Il vigile urbano può lavorare anche se la famiglia della moglie è... onorata

I legami tra i parenti acquisiti e i clan della malavita non giustificano il rifiuto del Prefetto di Napoli a reintegrare a lavoro un agente municipale assolto dall'accusa di associazione per delinquere

Se assolto per non aver commesso il fatto non c'è parentela acquisita che tenga per giustificare la destituzione dal sevizio del vigile urbano. Il Prefetto, del resto, non può negare la conferma dell'agente sospeso, sostenendo che i parenti della moglie sarebbero tutti pregiudicati affiliati a clan camorristici. È quanto ha stabilito la sesta sezione del Consiglio di Stato con la decisione 309/06 depositata lo scorso gennaio e qui leggibile nei documenti correlati . Un vigile urbano del Comune di Napoli era stato sospeso poiché sospettato di associazione a delinquere. In seguito, dopo la sentenza di assoluzione l'agente municipale aveva chiesto al sindaco del Comune partenopeo di proporre al Prefetto di confermargli la qualifica. Tuttavia, il funzionario pubblico aveva rigettato l'istanza in considerazione del fatto che i consanguinei della consorte erano tutti pregiudicati e per di più affiliati a clan della malavita. Il Tar Campania, però, aveva ribaltato la situazione annullando il provvedimento del Prefetto. La legge, infatti, almeno secondo i giudici napoletani, non lascia spazio a momenti di discrezionalità del funzionario. Palazzo Spada, nel confermare la sentenza del tribunale campano, ha spiegato il meccanismo attraverso il quale il Prefetto, previa comunicazione del sindaco, conferisce la qualifica di agente di pubblica sicurezza. La Prefettura, infatti, nomina la guardia cittadina solo dopo aver accertato che l'aspirante vigile possieda alcuni specifici requisiti, quali il godimento dei diritti civili e politici, la fedina penale pulita , nessuna espulsione dalle Forze armate e tanto meno destituzione dai pubblici uffici. L'attribuzione delle funzioni alla polizia municipale è subordinata, pertanto, all'accertamento dei requisiti tassativamente indicati dalla legge. Per cui, hanno concluso i giudici di piazza Capo di Ferro sia l'attribuzione che la perdita della qualifica costituiscono atti di natura strettamente vincolata privi di qualsiasi margine di discrezionalità. cri.cap

Consiglio di Stato - Sezione sesta - decisione 22 novembre 2005-31 gennaio 2006, n. 309 Presidente Schinaia - Estensore Salemi Ricorrente ministero dell'Interno Fatto e diritto 1. Il sig. Emilio Volpe, vigile urbano del Comune di Napoli, veniva sospeso, con provvedimento del Prefetto di Napoli, dalla qualifica di agente di pubblica di agente di pubblica sicurezza, in quanto imputato, nell'anno 1990, del delitto di cui all'articolo 416 del Cp. Stante l'assoluzione del Volpe, intervenuta nel 1992 per non avere commesso il fatto, il Sindaco del Comune di Napoli avanzava domanda al Prefetto perché fosse confermata al suddetto dipendente la qualifica di agente di Ps. Con provvedimento del 12 luglio 1995, il Prefetto rigettava l'istanza per la considerazione che i germani della consorte del Volpe erano tutti pregiudicati e ritenuti affiliati a clan camorristici. Il Volpe proponeva ricorso al Tar della Campania, chiedendo l'annullamento del summenzionato provvedimento. Con sentenza 3594/98, il giudice adito accoglieva il ricorso. A suo avviso, l'articolo 5 della legge 65/1986 non offre spazio per una esegesi che accordi al Prefetto momenti di discrezionalità, come peraltro, riconosciuto dalla stessa Amministrazione nella circolare n. 3 del 1987. 2. Con ricorso notificato l'11 febbraio 1999, il ministero dell'Interno ha proposto appello contro detta sentenza. A suo avviso, la riferita disposizione legislativa non impedisce all'autorità di polizia, nell'esercizio del suo potere discrezionale a salvaguardia di ordine sicurezza pubblica, di non concedere o revocare la qualifica di agente di Ps a soggetti che siano ritenuti non affidabili. La fonte di siffatto potere andrebbe individuata nell'articolo 11, ultimo comma, del Tulps, il quale stabilisce che le autorizzazioni di Polizia fra le quali rientra l'attribuzione della qualifica di agente di Ps possono essere revocate quando sopraggiungano o vengano a risultare circostanze che avrebbero imposto o consentito il diniego dell'autorizzazione. Resiste al ricorso l'appellato. Alla pubblica udienza del 22 novembre 2005, il ricorso è stato trattenuto in decisione. 3. L'appello è infondato. Il comma 1, dell'articolo 5 della legge 65/1986 stabilisce che il personale che svolge servizio di polizia municipale, nell'ambito territoriale dell'Ente di appartenenza e nei limiti delle proprie attribuzioni, esercita, oltre alle funzioni di polizia giudiziaria lettera a e al servizio di polizia stradale lettera b , anche funzioni ausiliarie di pubblica sicurezza ai sensi dell'articolo 3 della presente legge . Secondo l'espressa previsione del successivo comma 2, il Prefetto, previa comunicazione del Sindaco, conferisce al predetto personale comunale la qualità di agente di pubblica sicurezza, previo accertamento da parte dei singoli aspiranti del possesso di specifici requisiti espressamente elencati, quali il godimento dei diritti civili e politici, il non aver riportato condanne a pena detentiva per delitto non colposo o non essere stato sottoposto a misure di prevenzione e il non essere stato espulso dalle Forze armate o dai Corpi militarmente organizzati o il non essere stato destituito dai pubblici uffici. Il comma 3, poi, aggiunge che il Prefetto, sentito il Sindaco, dichiara la perdita della qualità di agente di pubblica sicurezza qualora accerti il venir meno di alcuni dei suddetti requisiti . Come già osservato dalla giurisprudenza cfr. Cga 26 febbraio 1998, n. 78 e, più di recente, Sezione quarta, 4982/02 , l'attribuzione delle funzioni di pubblica sicurezza al personale addetto alla polizia municipale è subordinato al mero accertamento dei requisiti tassativamente indicati dalla legge, sicché il conferimento da parte dell'autorità prefettizia della relativa qualità di agente di Ps, così come la perdita di detta qualità, costituiscono atti di natura strettamente vincolata privi di qualsiasi margine di discrezionalità. Né può essere utilmente invocato l'ultimo comma dell'articolo 11 del Tu 773/31. Tale norma, che costituisce applicazione del principio della sopravvenienza nel diritto amministrativo, è applicabile anche agli atti vincolati, ma senza la latitudine propria degli atti discrezionali, nel senso cioè che non consente una nuova valutazione della fattispecie autorizzatoria, ove i presupposti di fatto siano rimasti immutati e siano conformi alla volontà legislativa. 4. In conclusione, per le suesposte considerazioni, l'appello deve essere respinto, con conseguente conferma della sentenza impugnata. Circa le spese e gli altri oneri del giudizio, si ravvisano giusti motivi per compensarli tra le parti. PQM Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione sesta, respinge il ricorso in appello indicato in epigrafe. Compensa tra le parti le spese di giudizio. Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa. 2 reg.ric.n. 1945/1999 A.L.