Erika resta in carcere: ""Non si è ancora ravveduta""

Respinta la richiesta di liberazione condizionale per la ragazza condannata a 16 anni di carcere per l'uccisione della madre e del fratello minore

Deve restare in carcere perché non si è ancora ravveduta è questo, in sintesi, il contenuto dell'ultimo verdetto della Cassazione per Erika De Nardo, la ragazza che il 12 febbraio 2001 uccise a Novi Ligure la madre Giusy Cassini e il fratellino Gianluca, con la complicità del fidanzato Omar. In pratica, per la Suprema corte Erika non ha ancora compreso il vissuto criminale di gravissima entità del quale si è resa colpevole. È quanto emerge dalla sentenza 18486/06, depositata ieri e qui leggibile tra gli allegati, con cui la Cassazione ha detto no al ricorso con cui la difesa di Erika aveva chiesto la liberazione condizionale della ragazza per inserirla in una struttura terapeutica. In particolare, la prima sezione penale di piazza Cavour ha condiviso la decisione presa dal Tribunale per i minorenni di Milano il 27 maggio 2005, che aveva giudicato in Erika carente il requisito del sicuro ravvedimento inteso come conclusione del processo di riadattamento sociale, giustificativo di una prognosi negativa circa la futura recidività . A sostegno di questa tesi, tra l'altro, militava la stessa relazione degli operatori penitenziari che, sebbene favorevoli al collocamento di Erika in una comunità terapeutica, testimoniavano dell'oscillazione continua del suo comportamento, migliorato ma ancora lontano dalla adesione consapevole e non solo opportunistica alle regole imposte . Secondo la Cassazione, quindi, l'ordinanza del Tribunale milanese ha correttamente argomentato sulla carenza del presupposto normativo per la concessione della liberazione condizionale , presupposto che richiede di fornire la prova della intervenuta emenda con dimostrazioni effettive e costanti di buona condotta . Spiegano gli ermellini che la condotta altalenante di Erika non ha consentito di formulare un giudizio positivo, rispetto alla richiesta avanzata . Questo perché la ragazza nonostante il corso di studi regolarmente seguito, mostrava le aperture di consapevolezza circa i delitti terribili commessi, solo sporadiche ed era ben lungi dall'aver acquisito un senso di colpa reale, come sintomo definitivo della raggiunta emenda . In altre parole - riassume la Cassazione - la liberazione condizionale è vista da Erika solo come uno strumento per evitare il carcere per adulti e per poi, attraverso il beneficio, avvicinarsi a quel traguardo di emenda tuttora ben lungi . Con riferimento al beneficio della condizionale, la Suprema corte sottolinea poi che le caratteristiche dell'istituto in esame non possono essere piegate alle contingenti esigenze del soggetto condannato, allorché come nella specie questo non appaia meritevole del medesimo . Così il ricorso di Erika è stato respinto.

Cassazione - Sezione prima penale cc - sentenza 26 aprile-25 maggio 2006, n. 18486 Presidente Sossi - Relatore Mocali Pg Delehaye - Ricorrente De Nardo Osserva Col provvedimento di cui in epigrafe, il Tribunale per i minorenni di Milano - in funzione di Tribunale di sorveglianza - rigettava la richiesta di liberazione condizionale, con inserimento in struttura terapeutica, avanzata dalla De Nardo. Rilevato che la richiesta si poneva in funzione di evitare alla condannata il trasferimento in un carcere per adulti, osservava il Tribunale che era carente il requisito del sicuro ravvedimento inteso come conclusine del processo di riadattamento sociale, giustificativo di una prognosi negativa circa la futura recidività . Invero, dalla relazione psicologica di sintesi in atti, emergeva che la ragazza denotava un progressivo adattamento alla vita carceraria, che le era valsa la concessione seppure non per tutti i semestri di detenzione della liberazione anticipata e che aveva seguito studi regolari, ma la revisione del vissuto criminale - peraltro di gravissima entità - era tuttora in corso e presentava caratteristiche di forte discontinuità. La De Nardo mostrava aperture di consapevolezza, ma la loro intermittenza e la mancanza di un effettivo senso di colpa esigevano ancora un trattamento lungo e tutt'altro che scontato negli esiti, per la presenza di un marcato assetto di natura schizoide, che scinde costantemente i fattori affetti da quelli cognitivi, non permettendone l'armonizzazione. Anche le relazioni degli operatori penitenziari, concludendo per il collocamento della ragazza in comunità terapeutica, testimoniavano dell'oscillazione continua del suo comportamento, migliorato ma ancora lontano dalla adesione consapevole e consolo opportunistica alle regole imposte. In conclusine, la tesi difensiva della necessità di una terapia psichiatrica funzionale al ravvedimento, non poteva essere accolta, sacrificandosi altrimenti il requisito sopra indicato, posto ineludibilmente dalla legge, per la concessione della liberazione condizionale. Avverso tale pronuncia ricorreva per cassazione, a mezzo del suo difensore, la De Nardo, che denunciava vizio della motivazione. La norma che richiede il sicuro ravvedimento del condannato non era stata interpretata secondo logica del Tribunale. La necessità di un percorso terapeutico, funzionale alla riabilitazione completa della condannata, era stata già indicata dal giudice di merito e aveva poi trovato pratica attuazione nel corso della detenzione lo scopo era quello, appunto, di ottenere la completa rielaborazione del vissuto criminale e l'acquisizione del senso di colpa, che l'ordinanza impugnata indica come tuttora carenti. Il passaggio del carcere minorile a quello per adulti, comprometteva irreparabilmente il percorso iniziato era dunque necessario interpretare con logica il testo letterale della normativa di riferimento. Il ricorso è infondato, al limite della inammissibilità. L'ordinanza impugnata ha invero argomentato sulla carenza del presupposto normativo per la concessione della liberazione condizionale - ovvero, secondo la previsione dell'articolo 179 Cp, la prova della intervenuta emenda, per aver dato il condannato prove effettive e costanti di buona condotta, qui giustamente riassunte nel concetto di sicuro ravvedimento - senza incorrere in vizi logico-giuridici ed osservando correttamente come la condotta altalenante del soggetto che accanto al corso di studi regolarmente seguito, mostrava aperture di consapevolezza, circa i delitti terribili commessi, solo sporadiche ed era ben lungi dell'avere acquisito un senso di colpa reale, come sintomo definitivo della raggiunta emenda non consentisse di formulare un giudizio positivo, rispetto alla richiesta avanzata. Con la conseguente e condivisibile osservazione che la liberazione condizionale era vista dalla attuale ricorrente solo come uno strumento per evitare il carcere per adulti e per poi, attraverso il beneficio, avvicinarsi a quel traguardo di emenda tuttora ben lungi e, a ben vedere, a tale visione corrisponde il contenuto del ricorso, dal quale si evince che sostanzialmente la ricorrente ammette non essersi integrato il presupposto normativo inizialmente richiamato, ma insiste a chiedere il beneficio perché le può servire per acquisirlo. E però l'ordinanza impugnata ha ben risposto sul punto, correttamente affermando che le caratteristiche dell'istituto in esame non possono essere piegate alle contingenti esigenze del soggetto condannato, allorché - come nella specie - questo non appaia meritevole del medesimo. Il ricorso deve dunque essere rigettato, senza ulteriori sanzioni, essendosi il procedimento ancora svolto nell'ambito della procedura per i minori. PQM Rigetta il ricorso.