Griffe false, venderle è sempre reato

Per gli ermellini scatta l'illecito anche quando la contraffazione è evidente

Vu cumprà sempre più a rischio! Sono colpevoli di commercio di prodotti con segni falsi, anche se borse, cinte e cappellini sono mal imitati e visibilmente falsi. Lo ha stabilito la Cassazione che, con la sentenza 29377/06 qui leggibile tra gli allegati, ha dichiarato inammissibile il ricorso di un extracomunitario che vendeva delle imitazioni facilmente riconoscibili. L'uomo si era macchiato del reato prescritto dall'articolo 474 Cp introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi . Tale norma prevede che chiunque introduce nel territorio dello Stato per farne commercio, detiene per vendere, o pone in vendita, o mette altrimenti in circolazione opere dell'ingegno o prodotti industriali, esteri, contraffatti o alterati, è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a 2.065 euro . La pena era stata fissata in due mesi di reclusione e 200 euro di multa. Condannato in primo e secondo grado, l'ambulante si è rivolto alla Suprema corte sostenendo che i suoi prodotti non potevano ingenerare confusione negli acquirenti. La contraffazione era così grossolana da essere perfettamente riconoscibile. Questa linea di difesa non ha convinto i giudici di legittimità secondo cui, si legge nelle motivazioni, il reato di cui all'articolo 474 Cp è volto a tutelare non la libera determinazione dell'acquirente, ma la pubblica fede, intesa come affidamento dei consumatori nei marchi, quali segni distintivi della particolare qualità ed originalità dei prodotti messi in circolazione. Ne consegue che non incide sul perfezionamento del reato né in relazione ad esso può parlarsi di reato impossibile il solo fatto che la grossolanità della contraffazione sia riconoscibile dall'acquirente in ragione delle modalità della vendita, in quanto la tutela della buona fede, apprestata dalla norma, non si rivolge al solo compratore occasionale, ma alla generalità dei soggetti possibili destinatari dei prodotti provenienti dalle imprese titolari dei marchi ed anche alle imprese medesime, che hanno interesse a mantenere certa la funzione del marchio . Con questa motivazione il Collegio ha respinto integralmente il ricorso dell'uomo condannandolo alla reclusione e alla multa. Per il futuro sarà meglio lasciar stare le imitazioni di borse, cinture e cappellini, anche se non incantano nessuno perché fatte male. deb.alb.

Cassazione - Sezione quinta penale up sentenza 6 aprile-30 agosto 2006, n. 29377 Presidente Foscarini - Relatore Pizzuti Pg Consolo - Ricorrente Diouf Motivi della decisione Diouf Omar ha proposto, per mezzo del difensore, ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte d'appello di Genova in data 14 dicembre 2004, confermativa della sentenza del Tribunale di La Spezia in data 10 marzo 2003, che aveva condannato il medesimo Diouf alla pena di mesi due di reclusione ed euro 200 di multa, avendolo riconosciuto colpevole del reato di cui all'articolo 474 Cp per avere detenuto per la vendita n. 3 borse Louis Vuitton, n. 3 borse Prada, n. 3 borse Gucci, n. 1 pantalone Levis Strass, n. 1 tuta Nike, n. 3 tute Adidas, tutti recanti marchi falsificati, in Portovenere il 14 febbraio 1999 . Con i motivi, il Diouf ha dedotto 1 erronea applicazione dell'articolo 474 Cp, attesi l'evidente scarsità qualitativa dei predetti prodotti, i prezzi eccessivamente bassi e le condizioni in cui erano stati posti in vendita 2 mancanza di motivazione con riferimento al mancato esame della doglianza sull'eccessività della pena proposta con i motivi di appello. Il ricorso è inammissibile donde, ex articolo 584 comma 4 Cpp, l'inammissibilità di eventuali motivi nuovi ex articolo 10 comma 5 legge 45/2006 . Il primo motivo è manifestamente infondato. Invero, il reato di cui all'articolo 474 Cp è volto a tutelare non la libera determinazione dell'acquirente, ma la pubblica fede, intesa come affidamento dei consumatori nei marchi, quali segni distintivi della particolare qualità ed originalità dei prodotti messi in circolazione. Ne consegue che non incide sul perfezionamento del reato né in relazione ad esso può palarsi di reato impossibile il solo fatto che la grossolanità della contraffazione sia riconoscibile dall'acquirente in ragione delle modalità della volontà, in quanto la tutela della buona fede, apprestata dalla norma, non si rivolge solo al compratore occasionale, ma alla generalità dei soggetti possibili destinatari dei prodotti provenienti dalle imprese titolari dei marchi ed anche alle imprese medesime, che hanno interesse a mantenere certa la funzione del marchio Cassazione, Sezione quinta, 20 settembre 2004, Chianella rv 231913 . Anche il secondo motivo è manifestamente infondato. Il motivo di appello sull'eccessività della pena era privo di specificità, di guisa che la Corte territoriale non aveva obbligo di motivare sul punto. In ogni caso, il giudice di primo grado, la cui sentenza è integrativa di quella impugnata, ha giustificato la misura della pena irrogata peraltro vicina al minimo edittale con motivazione sintetica, ma congrua. PQM La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di euro 500 alla Cassa delle ammende.