Negli illeciti disciplinari il bene giuridico tutelato è l’immagine del magistrato

In materia di responsabilità disciplinare dei magistrati, la previsione secondo la quale l’illecito disciplinare non è configurabile quando il fatto è di scarsa rilevanza, richiede che la sussistenza dell’illecito sia riscontrata alla luce della lesione o messa in pericolo del bene giuridico tutelato dalla norma nella fattispecie, accertata la realizzazione della fattispecie tipica, è pertanto da considerare irrilevante quella condotta che non compromette l’immagine del magistrato.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 5943/13, depositata l’11 marzo. Il caso. Due magistrati sono accusati di aver omesso il dovuto controllo sul termine di durata massima della custodia cautelare di due imputati, adottando in ritardo il provvedimento di cessazione dell’efficacia della misura cautelare stessa. A seguito della pronuncia della Sezione disciplinare del CSM, la questione è posta al vaglio della S.C La scarsa rilevanza del fatto. Il Ministero della Giustizia censura anzitutto l’assoluzione degli incolpati, motivata con la scarsa rilevanza del fatto in particolare, il CSM ha ritenuto che la condotta dei magistrati non avesse comportato alcun effetto negativo in relazione allo status libertatis di uno degli imputati, posto che questi era già detenuto all’ergastolo per altro reato. Rileva la compromissione dell’immagine del magistrato. Secondo gli Ermellini la previsione della scarsa rilevanza del fatto, introdotta dall’art. 3 bis, D. Lgs. n. 109/2006, introduce nella materia disciplinare il principio di offensività proprio del diritto penale, secondo il quale la sussistenza dell’illecito va riscontrata alla luce della lesione o messa in pericolo del bene tutelato dalla norma. Nelle ipotesi di illecito disciplinare, il bene giuridico tutelato è l’immagine del magistrato, quindi, accertata la realizzazione della fattispecie tipica, è da considerare irrilevante quella condotta che non compromette l’immagine del magistrato. Ciò premesso, la motivazione addotta dal CSM, esaurendosi nell’affermazione che il ritardo nella scarcerazione non avrebbe provocato un danno all’imputato, appare del tutto generica e, soprattutto, mancante dell’accertamento ex post della lesione o messa in pericolo del bene giuridico tutelato, cioè l’immagine del magistrato. L’entità effettiva del ritardo. La S.C. esamina poi la doglianza riguardante la determinazione fatta dal giudice disciplinare dell’entità effettiva del ritardo imputabile ai magistrati nella scarcerazione dell’imputato,. In particolare, secondo la Cassazione, è fondata la censura del Ministero nella parte in cui sostiene che il termine di durata massima di fase, comprensivo della somma di tutte le sospensioni, fosse nella fattispecie di tre anni dalla sentenza di primo grado e che conseguentemente la motivazione della riduzione del ritardo nella scarcerazione dell’imputato violi l’art. 304, comma 6, c.p.p., il termine massimo di custodia cautelare nel giudizio di appello, infatti, scade dopo tre anni a partire dalla sentenza di primo grado, ma il giudice disciplinare aveva fatto decorrere il termine novanta giorni dopo di questa, in conseguenza della sospensione disposta dal primo giudice. Possibile il concorso formale tra illeciti disciplinari. Il terzo e ultimo motivo di ricorso proposto dal Ministero attiene al concorso formale tra i due illeciti contestati anche in questo caso la censura è fondata, dal momento che la previsione disciplinata dall’art. 2, comma 1, lett. g , D. Lgs n. 109/2006 grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile , non è specifica e prevalente rispetto a quella disciplinata dalla lett. a della stessa norma comportamento che arreca ingiusto danno alla parte le due fattispecie hanno un diverso ambito di applicazione e, qualora l’unica condotta ricada nella sfera di applicazione di entrambe, si ha un concorso formale di illeciti disciplinari, per ciascuno dei quali deve essere determinata la sanzione applicabile. Per questi motivi la S.C. cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa al CSM.

Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 12 febbraio 11 marzo 2013, n. 5943 Presidente Preden Relatore Ceccherini Svolgimento del processo 1. I consiglieri della Corte d'appello di Catania, S.I.A. e R.V G. , sono stati componenti del collegio giudicante in due procedimenti, riuniti in grado di appello, a carico di S M. n. 663/05 e di M.S. e A M. n. 842/04 . Il primo aveva rivestito il ruolo di presidente e, nel processo a carico di M.A. , altresì relatore ed estensore e il secondo quello di giudice a latere e, nel processo a carico di A M. altresì relatore fino all'udienza del 4 maggio 2005, in cui fu emessa ordinanza di sospensione dei termini di custodia cautelare, peraltro secondo il capo d'incolpazione a quella data già scaduti. 2. I due magistrati sono stati incolpati degli illeciti disciplinari di cui agli artt. 1 e 2, comma 1 lett. a e g d.lgs. 23 febbraio 2006 n. 109, per aver omesso di esercitare il dovuto controllo sul termine di durata massima della custodia cautelare di quegli imputati. Secondo il capo d'incolpazione, essi non si avvedevano della scadenza dei termini incorrendo nel ritardo, nell'adozione del provvedimento di cessazione di efficacia delle misure cautelari, di anni 1, mesi 11 e giorni 3 per S M. , e di giorni sessantadue per A M. . 3. Sulle incolpazioni la Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura s'è pronunciato con sentenza in data 13 luglio 2012. Entrambi gli incolpati sono stati assolti dall'illecito previsto dagli artt. 1 e 2, comma primo lett. a , perché assorbito dall'illecito previsto dagli artt. 1 e 2 lett. g dello stesso decreto n. 109 del 2006, essendosi ritenuto che la previsione dell'effetto dannoso, come elemento della fattispecie di cui alla lett. a , non comporti il concorso tra i due illeciti, non trattandosi di un effetto atipico e ulteriore rispetto a quello normalmente conseguente alla violazione di legge. Entrambi gli incolpati sono stati assolti dall'illecito previsto dagli artt. 1 e 2, comma primo lett. g , riguardo alla posizione giuridica di S M. , per irrilevanza del fatto ex art. 3 bis d.lgs. 23 febbraio 2006 n. 109, perché l'imputato era detenuto all'ergastolo per altro reato, e si è ritenuto che la mancata valutazione dell'intervenuta scadenza del termine massimo non avesse comportato alcun effetto negativo né in relazione allo status libertatis, né in relazione alle possibili differenze di trattamento nella detenzione tra l'ipotesi della custodia cautelare e dell'espiazione della pena. Con riguardo invece alla posizione giuridica di M.A. , il ritardo contestato nell'emissione del decreto di scarcerazione è stato ridotto a 22 giorni, e al dottor S. è stata applicata la sanzione dell'ammonizione, mentre il dottor G. è stato assolto per irrilevanza del fatto a norma dell'art. 3 bis dec. n. 109 del 2006, in considerazione del fatto che era solo componente del collegio, e non aveva avuto la materiale disponibilità degli atti processuali. 4. Contro questa sentenza ricorre il dottor S. con due mezzi d'impugnazione. Ricorre altresì il Ministero della Giustizia per tre motivi. Ragioni della decisione 5. I due ricorsi, proposti contro la medesima sentenza, devono essere riuniti. Per ragioni logiche, i motivi del ricorso del Ministero, che hanno un ambito più esteso, saranno esposti con precedenza. 6. Il ministero propone tre mezzi d'impugnazione della sentenza disciplinare. 6.1. Con il primo, concernente l'incolpazione del dottor S. come presidente, relatore ed estensore, e del dottor G. quale giudice a latere ma in occasione dell'ordinanza di sospensione dei termini di custodia cautelare in data 4 maggio 2005 anche relatore , per il ritardo di oltre un anno e undici mesi nell'emissione del provvedimento di scarcerazione di S M. , si censura l'assoluzione degli incolpati motivata con la scarsa rilevanza del fatto, a norma dell'art. 3 bis d.lgs. n. 109 del 2006. Si deduce che - la violazione delle norme che disciplinano i termini di durata massima delle misure coercitive personali, incidendo direttamente sul diritto inviolabile alla libertà personale, sussiste anche con riguardo alle ipotesi di scarcerazioni meramente formali, non potendo il magistrato confidare sull'eventuale coesistenza di altri titoli detentivi potenzialmente destinati, con il tempo, a venir meno per le più svariate ragioni - il giudizio di scarsa rilevanza della condotta addebitata agli incolpati e accertata nei suoi estremi oggettivi, è stato motivato con la sola affermazione che la condotta medesima non aveva comportato alcun effetto negativo né in relazione allo status libertatis, né in relazione alle possibili differenze di trattamento nella detenzione tra l'ipotesi della custodia cautelare e dell'espiazione della pena - la motivazione in parola non è conforme al criterio indicato da questa corte, non essendo state esplicitate le ragioni dell'insussistenza della lesione dell'immagine del magistrato, né l'entità e la consistenza del ritardo, né valutata la circostanza che in entrambe le occasioni ordinanza 4 Maggio 2005, sentenza 24 novembre 2006 il collegio penale aveva emesso ordinanze di sospensione di termini di custodia già scaduti. 6.2. Con il secondo motivo, si censura la decisione sull'incolpazione del dottor S. per la tardiva scarcerazione di M.A. , con la riduzione del ritardo, contestato in giorni sessantadue, a giorni ventidue, e con la conseguente commisurazione della sanzione a tale più lieve fattispecie. A tale riduzione il giudice disciplinare era pervenuto supponendo che il termine massimo di custodia cautelare nel giudizio di appello, di un anno e sei mesi, decorresse dal 29 dicembre 2003, vale a dire dalla scadenza dei novanta giorni dalla sentenza di primo grado, conseguente alla sospensione disposta dal primo giudice ex art. 304 c.p.p. invece che dalla sentenza medesima, e affermando poi che la legge prevede come termine massimo comprensivo della sospensione un termine uguale a quello di fase, decorrente dalla data della sospensione. Si deduce che, a norma del combinato disposto degli artt. 303 comma 1 lett. c n. 3 e 304 comma 6 c.p.p., il termine massimo di fase decorre invece dalla sentenza di primo grado, come del resto aveva riconosciuto lo stesso collegio giudicante nell'ordinanza di scarcerazione del 29 novembre 2006 e che nella fattispecie il termine medesimo, comprensivo della somma di tutte le sospensioni, era di tre anni dalla sentenza di primo grado come pure riconosciuto nella già menzionata ordinanza . Il ministero sostiene pertanto che, per l'erroneità della motivazione sul punto, la pena irrogata al dottor S. deve essere valutata nuovamente in relazione al periodo effettivo di detenzione ingiustificata di A M. . 6.3. Con il terzo motivo del ricorso del Ministero si censura ex art. 606 comma 1 lett. b c.p.p. , con riguardo all'assoluzione degli incolpati dal capo d'incolpazione contestato sotto la rubrica dell'art. 2 comma 1 lett. a d.lgs. n. 109/2006, l'errata esclusione del concorso formale di questo illecito con quello di cui alla medesima disposizione sub lett. g l'evento di danno - si osserva - non è connaturato a questo secondo illecito, e la contraria tesi produce il risultato che il comportamento scorretto, ma non in violazione di legge, sarebbe punito più severamente di quello in grave violazione di legge produttivo in concreto di danno. 7. Il dottor S. propone due mezzi d'impugnazione. 7.1. Con il primo motivo del ricorso del dottor S. si deduce la violazione degli artt. 1 d.l. 23 ottobre 1996 n. 553, convertito in legge dalla I. 23 dicembre 1996 n. 652, 297, comma quarto c.p.p. Si contesta che vi sia stata ingiusta protrazione della custodia cautelare, e si censura la decisione impugnata per essere pervenuta all'opposta conclusione non tenendo conto del periodo di sospensione di quarantotto giorni dovuto all'astensione del precedente presidente del collegio giudicante, e di nove giorni di udienza. 7.2. Con il secondo motivo del ricorso proposto dal dottor S. si censura l'irrogazione della sanzione dell'ammonimento perché il giudice disciplinare non ha motivato l'esclusione dell'applicazione dell'art. 3 bis del decreto n. 109 del 2006 sulla scarsa rilevanza del fatto. 8. Il primo motivo del ministero è fondato. Secondo l'insegnamento di queste Sezioni unite, la norma di cui all'art. 3 bis del d.lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, per il quale l'illecito disciplinare non è configurabile quando il fatto è di scarsa rilevanza , introduce nella materia disciplinare il principio di offensività, proprio del diritto penale, secondo il quale la sussistenza dell'illecito va, comunque, riscontrata alla luce della lesione o messa in pericolo del bene giuridico tutelato dalla norma, con accertamento in concreto, effettuato ex post tale bene giuridico, unico per tutte le ipotesi d'illecito disciplinare, è identificabile - secondo quanto emerge esplicitamente dall'art. 3, lett. h , e dall'art. 4, lett. d , del d.lgs. n. 109 cit. - con la compromissione dell'immagine del magistrato. Pertanto, ai sensi dell'art. 3-bis citato, la condotta disciplinare irrilevante va identificata, una volta accertata la realizzazione della fattispecie tipica, in quella che non compromette l'immagine del magistrato Cass. Sez. un. 13 dicembre 2010 n. 25091 . La motivazione dell'applicazione dell'art. 3 bis d. n. 109/2006 cit., che si esaurisce nella mera affermazione che il ritardo nella scarcerazione non avrebbe cagionato un danno all'imputato detenuto per la natura meramente formale del provvedimento, oltre a essere del tutto generica, in contrasto con la necessità che la lesione o messa in pericolo del bene giuridico tutelato dalla norma sia riscontrata in concreto, con accertamento ex post , è viziata dal misconoscimento dello stesso bene giuridico tutelato, costituito dall'immagine del magistrato, ed è quindi totalmente mancante. La statuizione sul punto è pertanto illegittima e deve essere cassata, in applicazione del seguente principio di diritto, al quale si atterrà il giudice del rinvio in tema di responsabilità disciplinare dei magistrati, l'applicazione dell'art. 3 bis del d.lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, secondo cui l'illecito disciplinare non è configurabile quando il fatto è di scarsa rilevanza , richiede che la sussistenza dell'illecito sia riscontrata alla luce della lesione o messa in pericolo del bene giuridico tutelato dalla norma, identificabile con la compromissione dell'immagine del magistrato sicché la condotta disciplinare irrilevante va identificata, una volta accertata la realizzazione della fattispecie tipica, in quella che non compromette l'immagine del magistrato. 9. Il secondo motivo del ricorso del ministero deve essere esaminato congiuntamente al primo motivo del dottor S. . Entrambi i ricorrenti, infatti, censurano - sebbene per ragioni opposte - la determinazione fatta dal giudice disciplinare dell'entità effettiva del ritardo imputabile agli incolpati nella scarcerazione di M.A. . 9.1. Occorre premettere gli elementi certi, perché non controversi nel presente giudizio. Non v'è contestazione sul fatto che, per il reato di cui A M. era imputato, il termine massimo di carcerazione preventiva nel grado di appello fosse di un anno e sei mesi, e che la sentenza di primo grado sia stata pronunciata il 29 settembre 2003. Deve poi aggiungersi che il giudice disciplinare ha - correttamente - identificato il dies a quo del termine di custodia cautelare in appello nella data della pronuncia della sentenza di primo grado, intesa come data della lettura del dispositivo e ciò, sebbene abbia poi ritenuto il predetto termine sospeso per trenta giorni in attesa del deposito della motivazione della sentenza, in base agli artt. 304, comma primo lett. c e 544 comma terzo c.p.p. si tratta di sospensione necessaria ex lege, secondo l'insegnamento delle Sezioni unite penali di questa corte, nella sentenza 31 marzo 2011 n 27361 . La sospensione di un termine suppone, infatti, che il termine medesimo sia pendente, e che dunque il dies a quo sia già scaduto. Il ministero ricorrente, tuttavia, attribuisce alla ricostruzione della sentenza l'assunto che il dies a quo del termine di carcerazione preventiva nel giudizio d'appello sarebbe costituito dal deposito della motivazione della sentenza di primo grado, invece che dalla lettura del dispositivo, così ponendosi in violazione dell'art. 303 comma primo lett. c c.p.p Sulla premessa di questa lettura della sentenza - che, come nel ricorso si segnala, la porrebbe in contraddizione con la stessa motivazione dell'ordinanza di scarcerazione emessa dalla corte distrettuale, e che implicitamente si censura nel merito - il ministero ribadisce la contestazione formulata nel capo d'incolpazione, che l'ordinanza di sospensione del termine di custodia cautelare della fase d'appello pronunciata in data 4 maggio 2005, e nella quale era relatore il dottor G. , fosse intervenuta a termini scaduti vale a dire, dopo più di un anno e sei mesi dalla pronuncia della sentenza di primo grado . Ora, l'affermazione che per pronuncia della sentenza di condanna di primo grado debba intendersi la lettura del dispositivo, che a questi effetti segna il momento della conclusione del giudizio di primo grado, ancorché non sia stato ancora proposto l'appello, è condivisibile in tal senso è anche l'insegnamento delle sezioni unite penali di questa corte, 29 ottobre 2009 n. 47008, sia pure a proposito dell'operatività delle disposizioni transitorie della nuova disciplina della prescrizione , ma non è contraddetta dall'impugnata sentenza, la quale, come s'è già osservato, la condivide implicitamente ma necessariamente. Su questo punto deve ritenersi, pertanto per la ragione già indicata che l'impugnata sentenza sia immune da censure, avendo individuato il dies a quo della decorrenza del termine di fase, nel giudizio d'appello, non solo in modo corretto, e conforme all'impostazione del ministero ricorrente ma, ciò che maggiormente rileva nel presente giudizio disciplinare, in modo conforme all'ordinanza di scarcerazione pronunciata dallo stesso collegio della Corte d'appello di Catania, nel quale il dottor G. , odierno incolpato, era relatore. È pertanto escluso che nella specie vi fosse un problema d'interpretazione delle norme, del resto neppure prospettato dalla difesa, e che il capo d'incolpazione muova da premesse interpretative particolari o difformi da quelle condivise dagli incolpati. Ne consegue che non è in discussione il fatto che dalla data della lettura del dispositivo in primo grado debba ritenersi pendente il termine massimo di fase della custodia nel giudizio d'appello. L'affermazione che l'ordinanza di sospensione del 4 maggio 2005 sia stata emessa tempestivamente si fonda non già su una posticipazione del dies a quo del termine di fase, ma sull'assunto - da ritenere corretto, per quanto in precedenza osservato - che quel termine sia rimasto poi sospeso per novanta giorni a norma degli artt. 304, comma 1 lett. c.p.p 9.2. Nonostante la conclusione di cui al punto precedente, deve ritenersi fondata la censura del ministero, nella parte in cui sostiene che il termine di durata massima di fase, comprensivo della somma di tutte le sospensioni, fosse nella fattispecie di tre anni dalla sentenza di primo grado il doppio della durata massima prevista in assenza di sospensioni , e che conseguentemente la motivazione della riduzione del ritardo nella scarcerazione di A M. , contestato agli incolpati, sia viziata dalla violazione dell'art. 304, comma sesto c.p.p. La norma appena citata, infatti, dispone che - anche tenendo conto della sospensione del termine a norma degli artt. 304, comma primo lett. c e 544 comma terzo c.p.p., e dell'ulteriore sospensione disposta con ordinanza 4 maggio 2005 - il termine massimo di custodia cautelare nel giudizio d'appello giunga a scadenza con il decorso del triennio dalla pronuncia della sentenza di primo grado nella fattispecie, il 29 settembre 2006, data nella quale la sentenza d'appello non era stata ancora pronunciata conclusione conforme alla motivazione con la quale A M. fu scarcerato dal collegio penale, che comprendeva il dottor G. nonché al capo d'incolpazione contestato . Da quella data, dunque, doveva essere calcolato il ritardo nella scarcerazione. 9.3. Per le stesse ragioni appena indicate deve essere respinto il primo motivo di ricorso del dottor S. . L'avvenuto superamento del termine massimo di custodia cautelare nel giudizio d'appello, tenuto conto delle sospensioni disposte, fa sì che neppure altre sospensioni potessero giovare a dimostrare la mancanza di negligenza dell'incolpato, giacché anche quelle rientravano nel campo di applicazione dell'art. 304 comma sesto c.p.p., ed erano inidonee a giustificare la detenzione dell'imputato dopo la scadenza del triennio dalla pronuncia della sentenza di primo grado. 9.4. La sentenza deve essere pertanto cassata sul punto, sussistendo il vizio di manifesta illogicità della motivazione, concretatosi nella violazione dell'art. 304, comma sesto c.p.p., denunciato dal Ministero della Giustizia, con rinvio al giudice disciplinare, che riesaminerà la condotta contestata con riferimento alla posizione dell'imputato A M. , tenendo conto della portata applicativa della norma citata. 10. Deve invece ritenersi assorbito il secondo motivo del ricorso del dottor S. , posto che nel giudizio di rinvio dovrà essere preliminarmente sottoposta a nuova valutazione la gravità del comportamento illecito contestato con il capo d'incolpazione. 11. Resta da esaminare il terzo motivo del ricorso del ministero, sul concorso formale tra i due illeciti contestati, previsti rispettivamente dalle lettere a e g dell'art. 2, comma 1 del decreto n. 109 del 2006. Il motivo è fondato. È di agevole constatazione il fatto che vi sono violazioni dei doveri del magistrato, stabiliti dall'art. 1 del medesimo decreto imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo ed equilibrio, rispetto della dignità della persona , che non si traducono in gravi violazioni di legge determinate da ignoranza o negligenza inescusabile, ma arrecano ingiusto danno o indebito vantaggio a una delle parti, e sono pertanto perseguibili a norma della lettera a dell'art. 2, comma 1 del decreto. È del pari evidente che vi sono gravi violazioni di legge determinate da ignoranza o negligenza inescusabile che non arrecano ingiusto danno o indebito vantaggio a una delle parti, ma compromettono il bene giuridico protetto, costituito dall'immagine del magistrato, secondo l'insegnamento ricordato al precedente punto 8. Non è pertanto condivisibile l'assunto del giudice disciplinare, che la previsione dell'art. 2 comma 1 lett. g sarebbe specifica e prevalente rispetto a quella della lettera a , o che l'effetto dannoso di cui alla lettera a non sia atipico e ulteriore rispetto a quello normalmente conseguente alla violazione di legge. Le fattispecie disciplinate dalle due norme hanno un diverso ambito di applicazione, e laddove l'unica condotta ricada nella sfera di applicazione di entrambe ha luogo un concorso formale d'illeciti disciplinari, tutti punibili. L'assoluzione degli incolpati pronunciata dal giudice disciplinare per l'illecito di cui alla lettera a dell'art. 2 comma 1 del decreto n. 109 del 2006 si è tradotta in una disapplicazione della norma di legge, ed è affetta dal vizio denunciato, d'inosservanza della legge. 11.1. La sentenza impugnata deve pertanto essere cassata anche per questa parte, con rinvio al giudice disciplinare che, in altra composizione, applicherà il principio di diritto che segue gli illeciti disciplinari previsti dall'art. 2, comma primo, d.lgs. 23 febbraio 2006 n. 109, rispettivamente alla lettera a e alla lettera g non sono tra di loro in rapporto di specialità, sì che il secondo prevalga sul primo, del quale ricorrano nella concreta fattispecie tutti gli elementi, ma danno luogo al concorso formale dei due illeciti, per ciascuno dei quali deve essere determinata la sanzione applicabile, salva l'applicazione dell'art. 5, comma secondo dello stesso decreto in tema di concorso d'illeciti disciplinari. 12. Le spese del presente giudizio di legittimità sono compensate tra le parti, in considerazione dell'assenza di precedenti puntuali specifici sull'ultima questione decisa. P.Q.M. La corte riunisce i ricorsi accoglie il ricorso del Ministero della Giustizia rigetta il primo motivo del ricorso proposto da S.I.A. e dichiara assorbito il secondo cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa al Consiglio Superiore della Magistratura in diversa composizione. Compensa le spese del giudizio di legittimità tra le parti.