Rilevanti le dichiarazioni del consulente nel procedimento tributario

Il divieto di accogliere prove testimoniali nel processo non riguarda le eventuali dichiarazioni rilasciate dal professionista delegato dal contribuente esse possono essere raccolte in fase procedimentale, purché supportate da elementi oggettivi di riscontro.

L’Amministrazione può considerare del tutto valide le affermazioni che il professionista, consulente e delegato del contribuente, renda nell’ambito dell’accertamento. Tali dichiarazioni non possono essere, infatti, assimilabili alle prove testimoniali, cui è fatto esplicito divieto di ammissione ex art. 4, D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546. Questa, in sintesi, una delle conclusioni cui è pervenuta la Corte di Cassazione nella sentenza 9552 dello scorso 19 aprile. Il caso. Un contabile aveva dichiarato l’assenza di una vera e propria sede e di una struttura organizzativa da parte della società accertata. Il fatto, verificato dall’Ufficio, aveva indotto a ritenere tale società non in grado di svolgere le prestazioni oggetto di fatturazione. La Commissione Tributaria aveva ragionevolmente, secondo i giudici di legittimità, valutato le prove documentali, proprio a motivo del fatto che, oltre alle dichiarazioni rese, erano presenti i riscontri oggettivi prodotti dall’Amministrazione finanziaria. Un orientamento consolidato. Questo principio era peraltro già stato affermato in passato da altre pronunce della Suprema Corte, quali ad esempio, la n. 16032/2005 o la più recente 20032/2011, secondo cui le informazioni raccolte da testimoni possono essere accolte nell’ipotesi in cui trovino supporto in verifiche, oggettive, da parte dell’Ufficio accertatore. Le differenze tra le dichiarazioni del professionista e le prove testimoniali. La differenza sostanziale tra le dichiarazioni rese dal professionista terzo nel procedimento e le prove testimoniali, stanno nel fatto che queste ultime, solitamente orali, rivestono uno specifico valore probatorio essendo rilasciate sotto giuramento e riguardano processi diversi da quello tributario che, come detto, le esclude. Al contrario le affermazioni del consulente costituiscono esclusivamente circostanze di tipo indiziario che l’Amministrazione dovrà comunque verificare riscontrando oggettivamente i dati.

Corte di Cassazione, sez. Tributaria sentenza 25 settembre 2012 - 19 aprile 2013, n. 9552 Presidente D’Alonzo Relatore Schirò Svolgimento del processo La s.r.l. F. P., esercente attività di commercio all'ingrosso e al dettaglio di bevande, ha proposto ricorso per cassazione, sulla base di cinque motivi, nei confronti dell'Agenzia delle entrate, avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale del Molise indicata in rubrica, che ha rigettato l'appello proposto dalla contribuente contro la sentenza di primo grado, che aveva a sua volta rigettato il ricorso proposto dalla menzionata società avverso un avviso di accertamento con il quale erano state effettuate riprese a tassazione di Iva, Ires e Irap per l'anno 2004, oltre alla comminatoria di sanzioni. L'Agenzia delle entrate intimata ha resistito con controricorso. Alla odierna udienza pubblica la società ricorrente ha chiesto il rinvio della trattazione della causa per consentire la definizione del procedimento di annullamento in sede di autotutela dell'avviso di accertamento impugnato, nella parte riguardante la determinazione delle sanzioni applicate. Il Pubblico ministero si è opposto al rinvio. Motivi della decisione 1. Preliminarmente va disattesa la richiesta di rinvio della trattazione della causa formulata dalla ricorrente. Osserva al riguardo il collegio che la stessa ricorrente ha prodotto documentazione dalla quale risulta che il richiesto annullamento e la rideterminazione delle sanzioni sono stati già disposti dall’Amministrazione finanziaria, con la conseguenza che, in considerazione dell'avanzato stato del relativo procedimento amministrativo, la celebrazione del giudizio di cassazione, che non riguarda l'applicazione delle sanzioni, e la pronuncia della relativa sentenza non costituiscono ragioni ostative alla definizione del procedimento stesso. 2. Con il primo motivo la ricorrente denuncia omessa pronuncia e violazione del principio corrispondenza tra chiesto e pronunciato, avendo la Commissione tributaria regionale omesso di pronunciarsi su specifici motivi di appello, quali - la mancata notifica dei verbali giornalieri - il difetto di motivazione dell'avviso di accertamento - l'assenza di prove in merito alle contestazioni contenute nell'avviso di accertamento - la violazione dell'art. 7, comma 4, del d.lgs 1992/546, in quanto un rilievo era fondato su dichiarazioni di terzi - il ricorso a presunzioni prive dei requisiti di cui all'art. 2729 c.c. - la violazione del principio di efficacia probatoria delle scritture contabili regolarmente tenute - la mancata considerazione che la base imponibile non può che essere costituita dal reale corrispettivo della transazione. 2.1. Il motivo è privo di fondamento. Dallo stesso ricorso per cassazione risulta che i motivi di appello sopra indicati, attinenti a vizi dell'atto di accertamento e non della sentenza di primo grado, non erano stati svolti nel ricorso introduttivo del giudizio davanti alla Commissione tributaria provinciale di Campobasso, dove la contribuente aveva invece mosso censure riguardanti i rilievi relativi alla cessione, intervenuta tra la P. P. s.r.l. e la Fili P. s.r.l., di un accordo commerciale con la Forst s.p.a., ai rapporti con la M. Distribuzioni s.r.l. e al recupero a tassazione dell'importo relativo alle fatture emesse dalla O.G.E. Organizzazione grandi eventi con sede in Napoli. Si tratta pertanto di nuovi motivi d'impugnazione dell'avviso di accertamento per la prima volta dedotti nel giudizio di appello, che legittimamente la Commissione tributaria regionale ha implicitamente disatteso proprio in ragione della loro novità e conseguente inammissibilità nel giudizio di secondo grado, atteso che il contenzioso tributario ha un oggetto rigidamente delimitato dalle contestazioni comprese nei motivi di impugnazione avverso l'atto impositivo dedotti col ricorso introduttivo artt. 18 e 24 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 , i quali costituiscono la causa petendi rispetto all'invocato annullamento dell'atto medesimo, con conseguente duplice inammissibilità di un mutamento delle deduzioni avanti al giudice di secondo grado, ovvero dell'inserimento di temi d'indagine nuovi Cass. 2011/13934 . Osserva inoltre il collegio che non è configurabile il vizio di omesso esame dì una questione connessa a una prospettata tesi difensiva o di un'eccezione di nullità ritualmente sollevata o rilevabile d'ufficio , quando debba ritenersi che tali questioni od eccezioni siano state esaminate e decise - sia pure con una pronuncia implicita della loro irrilevanza o di infondatezza - in quanto superate e travolte , anche se non espressamente trattate, dalla incompatibile soluzione di altra questione, il cui solo esame comporti e presupponga, come necessario antecedente logico-giuridico, la detta irrilevanza o infondatezza Cass. 2005/13649 2006/11844 . Nel caso di specie, i giudici di appello, dopo aver premesso che le deduzioni, eccezioni e richieste tutte avanzate dalla società appellante nella impugnativa proposta si appalesano del tutto infondate nonché destituite di qualunque fondamento logico e giuridico e quindi le stesse vanno disattese ha esaminato te censure svolte dalla contribuente con l'atto di appello, disattendendole alla stregua della documentazione in atti e degli accertamenti compiuti dall'Amministrazione finanziaria e ritenendo conclusivamente legittimo e fondato l'operato della stessa Amministrazione, con una pronuncia di merito che risulta logicamente incompatibile con raccoglimento delle questioni di natura preliminare sulla legittimità formale delle procedure di accertamento e delle doglianze riguardanti la pertinenza, congruità e rilevanza degli elementi probatori su cui l'accertamento stesso si è fondato. 3. Con il secondo motivo si censura la sentenza per avere, con riferimento ai rapporti della ricorrente con la M. distribuzioni s.r.l., attribuito rilievo alle dichiarazioni del contabile, consulente e delegato di tale ultima società. La censura non è fondata. Sul punto i giudici di appello hanno motivato la loro decisione osservando che, come risulta dalla documentazione agli atti di causa, tra cui particolare rilievo assumono le dichiarazioni del contabile Dott. G. A., consulente e delegato della M. Distribuzioni s.r.l., la società in oggetto, mancando di una struttura organizzativa adeguata, di una sede legale operativa nonché di personale dipendente, di fatto, risultava non operante, pur avendo la stessa emesso fatture commerciali in favore della società appellante ed hanno ulteriormente posto in evidenza che la sede legale della società M. Distribuzioni srl indicata nella via XXIV Maggio risulta inesistente , mentre la sede della medesima dislocata su Termoli, e posta in Contrada Casa La Croce, di fatto risulta essere la sede legale di un'altra e diversa società che ivi svolgeva la sua attività e cioè la società P. P. e Figli srl . E' evidente pertanto, in base a quanto precede, che la decisione della Commissione tributaria regionale si è fondata, oltre che sulle dichiarazione del dott. A., anche sui riscontri documentali in atti. Osserva peraltro il collegio che il divieto di ammissione della prova testimoniale nel giudizio davanti alle commissioni tributarie, sancito dall'articolo , comma quarto, del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, sì riferisce alla prova testimoniale da assumere nel processo - che è necessariamente orale, di solito ad iniziativa di parte, richiede la formulazione di specifici capitoli, comporta il giuramento dei testi, e riveste, conseguentemente, un particolare valore probatorio -, e non implica, pertanto, rinutilizzabilità, ai fini della decisione, delle dichiarazioni raccolte dall'Amministrazione nella fase procedimentale e rese da terzi , e cioè da soggetti terzi rispetto al rapporto tra il contribuente - parte e l'Erario. Tali informazioni testimoniali hanno il valore probatorio proprio degli elementi indiziari, e devono pertanto essere necessariamente supportate da riscontri oggettivi Corte cost., sentenza n. 18 del 2000 Cass. 2002/903 cfr. Cass. 2005/16032 2011/20032 . 4. Con il terzo motivo si denuncia violazione del principio dell'onere della prova in ordine alla ritenuta non effettività delle operazioni poste in essere con la M. distribuzioni s.r.l. La censura è manifestamente infondata, in quanto, anche alla stregua di quanto osservato con riferimento al secondo motivo di ricorso, i giudici di appello si sono pronunciati, valutando e utilizzando gli elementi probatori versati in atti all'esito dell'accertamento compiuto dall'Amministrazione finanziaria e puntualmente indicati nella motivazione della sentenza. 5. Con il quarto motivo si denuncia vizio di motivazione circa un fatto controverso in ordine alla non effettività delle operazioni poste in essere con la M. distribuzioni, erroneamente ritenuta società non operante. La doglianza è inammissibile. Nessun specifico vizio di motivazione è dedotto e la censura mira ad un non consentito riesame nel merito, da parte del giudice di legittimità, dell'accertamento di fatto compiuto dai giudici di appello. 6. Con il quinto e ultimo motivo si censura ancora vizio di motivazione circa un fatto decisivo e controverso, inerente al rilievo avente ad oggetto la cessione tra la P. P. s.r.l. e la ricorrente F.lli P. s.r.l. di un accordo di fornitura tra quest'ultima e la Forst s.p.a. La censura è inammissibile. La decisione sul punto è congruamente motivata con riferimento a tre specifiche circostanze di fatto espressamente richiamate - la mancanza di un valido contratto di cessione - la mancanza di prova in ordine al consenso espresso alla cessione da parte del contrante ceduto - la esplicita previsione nel contratto di fornitura del divieto di cessione a terzi del contratto medesimo. La ricorrente, senza dedurre specifici vizi di motivazione, muove inammissibili censure di fatto all'accertamento compiuto dai giudici di appello sulle circostanze sopra indicate. Le considerazioni che precedono conducono al rigetto del ricorso e le spese del giudizio di cassazione, da liquidarsi come in dispositivo, seguono la soccombenza. P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento in favore della controricorrente delle spese del giudizio di cassazione, che si liquidano in euro 20.000,00 , oltre alle spese prenotate a debito.