Danno esistenziale differenziale da infortunio sul lavoro per colpa dell'amministrazione: una sentenza innovativa

di Antonio Salvati

Deve ritenersi risarcibile il danno esistenziale cagionato da una P.A. che, in qualità di datore di lavoro, incorra in violazioni delle norme di prevenzioni contro gli infortuni ed a tutela della sicurezza e dell'igiene del lavoro determinando un infortunio di un proprio dipendente. In tal caso, a quest'ultimo spetta il risarcimento del cd.danno differenziale, ovvero della somma corrispondente alla differenza tra quanto percepito dall'I.N.A.I.L. a titolo di indennizzo per l'infortunio ed il danno complessivo effettivamente subito articolo ,11 D.P.R. 1124/1965 , nell'ambito di un'ipotesi di responsabilità contrattuale. Le peculiarità soggettive della P.A. non consentono di delineare uno specifico regime di responsabilità civile applicabile alla sola Amministrazione una responsabilità cd.da contatto nei confronti della P.A. è quindi ipotizzabile solo in presenza di un affidamento giuridicamente rilevante del privato conseguente a specifiche norme di legge nel caso di attività provvedimentale ovvero, nel diverso caso di un'attività materiale della P.A., nei limiti in cui possa dirsi insorto un rapporto contrattuale di fatto. Accanto ad una responsabilità civile della P.A. per colpa specifica derivante dalla violazione di specifiche disposizioni di legge, deve ritenersi parimenti configurabile una diversa responsabilità per colpa generica . Tale ultima ipotesi di responsabilità colposa deriva dalla violazione di parametri operativi di natura generale, non codificati in disposizioni normative. Nella liquidazione del danno esistenziale deve farsi ricorso ad un'equazione cd.equazione di Liberati che, individuando il danno finale in una percentuale di un valore-vita complessivo diverso per ciascun soggetto, ne valuti in concreto le caratteristiche sulla base a della capacità di permanenza nel tempo della lesione esistenziale fattore cd.temporale b dell'entità di detta lesione fattore cd.quantitativo c delle caratteristiche soggettive del danneggiato. di Antonio Salvati * Con la sentenza in esame il T.A.R. Lombardia ha affrontato in maniera sistematica e, per certi versi, del tutto innovativa, la fattispecie della responsabilità civile della P.A. alla luce delle più recenti tendenze interpretative in materia. Chiamato a decidere sulla domanda di risarcimento del danno non patrimoniale derivato ad una dipendente di un ente ospedaliero da un infortunio incorso nello svolgimento della propria prestazione lavorativa, il T.A.R. lombardo ha infatti analizzato in maniera sistematica il sistema complessivo della responsabilità civile della Pubblica Amministrazione, evidenziandone le peculiarità e dedicando particolare attenzione ai criteri di liquidazione del danno esistenziale. LA VICENDA Il caso concreto deciso dal T.A.R. appare quanto mai lineare A.P., dipendente dell'Azienda Ospedaliera Ospedale di Circolo Fondazione Macchi di Varese, ha riportato nel novembre 1996 un infortunio sul luogo di lavoro scivolando mentre trasportava alcune lastre radiografiche. La lavoratrice ha quindi convenuto in giudizio la P.A. di appartenenza per ottenere il risarcimento del cd.differenziale, ovvero della somma corrispondente alla differenza tra quanto percepito dall'I.N.A.I.L. a titolo di indennizzo per l'infortunio ed il danno complessivo effettivamente subito articolo ,11 D.P.R. 1124/1965 . Fermo restando il diritto all'indennizzo, il lavoratore può infatti esperire un'autonoma azione di risarcimento in tutti i casi in cui a l'infortunio derivi da fatti o condotte imputabili allo stesso datore di lavoro od ai suoi incaricati e dipendenti C.Cost., 22/1967 costituenti reati perseguibili d'ufficio per violazione delle norme di prevenzioni contro gli infortuni ed a tutela della sicurezza e dell'igiene del lavoro b sussista un danno liquidabile in misura superiore all'ammontare delle prestazioni erogate dall'I.N.A.I.L. Nel caso di specie, in particolar modo, la lavoratrice ha lamentato la sussistenza di un danno esistenziale conseguente all'infortunio non liquidato dall'I.N.A.I.L., e ne ha pertanto espressamente chiesto il risarcimento. Si tratta quindi, con ogni evidenza, di una fattispecie tipica di danno non patrimoniale da inadempimento cagionato dalla P.A. Che si tratti di un risarcimento connesso ad un'ipotesi di responsabilità contrattuale è infatti correttamente evidenziato dal Tribunale nelle stesse valutazioni relative alla contestata giurisdizione del G.A. sussistente nel caso in esame, trattandosi di questione relativa a rapporto di lavoro pubblico emersa in data anteriore al 31.3.98 e proposta in giudizio prima del 15.9.00 articolo co.7 D.Lgs.165/2001 . La giurisprudenza della Corte di Cassazione ha difatti più volte affermato che la controversia risarcitoria avente ad oggetto il ristoro del danno c.d. differenziale, instaurata dal lavoratore infortunato contro il datore di lavoro sul presupposto che l'infortunio sia ascrivibile a colpa di costui per l'omessa predisposizione delle cautele stabilite per prevenire gli infortuni sul lavoro, ha ad oggetto un'ipotesi di responsabilità contrattuale del convenuto nello svolgimento del rapporto di lavoro subordinato da ultimo, Cass., 12093/2004 nello stesso senso, del resto, si erano già espresse Cass., 8828/1993 Cass., 2603/1989 Cass., 1295/1982 . LA DECISIONE DEL TRIBUNALE Il T.A.R. Lombardia ha accolto la domanda della dipendente ed ha condannato l'Azienda Ospedaliera, datore di lavoro, al risarcimento del danno. L'iter logico-giuridico seguito dall'organo giudicante presenta diversi spunti interessanti, relativi a alla struttura stessa della responsabilità civile della P.A. b alle peculiarità dell'elemento soggettivo della colpa in capo alla Pubblica Amministrazione c alla liquidazione del danno non patrimoniale, con specifico riferimento al danno esistenziale. In particolare, sotto questo ultimo profilo, il T.A.R. Lombardia ha fatto integrale applicazione della cd.equazione di Liberati dal nome dell'autore che l'ha recentemente formulata, peraltro estensore della sentenza stessa LIBERATI, La liquidazione del danno esistenziale, Padova, 2004 . LA RESPONSABILITA' CIVILE DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE Con riferimento al primo aspetto, il T.A.R. Lombardia ha delimitato e, di fatto, ridotto l'ambito di applicazione della cd.responsabilità da contatto amministrativo. Com'è noto, infatti, alla luce delle peculiarità soggettive del soggetto - P.A. ovvero, della sussistenza di interessi collettivi e superindividuali sottesi all'operato di quest'ultima e delle conseguenti specificità operative e comportamentali , alcune recenti tendenze interpretative hanno ricostruito la responsabilità civile della P.A. in termini di responsabilità cd.da contatto amministrativo, derivante cioè semplicemente dall'intervenuto instaurarsi di un rapporto di fatto tra il singolo interessato ed i pubblici uffici per una completa ricostruzione del dibattito sorto in materia CARINGELLA, Corso di diritto amministrativo, Milano, 2003, 513 ss. . Aderendo a tale ricostruzione, quindi, il semplice contatto tra il privato e la P.A. determinerebbe automaticamente in capo a quest'ultima l'insorgere di specifici obblighi di correttezza, di tutela dell'altrui affidamento, e soprattutto di rispetto delle normative settoriali operanti , giuridicamente rilevanti tanto sul piano provvedimentale quanto su quello comportamentale o materiale, la cui violazione determinerebbe l'insorgere di una responsabilità di tipo contrattuale dell'Amministrazione T.A.R. Puglia, 9 maggio 2002, numero T.A.R. Puglia, 17.5.2001, numero . Tale ricostruzione interpretativa della responsabilità civile della P.A. si è quindi affiancata alle altre due tesi prospettate in materia quella per così dire tradizionale , che ricorre al paradigma dell'articolo c.c., e quella della responsabilità cd.atipica, mutuata come affermato dal T.A.R. Lombardia nella sentenza in commento dalla struttura della responsabilità dello Stato e dell'amministrazione per mancata o elusiva applicazione della disposizione comunitaria . La tesi di una responsabilità civile della P.A. complessivamente riconducibile ad una responsabilità cd.da contatto, pur se mossa da indubbi intenti sistematici, presenta tuttavia alcuni punti critici. Se da un lato, infatti, consente di inquadrare unitariamente la responsabilità civile della Pubblica Amministrazione evidenziando che le peculiarità del soggetto tenuto al risarcimento sono tali da determinare automaticamente una responsabilità contrattuale di quest'ultimo per il solo fatto che siano stati violati specifici parametri di correttezza o di legalità operanti a seguito del contatto determinatosi tra il singolo interessato e le strutture della P.A. , dall'altro finisce con il modificare la struttura stessa della responsabilità civile sulla base delle caratteristiche, per così dire, individuali dei soggetti coinvolti. Appare quindi preferibile affermare che queste ultime ovvero, nel caso di specie, il fatto che ad essere tenuto al risarcimento sia un soggetto impersonale tenuto alla salvaguardia ed alla tutela di interessi pubblici nel rispetto dei principi costituzionali regolanti l'operato della P.A. debbano certamente rilevare, ma non tanto sul piano della struttura della responsabilità civile quanto su quello, connesso ma diverso, dell'interpretazione dei singoli elementi che compongono l'illecito ed, in particolare, dell'elemento soggettivo in tal senso, Cons.Stato, 6.8.2001, numero . In tal modo la responsabilità cd.da contatto diviene non più il paradigma generale della responsabilità civile della P.A., bensì un'ipotesi specifica di responsabilità dettata da ben precise disposizioni normative. In tal senso è la conclusione adottata dal T.A.R. Lombardia, a giudizio del quale una responsabilità cd.da contatto nei confronti della P.A. è ipotizzabile solo in presenza a sul piano provvedimentale ovvero, a fronte ad un'attività della P.A. consistente nell'espletamento di un procedimento volto all'individuazione ed alla comparazione degli interessi coinvolti in vista dell'emanazione di un provvedimento finale , di un affidamento giuridicamente rilevante del privato conseguente a specifiche norme di legge, prima tra tutte la L.241/1990 b sul piano comportamentale ovvero, a fronte di un'attività materiale della P.A. , nei limiti in cui possa dirsi insorto un rapporto contrattuale di fatto. Per il resto, come correttamente riportato nella sentenza in commento il modello da seguire anche nella ricostruzione della responsabilità civile degli enti pubblici è quello abitualmente in uso nel diritto privato la responsabilità aquiliana ex 2043 c.c. o ex 2059 c.c. in caso di danni non patrimoniali e la responsabilità contrattuale ex. 1218 c.c. o ex . 2087 c.c. nella materia lavoristica, almeno secondo la impostazione che si ritiene preferibile , oltre alla responsabilità precontrattuale . LE PECULIARITA' DELL'ELEMENTO SOGGETTIVO DELLA COLPA IN CAPO ALLA P.A. Se, però, le peculiarità del soggetto-P.A. non paiono costituire ragione sufficiente per disegnare un regime di responsabilità civile specifica in relazione all'operato delle pubbliche amministrazioni, non può negarsi che proprio tali peculiarità richiedano un'attenta valutazione dei requisiti strutturali classici della responsabilità in questione, con particolare riferimento all'elemento soggettivo. Di tanto appare pienamente consapevole il T.A.R. Lombardia che, nella pronuncia in commento, delinea una nozione per diversi aspetti innovativa della colpa della P.A. I giudici amministrativi partono anche in questo caso da una valutazione critica sulle tendenze in atto ad una sorta di oggettivizzazione dell'elemento colposo della P.A., di cui è espressione, a ben vedere, la stessa teoria della responsabilità cd. da contatto cfr. CARANTA, La pubblica amministrazione nell'età della responsabilità, in Foro it., 1999, I, 3201 ss. . Nel momento in cui si teorizza una responsabilità civile della P.A. per la semplice violazione degli obblighi disciplinanti ex lege il suo operato nel che, appunto, è in sostanza la responsabilità cd.da contatto , il ruolo dell'elemento soggettivo nella responsabilità della P.A. viene difatti ridotto fin quasi ad essere annullato. Se, infatti, dal verificarsi a danno di un terzo di un evento dannoso casualmente riconducibile ad una violazione, da parte della P.A., di specifici obblighi comportamentali, si desume automaticamente la sussistenza dell'elemento soggettivo in capo all'Amministrazione ovvero, della colpa di quest'ultima , appare evidente come non sussistano margini concreti per la valutazione effettiva di quest'ultimo. La colpa, quindi, nel sistema della responsabilità civile della P.A., finirebbe in pratica per l'essere riconnessa in re ipsa ad ogni violazione di legge da parte dell'amministrazione procedente. Tale essendo la tendenza interpretativa in atto dominante come riconosciuto anche dallo stesso T.A.R. Lombardia , va tuttavia osservato che la ricostruzione sistematica così riportata lascia spazio ad almeno due considerazioni critiche. Da un lato, appare evidente il discostamento dal sistema generale della responsabilità civile, nell'ambito del quale l'elemento soggettivo ovvero, la colpa od il dolo del soggetto chiamato al risarcimento del danno deve essere tendenzialmente ovvero, salvo specifiche ipotesi contrarie previste dalla legge dedotto ed accertato in via giudiziale. Dall'altro sussiste il rischio che, a fronte di un evento dannoso derivato ad un privato da un comportamento colposamente negligente della P.A. non costituente però, in concreto, alcuna violazione di legge, venga denegato il diritto al risarcimento del danno. In altre parole, sotto tale ultimo profilo, se l'unico parametro valutativo dell'elemento soggettivo della responsabilità della P.A. è il rispetto delle norme che ne regolano e ne disciplinano l'operato, appare evidente che, ove non sussista violazione di queste ultime, ben difficilmente risulterà configurabile un illecito e, conseguenzialmente, un diritto al risarcimento in favore del soggetto leso. Una possibile soluzione, in proposito, viene fornita proprio dal T.A.R. Lombardia nella sentenza in commento. I giudici amministrativi, mutuando la costruzione della colpa propria del diritto penale, hanno infatti ipotizzato, accanto ad una responsabilità civile della P.A. per colpa specifica ovvero, come espressamente affermato in motivazione, derivante dalla violazione di specifiche disposizioni di legge - del resto frequentissime nell'ambito applicativo dell'attività della P.A. , una diversa responsabilità per colpa generica . Tale ultima ipotesi di responsabilità colposa deriverebbe dalla violazione di parametri operativi di natura generale, non codificati in specifiche disposizioni normative, la cui sussistenza e la cui rilevanza causale andrebbero in concreto provati dall'interessato a differenza di quanto invece accade in presenza di una colpa specifica nel cui caso, com'è ovvio, al privato basterà provare la semplice sussistenza di un danno e la connessione causale con una violazione di legge da parte della P.A. per vedersi riconoscere il diritto al risarcimento . LA LIQUIDAZIONE DEL DANNO ESISTENZIALE Nell'ultima parte della sentenza, una volta accertata la sussistenza di una condotta negligente dell'Azienda Ospedaliera nella manutenzione dei luoghi di lavoro integrante gli estremi di una colpa specifica per violazione dell'articolo D.P.R. 547/1955 e di un nesso di causalità tra il danno patito dalla ricorrente e l'infortunio addebitabile alla condotta colposa del datore di lavoro, il T.A.R. Lombardia ha ritenuto concretamente risarcibile il danno esistenziale lamentato dalla lavoratrice ed ha utilizzato un innovativo criterio di quantificazione di quest'ultimo. Sotto il primo profilo, il T.A.R. Lombardia ha preso decisamente posizione in senso favorevole alla risarcibilità del cd.danno esistenziale. Si tratta, com'è noto, di un'ipotesi di danno che consiste nella compromissione alla sfera realizzatrice di un individuo ed attiene al fare della vittima che, come ben sintetizzato dai giudici amministrativi nella sentenza in commento, si traduce in pratica in un non poter fare più, in un poter fare in modo diverso, o, ancora, in un dover fare come nel caso di cure mediche periodiche , a causa della lesione subita . La progressiva affermazione di tale categoria di danno non patrimoniale che, va sinteticamente ricordato, si distingue a dal danno biologico in quanto non connotato da una lesione dell'integrità psicofisica del soggetto danneggiato b dal danno morale in quanto non connotato da una sofferenza ha caratterizzato la più recente evoluzione del concetto di responsabilità civile. Senza voler ripercorrere in questa sede le tappe della progressiva evoluzione della categoria del danno esistenziale in dottrina ZIVIZ, La tutela risarcitoria della persona danno morale e danno esistenziale, Milano, 1999 PETTI, Il risarcimento dei danni biologico, genetico, esistenziale, Torino, 2001 in giurisprudenza Cass., Sez.Un., 8827/2003 Cass., 8828/2003, entrambe in Giur.it., 1/2004, p.279 con nota di SUPPA, La svolta della Cassazione in tema di danno non patrimoniale la nuova valenza dell'articolo c.c. Corte Cost., 233/2003, in Giur.it., 4/2003, p.723, con nota di CASSANO, La responsabilità civile con due belle? gambe, e non più zoppa , va osservato che, nell'attuale momento storico, mentre si moltiplicano le sentenze che ne riconoscono la piena risarcibilità, si pone con sempre maggior rilievo il problema della sua quantificazione. La principale se non, per certi versi, l'unica critica che viene mossa infatti a tale categoria di danno è l'assoluta aleatorietà del risarcimento, rimesso in pratica all'assoluta discrezionalità del giudicante. In proposito, tuttavia, appaiono d'obbligo due considerazioni preliminari. La prima consiste nell'ovvio rilievo che un possibile rimedio ad un'incontrollata proliferazione del danno esistenziale è rinvenibile negli stessi strumenti processuali posti a disposizione del giudice. Come ogni altro danno, infatti, anche il danno esistenziale andrà specificamente dedotto e provato. La seconda si traduce nell'altrettanto ovvia considerazione secondo cui la difficoltà pratica di quantificare in maniera oggettiva un danno non appare ragione sufficiente, in un sistema di valori costituzionalmente orientato, per escludere la risarcibilità del danno stesso Meglio appare quindi focalizzare l'attenzione sui tentativi della giurisprudenza volti ad individuare criteri logici oggettivi per procedere ad una liquidazione del danno esistenziale. Un primo orientamento, fatto proprio dalla stessa Corte di Cassazione citata in precedenza Cass., 8827 - 8828/2003, cit. , ritiene possibile effettuare tale quantificazione semplicemente ricorrendo alle tabelle elaborate dalla prassi giurisprudenziale per la liquidazione omnicomprensiva del danno morale soggettivo. Queste ultime sarebbero infatti state predisposte tenendo conto di tutte le possibili implicazioni e di tutti i possibili aspetti della sofferenza risarcibile a seguito di un illecito extracontrattuale la prassi giudiziaria ha infatti attuato, anche se non sempre in modo consapevole, una dilatazione degli originari ambiti concettuali del danno morale soggettivo ricomprendendo tutte le rinunce collegate alle sofferenze provocate dal fatto lesivo costituente reato Cass., 8827/2003, cit. . Ne deriva che spetta al giudice il quale è peraltro tenuto, nel caso di attribuzione congiunta del danno morale soggettivo e del danno da perdita del rapporto parentale -danno pacificamente di tipo esistenziale-, ad assicurare che sia raggiunto un giusto equilibrio tra le varie voci che concorrono a determinare il complessivo risarcimento evitando duplicazioni risarcitorie Cass., 8828/2003, cit. , il quale accolga la domanda risarcitoria, procedere all'adeguamento al caso di specie delle previsioni tabellari alla luce delle caratteristiche peculiari del caso concreto e dar luogo alla quantificazione del danno. Il riferimento diretto alle tabelle per la quantificazione del risarcimento del danno morale in uso presso i tribunali, pur costituendo un primo passo verso una quantificabilità oggettiva del danno esistenziale, presenta però un punto critico. Non sempre, infatti, danno esistenziale e danno morale sono connessi tra loro in termini di proporzionalità matematica a seconda delle singole specificità soggettive relative alla persona del danneggiato, infatti, ad un danno morale ovvero, ad una sofferenza transitoria ridotto può conseguire una compromissione delle attività esplicatrici delle personalità ovvero, un danno esistenziale molto più rilevante sul punto, LIBERATI, cit., 261 . Una recente pronuncia di merito Trib. Palmi, 21.5.2004 numero , in Giurisprudenza Italiana, 2004, numero , peraltro resa proprio in fattispecie di responsabilità da contatto sociale trattandosi di danno esistenziale conseguente ad erroneo intervento chirurgico da parte di struttura pubblica , ha successivamente affrontato lo stesso problema, proponendo una diversa soluzione. Partendo dalla definizione del danno esistenziale come lesione alla qualità complessiva della vita, ovvero come riduzione delle possibili modalità esplicative della personalità del soggetto danneggiato nel corso della sua esistenza, si è ritenuto quantificabile il danno in questione in una percentuale avente come punto di riferimento il massimo danno capitalizzabile dal singolo individuo, ovvero nel danno biologico da morte. In altre parole, prendendo come valore di base l'importo tabellare del danno più grave che possa determinarsi al soggetto vittima dell'altrui illecito ovvero, il massimo del danno biologico secondo le tabelle in uso nei singoli tribunali , si è ritenuto quantificabile in via equitativa il danno cd. esistenziale ovvero il peggioramento della qualità della vita come percentuale di tale danno. L'importo così ottenuto andrebbe poi parametrato alle caratteristiche del caso concreto in esame sia sul versante soggettivo età, tipo di professione svolta, interessi perseguiti di tipo anche extralavorativo od altro che su quello oggettivo tipo di patologia riportata, sua incisività e sua capacità limitativa possibilità di miglioramento a seguito di cure mediche , in tal modo giungendo ad un'effettiva personalizzazione del risarcimento. Tale ricostruzione presenta alcuni punti di contatto con un diverso criterio di liquidazione recentemente proposto in dottrina BILOTTA, Atti del convegno Il danno esistenziale oggi , Marsala, 28 giugno 2004 . A giudizio dell'autore, infatti, sarebbe possibile individuare nella vita di una persona cinque cd.macroaree o tipologie di attività in grado di esprimere tutte le diverse espressioni della sua realizzazione individuale attività biologico sussistenziali attività connesse alla sfera di affettività familiare attività lavorative, attività sociali/politico/associative e, da ultimo, attività di svago. Partendo dal presupposto che il danno biologico non è altro che il danno esistenziale standard che deriva da ogni alterazione della funzionalità fisio-psichica, e che quindi l'ipotetica impossibilità di svolgere alcuna attività quotidiana - e cioè l'alterazione totale e definitiva dell'esistenza - consiste in una percentuale pari al 100% del danno biologico, anche la teoria in esame individua quindi tale ultimo valore ottenuto mediante i consueti parametri tabellari come valore massimo delle cinque macroaree indicate. In concreto, allora, il danno esistenziale risarcibile sarà pari a nel caso di danno derivante da lesione dell'integrità fisio-psichica, alla differenza tra tale valore base il 100% del danno biologico tabellare e quanto già liquidato a titolo di danno biologico b in tutti gli altri casi, ad una percentuale del valore base decurtato dal valore dell'area biologico sussistenziale non coinvolta nel caso di specie , da determinarsi dal giudice in via equitativa alla luce delle circostanze del caso concreto. Il T.A.R. Lombardia, nella sentenza in commento, ha adottato una più articolata versione dei criteri sin qui indicati, partendo da un diverso presupposto. Pur riconoscendo necessario individuare un valorebase definito valore vita o V sul quale procedere alla quantificazione del danno esistenziale alla luce delle peculiarità del caso concreto, il T.A.R. ha infatti ritenuto che quest'ultimo non possa essere automaticamente pari al 100% del danno biologico. Secondo i giudici amministrativi lombardi, infatti, il danno biologico è categoria di danno troppo diversa dal danno esistenziale per operare come parametro di riferimento per la quantificazione di V ovvero, va ripetuto, di quel valore vita complessivo di cui la lesione delle attività realizzatrici dell'individuo -ARcostituisce percentuale matematica . In applicazione della già citata equazione di Liberati, quindi, il T.A.R. ha dato luogo ad una diversa quantificazione del danno esistenziale. Quest'ultimo DE viene infatti concretamente ritenuto pari ad una ben determinata percentuale di compromissione delle capacità di affermazione della personalità del danneggiato a seguito dell'altrui illecito AR , a sua volta esprimibile in una percentuale del valore vita complessivo V del danneggiato. In altre parole, quindi, il danno esistenziale DE si traduce in una percentuale di compromissione dell'insieme delle attività realizzatrici dell'individuo AR , non superiori al valore vita complessivo V , essendo infatti evidente che una lesione alle attività esplicative della personalità, per quanto grave, non può determinare un vulnus di entità superiore al valore vita complessivo. Una volta individuato il valore fondamentale, è quindi possibile dar luogo ad una progressiva e completa personalizzazione del risarcimento, operando una distinzione a tra un danno esistenziale permanente ed uno temporaneo, a seconda della capacità di permanenza nel tempo delle conseguenze negative per il danneggiato fattore cd. temporale b tra un danno esistenziale totale o limitante, a seconda della capacità degli effetti negativi derivanti dall'altrui illecito di impedire del tutto o di rendere semplicemente più difficoltosa l'attività realizzatrice dell'interessato fattore cd. quantitativo c sulla base delle caratteristiche soggettive del danneggiato, ovvero dell'importanza che, per abitudini, educazione, tendenze ed aspirazioni personali, l'attività compromessa aveva per il soggetto interessato. Il T.A.R. Lombardia enucleato quindi tutte le possibili connotazioni concrete del danno esistenziale in tal modo ottenibili, evidenziando le formule matematiche operanti per la sua concreta quantificazione. In primo luogo il T.A.R. ha distinto così un danno esistenziale totale permanente da un danno esistenziale totale temporaneo. Nel primo caso il danno DE , in concreto, costituisce una percentuale diretta del valore vita per cui, in termini matematici, DE= [ a/100 V] . Nel secondo caso, invece, il danno esistenziale totale temporaneo si determina moltiplicando il valore percentuale così ottenuto in precedenza per un fattore g/E x365 che rappresenta l'incidenza temporale della limitazione in base alla probabilistica previsione di vita futura E del danneggiato per cui DE = [ a/100 V] x g/E x 365 . Con riferimento al parametro cd. quantitativo, il T.A.R. Lombardia ha quantificato poi il danno esistenziale limitante e, quindi, non totale , distinguendo anche in questa occasione tra danno permanente e danno temporaneo. Com'è ovvio, il danno esistenziale limitante è costituito da una percentuale di limitazione dell'attività realizzatrice compromessa b/100 , a sua volta costituita, come già rilevato, da una percentuale del valore vita V per cui DE= b/100 x a/100 V . Inserendo la stessa formula adattatrice utilizzata in precedenza per quantificare le conseguenze temporanee e non permanenti del danno g/E x365 , sarà a questo punto agevole ottenere anche la formula per calcolare il danno esistenziale limitante temporaneo per cui. DE= b/100 x [ a/100 V] x g/E x365 . Da ultimo, il meccanismo di quantificazione del danno esistenziale fatto proprio dal T.A.R. Lombardia demanda al giudice il compito di personalizzare ulteriormente il danno, moltiplicando i risultati così ottenuti per il cd.correttivo soggettivo un valore S che, a seconda dei casi, può essere eguale, maggiore o minore di 1, per cui S=1 oppure S 1 . In altre parole, sulla base della concreta rilevanza che la lesione delle attività realizzatrici ha per il soggetto danneggiato valore mutevole a seconda dell'età, delle aspirazioni, delle tradizioni personali e familiari e così via , l'organo giudicante sarà chiamato a moltiplicare i risultati ottenuti per un valore maggiore o minore di 1 a seconda che le conseguenze negative vengano percepite con maggiore o minore intensità dal soggetto danneggiato. LA CONCRETA APPLICAZIONE DELLA CD.EQUAZIONE DI LIBERATI Appare fin troppo evidente che, rimanendo sul piano delle formule matematiche, la soluzione tracciata dal T.A.R. Lombardia e dall'autore dell'equazione utilizzata in sentenza può essere tacciata di un eccessivo grado di razionalizzazione. A ben vedere, invece, questa può costituire una soluzione particolarmente efficace per personalizzare il risarcimento del danno esistenziale facendo riferimento a parametri oggettivi, e non dipendenti dalla sensibilità del singolo giudicante. Per rendersene conto, basta osservare come, nel caso portato in concreto all'attenzione dei giudici amministrativi, l'entità del risarcimento sia stata molto opportunamente parametrata ai seguenti fattori a all'essere stato il danno limitato alle ordinarie attività realizzatrici generiche della persona, non avendo la ricorrente allegato o dimostrato la lesione di altre voci particolari, inerenti specifiche attività ricreative, culturali, filantropiche, sportive, ecc. b all'essersi trattato di un danno limitante e non totale, in quanto la danneggiata aveva potuto svolgere le ordinarie attività quotidiane, seppure con maggiore difficoltà c all'essersi verificato un danno esistenziale di impatto non notevole sulle aspettative di vita del soggetto danneggiato come dimostrato anche dalla limitata attività processuale svolta sul punto in termini probatori , in modo tale da richiedere l'utilizzo di un coefficiente S inferiore ad 1. Appare quindi evidente che, nel caso di specie, la valutazione del danno esistenziale è stata eseguita tenendo presente tutti i possibili fattori oggettivamente e soggettivamente rilevanti, in modo da escludere ogni eventuale duplicazione risarcitoria. L'avere individuato in via generale ed astratta tutti i possibili parametri rilevanti per il giudice nella quantificazione del danno esistenziale, e l'aver organizzato questi ultimi in un sistema in grado di dar luogo ad una quantificazione di tale danno in termini matematici costituisce quindi senza dubbio alcuno il tentativo attualmente più articolato e culturalmente interessante di ricondurre ad una tendenziale unità il sistema di quantificazione del danno esistenziale. Da ultimo, poi, va osservato che un ulteriore pregio della costruzione fatta propria dal T.A.R. Lombardia nella sentenza in commento è costituito dal fatto che sottrae alla discrezionalità ed alle disparità interpretative dei singoli tribunali la quantificazione della voce risarcitoria spesso più rilevante in tema di illecito mantenendo però, al contempo, ampi margini per l'intervento adeguatore al caso concreto dell'organo giudicante e per l'attività del legale del soggetto danneggiato. Appare infatti evidente che la quantificazione del fattore S cd. correttivo soggettivo , quanto mai rilevante nella determinazione del risultato finale, dipende in definitiva dalla valutazione che il primo darà dell'impatto esistenziale della riduzione cagionata dall'altrui illecito sulla base delle argomentazioni e della strategia difensiva adottata dal secondo. In definitiva, quindi, si tratta di un contributo che introduce elementi di certezza o, quanto meno, di oggettiva tendenziale quantificabilità in un settore quanto mai magmatico per definizione come quello della valutazione equitativa del danno non patrimoniale lasciando inalterata la dialettica processuale tra le parti ed il giudice. *Magistrato

Tar Lombardia, sezione seconda, sentenza 28 giugno-27 luglio 2005, n. 3438 Presidente Radesi - estensore Liberati Pecoraro contro Azienda ospedaliera Ospedale di Circolo Fondazione Macchi Varese FATTO con ricorso ritualmente noticato il 9.5.2000 e ritualmente depositato il 25.5.2000, la ricorrente, dipendente della AZIENDA OSPEDALIERA OSPEDALE DI CIRCOLO FONDAZIONE MACCHI di VARESE, ha chiesto il risarcimento del maggior danno, di natura non patrimoniale, subito a seguito del sinistro occorsole il giorno 7.11.1996 in occasione della prestazione della propria attività lavorativa. In particolare, a causa di uno scivolamento durante il trasposto di lastre radiografiche nei corridoi del nosocomio ove presta tuttora la propria attività lavorativa ha riportato lesioni permanenti e temporanee meglio specificate in prosieguo . A seguito del pur riconosciuto indennizzo dell'infortunio sul lavoro, ha chiesto pertanto la corresponsione del c.d. differenziale, ritenendo i danni non patrimoniali subiti maggiori rispetto alla somma già corrisposta. Si è costituita la amministrazione intimata, la quale ha chiesto dichiararsi la inammissibilità o comunque il rigetto nel merito del ricorso, ed evidenziando, peraltro, la insussistenza dell'elemento soggettivo colposo. Le parti hanno prodotto documenti e memorie, ed alla odierna udienza la causa è stata trattenuta in decisione. DIRITTO La fattispecie attiene al risarcimento del danno non patrimoniale cagionato dalla p.a., ed impone, nell'attuale quadro normativo e nella contraddittoria giurisprudenza formatasi, qualche chiarimento preliminare sulla struttura della responsabilità civile della amministrazione oggi arricchita dalle tesi che sostengono la struttura della c.d. responsabilità da contatto , sulla peculiare natura dell'elemento soggettivo, e, infine, sull'attuale inquadramento dogmatico dei danni non patrimoniali e sul non facile tema della loro quantificazione. A seconda delle scelte ermeneutiche su tali aspetti, difatti, la stessa possibilità di risarcimento del danno e la sua quantificazione possono essere messe in discussione nel caso concreto. Sulla giurisdizione. Innanzitutto deve rilevarsi come la giurisdizione attenga a questo giudice, posto che si tratta di danno differenziale, inerente quindi a responsabilità contrattuale Cass., sez. Lav., 1.7.2004, n. 12093, che ha affermato il principio in fattispecie di lavoro subordinato privato , incorso a pubblico dipendente in data anteriore al 31.3.1998 e proposto prima del 15.9.2000. Ciò detto, va considerato anche che la ricorrente ha invocato espressamente l'art. 2087 c.c., che sottende - ad avviso di questo collegio - la esistenza di una istanza risarcitoria di natura contrattuale. Sulla struttura della responsabilità civile della pubblica amministrazione. Particolarmente delicato è l'aspetto inerente la scelta del paradigma utilizzabile per le fattispecie risarcitorie interessanti la amministrazione pubblica. Sinteticamente può rammentarsi come la tesi tradizionale ricorra al paradigma dell'art. 2043 c.c. Le impostazioni più innovative, invece, ricorrono al paradigma della c.d. responsabilità da contatto, in base al quale la semplice sussistenza di un rapporto con la amministrazione escluderebbe quelle condizioni di estraneità che potrebbero giustificare il ricorso al modello aquiliano. Ancora, altre impostazioni postulano una responsabilità atipica , eventualmente mutuata dalla struttura della responsabilità dello Stato e della amministrazione per mancata o elusiva applicazione della disposizione comunitaria. Orbene, la responsabilità civile è ramo del diritto che non può diversamente atteggiarsi a seconda del soggetto che viene ad esserne coinvolto, o almeno non sotto l'aspetto fondamentale della sua struttura. Altrimenti ragionando si verrebbe a costruire un sistema del tutto disomogeneo, scollegato, frammentario della materia risarcitoria, che non risponde certamente alle imprescindibili esigenze di coerenza e di coordinamento dell'ordinamento. In altre parole, pur non ignorando che il coinvolgimento del soggetto pubblico comporti inevitabilmente talune peculiarità legate alla particolare natura, ed al tipo di interesse super-individuale perseguito, che importa talvolta la applicazione di specifiche norme, che, si vedrà, interferiscono anche con la responsabilità non può però stravolgersi la stessa natura dell'istituto della responsabilità civile. Quindi, inevitabilmente, il modello da seguire anche nella ricostruzione della responsabilità civile degli enti pubblici è quello abitualmente in uso nel diritto privato la responsabilità aquiliana ex 2043 c.c. o ex 2059 c.c. in caso di danni non patrimoniali e la responsabilità contrattuale ex. 1218 c.c. o ex . 2087 c.c. nella materia lavoristica, almeno secondo la impostazione che si ritiene preferibile , oltre alla responsabilità precontrattuale sulla cui natura si contendono ancora in campo le tre tradizionali tesi . Le peculiarità del coinvolgimento di un soggetto che persegue l'interesse pubblico, infatti, possono interferire con i singoli elementi che compongono l'illecito e di cui si dirà appresso , ma non con la natura e la struttura. Con ciò non si intende nemmeno negare la esistenza di una responsabilità legata all'insorgere di un pregresso rapporto con la amministrazione la c.d. responsabilità da contatto , ma si ritiene che la stessa sussista solo nei limiti che le competono. In altre parole, il contatto con la amministrazione può far sorgere un affidamento in capo al privato nel contatto c.d. provvedimentale, dopo la l. 241/1990 , ma il risarcimento del danno da contatto deve essere limitato a tale aspetto cioè all'affidamento disatteso , e sempre che sia stato espressamente richiesto. Non può invece trasformarsi in paradigma risarcitorio generalizzato. Nella diversa ipotesi, invece, di svolgimento di attività materiale, il contatto con la amministrazione, può essere idoneo a far sorgere un rapporto contrattuale di fatto ipotesi del resto già nota alla disciplina privatistica , ma solo ove sussistano gli specifici presupposti di una tal fattispecie, ed a condizione che sia stato anche in questo caso prospettato in simili termini, trattandosi sempre non di un paradigma generale, ma di meccanismo la cui sussistenza deve essere verificata in concreto, per poter giustificare la applicazione della disciplina contrattuale. Sulla sussistenza degli elementi oggettivi nel caso di specie. Una volta scelto il paradigma civilistico della responsabilità civile usualmente applicato nel diritto privato, deve quindi operarsi la verifica della sussistenza dei vari elementi che lo compongono. E' dimostrato dalla documentazione acquisita in atti certificati medici, attestazioni, dichiarazioni rese che la ricorrente ha subito la lesione a causa di una caduta intercorsa durante il trasporto di lastre radiologiche, nello svolgimento della attività lavorativa, in data 7.11.1996, per la quale le è stato peraltro già corrisposto l'indennizzo per infortunio sul lavoro. L'elemento oggettivo azione od omissione e danno , perciò, è definitivamente accertato. Sull'elemento soggettivo nella responsabilità civile della p.a. Con riferimento all'aspetto soggettivo della responsabilità, ritiene questo collegio che la responsabilità colposa, nell'ambito del diritto amministrativo, si connoti in modo del tutto peculiare. E' dato ormai non più discusso che la colpa della p.a. si configura come colpa di apparato, considerata cioè non con riferimento al singolo funzionario, ma nella complessiva dinamica della fattispecie. E' noto come le più recenti teorie abbiano sostenuto una sorta di oggettivizzazione dell'elemento colposo della p.a. Su tale filone dogmatico si innestano, in particolare, le tesi che ricostruiscono la responsabilità civile come una generalizzata responsabilità da contatto ove la colpa sarebbe intrinseca alla violazione degli obblighi gravanti sulla p.a. , e quelle che vorrebbero mutuare invece i parametri della responsabilità della amministrazione per violazione del diritto sopranazionale di origine comunitaria anche essi incentrati solo sul mancato adempimento degli obblighi normativi eteroimposti . Ritiene questo Tribunale amministrativo di non condividere tali impostazioni, pur se indubbiamente si assiste, nella responsabilità civile degli enti pubblici, ad una parziale oggettivizzazione della colpa. Tale peculiarità, però, non ha carattere generalizzato, e dipende, in sostanza, dalla esistenza in concreto di vincoli normativi. In altre parole, si ritiene che la colpa - nella dinamica della responsabilità civile della amministrazione - presenti una duplice natura non diversamente dall'analoga responsabilità nel diritto penale . In particolare può individuarsi da un lato una colpa generica rimproverabile in virtù di parametri di carattere generale e dall'altro una colpa specifica , derivante appunto dalla violazione di specifiche disposizioni di legge del resto frequentissime nell'ambito applicativo della attività della p.a. . In tale ultimo caso la prova a carico del soggetto leso si limiterà alla sola dimostrazione della violazione della norma. Non così, invece, in caso di colpa generica. Sulla sussistenza dell'elemento soggettivo nel caso di specie. Orbene, nel caso di specie ricorre certamente una ipotesi di colpa specifica, ed in particolare risulta violata la norma di cui all'art. 8 DPR 27.4.1955 n. 547, in materia di sicurezza sul lavoro. La norma testualmente recita 8. Le zone di pericolo devono essere segnalate in modo chiaramente visibile. 9. I pavimenti degli ambienti di lavoro e dei luoghi destinati al passaggio non devono presentare buche o sporgenze pericolose e devono essere in condizioni tali da rendere sicuro il movimento ed il transito delle persone e dei mezzi di trasporto. 10. I pavimenti ed i passaggi non devono essere ingombrati da materiali che ostacolano la normale circolazione. Non vi è dubbio che nel caso di specie la p.a. non abbia ottemperato a tale obbligo, né in giudizio si è difesa adducendo specifiche considerazioni in senso contrario. Del resto sono state prodotte prove documentali attestanti la regolare pulizia con passaggio di cera nei corridoi interessati dallo scivolamento per cui oggi è procedimento, ed anche con riferimento specifico al giorno del sinistro. Prospettata in questi termini, può ritenersi certamente sussistente e provata la colpa specifica della amministrazione. Sul nesso causale. Sussiste anche il nesso causale, essendo indubbio anche alla luce della documentazione medica e della evidente compatibilità della lesione con la tipologia del sinistro che le lesioni sono conseguenza dell'infortunio occorso a causa dell'incidente, verificatosi per colpa specifica della amministrazione. Sulla risarcibilità dei danni non patrimoniali e sulla loro natura. Deve quindi verificarsi se si tratti di danni risarcibili,ed in quali limiti. Orbene, nel caso di specie sussistono certamente i danni non patrimoniali dedotti, ed in particolare danni biologici, danni morali e danni esistenziali. Difatti, nonostante le definizioni adottate dalla ricorrente, la parte descrittiva del ricorso contiene un chiaro riferimento sia alle lesioni alla integrità psico-fisica danno biologico , sia alle lesioni morali caratterizzate dalla sofferenza, dal patema di animo conseguente al danno subito , sia alle lesioni esistenziali, cioè alle attività realizzatrici consistenti nella diminuzione delle possibilità di svolgere le attività quotidiane, cioè attinenti al fare . Infatti, alla luce dell'orientamento preferibile, può ritenersi ormai sussistente nel nostro ordinamento un generalizzato riconoscimento dei danni non patrimoniali, risarcibili a titolo di danno extracontrattuale ex art. 2059 c.c., dopo la sentenza n. 204/2004 della Consulta o contrattuale ex artt. 1218 o, come nel caso di specie, 2087 c.c. , che rappresentano la conseguenza del fatto dannoso. Sul danno morale. All'interno dei danni non patrimoniali va distinta innanzitutto la categoria del danno morale. Esso è sostanzialmente il ristoro per la sofferenza morale soggettiva Nel vigente assetto ordinamentale nel quale assume posizione preminente la Costituzione, che, all'art. 2, riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'Uomo il danno non patrimoniale di cui all'art. 2059 c.c. non può più essere identificato soltanto con il danno morale soggettivo, costituito dalla sofferenza contingente e dal turbamento dell'animo transeunte Cass., sez. III, 19.8.2003, n. 12124, CGM, 2003, 7-8 Va però sottolineato che la sofferenza che giustifica tale categoria risarcitoria, difatti, può essere molto diversa. La locuzione generalizzata ed onnicomprensiva di danno morale , perciò, non si adatta perfettamente alla categoria. Nonostante tale aspetto sia stato fortemente trascurato o meglio, completamente ignorato sinora, sarebbe infatti opportuno parlare di danni morali, anzichè di danno morale. Si pensi alla sofferenza conseguente la perdita di un figlio, alla sofferenza conseguente un infortunio, o, ancora, alla sofferenza derivante dall'aver subito un furto. Tali ipotesi sono certamente molto diverse tra loro pur attenendo sempre al danno morale, non trattandosi della lesione alla salute ex se, ma delle conseguenze in termini di sofferenza della stessa, o della compromissione del fare , integrante un danno esistenziale , e non possono non essere considerate distintamente, si anticipa, nell'aspetto della quantificazione. Sul danno biologico. La seconda categoria di danni non patrimoniali riconosciuta nel nostro ordinamento è quella del danno biologico fisico e psichico . Esso consiste nella lesione della integrità psico-fisica, e cioè nella compromissione della salute Dall'altro, la giurisprudenza - sia pure muovendosi nell'ambito di operatività dell'art. 2043 c.c., nel corso di un travagliato itinerario interpretativo nel quale questa Corte è ripetutamente intervenuta - ha da tempo individuato ulteriori ipotesi di danni sostanzialmente non patrimoniali, derivanti dalla lesione di interessi costituzionalmente garantiti, risarcibili a prescindere dalla configurabilità di un reato in primis il cosiddetto danno biologico . Il mutamento legislativo e giurisprudenziale venutosi in tal modo a realizzare ha fatto assumere all'art. 2059 c.c. una funzione non più sanzionatoria, ma soltanto tipizzante dei singoli casi di risarcibilità del danno non patrimoniale Corte cost., 11.7.2003, n. 233 . Sul punto molto è stato chiarito negli ultimi decenni, ma giova rimarcare come esso debba essere inteso in termini strettamente medici deve cioè sussistere una vera e propria patologia , e non, come talvolta erroneamente ritenuto, in una generale e fumosa accezione di vita di relazione , in cui si è fatto addirittura rientrare, da parte di taluna giurisprudenza, il danno biologico. Sul danno esistenziale. Ultima categoria di danno non patrimoniale è il danno esistenziale. Esso consiste nella compromissione alla sfera realizzatrice di un individuo ed attiene al fare della vittima. Contiene voci di danno da decenni riconosciute dalla giurisprudenza danno alla riservatezza, alla vita di relazione, danno alla serenità familiare, ecc. , che tuttavia non possono trovare collocazione dogmatica nelle categoria del danno morale non essendo riconducibili alla sofferenza , né al danno biologico non attenendo alla lesione della salute . Trattandosi di una categoria di danno, e non di una voce, il danno esistenziale si presta peraltro alla ricomprensione al suo interno di tutte le compromissioni alle attività realizzatrici ritenute meritevoli di tutela, in base ai più recenti insegnamenti della Consulta Corte Costituzionale n. 204/2004 , a prescindere dalla definizione della singola voce che in concreto si considera. Va ben sottolineato che non ha alcuna interferenza con la lesione medica che può eventualmente coesistere , o da cui però però solo eventualmente avere indirettamente origine. In particolare, il danno esistenziale potrà consistere in un non poter fare più, in un poter fare in modo diverso, o, ancora, in un dover fare come nel caso di cure mediche periodiche , a causa della lesione subita. Si tratta, quindi, di un danno non patrimoniale non comportando una deminutio del patrimonio , né morale non comportando un patema d'animo in senso stretto , né biologico non identificandosi in una lesione psicofisica , ma relativo ad un'attività esistenziale tra le tante Trib. Roma 3.3.2003, GM, 2003, 1654 . Nell'ambito della attività svolta dalla p.a., poi, esso si distingue in danno esistenziale provvedimentale ove consegua ad un provvedimento e danno esistenziale comportamentale non legato, cioè, alla attività funzionale autoritativa della amministrazione . Sui danni non patrimoniali nella fattispecie concreta. Con riferimento alla fattispecie concreta, quanto al danno biologico, lo stesso può ritenersi provato dalla copiosa documentazione medica acquisita in atti, che dimostra che la ricorrente ha subito la frattura della testa femorale destra, e, come postumi permanenti, dolore, ipotonotrofia muscolare, modesta rigidità. Il danno morale, invece, in quanto relativo alla sfera interiore della vittima, può sostanzialmente essere presunto nel caso di simili lesioni fisiche che certamente hanno ingenerato sofferenza, nei limiti però in cui si dirà a breve , e pertanto anche tale voce di danno non patrimoniale può ritenersi dimostrata. Infine, il danno esistenziale. Tale voce di danno concerne la compromissione delle attività realizzatrici, e deve essere espressamente dimostrata. Essa può riguardare attività più disparate, come quelle culturali, ricreative, sociali, di volontariato, sportive, o quelle, più generali e comuni a tutti, come la normale vita di relazione familiare e sociale. Nel caso di specie manca la prova di qualsivoglia attività realizzatrice specifica, del resto nemmeno dedotta dalla ricorrente, mentre è intrinseca alla lesione la compromissione delle attività realizzatrici generali, che, pertanto, possono ritenersi presunte e, quindi, automaticamente provate in giudizio con la loro semplice deduzione e con la correlata dimostrazione del fatto lesivo . Entro tali rigorosi limiti, pertanto, va risarcito nella fattispecie anche il danno esistenziale. Nel caso di specie si tratta, ovviamente, di danno esistenziale derivante da attività materiale. Sulla quantificazione del danno biologico. Devono ora analizzarsi gli aspetti inerenti la quantificazione delle tre diverse voci di danno non patrimoniale. In primis il danno biologico. La ricorrente ha già usufruito, a tale titolo, della liquidazione dell'infortunio sul lavoro. Pertanto, l'ammontare del danno biologico temporaneo e permanente deve calcolarsi in base alla differenza tra quanto già corrisposto dall'amministrazione e quanto risultante dall'accertamento percentuale del danno da effettuarsi ai sensi dell'art. 35 d.lgs. 80/1998, in accordo con la amministrazione in base ai parametri risultanti dalle c.d. tabelle del Tribunale di Milano per il risarcimento del danno biologico. Sulla quantificazione del danno morale. Quanto al danno morale, invece, non condivide questo Tribunale amministrativo la pratica, pur diffusa, del calcolo percentuale sulla base del danno biologico. Ed invero, come ampiamente descritto in premessa, la natura del danno biologico è diversa da quella del danno morale, sicchè non sarebbe corretto ancorarla aprioristicamente al danno alla salute. Sul punto si rinvia anche a quanto detto con riferimento alla natura dei danni morali. E' invece opportuno ricorrere alla quantificazione equitativa, ma - si osserva - con l'onere di motivare sui parametri di riferimento utilizzati, al fine di consentire una verifica dell'iter motivatorio e di rendere comprensibili le ragioni del decisum. In questo caso, in particolare, si ritiene che il danno morale sarebbe inferiore alla percentuale da 1/2 a 1/3 del danno biologico spesso utilizzata come parametro. Infatti, il calcolo deve essere correlato alla tipologia della lesione intervenuta, alle circostanze in cui si è verificata essendo accaduto all'interno di una struttura ospedaliera, ed essendovi stato immediato intervento, fra l'altro, la sofferenza subita prima della medicazione è stata temporalmente breve , al dolore non particolarmente acuto, rispetto ad altre patologie che provoca tale lesione una volta medicata in sede di convalescenza. Quindi si ritiene, con il criterio equitativo -fondato sui parametri anzidetti - di dover quantificare la lesione in euro 2.000,oo. Sulla quantificazione del danno esistenziale Ancora diverso, poi, è il risarcimento del danno esistenziale. Come noto si tratta di lesione di natura diversa sia dal danno morale che dal danno biologico, e suscettibile di una elastica applicazione, come tale non agevolmente riconducibile a tabelle predeterminate. Per tale ragione si è spesso fatto ricorso al criterio equitativo puro, che però ha dato luogo a quantificazioni spesso fortemente disomogenee, e perciò intrinsecamente ingiuste. Partendo da tale considerazione sono state elaborate diverse tesi sulla liquidazione del danno, che, come noto, hanno talvolta preso a parametro la pensione sociale, talaltra il danno biologico. Al fine di assicurare un criterio equo ed omogeneo, però, si ritiene più corretto adottare il criterio della c.d. equazione sul risarcimento del danno esistenziale, già utilizzato da parte della giurisprudenza civile cfr. Trib. Palmi 21.5.2004 n. 448, Giurisprudenza Italiana, 2004, 3776 Trib. Roma, 1.7.2005 . In sostanza, le regola quantificatoria si sostanzia in una liquidazione in senso lato equitativa, ma sulla base di un ragionamento logico in grado di assicurare coerenza ed omogeneità nelle liquidazioni, evitando eccessive differenze nella determinazione del quantum. Infatti, in tal modo, il criterio sin qui delineato, oltre al già citato vantaggio di consentire una determinazione tendenzialmente omogenea del danno nelle diverse pronunce dei tribunali, appare in grado di consentire anche un giusto contenimento del danno risarcibile cfr. Trib. Palmi 21.5.2004 n. 448, Giurisprudenza Italiana, 2004, 3776 . Tale ragionamento logico è sintetizzato, appunto, in una formula matematica. Illustrando sinteticamente la cd. equazione, si assume come premessa che l'insieme delle attività realizzatrici AR della persona non può mai superare il valore della vita V rappresentato da una variabile che muta in rapporto all'età del danneggiato. La determinazione del parametro V è rimessa al giudice, tenendo conto della età, ma non si ritiene che possa essere ancorata per principio al danno biologico Trib. Palmi, citato, che lo ha quantificato nel 100% del danno biologico , come peraltro recentemente affermato dal Tribunale civile di Roma. Una cosa, infatti, è la lesione alla salute, altra cosa, invece, la compromissione delle attività realizzatrici, e, per definizione, la prima non comprende la seconda. I parametri determinanti perciò l'entità del danno sono la durata della limitazione delle suddette attività realizzatrici in relazione all'aspettativa di vita futura del soggetto, e la quantità del suddette limitazioni è evidente la differenza del danno tra il non poter più svolgere una certa attività o il poterlo fare in modo diverso, per esempio per chi giocava a livello agonistico, non praticare più lo sport o farlo solamente a livello amatoriale . L'equazione, perciò, in termini matematici è sintetizzabile come segue DE= AR cioè DE = [ a/100 V] in cui a/100 V rappresenta l'elemento quantitativo espresso in percentuale nel danno esistenziale permanente della limitazione delle attività realizzatrici nella vita del danneggiato, In ipotesi di danno esistenziale temporaneo, l'equazione sarà DE = [ a/100 V] x g/E x 365 in cui g/E x365 rappresenta l'incidenza temporale della limitazione in base alla probabilistica previsione di vita futura E , e si applica solo in caso di danni esistenziali temporanei. Entrambe le equazioni, poi, devono essere moltiplicate per S , che rappresenta un correttivo soggettivo per l'adeguamento al caso concreto in base alla valutazione del danno individualmente patito di valore superiore o inferiore ad 1 . Tale equazione, poi, ha delle ulteriori variabili in caso di danno esistenziale limitante , in cui la formula sarà DE = [b/100 x a/100 V] x g/E x 365 x S Nella fase di determinazione del quantum, quindi, il giudice dovrà considerare altri e diversi fattori. Un fattore fondamentale è quello quantitativo, potendosi configurare un danno esistenziale totale ovvero un danno esistenziale limitante. Un secondo fattore è poi quello temporale il danno esistenziale può, infatti, essere permanente, laddove la compromissione delle attività realizzatrici sia definitiva, ovvero temporaneo, nel caso la lesione sia contenuta entro un arco temporale più o meno ampio. E così, mentre la lesione esistenziale totale impedisce l'attività realizzatrice, quella limitante, pur non impedendo lo svolgimento dell'attività, costringe la vittima a praticarla in modo diverso o con modalità differenti. Ultimo fattore da considerare nella quantificazione del danno esistenziale sarà, infine, quello soggettivo la compromissione esistenziale sarà, infatti, suscettibile di diversa valutazione da parte del Giudice a seconda del valore più o meno rilevante dell'attività compromessa per la vittima dell'illecito espresso nel parametro S . Orbene, nel caso di specie è dimostrata l'esistenza di un danno di natura permanente, che, tuttavia, è provato solo nei limiti delle attività quotidiane svolte abitualmente, e che, comunque, è permanente e limitante quindi DE = [b/100 x a/100 V] x S . Pertanto, considerando il valore della vita non patrimoniale della ricorrente, alla età dei fatti, pari a 200.000,oo euro interamente ricomprese nella voce delle attività realizzatrici generiche, non essendo state richieste né dimostrate altre voci particolari, inerenti specifiche attività ricreative, culturali, filantropiche, sportive, ecc. , e rilevato che la vita quotidiana, trattandosi di danno esistenziale limitante che non ha cioè precluso totalmente lo svolgimento delle attività suddette, ma le ha solamente rese meno agevoli , può essere calcolata in una percentuale del 5%, si arriva ad una somma pari a 10.000,oo euro. Tale somma, poi, deve essere adattata al coefficiente S , che, in considerazione delle concrete circostanze di fatto, serve ad adeguare più rettamente il calcolo quantificatorio alla lesione effettivamente subita, e che in questo caso, in considerazione della mancanza di un grande impatto esistenziale come, del resto, si desume dalla richiesta, non approfondita sul punto, da parte della difesa , è pari a 0,75. Si arriva pertanto ad una somma finale pari a 7.500,oo euro. Conclusioni. In conclusione , accertato il diritto della ricorrente al risarcimento dei danni non patrimoniali esistenziali, biologici, morali la amministrazione deve essere condannata al pagamento del danno biologico, nella misura differenziale tra il danno effettivamente subito da accertarsi ai sensi dell'art. 35 d.lgs. 80/1998 , del danno morale che si stima equitativamente in euro 2.000,oo , e del danno esistenziale, che si liquida - in base al criterio della c.d. equazione - in euro 7.500,00. Trattandosi di debito di valore e stante la richiesta della parte in tal senso, il risarcimento deve essere maggiorato di interessi legali e rivalutazione monetaria dalla data della domanda all'effettivo soddisfo. In ragione della soccombenza la amministrazione deve essere condannata al pagamento delle spese giudiziarie in favore della ricorrente, che si liquidano in complessivi euro 1.500,00, oltre IVA, spese e CPA. PQM il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia - sezione seconda - accoglie il ricorso e per l'effetto dichiara il diritto della ricorrente al risarcimento dei danni non patrimoniali subiti e condanna la amministrazione al risarcimento del danno morale ed esistenziale in favore della ricorrente, che si liquida in complessivi euro 2.000,oo per il danno morale, euro 7.500,oo per il danno esistenziale, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dalla data della domanda, sino all'effettivo soddisfo. Condanna altresì la amministrazione al risarcimento del danno biologico, da liquidarsi in base ai criteri indicati in motivazione, ai sensi dell'art. 35 d.gsl. 80/1998. Condanna infine l'amministrazione al pagamento delle spese di giudizio in favore del ricorrente, che si liquidano in complessivi euro 1.500,00, oltre IVA, spese e CPA