Le video intercettazioni dei privé sono prove atipiche

di Gennaro De Falco

di Gennaro De Falco * Le video intercettazioni nei privè di un locale pubblico sono prove atipiche, utilizzabili se esiste un provvedimento motivato dell'autorità giudiziaria. Questo il principio di diritto della decisione della prima sezione penale della Cassazione, 37530/06 che presenta spunti di particolare attualità all'indomani della sentenza delle Su 26795/06. Questo in estrema sintesi l'articolato iter cautelare del processo, che ha dato luogo alla decisione della Sc qui in breve commento nel corso di un'indagine di polizia veniva collocata una telecamera su di un edificio prospiciente uno stabilimento dedito alla rottamazione di autovetture, dalle riprese risultava che nello stesso venivano introdotte anche numerose autovetture rubate o rapinate, per poi essere subito smontate ed i cui ricambi venivano caricati su automezzi, per la successiva immissione sul mercato come pezzi di ricambio. Sulla scorta di tale materiale probatorio il Pm di Napoli emetteva una serie di fermi per associazione e delinquere ed altro, richiedendo la custodia in carcere nei confronti dei titolari e dei dipendenti dello stabilimento, oltre che di soggetti collegati all'attività esplicata. Il GIP con l'ordinanza 25 novembre 2005, non convalidava il fermo, ed accoglieva solo parzialmente la richiesta di applicazione della misura coercitiva nei confronti di uno solo degli indagati. Il Pm proponeva appello al Tribunale per il Riesame, le difese eccepivano immediatamente con una breve memoria l'inutilizzabilità ai fini probatori delle riprese effettuate dalla Pg richiamandosi alla questione all'epoca ancora pendete innanzi le Su poi decisa con la Sentenza Prisco. Successivamente Tribunale per il riesame all'udienza del 6 aprile 2006, quando ancora non erano note le motivazioni della decisione delle Su, rigettava comunque l'eccezione di inutilizzabilità delle riprese effettuate dalla Pg deducendo sul punto che A giudizio di questo Tribunale va respinta l'eccezione preliminare sollevata dalla difesa in ordine all'utilizzabilità delle videoriprese. Invero la giurisprudenza più recente sulla scorta della sentenza della Corte Costituzionale 135/02, ha ritenuto che seppure le riprese vanno considerate prove documentali non disciplinate dalla legge, ai sensi dell'articolo 189 Cpp, e non sono pertanto soggette alla disciplina di cui agli articolo 266 e ss del codice di rito, esse sono comunque soggette ai limiti costituzionali, ed in particolare a quello di cui all'articolo 14 Costituzione Cassazione, 44484/03, Sezione quarta . Ne consegue che le riprese video sono consentite ed utilizzabili allorché non violino il limite della libertà morale della persona . La recentissima pronuncia della Suprema Corte, della quale all'epoca della decisione non è ancora disponibile la motivazione, avrebbe in parte modificato il precedente orientamento, con riferimento alle riprese eseguite all'interno del domicilio o, comunque, in situazioni meritevoli di riservatezza, per le quali sarebbe necessario un provvedimento autorizzatorio dell'autorità giudiziaria. Orbene il Tribunale ritiene che la fattispecie concreta in esame non possa essere ricondotta a quella delle riprese effettuate nel domicilio o - in quanto assimilabili - in luoghi di privata dimora. Infatti, come correttamente rilevato dal Pm all'odierna udienza camerale , le riprese poste a base della richiesta di misura cautelare e dell'ordinanza di parziale accoglimento sono state effettuate esclusivamente nel piazzale antistante i magazzini dello stabilimento industriale della Mafer Srl tale piazzale esterno, seppure facente parte della proprietà della società, considerato che l'attività in esso svolta è visibile dall'esterno, e che le stesse videocamere sono state collocate al di fuori di esso - peraltro con visibilità ridotta - non può essere ricondotta al concetto di luogo di privata dimora , per ciò meritevole della particolare tutela della quale si discute ai fini della necessità , o meno, di assoggettare le riprese video alla disciplina dettata in tema di intercettazioni. L'eccezione preliminare va, pertanto, respinta, ritenendo il Tribunale pienamente utilizzabile, in quanto legittimamente acquisite , le videoregistrazioni di cui alla richiesta del Pm All'esito della decisione del Tribunale per il Riesame, il Pm e talune difese proponevano ricorso per cassazione, nel corso dell'articolata discussione tenutasi all'udienza camerale del 25 ottobre 2006 tentasi innanzi la prima sezione penale della Sc veniva più volte riproposta e riformulata l'eccezione di inutilizzabilità delle riprese, già disattesa da parte del Tribunale con le motivazioni sopra trascritte. Sulla scorta delle motivazioni rese note il 14 novembre 2006, la Corte rigettava l'eccezione di inutilizzabilità, ed i ricorsi delle difese, accoglieva il ricorso del Pm, rimettendo gli atti al Tribunale del Riesame di Napoli per nuovo esame, con riferimento all'esistenza dei sufficienti indizi di colpevolezza per il reato associativo, non ritenendo congrua la motivazione dell'ordinanza del Giudice di Appello sul punto. Orbene è si vero che la natura delle attività che il Pm di Napoli ritiene vengano espletate nell'autodemolizione non hanno lo stesso carattere intimo di quelle che si svolgevano tra clienti e le ballerine del locale Bora Bora di cui alla Sentenza Prisco, ma è anche vero che questa circostanza non può assumere connotati di decisività . In altri termini, secondo la modestissima opinione di chi scrive, non è possibile differenziare in termini quantitativi le categorie giuridiche, un luogo è di privata dimora o non lo è, e certamente rientra in tale categoria il luogo di lavoro né è possibile assumere la forza dell'attività intrusiva necessaria per vincere lo jus excludendi alios , per determinare se un luogo sia di privata dimora o meno, ciò anche perché un'analisi di tale natura introdurrebbe dei margini di incertezza nell'interpretazione normativa in assoluto contrasto con la funzione monofilattica propria del Giudizio di Legittimità. È vero che nella vicenda processuale che ha dato luogo alla decisione delle Su con la più volte richiamata sentenza Prisco per riprendere quanto si verificava nei camerini del locale Bora Bora è stata necessaria l'istallazione di una telecamera all'interno dell'esercizio, ma è anche vero che si trattava comunque di un locale aperto al pubblico, mentre l'azienda oggetto dell'indagine del Pm di Napoli non lo era affatto, e che la telecamera in quel caso è stata comunque istallata al quarto piano di un edificio prospiciente lo stabilimento e non, come si legge nella pubblica strada. Va poi considerato che la nozione di domicilio, per la sua ampiezza certamente include anche il luogo di lavoro, e che tale è sia un opificio che un locale aperto al pubblico. Non è quindi possibile seguire il ragionamento della Corte, allorché ritiene che debba esservi - fra il luogo e la persona - un rapporto tale da giustificarne la tutela anche in assenza della stessa . Va poi detto, per complicare ancora di più il panorama, che innanzi la Corte Costituzionale pende la questione n. 168.06 promossa dal Tribunale di Varese, con riferimento all'articolo 266 comma 2 cpp, per ritenuto contrasto con l'articolo 13 comma primo e secondo, all'articolo 14 comma primo e secondo ed all'articolo 15 della Costituzione, il cui quesito è appunto Mezzi di prova, ricerca delle provedisciplina delle intercettazioni delle comunicazioni tra presenti - mancata estensione a qualsiasi captazione di immagini in luoghi di privata dimora Lesione della libertà personale, dell'inviolabilità del domicilio e della libertà di comunicazione - richiamo alla Sentenza Costituzionale 135/02 . Occorre però dire che i quesiti nuovamente posti all'attenzione del Giudice delle Leggi sono sensibilmente più ampi di quelli decisi con la sentenza 135/02 della Corte Costituzionale su cui, infatti, la Sentenza a Su Prisco 26795/06 torna ripetutamente, con considerazioni in verità ampiamente condivisibili La decisione non è priva di ambiguità perché fa apparire inammissibili le riprese visive di comportamenti non comunicativi effettuati in ambito domiciliare ma non lo dichiara espressamente, come sarebbe stato naturale in un contesto in cui le riprese erano avvenute nel presupposto che fosse applicabile la disposizione dell'articolo 189 Cpp e il giudice aveva messo in discussione la legittimità costituzionale di questa norma, oltre che degli articoli 266-271 Cpp. È chiaro che le regole di garanzia richieste dall'articolo 14 Costituzione e la disciplina dei casi e dei modi delle intrusioni domiciliari non possono rinvenirsi nell'articolo 189 Cpp, dato che la disposizione non le contiene, e per la sua naturale genericità non le potrebbe contenere, dovendo riferirsi a tutte le prove non disciplinate dalla legge. In questo senso sembra da leggere la Sentenza della Corte, che con l'uso del condizionale nella parte conclusiva dove si afferma che l'ipotesi in questione potrebbe essere disciplinata solo dal legislatore , fa intendere che allo stato una disciplina conforme all'articolo 14 Costituzione manca. Se ne dovrebbe dedurre che la mancanza renda illegittima la ripresa visiva e inammissibile la prova che si fondi sui risultati della stessa, ma questo la Corte non lo ha detto, lasciando permanere un margine di incertezza Il cui effetto è appunto stata la nuova denuncia di costituzionalità, che occorre dirlo assume connotati certamente di maggior ampiezza rispetto a quello già deciso Insomma, all'indomani della recentissima sentenza della prima sezione della Sc qui in breve commento il parziale spunto di chiarezza frutto della Sentenza Prisco, sembra nuovamente ridimensionato, tanto da far ritenere possibile, come si è di recente purtroppo verificato con i problemi interpretativi connessi alla disciplina dell'articolo 297ter Cpp, in materia di contestazione a catena un nuovo intervento delle Su. L'unica cosa certa è che ora, anche se sotto profili parzialmente diversi, la decisione torna al Tribunale per il riesame di Napoli. * Avvocato

Cassazione - Sezione prima penale cc - sentenza 25 ottobre-14 novembre 2006, n. 37530 Presidente Fazzioli - Relatore Mocali Pg Consoli - Ricorrente Pm in proc. Arcione ed altri Osserva Il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Napoli, con atto del 24 novembre 2005, chiedeva al Gip l'applicazione della misura cautelare della custodia in carcere, nei confronti di plurimi soggetti, indagati per i reati di associazione per delinquere, ricettazione, riciclaggio e traffico illecito di rifiuti. Con ordinanza del 25 novembre 2005, il Gip accoglieva la richiesta nei riguardi di Fabio Meola - che poneva agli arresti domiciliari - rigettandola per tutte le altre posizioni. Su appello del Pm, il tribunale - costituito ai sensi dell'articolo 310 Cpp - con l'ordinanza di cui in epigrafe per quanto ancora qui rileva , esclusa la sussistenza del delitto associativo, applicava a Raffaele Meola la misura degli arresti domiciliari e a Maurizio Arcione, Angelo Curcio, Francesco Curcio, Giuseppe Greco e Mario Simeoli il divieto di dimora in comune di Qualiano. Rigettata preliminarmente l'eccezione di inutilizzabilità delle videoriprese eseguite per iniziativa della Pg, sul rilievo che alle stesse si era proceduto con apparecchio collocato all'esterno dell'edificio interessato e avendo per oggetto un ampio piazzale, c che quindi non poteva parlarsi di violata riservatezza di un luogo di privata dimora, osservava il tribunale che l'indagine aveva riguardato l'attività della soc. Mafer - il cui ramo di operatività avrebbe dovuto riguardare solo la rottamazione di veicoli fuori uso - presso la quale. era stato controllato il flusso di veicoli denunciati come oggetto di furto o rapina in buone condizioni e spesso di rilevante valore, che venivano smontati c le cui parti erano poi avviate altrove per il reimpiego. I pezzi non utilizzati, venivano compressi e trattati come rifiuti, senza però l'uso delle cautele e delle metodologie tecniche prescritte dalla legge 209/003. Osservava il tribunale che tali operazioni, realizzate in numero superiore a sessanta nell'arco di un mese, avvenivano con grande velocità, spesso di notte e allo scopo di procurare utili per la società, il cui titolare, Fabio Meola, aveva reso al riguardo ampia confessione. Era dunque evidente che le ipotesi di ricettazione, riciclaggio e illegale smaltimento di rifiuti speciali erano assistite da un quadro indiziario grave, che coinvolgeva non solo i titolari della società ivi compreso, in funzione direttiva di fatto, il padre del Meola, Raffaele ma anche Francesco Curcio, che ne curava l'amministrazione ed era sempre presente in loco anche quando si svolgevano le operazioni sopra descritte, il guardiano notturno Giuseppe Greco c gli altri dipendenti, la cui consapevolezza della illegalità dell'attività svolta derivava dalle modalità della condotta e dalla tipologia dei beni sui quali essa si estrinsecava. Si era trattato, dunque, di un operare concorsuale, che tuttavia non attingeva il livello dell'associazione, sia perché non era dato sapere se vi fosse suddivisione degli utili, sia perché non era provato che vi fosse stata adesione ad un patto associativo con l'intento di parteciparvi stabilmente. Ricorrevano esigenze cautelari - volte ad evitare il pericolo della reiterazione del reato, stante la non occasionalità delle illecite condotte - alle quali si poteva ritenere adeguata, per Raffaele Meola, la misura degli arresti domiciliari, e per i dipendenti quella del divieto di dimorare nel comune nel quale operava la soc. Mafer. Avverso tale pronuncia ricorrevano per cassazione il Pm e gli indagati sopra indicati. Il Pm denunciava violazione di legge e vizio della motivazione. Ricorrevano nella fattispecie gli elementi costitutivi del delitto previsto dall'articolo 416 Cp il tribunale lo aveva escluso, sulla base della non provata suddivisione degli utili, ma tale aspetto, in sé non decisivo, era di fatto contraddetto dalla circostanza che tutti gli indagati, partecipando retribuiti alle illegali operazioni loro addebitate, vivevano degli illeciti proventi realizzati dalla società. Questa, poi, era inserita stabilmente nel circuito della ricettazione e del riciclaggio di veicoli, come dimostrava il numero delle operazioni rilevate e che - singolare circostanza - vedeva avvinti da vincoli parentali o di affinità tutti i soggetti coinvolti. Si era dunque in presenza di un gruppo stabilmente strutturato, con ripartizione dei ruoli fra i Meola, promotori e organizzatori, e gli altri, coordinati nelle illecite e svariate attività il sincronismo delle operazioni denotava l'ampiezza del lasso temporale che ne vedeva lo svolgimento al di là della eventuale mancata conoscenza fra tutti gli operatori, ciò che rilevava era la consapevolezza di compartecipare alle criminose attività cui la Mafer era finalizzata, del che erano prova gli stessi elementi sintomatici evidenziati dall' ordinanza impugnata. Fermo quindi il quadro di gravità indiziaria anche per il delitto associativo, si palesava la inadeguatezza delle misure disposte, per fronteggiare le emergenti esigenze cautelari, apparendo idonea solo quella custodiale, anche in considerazione della assoluta inefficacia del divieto di dimora in comune di Qualiano, nel quale nessuno degli indagati aveva la propria residenza. Il Simeoli denunciava violazione di legge e vizio della motivazione. Né in punto di gravità indiziaria, né in punto di esigenze cautelari, l'ordinanza impugnata esponeva un logico e condivisibile ragionamento, non fornendo certezze sul primo aspetto e adottando mere formule di stile sul secondo. Nell'interesse del Grieco, il difensore riproponeva l'eccezione di inutilizzabilità delle videoriprese, svoltesi in luogo sicuramente qualificabile come di privata dimora e quindi in violazione della riservatezza dei soggetti che vi operavano e deduceva la inconsistenza del quadro indiziario, stante la posizione di semplice guardiano notturno rivestita, per pochi mesi, dal ricorrente, che non era a conoscenza, né poteva sospettare, che illecite attività si svolgessero all'interno dei locali sociali. Nell'interesse del Curcio, il difensore, con separati ma sostanzialmente identici atti di impugnazione, denunciava preliminarmente la inutilizzabilità delle videoriprese, negli stessi termini sopra visti. Deduceva, poi, vizio della motivazione in punto di gravità indiziaria, giacché, anche utilizzandosi il predetto materiale probatorio, non era minimamente dimostrato che i ricorrenti avessero svolto attività diverse da quelle lecite per le quali erano stati assunti. Si trattava di operai che lavoravano in osservanza delle disposizioni loro impartite, nella assoluta inconsapevolezza degli aspetti illegali evidenziati nell'ordinanza impugnata. In punto di esigenze cautelari, infine, l'incensuratezza dei ricorrenti e le precedenti osservazioni escludevano in radice la possibilità della reiterazione criminosa i giudici dell'appello, del resto, non avevano minimamente argomentato sulla idoneità c adeguatezza della misura applicata, né tenuto conto di circostanze rilevanti, come la cessazione dell'attività da parte della Mafer e quindi del rapporto di lavoro, e la residenza in Napoli del Curcio. Nell'interesse dell' Arcione, il difensore riproponeva l'eccezione di inutilizzabilità delle videoriprese, come sopra riferito. Denunciava poi vizio della motivazione quanto alla ritenuta gravità indiziaria per le imputazioni diverse da quella associativa, sia perché, anzitutto, non vi era stata documentazione cinematografica delle attività di smontaggio cui il tribunale si era richiamato, sia perché non si era tenuto conto della posizione del ricorrente, che aveva lavorato alle dipendenze della Mafer come gruista, senza avere mai avuto cognizione delle attività illegali ad altri attribuite. L'Arcione, resosi conto della logica sparizione di tal uni veicoli di evidente valore, aveva chiesto addirittura spiegazioni al Meola, che però lo aveva rassicurato con plausibili argomentazioni sulla lecita provenienza degli stessi del resto, lo stesso Meola, nel rendere ampia confessione, aveva escluso che gli operai fossero al corrente della sua vera operatività. Mancava quindi ogni elemento di responsabilità a carico del ricorrente. Nell'interesse di Raffaele Meola, il difensore avv. Rastrelli ripresentava, analogamente agli altri ricorrenti, formale eccezione di inutilizzabilità del materiale probatorio sopra ricordato, per le stesse ragioni già viste. Denunciava poi vizio della motivazione in punto di ritenuta gravità indiziaria, non essendo dato comprendere come, essendogli stata attribuita una direzione di fatto dell'attività della Mafer, si fosse poi contestato al ricorrente un solo episodio di partecipazione alla illecita attività di rottamazione mentre era inspiegabi1e che lo si fosse ritenuto responsabile, sulla base di semplici riprese visive, di avere impartito ordini ai dipendenti, a proposito delle ipotesi illegali imputate alla Mafer. In punto di esigenze cautelari, il tribunale aveva argomentato, con esplicita premessa, a prescindere dall'attività svolta dal ricorrente, laddove questo avrebbe dovuto essere il principale presupposto dell'affermato rischio della reiterazione criminosa immotivata era poi l'attribuzione di una maggiore capacità criminale rispetto ai coindagati. Sempre nell'interesse del Meola, il difensore avv. Valteroni reiterava la censura di inutilizzabilità delle videoriprese, rilevando poi il vizio della motivazione in punto di gravità indizi aria, essendo emersa una sola circostanza nella quale il ricorrente aveva sostituito il figlio assente e non avendo mai il medesimo agito in proprio, nell'ambito delle attività della Mafcr. Era quindi priva di logica concatenazione la mera esposizione di elementi di giudizio ritenuti a carico del Meola. Il ricorso del Simeoli è inammissibile, stante l'assoluta genericità delle censure mosse al provvedimento impugnato, alle cui argomentazioni il ricorrente non oppone, in sostanza, alcuna valida c controllabi1e obiezione. Sono infondati gli altri ricorsi delle parti private. Occorre esaminare preliminarmente, la questione - comune a tutti - della utilizzabilità delle videoriprese, eseguite senza la previa autorizzazione dell'autorità giudiziaria e per iniziativa della polizia investigativa, mediante collocazione di videocamera fissa, all'esterno dell'edificio nel quale operava la soc. Mafer. In tale materia sono intervenute recentemente le Su di questa Corte colla sentenza 28.3.2006, Prisco , dettando principii - ovviamente condivisi da questo Collegio - che utilmente possono essere calati nella presente fattispecie. È anzitutto da rilevare che il tipo di prova realizzato colla cennata tecnica, rientra nella previsione dell'articolo 189 Cpp non essendovi nell'ordinamento processual penalistico altra specifica collocazione e quindi sarà destinato - una volta superato il vaglio della fase delle indagini preliminari - alla valutazione del giudice nelle specifiche modalità ivi previste, trattandosi, invero, della documentazione di attività investigativa non ripetibile, che può essere allegata al relativo verbale e inserita, da ultimo, nel fascicolo per il dibattimento. Il problema che pone la videoregistrazione di cose, luoghi o persone è quella della tutela della riservatezza e, in particolare, di quel particolare ambito che è il domicilio, altre volte inteso come la privata dimora del soggetto indagato. Poiché le videoriprese si sono svolte mediante camera esterna all'edificio, del quale inquadravano l'ingresso e il cortile, deve anzitutto escludersi una intrusione nella privata dimora , ma anche nel domicilio , in quanto tali concetti individuano un particolare rapporto con il luogo in cui si svolge la vita privata, in modo da sottrarre la persona da ingerenze esterne, indipendentemente dalla sua presenza. Non pare possa rientrare in simile ambito il luogo in cui si svolge una attività lavorativa, oltre tutto esposta alle ispezioni visive dei soggetti che si trovano all'esterno tanto che nella fatti specie, sostanzialmente potrebbe equipararsi l'impiego della videocamera ad una operazione di appostamento, eseguita nei limiti dell'autonomia investigativa che la legge delinea per la Pg, e sulla quale non potrebbero avanzarsi le obiezioni che si muovono alle videoriprese . Il concetto di domicilio , non può dunque essere esteso fino a farlo coincidere con un qualunque ambiente, che, in qualche modo, tenda a garantire intimità e riservatezza, ed anzi deve esservi - tra il luogo e la persona - un rapporto tale da giustificarne la tutela anche in assenza della stessa. Requisiti ne sono, principalmente, non tanto lo jus excludendi richiamato dai ricorrenti e che generalmente si attaglia a situazioni collegate sia al diritto di proprietà sia a quello della riservatezza dei rapporti personali, quanto la caratteristica dell' attività che vi si svolga e che appaia meritevole di tutela della riservatezza. Nella specie, come si è visto, le riprese avvenivano dalla strada, interessavano luoghi non materialmente tutelati e riprendevano gesti della vita quotidiana non meritevoli, per mancanza di intimo collegan1ento colla persona, di essere ricompresi tra quelli riservati . La rilevanza probatoria delle videoriprese è stata colta dal tribunale del riesame nella funzione di riscontro all'ampia confessione resa da Fabio Meola, principale gestore della illecita attività ma, in buona sostanza, della esistenza dei fatti materiali di ricettazione, riciclaggio e illecita dispersione dei rifiuti, tutti i ricorrenti, in quanto materialmente concorsi in tali attività, hanno dovuto dare atto. Vi sono state tal une diversificazioni personali, ma irrilevanti in modo manifesto e come tali motivate dal tribunale ciò valga per il Grieco, guardiano notturno che introduceva i veicoli destinati alla rottamazione e al riciclaggio per i Curcio, la cui tesi difensiva di avere svolto solo i compiti loro affidati dal datore di lavoro, urta contro la evidenza della illegalità degli stessi per l'Arcione, che addirittura aveva sospettato la irregolarità di quanto avveniva alla Mafer e pure si era accontentato asseritamente delle risibili spiegazioni del Meola per il padre di questi, che, svolgendo una linea difensiva in termini di puro fatto e come tale non sindacabile da questa Corte ricollega la inconsistenza del quadro indiziano che lo riguarda, alla documentazione di un solo episodio, nel quale, peraltro, le funzioni direttive che i giudici di merito gli hanno attribuito sono state ben evidenziate dall'ordinanza impugnata. Non vi è dunque dubbio che, ai fini della gravità indiziaria la quale postula non un accertamento di responsabilità, ma di qualificata probabilità che l'accusa regga nella dialettica dibattimentale , l'ordinanza in esame contenga motivazione corretta sul piano logico-giuridico. Sono sostanzialmente generiche e in fatto le doglianze esposte quanto alle ritenute esigenze cautelaTi e alla congruità delle misure applicate, e del resto superate da quanto si verrà di seguito osservando. È fondato il ricorso del Pm, che deduce vizio della motivazione in punto di denegato delitto associativo. L'ordinanza di riesame basa il relativo convincimento, come si è visto in narrativa, sulla non provata partecipazione dei varii soggetti agli utili illegalmente realizzati c sulla inconsapevolezza della partecipazione ad un programma criminoso. Il primo argomento è sia irrilevante giacché non assume veste decisiva, quale elemento costitutivo del delitto previsto dall'articolo 416 Cp, la suddivisione degli illeciti ricavi sia manifestamente illogico e infondato, dal momento che la soc. Mafer si era dedicata esclusivamente ad attività illegale e quindi anche la sola retribuzione della mano d'opera proveniva dai detti ricavi e integrava conseguentemente la partecipazione agli utili. Ma i giudici del riesame non potevano - per escludere la sussistenza del sodalizio - limitarsi a negare la prova della cosiddetta affectio societatis, nella situazione oggettiva che si presentava alloro esame appariva esistente una stabile organizzazione, in quanto la veste sociale della Mafer era lo strumento apparentemente legale per realizzare i progettati reati-fine vi era ripartizione dei ruoli, essendo diversificata la posizione del Meola rispetto a quella dei dipendenti questi svolgevano attività di tipo sostanzialmente clandestino, lavorando assiduamente e specialmente di notte tale attività era frenetica e comportava di intervenire su oggetti anche palesemente estranei alle necessità della rottamazione vi era, tra tutti costoro, un qualche legame parentale. Prima, dunque, di escludere la sussistenza del sodalizio solo per un deficit probatorio sull'elemento psicologico qui, peraltro, evidenziato anche dal ristretto numero dei partecipi, dalla reciproca conoscenza, dalla consapevolezza por sottolineata nella stessa ordinanza, a proposito dei reati satellitari , il tribunale avrebbe dovuto più attentamente valutare gli altri dati indizianti, per giungere ad una motivazione attendibile sul piano logico-giuridico. Entro tali limiti l'ordinanza in esame deve essere annullata, con rinvio al medesimo giudice, per un nuovo esame alla luce delle considerazioni sopra svolte. Seguono poi le ulteriori statuizioni indicate nel dispositivo. PQM Annulla l'ordinanza impugnata, limitatamente al delitto di cui all'articolo 416 Cp e rinvia per nuovo esame sul punto al tribunale di Napoli. Dichiara inammissibile il ricorso di Simeoli Mario rigetta i ricorsi di Grieco Giuseppe, Curcio Angelo, Curcio Francesco, Arcione Maurizio e Meola Raffaele. Condanna tutti i predetti in solido al pagamento delle spese processuali e il solo Simeoli anche al versamento della somma di 500,00 euro alla Cassa delle ammende.