Piante ‘proibite’ sul terrazzo e in cortile. Reato? Da valutare l’offensività...

Rimessa in discussione la posizione di un giovane, al quale è stata addebitata la violazione del Testo unico in materia di sostanze stupefacenti. Indiscutibile il materiale probatorio raccolto dagli agenti della polizia giudiziaria, ma ciò che va approfondito davvero è il tema della offensività della condotta tenuta dal giovane, anche indicando il numero delle dosi ricavabili.

Pollice verde’ sì, ma con caratteristiche stupefacenti. A finire sulla graticola è un giovane, per le strane’ coltivazioni a cui si dedica quotidianamente più precisamente, due piante di canapa indiana. Col contorno’, poi, anche del possesso di quasi due chilogrammi di foglie di canapa indiana, già essiccate, e di un grammo e mezzo di marijuana. Ma ciò può non bastare per contestare la violazione del Testo unico sulle sostanze stupefacenti Cassazione, sentenza n. 12612, Sesta sezione Penale, depositata oggi . Minimal. A richiamare l’attenzione sono il terrazzo e il cortile dell’abitazione dell’uomo quelli, difatti, sono gli spazi destinati alla coltivazione e, allo stesso tempo, utilizzati come deposito. E secondo i giudici nessun dubbio è possibile sulla contestazione del reato di produzione di sostanze stupefacenti , soprattutto tenendo presente che si parla di canapa indiana e di marijuana. Ecco spiegata la decisione di optare per la misura dell’obbligo di presentazione, per tre volte alla settimana . Ad avviso dell’uomo, però, tale visione va completamente rivista. Per un elemento fondamentale il difetto di offensività della condotta di coltivazione , che qualora venga effettuata per ricavarne sostanza per uso personale, rientra nell’ampio genus della detenzione . E, comunque, trovandosi di fronte alla coltivazione di solo due piante , si deve parlare, sempre secondo l’uomo, di vicenda minimale . Pesatura. Per meglio valutare la contestazione mossa dall’uomo, però, i giudici di Cassazione, ricordano che per la configurabilità del reato di coltivazione non autorizzata di piante da cui sono estraibili sostanze stupefacenti , è necessario accertare la concreta offensività della condotta e cioè l’effettiva capacità di ledere il bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice . E compito del giudice è, difatti, quello di verificare, di volta in volta, se la condotta contestata risulti o meno, in concreto, inoffensiva, tale dovendo ritenersi solo quella che non leda o metta in pericolo, anche in minimo grado, il bene protetto . Detto ancor più chiaramente, occorre verificare in concreto l’idoneità della sostanza ricavata a produrre un effetto drogante rilevabile . Ma proprio questo passaggio, evidenziano i giudici di Cassazione, è mancato completamente. Perché, nei precedenti gradi di giudizio, ci si è limitati a riportare le risultanze degli accertamenti di polizia giudiziaria, i quali hanno condotto al rinvenimento delle due piante di canapa indiana, delle foglie già essiccate nonché della marijuana nonché degli esiti della consulenza tossicologica, con l’indicazione del quantum di principio attivo . E invece sarebbe stato necessario trarre una sintesi logica dal materiale probatorio e, soprattutto, affrontare il tema della offensività della condotta , anche ragionando del numero di dosi ricavabili . Per colmare tale grave lacuna, quindi, la questione deve essere riaffidata alle valutazioni del Tribunale.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 10 dicembre 2012 18 marzo 2013, n. 12612 Presidente Conti Relatore Di Salvo Ritenuto in fatto 1. F.G. ricorre per cassazione avverso l’ordinanza del Tribunale del riesame di Catania in data 17-9-12 che, in riforma dell’ordinanza del Gip del Tribunale di Siracusa in data 31-8-12, ha applicato all’indagato la misura dell’obbligo di presentazione per tre volte alla settimana, in ordine al delitti di cui all’art. 73 DPR 309/90, per avere coltivato, nel terrazzo e nel cortile della propria abitazione, 2 piante di canapa indiana ed aver detenuto kg 1,90 di foglie di canapa indiana già essiccate nonché gr 1,50 di marijuana. In Solarino fino al 29-8-12. 2. Il ricorrente deduce, con il primo motivo, mancanza dei gravi indizi e insussistenza della fattispecie di reato da sostanza era infatti destinata ad uso personale, come s’evince della esiguità del dato ponderale, emerso dalle analisi tossicologiche espletate, da cui è risultato un quantum di principio attivo pari a gr 7,102, e dal mancato rinvenimento dei materiali normalmente utilizzati per l’attività di spaccio bilancino, bustine ed altro o di rilevanti somma di danaro. L’involucro rinvenuto dalla p.g. si trovava non nell’abitazione ma in auto, ciò che ne dimostra l’acquisto da terzi e la destinazione al consumo personale da parte dell’indagato. Del resto, il superamento dei limiti tabellari non vale ad invertire l’onere della prova, dovendo comunque essere l’accusa a dimostrare la finalità di spaccio, e il Tribunale non indica alcun elemento al riguardo. 2.1. Con il secondo motivo, si deduce difetto di offensività della condotta di coltivazione, che, qualora venga effettuata per ricavarne sostanza per uso personale, rientra nell’ampio genus della detenzione. Del resto, la fattispecie concreta in disamina inerendo alla coltivazione di solo due piante, appare veramente minimale e tale da non porre a repentaglio il bene o interesse tutelato dalla norma. 2.2. Con il terzo motivo, si rappresenta che l’incensuratezza dell’indagato e l’esatta valutazione dei fatti incriminati riconducendo comunque la fattispecie nei limiti di pena per cui è concedibile la sospensione condizionale. Si richiede pertanto annullamento dell’ordinanza impugnata. Considerato in diritto 3. L’analisi prenderà le mosse dal secondo motivo del ricorso, che è fondato. Ai fini della configurabilità del reato di coltivazione non autorizzata di piante dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti, è infatti necessario accertare la concreta offensività della condotta e cioè l’effettiva capacità della stessa di ledere il bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice Sez. IV, 28-10-2008 n. 1222 . Spetta quindi al giudice verificare, di volta in volta, se la condotta contestata risulti o meno, in concreto, inoffensiva, tale dovendo ritenersi solo quella che leda o metta in pericolo, anche in minimo grado, il bene protetto Sez. VI, 1-4-2009, n. 17266, rv 243581 . Occorre dunque verificare in concreto l’idoneità della sostanza ricavata a produrre un effetto drogante rilevabile in quest’ottica ciò che assume importanza non è che, al momento dell’accertamento del reato le piante non siano ancora giunte a maturazione, atteso che la coltivazione ha inizio con la posa dei semi, ma che esse siano idonee a produrre una germinazione ad effetti stupefacenti Sez. V 8-10-2008 n. 44287, rv 241991 . In quest’ordine di idee si colloca la pronuncia, richiamata anche dal giudice a quo, che ha ritenuto che la coltivazione domestica di una piantina di canapa indiana contenente principio attivo pari a mg 16, posta in un piccolo vaso sul terrazzo di casa, costituisca condotta inoffensiva ex art. 49 cp, che non integra il reato di cui all’art. 73 DPR 309/901 Sez. IV, 12-2-2011, n. 25674, rv n. 250721 . 4. I principi appena indicati si collocano nell’alveo dell’ampia elaborazione dottrinaria e giurisprudenziale in tema di offensività. Come è noto, il principio di offensività ha trovato espresso riconoscimento sia nella giurisprudenza della Corte Costituzionale che in quella della Corte di cassazione. Il giudice delle leggi ha infatti più volte affermato la rilevanza di questo principio e, pur non esprimendosi in ordine al suo fondamento costituzionale, ha asserito che esso costituisce un canone ermeneutica di fondamentale importanza cfr., in tal senso, C. cost. 19-26 marzo 1986, n. 62, von Delieman, in Cass. pen. 1986, p. 1053, in materia di armi ed esplosivi. C. cost. 26 settembre-6 ottobre 1988, n. 957, Leombruni, ivi, 1989, p. 186, n. 162, in tema di sottrazione di minorenni C. cost. 24-7-95, n. 360, Leocata, in Foro it., 1995, I, comma s. C. cost. 27-3-92 n. 133, Bizzarri, ivi, 1992, I, comma s., entrambe in materia di sostanze stupefacenti . L’applicazione di questo criterio interpretativo importa, secondo il giudice costituzionale, in primo luogo, l’individuazione del bene tutelato, argomentando dal sistema tutto e dalla norma particolare così, letteralmente, C. cost. 19-26 marzo 1986, n. 62 cit., p. 1057 , e, in secondo luogo, la valutazione della effettiva lesività del fatto, anche alla luce di elementi successivi alla commissione del reato. Anche le Sezioni unite Sez. Un. 2-4-98, Kremi, in Foro it., 1988, II, 758 , pur esprimendosi nel senso che integra il reato di cui all’art. 73 DPR 309/90 la cessione a terzi di sostanza stupefacente contenente un principio attivo così modesto da escluderne l’efficacia drogante, in quanto i beni oggetto della tutela penale, individuabili in quella della salute pubblica, della sicurezza e dell’ordine pubblico, sono messi in pericolo anche dallo spaccio di dosi contenenti un principio attivo al di sotto della soglia drogante, si sono richiamate al principio, affermato dalla giurisprudenza costituzionale, secondo il quale, ove la singola condotta sia assolutamente inidonea a porre a repentaglio i beni giuridici tutelati, viene meno la riconducibilità della fattispecie concreta a quella astratta. Le indispensabili connotazioni di offensività di quest’ultima, implicano, infatti, di riflesso, la necessità che anche in concreto l’offensività sia ravvisabile, almeno in grado minimo, nella singola condotta dell’agente in difetto di ciò, la fattispecie verrebbe a refluire nella figura del reato impossibile. In questa prospettiva si collocano anche varie pronunce di legittimità, ad esempio, in materia di reato di falso cfr. ex plurimis , Cass. 4-11-93, Braccini, in Cass. pen. 1995, 561, che ha statuito che la falsità non è punibile allorché si riveli in concreto in idonea a ledere l’interesse tutelato dalla genuinità del documento, vale a dire quando non abbia la capacità di conseguire uno scopo antigiuridico ed appaia del tutto irrilevante ai fini del significato dell’atto e del suo valore probatorio conf. Cass. 13-11-1997, Gargiulo, Foro it., 1998, II, 318, secondo la quale non è punibile per idoneità dell’azione a produrre evento dannoso, la falsità che si riveli in concreto inidonea a ledere l’interesse tutelato o di alimenti cfr., ad esempio, Cass. 12-3-98, Piazza, in Cass. pen., 1999, p. 3209, n. 1676, secondo cui, una volta che la USL abbia rilasciato il parere favorevole, essendo già stata accertata la sussistenza dei prescritti requisiti igienico-sanitari, l’esercizio dell’attività dopo tale parere non configura una reale violazione dell’art. 2 l. 283/62, dal momento che il difetto del provvedimento formale di abilitazione, ormai dovuto, non configura alcuna offesa all’interesse tutelato dalla norma . A quest’ordine di idee possono essere ricondotte svariate pronunce di questa Corte nella materia oggetto della presente disamina, concernente la normativa in tema di sostanze stupefacenti cfr., ex plurimis , Cass. 1-2-89, Bellinger, in Cass. pen., 1990, 1594, secondo la quale, per la sussistenza del reato, occorre che il materiale oggetto della condotta abbia percentuali di tetraidrocannabinolo sufficienti a rendere effettivamente psicoattivo il contenuto della sostanza conf. Cass. 2-10-89, Biscardi, ivi, 1991, 310 nonché Cass. 1-10-93, El Mehirsi, ivi, 1994, 1659 . 5. In un orizzonte concettuale affine a quello in disamina si colloca l’indirizzo ermeneutica volto a valorizzare la ratio dell’incriminazione. Anche questo orientamento muove dall’esigenza di sottrarre all’area della punibilità i c.d. fatti inoffensivi conformi al tipo. Ed è stato rilevato, in dottrina, come le ipotesi di sfasatura tra tipicità ed offesa non siano conseguenza di un’imperfetta formulazione tecnico-legislativa della fattispecie bensì della tensione tra astrattezza normativa e concretezza fattuale. Si ritiene però che non possa essere tanto il concetto di bene giuridico a risolvere i problemi applicativi posti dalle ipotesi si sfasatura quanto lo scopo della norma. Le ipotesi fattuali di discrasia fra tipicità ed offesa non rientrano infatti, secondo questa tesi, negli scopi di tutela della disposizione incriminatrice, per cui la non punibilità del soggetto può essere affermata mediante un’interpretazione teleologica della norma. Si è in tale prospettiva affermato, nella giurisprudenza di merito Pret. Dolo 10-2-98, Baratto, in Cass. pen. 1998, p. 2737, n. 1559, concernente una fattispecie in cui un soggetto era imputato del reato di cui all’art. 1 sexies l. 431/85, per avere effettuato lavori consistiti nel solo innalzamento per pochi centimetri dell’ingresso di un garage , che l’interpretazione teleologica della norma incriminatrice rivela che il legislatore ha voluto difendere l’ambiente non da qualsiasi attacco ma solo da quegli attacchi in grado di incidere in misura rilevante sull’oggetto della tutela, onde la condotta in disamina non può integrare gli estremi del reato de qua. L’interpretazione teleologica della fattispecie incriminatrice, incentrata sulla considerazione degli scopi di tutela perseguiti dal legislatore, è infatti espressamente prevista dall’art. 12 prel. Ed impone di fare riferimento all’intenzione del legislatore. Tale interpretazione induce, nei casi in disamina, ad escludere la tipicità del fatto, in quanto il fatto inoffensivo in realtà non è conforme al modello legale finalisticamente interpretato. Si tratta, come si vede, di un diverso percorso interpretativo che conduce però agli stessi risultati. 6. La tematizzazione di tale profilo è del tutto estranea al tessuto motivazionale del provvedimento impugnato, che si limita a riportare le risultanze degli accertamenti di polizia giudiziaria, i quali, hanno condotto al rinvenimento delle 2 piante di canapa indiana, delle foglie già essiccate nonché della marijuana nonché gli esiti della consulenza tossicologica, con l’indicazione del quanto in principio attivo. L’apparato giustificato del decisum non può però ridursi alla semplice esposizione delle risultanze acquisite, dovendo comunque il giudice a quo trarre una sintesi logica del materiale probatorio disponibile e dare puntuale risposta alle argomentazioni difensive Sez. VI, 11-2-08, n. 34042/07, Napoletano , che, nel caso sub iudice , avevano espressamente posto il problema dell’offensività . Manca, in particolare, l’indicazione del numero di dosi ricavate ed ogni altro riferimento da cui possa desumersi una pregnante valutazione da parte del giudice, del profilo inerente alla concreta ed effettiva offensività della condotta. 7. L’accoglimento del secondo motivo rende ultronea la disamina degli altri due motivi di ricorso, dovendosi comunque ribadire l’irrilevanza, ai fini della sussistenza del reato di illecita coltivazione di piante dalle quali siano estraibili sostanze stupefacenti, della finalità di uso personale, conformemente al consolidato orientamento giurisprudenziale richiamato dal giudice di merito. 8. L’ordinanza impugnata va dunque annullata con rinvio, per nuovo esame, al Tribunale di Catania, che si atterra a principi di diritto di cui al par. 3. P.Q.M. La Corte annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al tribunale di Catania.