Troppi avvocati? La ricetta dell'Anpa è il pensionamento obbligatorio dopo i 65 anni

di Ivano Lusso

di Ivano Lusso* I risultati degli scritti di abilitazione tenuti nel 2005, discendenti dai calcoli da noi effettuati in relazione ai vari Distretti di Corte d'Appello, ci inducono a riflessioni che, in verità, potevano essere scritte anche l'anno scorso per oggi. In primo luogo, si osserva addirittura un inarrestabile livellamento verso il basso delle percentuali degli ammessi agli orali rispetto alla sessione d'esami del 2004. Livellamento, perché si è in presenza di un dato estremamente singolare, e cioè è proprio la omogeneità delle percentuali dal 30% al 40% in genere degli ammessi agli orali. In particolare annoveriamo, salvo errori ed omissioni Trento corretta da Perugia 89/160 pari al 55,63% Catania L'Aquila 645/1.242 pari al 51,93% Perugia Potenza 280/608 pari al 46,05% Caltanissetta Campobasso 116/252 pari al 46,03% Milano Roma 1.635/3.925 pari al 41,66% Venezia Firenze 725/1.902 pari al 38,12% Torino Cagliari 588/1.552 pari al 37,89% Bari Lecce 832/2.281 pari al 36,48% Genova Ancona 322/925 pari al 34,81% Roma Milano 1.591/4.691 pari al 33,92%. Salerno Genova 168/921 pari al 18,24%. Molti altri dati restano oscuri, in particolare alcune sedi sono -come si dice per le temperaturenon pervenute, come Bologna e Napoli in cui non sono ancora stati pubblicati i risultati. Si aggiunga che la percentuale del 43% nazionale di ammessi agli scritti di cui agli ultimi scritti dell'anno 2004, con le bocciature agli orali sembra addirittura scesa a circa il 30% di neoavvocati per quella sessione. Inoltre, non può sottacersi che un esame di abilitazione e non un concorso che abbia percentuali così esigue dovrebbe mettere sotto accusa il sistema universitario. Dovrebbe, perché a ben vedere, risulta difficile accettare che, invariabilmente, in genere solo tre, quattro, candidati su dieci abbiano svolto le tre prove d'esame correttamente. Strano, per altro verso, che solo in alcuni distretti di Corte d'Appello si concentrino gli inabili alla professione nella misura di circa l'80%, quasi che si sia in presenza di condizioni ambientali inadatte al fiorire di nuove leve di giuristi. L'ingresso dei giovani nella professione, il ricambio generazionale, non è certo aiutato da un esame che viene percepito dai candidati come poco trasparente nella laconica votazione numerica se non, molte volte, meramente aleatorio od oscuro, come l'antro della Sibilla cumana. A ciò si aggiungono le avite paure dell'avvocatura legate al cambiamento della professione, ad una modernizzazione della professione. Ma fra tutte, ciò che spicca è la paura irrazionale d'un possibile incremento del numero di colleghi. Invero, il numero degli avvocati è vexata quaestio da sempre chi avvocato lo è vorrebbe anche essere l'unico, od avere i colleghi il più lontano possibile. Troppi Avvocati! è un libro non pubblicato a seguito dei risultati degli esami del 2005, ma nel 1921 da Calamandrei, e non è nemmeno il solo. Forse perché è difficile non rammentarsi del privilegio che originariamente era concesso agli avvocati, al pari dei notai. Il Rdl 27 novembre 1933 n. 1578 stabiliva, infatti, che per l'iscrizione all'albo fosse necessario superare un esame per essere annoverato in un numero di posti annualmente predeterminati, in una sorta di laica aristocrazia. Ebbene, la cacciata dal paradiso e l'abolizione dell'aristocrazia dei numeri doveva coincidere con D.Lgs. Lgt. 7 settembre 1944 n. 215, vera e propria beffa, perché veniva temporaneamente e, molto italianamente , sino ad oggi, sospesa l'applicazione delle norme concernenti la limitazione dei posti da conferire annualmente per l'iscrizione o per il trasferimento negli albi degli avvocati . Ora non vorremmo che il sonno della ragione generasse mostri quello che è stato non può tornare puramente e semplicemente, in forma palese quanto anfibola, senza un vaglio critico dei tempi. La concorrenza, oggi, è un valore riconosciuto perché rappresenta uno sprone a fare meglio, ad essere più preparati, a tutelare meglio i clienti. Tuttavia nella professione la concorrenza diventa esecranda, indecorosa forse il vero timore è che, invece, i giovani avvocati come il sottoscritto, siano più duttili e più preparati al cambiamento ed al mercato. Ne sia una riprova la battaglia, eco di uno scontro generazionale, condotta contro il Dl Bersani, primo vero cambiamento, dall'esterno, di una professione che non è capace di organizzare il proprio cambiamento, come dovrebbe, se non altro per non essere cambiata da altri. Solo in questa professione, c'è un divario così netto tra i guadagni dei Giovani Avvocati rispetto ai sessantenni lo scontro è di generazioni. I numeri dell'avvocatura non sono quelli che troppo spesso, anche ad arte, si citano né si prospettano mala tempora nessun avvocato finora ha chiesto l'assegnazione di case popolari. I numeri dell'avvocatura sono addirittura meno della metà di quelli dei medici ed inferiori a quelli di altri professionisti, come gli architetti o gli ingegneri circa 168.000 . Se poi consideriamo gli ingegneri non iscritti all'albo, il numero complessivo degli ingegneri deve essere almeno duplicato. Gli iscritti alla Cassa Forense, invece, sono solo 106.000. Allora, se di paure irrazionali si tratta, non si ceda però all'ipocrisia e si dica una volta per tutte che si vuole introdurre il numero chiuso di avvocati. Il numero chiuso sia introdotto pure, si plachino i timori dei colleghi, ma ciò sia fatto all'università. Si lascino perdere proposte come il compenso obbligatorio per legge che servirebbe a chi , in modo strategicamente molto accorto, sta preparando il terreno per impedire ai praticanti financo di poter svolgere la pratica forense, atteso che gli studi legali professionali non potranno o meglio vorranno pagarli e quindi mantenerli. Al posto di inventarsi le più maliziose strategie per non far fare nemmeno pratica ai tirocinanti, si elimini invece il precariato intellettuale derivante dall'esistenza di un patrocinio a scadenza, con una previdenza a scadenza, con un futuro a scadenza e si consenta, invece, per i praticanti abilitati, un'attività, seppur limitata nel valore e nella competenza, anche oltre i sei anni. Come diceva l'Avv. Buzio, decano del Foro savonese cui io stesso appartengo avvocati lo si è per tutta la vita . Affermazione vera e sublime ad un tempo ma, aggiungerei, questo non esclude che si possa, anzi si debba, andare in pensione anche i vescovi ed i cardinali vanno in pensione. Forse proprio questo il migliore viatico per ridurre il numero di avvocati nei prossimi anni prevedere un pensionamento obbligatorio a sessantacinque anni d'età e dare, finalmente, spazio ai Giovani Avvocati. *Segretario Nazionale Anpa - Giovani Legali Italiani