta in volta di azionare. Il principio di precostituzione per legge del giudice naturale, di cui all'art. 25, comma 1, cost., non consente che la scelta del giudice resti rimessa ad una parte proposto regolamento di competenza, il tribunale, ove ritenga manifestamente fondata l'eccezione di incompetenza, non può accogliere l'istanza cautelare presentata dal ricorrente, essendo privo di potestas decidendi , essendo la causa trasmigrata davanti al giudice che fin dall'origine era competente in ordine alla controversia sia per la tutela cautelare, sia per quella di merito, competenze che - in linea di principio - devono ritenersi intimamente connesse, scindibili solo al fine di assicurare una tutela interinale immediata e provvisoria, idonea a salvaguardare gli effetti della futura pronuncia, cautelare o di merito, a seconda dei casi Corte cost., 2 marzo 2005, n. 82 . La norma non affronta neppure il delicato problema dell'impugnabilità o del riesame o del giudizio di ottemperanza del provvedimento giurisdizionale che sembrerebbe essere inimpugnabile una volta prodotti gli effetti del superamento delle prove artt. 24, 111 e 113 Cost . L'ordinanza sospensiva di un giudizio ancora in vita creerebbe una situazione di immutabilità definitiva non accompagnata dal giudicato perché non effetto di sentenza e quindi insuscettibile di giudizio di ottemperanza eppur non impugnabile. Il giudizio di ottemperanza ha per oggetto sentenze passate in giudicato, al fine di evitare che l'amministrazione possa arbitrariamente sottrarsi alle pronunce giurisdizionali Corte costituzionale, 25 marzo 2005, n. 122 . Alle parti viene sottratta la possibilità del riesame cioè la loro impugnabilità che sicuramente lascia il dubbio della correttezza costituzionale, essendo venuto meno il giudizio di merito che garantiva l'impugnabilità garantito dall'art. 111 Cost. Non c'è dubbio che debba ritenersi che la scelta del legislatore di escludere l'impugnabilità, oltre che irragionevole, comporti lesione dell'art. 24 cost. e un potenzialmente grave ostacolo all'esercizio del diritto di azione. Appare irragionevole che ove la rivalutazione delle prove riesame elaborati, interrogazione e formalità conclusive si concluda entro breve tempo, non vi sia spazio per un appello avverso l'ordinanza cautelare e introduce sicuramente una disparità di trattamento rispetto all'ipotesi in cui l'appello cautelare abbia bloccato in tempo la rivalutazione delle prove. Ove non si concluda la procedura di rivalutazione, resterebbe da determinare il contenuto il giudizio di appello cautelare secondo i principi generali, il giudice dovrebbe, in accoglimento del tempestivo l'appello, porre nel nulla l'ordinanza cautelare impugnata, con conseguente blocco delle operazioni concorsuali che fossero state nel frattempo avviate in forza dell'ordinanza stessa. La non garanzia del doppio grado di giurisdizione si porrebbe anche in contrasto con i principi comunitari, che prevedono un doppio grado di giurisdizione, mirante a migliorare la tutela giurisdizionale dei singoli e a preservare la qualità e l'efficacia della tutela giurisdizionale nell'ordinamento giuridico comunitario Corte giustizia CE, 17 dicembre 1998, n. 185 .

Consiglio di Giustizia Amministrativa Regione Sicilia Ordinanza 15 dicembre-28 luglio 2006, n. 479 Presidente Barbagallo - Estensore Corsaro Ricorrenti Ministero della Giustizia e Commissione per gli esami di avvocato presso la Corte di Appello di Catania Fatto Con ricorso portante il n. 1178/2003, Buscemi Enrico Nicolò adiva il TAR Reggio Calabria per chiedere l'annullamento, previa sospensione, del provvedimento di non ammissione alla prova orale degli esami di avvocato, sessione 2002, e di ogni atto presupposto, connesso e consequenziale. Il TAR Reggio Calabria, riteneva il ricorso assistito dal fumus boni iuris sotto il profilo del dedotto difetto di motivazione e con ordinanza n. 442/2003 accoglieva l'istanza di sospensione, con conseguente rinnovazione del giudizio impugnato da parte di diversa sottocommissione e con adeguata motivazione . In esecuzione dell'ordinanza cautelare, la Commissione procedeva alla ricorrezione degli elaborati, ammettendo il Buscami alle prove orali e dopo il superamento di queste, lo dichiarava idoneo. L'avvocatura dello Stato proponeva regolamento di competenza e gli atti venivano trasmessi al competente TAR, sezione distaccata di Catania. Il Ministero della Giustizia ha, nelle more del giudizio, proposto appello avverso l'ordinanza n. 442/2003 del TAR Reggio Calabria, e il Consiglio di Stato, con ordinanza n, 5106/2003, rigettava l'eccezione di inammissibilità per carenza di interesse sollevata da controparte, accoglieva il gravame, rigettava l'istanza cautelare proposta in primo grado, con conseguente caducazione di tutti gli atti adottati a seguito della predetta ordinanza . Con sentenza n. 1945/2004, il TAR Catania dichiarava l'improcedibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse, ritenendo che la Commissione non si fosse limitata a dare mera esecuzione all'ordinanza n. 442/2003 del TAR Reggio Calabria, ovvero, non si fosse limitata alla rinnovazione del giudizio impugnato, da parte di diversa sottocommissione e con adeguata motivazione , come statuito dal provvedimento impugnato, ma avrebbe proceduto alla nuova valutazione positiva degli elaborati scritti, e poi ammesso il Buscami alle prove orali, superate le quali è stato dichiarato idoneo. Conseguentemente, il TAR Catania ha ritenuto che la Commissione non si era limitata ad eseguire la pronunzia cautelare, ma era andata oltre il dictum del giudice, avendo il provvedimento autonomamente assunto, carattere provvedimentale e definitivo. Con tale operato la Commissione avrebbe riaperto autonomamente il provvedimento, avrebbe adottato atti autonomi e definitivi che renderebbero privo di interesse il giudizio sugli atti adottati. Secondo il Decidente ciò ha determinato l'improcedibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse, essendo venuto a mancare il presupposto per la pronuncia nel merito del giudizio. Avverso la sentenza n. 1945/2004 del TAR Catania, propone appello il Ministero della Giustizia, deducendo i seguenti motivi Ha errato il TAR Catania a ritenere che le operazioni compiute non fossero in esecuzione dell'ordinanza poichè l'Amministrazione, senza prestare acquiescenza al provvedimento cautelare, ha proposto appello e la nuova valutazione in esecuzione dell'ordinanza cautelare non si sostituiva al provvedimento, ma era destinata a regolare l'assetto dei rapporti unicamente in attesa dell'esito del giudizio di merito, ed il Consiglio di Stato, con ord. n. 5106/2003 ha accolto il ricorso in appello avverso il provvedimento cautelare e rigettato l'eccezione di inammissibilità per carenza di interesse. Gli atti posti in essere dall'amministrazione, in quanto esecutivi della pronuncia cautelare, non determinano l'improcedibilità del ricorso e quindi la prova orale sostenuta è consequenziale al superamento delle prove scritte, mancando ovviamente la autonoma determinazione volitiva da parte dell'amministrazione rafforzata dal ricorso in appello avverso il provvedimento cautelare. Si costituisce l'appellato con memoria del 21.7.2005, deducendo, ai limitati effetti del giudizio cautelare e con riserva di ulteriori ed autonomi motivi, l'inesistenza di qualsiasi pregiudizio grave ed irreparabile, e che comunque, le affermazioni poste a sostegno si pongono in stridente contrasto con il positivo giudizio espresso in sede di rivalutazione delle prove scritte e con il superamento di quelle orali e conclude per il rigetto della domanda cautelare, e nel merito, del ricorso in appello. Con memoria depositata il 17.11.2005 ribadisce l'infondatezza dell'appello ed invoca il comma 2-bis del D.L. 115/05, nel testo aggiunto dalla legge di conversione n. 168/05, ai sensi del quale avrebbe legittimamente conseguito l'abilitazione professionale a seguito del provvedimento giurisdizionale, ed afferma che comunque, a seguito dell'ordinanza 442/2003 del TAR Reggio Calabria, ha visto rivalutate le prove scritte ed ha superato la prova orale e pertanto chiede dichiarare inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza di interesse e comunque rigettarlo perché infondato sia in fatto che in diritto. Diritto I. Ritenuto che - la cessazione della materia del contendere può essere dichiarata solo quando l'amministrazione annulli o riformi, in senso conforme all'interesse del ricorrente, il provvedimento da questi impugnato C.d.S., sez. IV, 23 settembre 2004, n. 6225 e 19 ottobre 2004, n. 6747 , mentre l'improcedibilità per sopravvenuta carenza di interesse può derivare, o da un mutamento della situazione di fatto o di diritto presente al momento della presentazione del ricorso, che faccia venire meno l'effetto logico del provvedimento impugnato, ovvero dall'adozione, da parte dell'Amministrazione, di un provvedimento, che, idoneo a ridefinire l'assetto degli interessi in gioco, pur senza avere alcun effetto satisfattivo nei confronti del ricorrente, sia tale da rendere certa e definitiva l'inutilità della sentenza C.d.S., Sez. IV, 22 giugno 2004, n. 4397 . - il giudice amministrativo ha sospeso in sede cautelare gli effetti del provvedimento e conseguentemente la Commissione si è adeguata al contenuto dell'ordinanza cautelare, procedendo alla rivalutazione. - l'atto conseguenziale, con cui l'amministrazione ha dato esecuzione all'ordinanza di sospensione degli effetti del provvedimento, non comporta la revoca del precedente provvedimento sospeso ed ha una rilevanza provvisoria, in attesa che la sentenza di merito accerti se il provvedimento sospeso sia o meno legittimo. Non pare quindi possa configurarsi l'improcedibilità del ricorso o la cessazione della materia del contendere. II. Ritenuto ancora che gli atti adottati dalla Commissione per sostituire il provvedimento, non esprimono acquiescenza alla decisione del TAR Reggio Calabria, avendo, il Ministero della Giustizia, proposto gravame innanzi il Consiglio di Stato. L'efficacia di tali atti dovrebbe, quindi, venire meno nel caso di eventuale riforma della decisione di primo grado all'esito del giudizio di merito. La giurisprudenza ritiene che non importa acquiescenza l'aver dato esecuzione, anche spontanea, ad una sentenza esecutiva Ccomma agosto 2004, n. 16460 C.d.S., Sez. VI, 24 settembre 2004, n. 6249 . Atteso l'obbligo di conformarsi, l'esecuzione di una ordinanza cautelare di tipo propulsivo non costituisce attività di autotutela annullamento o ritiro del provvedimento impugnato e non può comportare il venir meno della res litigiosa C.d.S., Sez. IV, Ord. 21 novembre 2003, nn. 7630 e 7634 C.d.S., 6 maggio 2004, n. 2797 . La rinnovata valutazione di una prova d'esame a séguito di ordinanza cautelare non può produrre altro effetto che quello provvisorio di impedire il protrarsi della lesione lamentata e che ogni ulteriore effetto a carattere definitivo cui aspira il ricorrente non può che conseguire dalla pronuncia definitiva di merito, passata in giudicato, che elimini del tutto dal mondo giuridico il provvedimento impugnato. Trattasi di provvedimento destinato a venire meno in virtù del c.d. effetto espansivo esterno della riforma della sentenza, di cui al secondo comma dell'art. 336 c.p.c., espressione di un principio di carattere generale anche del processo amministrativo Corte Cost. 22 aprile 1991, n. 175 . Nel caso in esame, non può sussistere dubbio alcuno, a parere, del Collegio, sulla esatta qualificazione degli atti sopravvenuti come determinazioni meramente esecutive del provvedimento cautelare del Giudice di primo grado, che non rivestono autonoma valenza sostanziale e non appaiono denotati da caratteri tali da poter condurre a considerare le rinnovate valutazioni dell'Amministrazione come un quid pluris rispetto alla doverosa esecuzione in sede cautelare del provvedimento medesimo anche esso cautelare. Ai fini in esame è ininfluente la circostanza che, a séguito dell'esito positivo della rinnovata valutazione, l'appellato sia poi stato ammesso alle prove orali e che, superatele, abbia poi conseguito l'idoneità. Invero che la misura cautelare, non configura comunque mai una radicale consumazione del potere amministrativo. E' vero che a seguito della pronuncia cautelare possono essere posti in essere dalla PA anche ulteriori atti che hanno come presupposto logico e giuridico il nuovo provvedimento adottato in esecuzione della dell'ordinanza cautelare adottata in primo grado C.d.S., A.P. n. 3/2003 , che, temporaneamente, tiene luogo della valutazione positiva mancata e incide anche sulla efficacia dell'atto impugnato di produrre effetti giuridici CC., s.u., 24 giugno 2004, n. 11750 , ma è altresì vero che l'effetto caducante dell'eventuale decisione di riforma in appello si estende comunque a tutti gli ulteriori atti adottati dall'Amministrazione a seguito della sostituzione del provvedimento annullato in primo grado. Occorre inoltre considerare che nella specie l'Amministrazione non ha rinunciato al ricorso ed ha proposto appello perché ha ritenuto di dovere tutelare la par condicio degli esaminandi che nella sua valutazione sarebbe stata illegittimamente violata se alcuni candidati venissero sottoposti a diverso trattamento, venissero sottratti alla propria commissione naturale, ed ottenessero una dilazione di tempi. La richiesta improcedibilità per cessazione della materia del contendere o per sopravvenuta carenza di interesse pertanto non può essere accolta, di fronte alla chiara volontà dell'Amministrazione di pervenire alla decisione nel merito. In definitiva, va escluso che in primo grado potesse ritenersi sopravvenuta la cessazione della materia del contendere tra le parti, o che in questo grado di giudizio possa ritenersi sussistente una qualche carenza di interesse del Ministero appellante alla decisione dell'appello. Va perciò accolto il motivo di appello, rivolto avverso la statuizione di cessazione della materia del contendere recata dalla sentenza impugnata e respinte le eccezioni di improcedibilità o inammissibilità dell'appello per carenza di interesse . III. Ritenuto ancora che l'appellato nella memoria del 17 nov. 2005 contesta le ragioni poste a base dell'avversario appello e eccepisce, in particolare, la improcedibilità dello stesso, per il sopravvenire del D.L. 30 giugno 2005, n. 115, convertito, con modificazioni, in legge 17 agosto 2005, n. 168 Disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità di settori della pubblica amministrazione , che all'articolo 4 Elezioni degli organi degli ordini professionali e disposizioni in materia di abilitazione e di titolo professionale così statuisce 1. Fatto salvo quanto previsto all'articolo 1-septies del decreto-legge 31 gennaio 2005, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 marzo 2005, n. 43, al fine di consentire il rinnovo degli organi degli ordini professionali interessati secondo il sistema elettorale disciplinato dal regolamento previsto dall'articolo 4, comma 3, del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 5 giugno 2001, n. 328, le elezioni degli enti territoriali sono indette alla data del 15 settembre 2005, mentre quelle per il rinnovo dei consigli nazionali si svolgono alla data del 15 novembre 2005. Ove il mandato non abbia più lunga durata, i consigli scadono al momento della proclamazione degli eletti. 2. Le elezioni per il rinnovo dei consigli dell'ordine degli psicologi sono indette entro trenta giorni dalla data di scadenza del termine stabilito dal terzo periodo del comma 1 dell'articolo 1-septies del citato decreto-legge n. 7 del 2005. Ove il mandato non abbia più lunga durata, i consigli scadono al momento della proclamazione degli eletti. 2-bis. Conseguono ad ogni effetto l'abilitazione professionale o il titolo per il quale concorrono i candidati, in possesso dei titoli per partecipare al concorso, che abbiano superato le prove d'esame scritte ed orali previste dal bando, anche se l'ammissione alle medesime o la ripetizione della valutazione da parte della commissione sia stata operata a seguito di provvedimenti giurisdizionali o di autotutela . IV. Questo collegio ritiene di dover sollevare d'ufficio, ai sensi dell'art. 1 della legge costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1 e dell'art. 23, commi 3 e 4, della legge 11 marzo 1953, n. 87, questione di legittimità costituzionale del comma 2-bis dell'art. 4 del D.L. 30 giugno 2005, n. 115, convertito, con modificazioni, in legge 17 agosto 2005, n. 168, per la violazione degli artt. 3, 24, 25, 101 comma 2, 104 comma 1, 111 comma 2 e 113. Va osservato che in punto di rilevanza, la questione di legittimità costituzionale deve ravvisarsi influente, in quanto l'appellante ha chiesto non solo la riforma della sentenza dichiarativa della cessazione della materia del contendere, ma anche l'accoglimento dell'appello nel merito e cioè dichiararsi legittima la esclusione dell'appellato dalle prove orali l'appellato dal canto suo ha chiesto non soltanto il rigetto dell'appello ma anche dichiararsi la sua infondatezza nel merito e cioè che venga riconosciuta illegittima la sua mancata ammissione alle prove orali. In ogni caso, dal rigetto dell'appello, il ricorrente in primo grado potrebbe porre in esecuzione la sentenza, chiedendo la retrodatazione dell'iscrizione ovvero, in applicazione della norma - della cui legittimità costituzionale si dubita -, all'appellato dovrebbe riconoscersi l'avvenuto conseguimento dell'abilitazione professionale, ancorché per effetto di una nuova valutazione disposta a seguito di pronuncia giurisdizionale di carattere meramente cautelare. Invero sembra evidente dal tenore della norma in esame, che il legislatore abbia sancito, che se la Commissione si è espressa positivamente sulle prove a seguito di un qualsiasi o non meglio precisato provvedimento giurisdizionale , ciò sarebbe sufficiente per considerare superato l'esame o conseguita l'abilitazione professionale. La questione di legittimità costituzionale appare perciò indubbiamente rilevante in quanto, ad avviso di questo collegio, l'espressione provvedimenti giurisdizionali , appare ricomprendere, non solo i provvedimenti definitivi, ma anche quelli cautelari. La norma introduce così una sostanziale equiparazione tra giudizio di merito e giudizio cautelare, principio peraltro assolutamente estraneo al giudizio amministrativo, come a quello civile e penale. Peraltro di fronte alla lettera della norma, non sarebbe possibile ricercare altra possibile diversa soluzione conforme a Costituzione. Non sembra cioè possibile fare ricorso ai poteri interpretativi che la legge riconosce, specie in un contesto in cui, oltre alla ratio legis di consolidare comunque l'esito delle prove, si appalesa univoca alla lettura la frase provvedimenti giurisdizionali . Infine, data la novità della norma, neppure si possono ipotizzare problemi di scelta fra contrastanti indirizzi giurisprudenziali allo stato inesistenti. Per le suesposte considerazioni il Collegio ritiene sia chiara la rilevanza della norma de qua nel presente grado di giudizio. Invero, mentre la decisione del primo giudice assunta in epoca antecedente alla norma de qua, non è confermabile per le ragioni dianzi esposte, la nuova normativa applicabile precluderebbe di per sé sola la possibilità di pervenire ad una decisione di merito, in quanto il collegio dovrebbe prendere atto che per effetto della novella intervenuta nel corso dell'appello, l'effetto provvisorio del provvedimento cautelare si sarebbe, nel frattempo, definitivamente consolidato e dovrebbe di conseguenza dichiarare improcedibile l'appello per cessazione della materia del contendere. Premesso quanto sopra, sul punto della rilevanza, va quindi sollevata la questione di legittimità costituzionale sotto i seguenti profili Violazione dell'art. 3 cost principio di eguaglianza . Con l. cost. 23 novembre 1999, n. 2, è stato inserito nell'art. 111 della Costituzione, il principio del giusto processo, stabilendo che la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata . La norma tutela i diritti della persona umana e definisce il giudice come un organo del processo, inteso come strumento di giustizia. Infatti, le parti hanno il diritto di agire e di difendersi in ogni stato e grado del giudizio, il giudice deve essere terzo e imparziale e deve giudicare nel contraddittorio delle parti, che non è, come si era pensato, una componente del diritto delle parti alla difesa, ma un limite al potere del giudice, più precisamente, uno strumento operativo del giudice . La garanzia è data dal processo, che deve essere giusto e deve comprendere le impugnazioni. Viene quindi in rilievo il pari interesse della parte ad ottenerne il controllo di effettiva rispondenza allo schema legale di riferimento, ad evitare che, ove il provvedimento sia in concreto adottato in difformità da detto schema, si abbia una ingiustificata, e non altrimenti rimediabile, violazione dell'iter processuale la misura cautelare, strumentale ad un'azione di merito avente un mero contenuto nella norma, se avulsa dal giudizio stesso di merito, comporta la violazione del principio di eguaglianza e del principio di ragionevolezza art. 3 cost. . La Corte Costituzionale ha affermato che è manifestamente infondata l'eccezione di illegittimità costituzionale, per violazione dell'art. 3 cost., della inammissibilità del ricorso straordinario per cassazione, a norma dell'art. 111 cost., avverso l'ordinanza cautelare, poiché essa riconosce la misura invocata e attribuisce a tale ordinanza i connotati di provvisorietà e non decisorietà propri del provvedimento cautelare, destinato a perdere efficacia a seguito della decisione di merito ed inidoneo a produrre effetti di diritto sostanziale e processuale con autorità di giudicato, proprio per assicurare una maggiore garanzia a tutela degli interessi delle parti Corte Costituzionale, 4 luglio 2002, n. 312 6 dicembre 2002, n. 525 . La norma sospettata di illegittimità, sicuramente viola tali parametri, nè è stato previsto, con la disciplina introdotta, alcuno strumento di controllo. Rientrerebbe nel potere discrezionale del legislatore valutare il livello di tutela da attribuire avverso i provvedimenti che non abbiano la forma di sentenza o che dal loro contenuto non possano ad essa essere assimilati per gli effetti di cui all'art. 111 cost Nè la questione prospettata pone problemi di interpretazione del sistema normativo, la cui soluzione spetti alla giurisprudenza comune, inerendo invero ai principi di inviolabilità del diritto costituzionale alla tutela giudiziaria e di parità spettanti alle parti processuali, che sono riconducibili agli artt. 3, 24, 113 Cost., in relazione agli articolo e 13 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Al fine di conciliare il carattere accentrato del controllo di costituzionalità delle leggi con il principio di effettività della tutela giurisdizionale, non può escludersi, quando gli interessi in gioco lo richiedano, una forma limitata di controllo diffuso che consenta la concessione del provvedimento di sospensione dell'atto impugnato, rinviando alla fase di merito, al quale il provvedimento cautelare è strumentalmente collegato, il controllo della Corte costituzionale con effetti erga omnes Corte costituzionale, 10 maggio 2002, n. 179 . Infatti, seppur non sussiste alcun vincolo per il legislatore a regolarne il rapporto con il giudizio di merito e, in particolare, a limitarne la libertà di variamente articolare il rapporto di strumentalità dei provvedimenti interinali rispetto alla decisione nel merito, non può essere eliminata del tutto. Nè il diverso criterio direttivo della rapidità del procedimento cautelare, giustifica l'omogeneità necessaria a rendere comparabili le rispettive discipline ai fini dello scrutinio di legittimità costituzionale in relazione al principio di eguaglianza. La misura cautelare è provvedimento esecutivo, ma non acquista quella particolare stabilità che deriva dal giudicato e, quindi, non configura una radicale consumazione del potere amministrativo la teorizzazione di una consumazione del potere amministrativo come conseguenza dell'ordinanza sarebbe logicamente contraddittoria con la riconosciuta e reciproca influenza tra procedimento e processo, in quanto farebbe venir meno in radice la stessa possibilità di orientare, con l'ordinanza cautelare, una futura azione amministrativa che non sia interamente predeterminata nei contenuti. Il dovere di tutelare la par condicio degli esaminandi, verrebbe meno se alcuni candidati usufruissero di diverso trattamento, venissero sottratti alla propria commissione naturale, ed ottenessero una dilazione di tempi, attraverso la teorizzazione degli effetti irreversibili dell'ordinanza cautelare, violando così il diritto di eguaglianza. Violazione degli artt. 24 e 111 cost. principio dell'integrità e tutela del contraddittorio . Deve essere assicurato il diritto di esercitare il contraddittorio, in modo da contemperare l'esigenza di celerità con la garanzia dell'effettività del contraddittorio, che può essere assicurato solo attraverso lo schema del processo complessivamente considerato, e ciò sia nei confronti delle parti presenti in giudizio, sia di eventuali terzi controinteressati. Può anche configurarsi la dedotta violazione dell'art. 24 cost., così come dell'art. 111 cost., in quanto l'applicazione senza eccezioni della norma, può causare lesione all'evocato principio della parità delle parti, ne costituisce coerente attuazione, proprio al fine di impedire che il terzo possa trarre vantaggio dalla scelta di intervenire tardivamente, e dell'art. 3 cost., sotto il profilo della irragionevolezza della norma impugnata rispetto ai rimedi approntati dagli art. 274, 344 e 404 c.p.c., giacché siffatti rimedi non si sostituiscono ma si aggiungono alla facoltà del terzo di tutelare il diritto in via ordinaria e la radicale eterogeneità di presupposti e di effetti di essi strutturalmente diversi tra loro e rispetto all'intervento volontario rende irragionevole la disciplina. Nel caso di procedure a numero chiuso, dato che viene trascurata la posizione di quei concorrenti che, in quanto posposti al ricorrente stesso, non trovano posto nel novero dei vincitori pur essendo risultati abili, altrettanto chiare non sono le conseguenze processuali di questo conseguimento ad ogni effetto del titolo o dell'abilitazione del candidato che abbia ottenuto, per effetto della sospensiva, l'ammissione con riserva alle prove concorsuali successive. La Corte ha stabilito che il processo civile, informato all'operatività del principio dispositivo, si svolge su un piano di parità delle parti secondo il principio del contraddittorio e che il convincimento del giudice subisce di regola la mediazione dell'impulso delle parti Corte Costituzionale nn. 326/1997, 51/1998, e ordinanza n. 356 del 1997 . Tali principi, ripetutamente affermati in numerose pronunce, riguardano anche quello amministrativo ordinanze nn. 126/1998, 304/1998, 168/2000, 220/2000, 167/2001 e si ritiene che vadano confermati anche nel caso in esame, perché la norma non solo li viola apertamente, non essendovi identità tra il provvedimento cautelare e processo, ma viene mancare del tutto la cognizione piena del processo di merito e l'eventuale possibilità di un'impugnazione, dal momento che il giudice del cautelare giudica in un processo non a cognizione piena. Va ricordato che la Corte Costituzionale, con sentenza n. 427 del 1999 ha ritenuto infondata la q.l.c. dell'art. 19 commi 2 e 3 d.l. 25 marzo 1997 n. 67, conv. nella l. 23 maggio 1997 n. 135, nella parte in cui dispone che il giudice amministrativo, può decidere immediatamente la controversia, ancorché sia stato chiamato a pronunciarsi su domanda cautelare. In effetti l'art. 19 è preordinato ad accelerare lo svolgimento dei processi amministrativi, in vista soprattutto dell'obbiettivo di ridurre la durata a volte eccessiva dei provvedimenti cautelari, mentre il processo poteva essere tempestivamente definito. Il giudice è tenuto a verificare l'esistenza delle condizioni indefettibili per l'emanazione di una sentenza o decisione che definiscano il giudizio tali condizioni sono l'integrità del contraddittorio, la completezza delle prove necessarie, gli adempimenti processuali per la tutela del diritto di difesa di tutte le parti. La definizione della lite importa il superamento della domanda cautelare e postula un'effettiva completa tutela giurisdizionale,solo rispettando le superiori condizioni indefettibili che rispondono a fondamentali esigenze di rilievo costituzionale. Ma la norma in sospetto di illegittimità, pare introdurre un nuovo modello procedimentale di processo che porta ad una decisione con efficacia di giudicato non come esito di un giudizio a cognizione piena, nascente come variante di un procedimento cautelare e alla quale il legislatore ha avuto cura di imporre il rispetto delle condizioni indefettibili del processo. Il potere di operare la conversione del rito è esercitabile ex officio , anche in caso di mancata prestazione dell'assenso o addirittura di manifestazione del dissenso delle parti, ovvero ove la definizione del giudizio sopravvenga prima dei termini previsti per la costituzione in giudizio e per la produzione dei documenti da parte della Amministrazione, ma in presenza dei presupposti 1 della fissazione della camera di consiglio per la decisione della domanda cautelare entro il termine non abbreviato 2 della integrità del contraddittorio 3 della completezza dell'istruttoria della audizione delle parti costituite C.d.S., sez. IV, 22 giugno 2004, n. 4487 sez. VI, 26 giugno 2001, n. 3463 . Nulla di tutto ciò si verifica nel in caso in specie, venendo attribuita valenza di giudicato ad un provvedimento, nella specie anche travolto dall'appello cautelare, che resta quindi privato della sua natura collocazione in un giudizio finale a cognizione piena. Sebbene la sentenza n 427 del 1999 non abbia riscontrato dubbi di costituzionalità una volta rispettati i parametri di integrità del contraddittorio, completezza dell'istruttoria e tutti gli adempimenti a carico delle parti non pare invece che identica affermazione possa essere fatta in riferimento alla norma in esame e pare invece sussiste dubbi in ordine alla conformità di essa ai principi costituzionali di agli artt. 24 e 111 Cost., non essendo stato rispettato né l'inserimento in procedimento comunque a cognizione finale piena né assicurato il rispetto dei parametri indicati dalla Corte. La tutela ha il carattere della provvisorietà dei provvedimenti cautelari anzi la stessa essenza caratterizza la efficacia sino al provvedimento definitivo merito , assicurando un assestamento provvisorio della lite, esaurendo i loro effetti con la emanazione della sentenza di merito. Ne deriva che necessariamente, attesa la strumentalità, il thema decidendum del processo cautelare si distingue dal processo di merito. Il ricorrente individua il contenuto del provvedimento potendo anche mancare la collaborazione di tutti i soggetti e attività degli stessi nella costruzione del processo inteso come rapporto e la valutazione del giudice può essere solo strumentale ai fini del cautelare altrimenti si attuerebbe una duplicazione di giudizio con l'anticipazione della fase del merito. Ed infatti i presupposti tipici della tutela cautelare sono il fumus boni iuris e il periculum in mora. Il giudice accerta la probabilità dell'esistenza del diritto mentre la esistenza viene demandata al merito. Il periculum in mora consiste nella probabilità del danno per la durata del giudizio di merito, e secondo la nuova norma, venuto meno il giudizio di merito verrebbe meno il presupposto. Probabilmente viene meno anche il processo, venuto meno il doppio binario, non può affermarsi un giustizialismo di tempestività, giustificato da un percorso procedimentale che attribuisce effetti interinali-definitivi collegati agli atti del procedimento ma scollegati dal giudicato che sicuramente non è sussumibile nel principio costituzionale di giusto processo art 111 Cost . Una giustizia senza giusto processo non porta ad una decisione giusta. La pronuncia estintiva del giudizio richiede comunque un'iniziativa di parte ed in mancanza, non essendo configurabili poteri di ufficio in ordine all'esistenza dei requisiti richiesti dalla norma. 3. Violazione dell'art. 25 Cost. Principio della precostituzione del giudice naturale . Pare anche attinente il parametro in riferimento all' art. 25 Cost., venendo in rilievo, la questione relativa alla precostituzione del giudice. Infatti, il giudice naturale precostituito per legge è quello competente in base agli ordinari criteri dettati dal codice di rito, tra i quali vi è il foro stabilito per accordo delle parti ai sensi dell'art. 28 c.p.c., accordo che può realizzarsi anche successivamente all'instaurazione della lite, mediante un comportamento concludente, quale la mancata, intempestiva o incompleta proposizione dell'eccezione di incompetenza. Non può allora ritenersi costituzionalmente conforme al precetto dell'art. 25 Cost. la norma dell'art. 38 c.p.c., come vive nell'interpretazione consolidata della Corte di cassazione, in quanto rende sufficiente l'accordo di soltanto due delle parti in causa a radicare la competenza dinanzi a un giudice che non sarebbe competente in base agli ordinari criteri. Se l'art. 28 c.p.c. individua come giudice precostituito per legge anche quello adito su accordo delle parti, l'unico accordo, preventivo o successivo, non in contrasto con l'art. 25 Cost. è quello tra tutte le parti in causa. Se una sola delle parti, o un terzo controinteressato subisce un processo dinanzi a un giudice diverso da quello individuato dalla legge, viene distolta dal giudice naturale e viene irragionevolmente limitata nel proprio diritto di difesa, in quanto non le è consentito di esplicare attività difensiva volta ad ottenere che il processo sia trattato dal giudice competente in base agli ordinari criteri,si ha una irragionevolezza della compressione delle garanzie previste dagli artt. 24 e 25 Cost Il precetto costituzionale implica che il giudice debba essere precostituito secondo criteri generali ed astratti stabiliti dalla legge, ma esclude che siffatti criteri possano essere formulati dal legislatore in relazione al contenuto della domanda che la parte, nella sua discrezionalità, decida di volta in volta di azionare. Il principio di precostituzione per legge del giudice naturale, di cui all'art. 25, comma 1, cost., non consente che la scelta del giudice resti rimessa ad una parte in tema di riparto di giurisdizione il principio del giudice naturale, è rispettato quando, la regola di competenza sia prefissata rispetto all'insorgere della controversia. Nel caso di regolamento di competenza, il tribunale amministrativo, ove ritenga manifestamente fondata l'eccezione di incompetenza, non può accogliere l'istanza cautelare presentata dal ricorrente, essendo privo di potestas decidendi , essendo la causa trasmigrata davanti al giudice che fin dall'origine era competente in ordine alla controversia sia per la tutela cautelare, sia per quella di merito, competenze che - in linea di principio - devono ritenersi intimamente connesse, scindibili solo al fine di assicurare una tutela interinale immediata e provvisoria, idonea a salvaguardare gli effetti della futura pronuncia, cautelare o di merito, a seconda dei casi Corte cost., 2 marzo 2005, n. 82 . 4. Violazione degli artt. 24, 111 e 113 Cost., in riferimento all'impugnabilità e al riesame. La norma non affronta neppure il delicato problema dell'impugnabilità o del riesame del provvedimento giurisdizionale che sembrerebbe essere inimpugnabile una volta prodotti gli effetti del superamento delle prove. Si avrebbe una ordinanza sospensiva in un giudizio ancora in vita che non è idonea a costituire il giudicato, ma produce effetti definitivi e quindi non è impugnabile. Si avrebbe una situazione di immutabilità definitiva non accompagnata dal giudicato perché non effetto di sentenza e quindi in suscettibile di giudizio di ottemperanza. Ed infatti, il giudizio di ottemperanza concerne sentenze passate in giudicato, al fine di evitare che l'amministrazione possa arbitrariamente sottrarsi alle pronunce giurisdizionali Corte costituzionale, 25 marzo 2005, n. 122 . Viene a mancare alle parti la possibilità del riesame cioè la loro impugnabilità che sicuramente lascia il dubbio della correttezza costituzionale, essendo venuto meno il giudizio di merito che garantiva l'impugnabilità garantito dall'art. 111 Cost. dal momento che l' efficacia era condizionata alla instaurazione della causa di merito, essa non è fonte di una statuizione definitiva e decisoria e, dunque, non è soggetta al ricorso straordinario per cassazione ai sensi dell'art. 111 cost. Nè può ritenersi che il legislatore, nella sua discrezionalità, possa prevedere l'impugnabilità, ovvero escluderla, senza che tale scelta, oltre che irragionevole, possa comportare lesione dell'art. 24 cost., dal momento che da essa discende, ove non fosse consentita l'impugnabilità un potenzialmente grave ostacolo all'esercizio del diritto di azione garantito dal medesimo art. 24 cost. e in causa di irragionevole durata del processo art. 111 comma 2 cost. . Nell'ipotesi che la rivalutazione delle prove riesame elaborati, interrogazione e formalità conclusive si concluda entro breve tempo, è chiaro che non vi è spazio per un appello avverso l'ordinanza cautelare. Ma, questa ipotesi contraddice il principio dell'appellabilità dei provvedimenti cautelari e introduce sicuramente una disparità di trattamento rispetto all'ipotesi in cui l'appello cautelare abbia bloccato in tempo la rivalutazione delle prove, non escludibile in via di principio. Diversamente opinando, si dovrebbe ritenere che l'appello stesso proposto dinanzi al Consiglio di Stato, debba essere rigettato, al fine di mantenere in vita il provvedimento di primo grado, verificandosi l'effetto estintivo, come per il giudizio di primo grado. Nel caso che non si concluda la procedura di rivalutazione, resterebbe da determinare il contenuto il giudizio di appello cautelare. Sembrerebbe scontato, secondo i principi generali, che il giudice di appello, debba accogliere tempestivamente accogliere l'appello e l'ordinanza cautelare impugnata ne risulterebbe caducata, con conseguente blocco delle operazioni concorsuali che fossero state nel frattempo avviate in forza dell'ordinanza stessa. La non garanzia del doppio grado di giurisdizione 111 e 113 Cost. , si porrebbe comunque in contrasto con i principi comunitari, che prevedono un doppio grado di giurisdizione, mirante a migliorare la tutela giurisdizionale dei singoli e a preservare la qualità e l'efficacia della tutela giurisdizionale nell'ordinamento giuridico comunitario Corte giustizia CE, 17 dicembre 1998, n. 185 . PQM Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana in sede giurisdizionale, visto l'art. 1 della legge costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1 e l'art. 23, commi 3 e 4, della legge 11 marzo 1953, n. 87, ritenuta rilevante e non manifestamente infondata, solleva la questione di legittimità costituzionale del comma 2-bis dell'art. 4 del D.L. 30 giugno 2005, n. 115, convertito, con modificazioni, in legge 17 agosto 2005, n. 168, per la violazione degli artt. 3, 24, 25, 101 comma 2, 104 comma 1, 111 comma 2 e 113. Sospende ogni ulteriore pronuncia e dispone la immediata trasmissione degli atti alla Corte costituzionale.