«Io ti licenzio e ti mando via!», per un cambio turno. «Mi vuole picchiare!», ma l’altro è calmo. Prove da rivalutare

L’importanza di tali elementi istruttori è evidente ai fini decisori, visto che solo sulla scorta delle due testimonianze riportate poggia la decisione circa la prova della giusta causa del licenziamento. Tale giusta causa deve peraltro rivestire il carattere di grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro e del rapporto fiduciario.

Con la sentenza n. 7398, depositata il 25 marzo 2013, la Corte di Cassazione ha ordinato al giudice di merito di rivalutare correttamente le prove. Tre anni di sanzioni disciplinari dalla sospensione al licenziamento. Un centro di fisioterapia licenzia un proprio dipendente avente mansioni di massokinesiterapista. La giusta causa del licenziamento sarebbe disciplinare avrebbe infatti proferito parole ingiuriose e minacciose nei confronti dell’amministratore . Nei due anni precedenti, sempre nel medesimo periodo, aprile - maggio, era stato sospeso per 5 e per 10 giorni per aver lasciato un paziente dentro ad un box per la terapia mentre intanto parlava con un altro paziente e per non aver provveduto a prendersi cura di un paziente. Ma le prove sono state correttamente valutate? Il lavoratore propone ricorso in Tribunale, che dichiara l’illegittimità di tutte le misure sanzionatorie. La Corte d’Appello ribalta la decisione, confermando solo l’illegittimità della sospensione di 10 giorni. Il licenziato ricorre per cassazione, lamentando l’errata valutazione delle emergenze probatorie in relazione ai fatti causa di licenziamento ed in relazione all’accertamento della proporzionalità di tale sanzione rispetto ai fatti in tal modo addebitati. C’è vizio di motivazione. La S.C. ricorda che l’accertamento dei fatti addebitati al lavoratore ed il giudizio di gravità e proporzionalità spetta al giudice di merito. In sede di legittimità può essere rilevato solo vizio di motivazione, che nel caso specifico sussiste. La corte territoriale ha infatti ritenuto provato l’addebito fondandolo su un generico richiamo alle deposizioni di due testimoni, e non su un esame rigoroso delle medesime . Le testimonianze sono univoche il fatto contestato non sussiste. La Corte riporta i testi di alcune testimonianze, da cui risulta uno stato di pacatezza del lavoratore, a fronte di un’agitazione dell’amministratore suscitata dalla semplice richiesta di cambio dell’orario di lavoro, non risultando che il dipendente lo abbia in alcun modo minacciato. Visto il contenuto delle deposizioni la Corte ritiene che debba imporsi una nuova valutazione delle stesse e del restante materiale probatorio da parte del giudice di merito e della loro idoneità a provare l’addebito mosso al dipendente. Annullamento con rinvio. Pertanto la Corte di Cassazione annulla la sentenza impugnata rinviando per un nuovo giudizio, anche perché la Corte d’Appello stessa ha basato la propria decisione sul clima di sfiducia reciproca che sarebbe emerso dalle due precedenti sanzioni, mentre ha ritenuto come banale il fatto oggetto di addebito.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 23 gennaio 25 marzo 2013, n. 7398 Presidente Vidiri Relatore Fernandes Svolgimento del processo P.G. - dipendente dal 19.11.1991 del Centro Agro Aversano s.r.l. con mansioni di massokinesiterapista - impugnava innanzi al Tribunale di S.Maria Capua Vetere in funzione di giudice del lavoro le sanzioni disciplinari irrogategli in data 22.5.1998, di cinque giorni di sospensione dal servizio, e 20.4.1999, di dieci giorni di sospensione dal servizio e dalla retribuzione, nonché il licenziamento disciplinare per giusta causa intimatogli con missiva del 5 aprile 2000, in costanza di malattia, chiedendone l'annullamento con ordine alla convenuta società di reintegrarlo con le conseguenze di cui all'articolo Stat. Lav. e la condanna al risarcimento del danno non patrimoniale subito. Nella prima contestazione disciplinare mossa al P. - e sanzionata in data 22 maggio 1998 - gli era stato contestato di aver lasciato un paziente nel box destinato alle terapie intrattenendosi a parlare nella sala di attesa con un altro paziente e di aver proferito frasi ingiuriose nei confronti di un collega e di un medico nella seconda, del 20 aprile 1999, di aver omesso di ritirare il cartellino relativo ai pazienti assegnatigli per le terapie e di non aver provveduto a prendersi cura di un paziente in attesa di trattamento e di non essersi attenuto alle disposizioni dell'amministrazione. L'infrazione disciplinare posta a fondamento del provvedimento espulsivo, preceduto da cinque giorni di sospensione cautelare dal servizio, era l'aver proferito parole ingiuriose e minacciose nei confronti dell'amministratore. L'adito giudice, con sentenza del 5 ottobre 2006, annullava le due sanzioni disciplinari conservative della sospensione dal servizio e dalla retribuzione - per vizio procedurale non essendo state puntualmente contestate le condotte concrete tenute dal dipendente - e dichiarava la illegittimità del licenziamento per mancanza della prova del comportamento addebitato al lavoratore, rigettando la domanda di risarcimento del danno da mobbing . Avverso tale decisione proponevano appello principale il Centro Agro Aversano ed appello incidentale il P. relativamente al rigetto della domanda di risarcimento del danno non patrimoniale, precisando che non si identificava con il danno da mobbing e la Corte di Appello di Napoli, con sentenza pubblicata il 14 marzo 2008, in parziale accoglimento del gravame principale, annullava la sanzione disciplinare di sospensione dal lavoro di giorni dieci comunicata in data 20 aprile 1999 e rigettava nel resto la domanda proposta dal P. e di cui al ricorso introduttivo del giudizio. In particolare, la Corte territoriale aveva ritenuto a che la contestazione relativa alla sanzione disciplinare irrogata in data 22.5.1998 era sufficientemente specifica e tale da porre il lavoratore in condizione di spiegare una compiuta difesa b che, invece, quella relativa alla sanzione del 20 aprile 1999, così come formulata, era generica perché non si precisava il comportamento addebitato al P. né venivano indicate le disposizioni dell'amministrazione violate c che, diversamente da quanto ritenuto dal primo giudice, gli addebiti posti a fondamento del provvedimento espulsivo erano rimasti provati a seguito della espletata istruttoria orale ed erano di una gravità tale da ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario alla base del rapporto di lavoro subordinato. Per la cassazione di detta sentenza ha proposto ricorso il P. affidato a quattro motivi. Il Centro Agro Aversano s.r.l. di F.K.T. resiste con controricorso e propone ricorso incidentale fondato su due motivi cui resiste il P. con controricorso. Il Centro Agro Aversano ha depositato memorie ex art. 378 c.p.c Motivi della decisione Preliminarmente, i ricorsi vanno riuniti, ai sensi dell'art. 335 c.p.c., in quanto proposti avverso la stessa sentenza. Con il primo motivo del ricorso principale si deduce violazione ed errata applicazione degli artt. 2697 c.c. e 5 della legge n. 604/1966, 2119 c.c. e 115 e 116 c.p.c., per inadeguata, illogica e contraddittoria vantazione delle prove in relazione all'accertamento della sussistenza dei fatti contestati al ricorrente in data 22 marzo 2000 ed alla base del licenziamento di cui alla nota aziendale del 5 aprile 2000 in ogni caso, omessa, insufficiente inesatta e contraddittoria motivazione su un punto decisivo art. 360 nn. 3, 4 e 5 c.p.c. . Si assume che la Corte territoriale ha posto a sostegno della propria decisione una motivazione che non trova riscontro alcuno nelle prove testimoniali raccolte - peraltro inesattamente richiamate - e si è tradotta in un grave travisamento dei fatti. Con il secondo motivo viene dedotta violazione ed errata applicazione dell'art. 4 Cost., degli artt. 1175, 1375, 2104 e 2119 c.c., 5 L. n. 604/1966 e 115 e 116 c.p.c. per inadeguata, illogica e contraddittoria valutazione delle prove in relazione all'accertamento della proporzionalità tra il licenziamento irrogato al P. il 4 aprile 2000 ed i fatti contestati nella nota del 22 marzo 2000 nonché, in ogni caso, omessa, insufficiente, inesatta e contraddittoria motivazione su un punto decisivo art. 360 co. 3, 4 e 5 c.p.c. per avere la Corte di appello del tutto omesso qualsiasi apprezzamento e dell'elemento intenzionale nella condotta addebitata al dipendente e della effettiva gravità della stessa in relazione alle mansioni svolte. Con il terzo motivo si deduce violazione ed errata applicazione degli arti 2697, 2104 e 2106 c.c. e 115 e 116 c.p.c. per inadeguata, illogica e contraddittoria valutazione delle prove agli atti di causa in relazione all'accertamento della sussistenza dei fatti contestati al P. con nota del 19 maggio 1998, nonché alla conseguente illegittimità della successiva sanzione disciplinare di cui alla nota aziendale del 22 maggio 1998 e, in ogni caso, omessa insufficiente, inesatta e contraddittoria motivazione su un punto decisivo. Si evidenzia che la Corte di merito aveva ritenuto provato l'addebito mosso al P. sulla scorta della deposizione della teste B. laddove la stessa aveva dichiarato di non poter riferire nulla in merito all'episodio di cui alla lettera di contestazione in quanto nell'anno 1998 non lavorava nel Centro Agro Aversano. Con il quarto motivo si deduce violazione ed errata applicazione delle norme di legge richiamate ai motivi 1^ e 2^ anche in relazione al rigetto, da parte del giudice del gravame, dell'appello incidentale e/o, comunque, in ordine al mancato accoglimento integrale delle originarie domande del P. di cui al ricorso introduttivo del giudizio nonché, in ogni caso, inesatta e contraddittoria motivazione su un punto decisivo. Premesso che la Corte di merito non ha pronunciato in merito all'appello incidentale - inteso a censurare la sentenza di primo grado nella parte in cui non aveva riconosciuto il risarcimento del danno biologico, morale ed esistenziale derivati al P. a seguito del licenziamento illegittimo - avendolo ritenuto assorbito dall'accoglimento dell'appello principale proposto dal Centro Agro Aversano, viene riproposto detto appello incidentale chiedendo che, qualora venga cassata l'impugnata sentenza, il giudice di rinvio valuti nuovamente anche la predetta domanda di risarcimento del danno non patrimoniale avanzata dal ricorrente. Il primo motivo è fondato. Vale ricordare che nei licenziamenti per motivi disciplinari l'accertamento dei fatti addebitati al lavoratore - che ne sono addotti a motivazione - nonché il giudizio di gravità e di proporzionalità dei fatti medesimi, rispetto al licenziamento come ad ogni altra sanzione disciplinare, sono riservati al giudice di merito - secondo la giurisprudenza di questa Corte cfr. tra le molte Cass. n. 25144 del 13/12/2010, n. 21412 del 05/10/2006, n. 5013 del 11/03/2004, n. 16898 del 28/11/2002 - e, come tali, sono sindacabili, in sede di legittimità, soltanto sotto il profilo del vizio di motivazione. Inoltre, nel giudizio di legittimità, il ricorrente che deduca l'omessa o insufficiente motivazione della sentenza impugnata per mancata od erronea valutazione di alcune risultanze probatorie ha l'onere, in virtù del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di specificare, trascrivendole integralmente, le prove non o mal valutate, nonché di indicare le ragioni del carattere decisivo delle stesse. Il mancato esame di un'istanza istruttoria può dar luogo al vizio di omessa o insufficiente motivazione solo se le risultanze processuali non o mal valutate siano tali da invalidare l'efficacia probatoria delle altre sulle quali il convincimento si è formato, onde la ratio decidendi venga a trovarsi priva di base. cfr. tra le varie Cass. n. 19051 del 29/09/2005 Cass. n. 3004 del 17/02/2004 . Orbene, nel caso in esame ricorre il denunciato vizio. Osserva il Collegio che l'iter logico seguito nella impugnata sentenza per giungere a ritenere provato l'addebito a carico del P. risulta del tutto inadeguato, fondato su un generico richiamo alle deposizioni dei testi T. e D.G. e non su un esame rigoroso delle medesime. Ed infatti, non è dato comprendere come sulla scorta delle dichiarazioni rese dai predetti testi la Corte di merito abbia ritenuto confermati gli addebiti mossi al P. il 22 marzo 2000 e cioè in data odierna Lei chiedeva di parlare con il responsabile legale della struttura dott. M.C. ricevuto nello studio medico, chiedeva di modificare il proprio orario di lavoro. Al diniego ricevuto si alterava profferendo parole ingiuriose e minacce. Invitato ad avere un comportamento più idoneo alla struttura proseguiva nel suo comportamento e pertanto veniva invitato ad allontanarsi dal centro. È il caso di riportare il contenuto delle deposizioni in questione. Più specificamente, il T. aveva dichiarato di ricordare che nel marzo 2000 un signore, di cui non conosco il nome, iniziò ad urlare contro il ricorrente proferendo le seguenti parole io ti licenzio e di mando via. Chiesi dunque al P. che cosa era accaduto e lui mi disse, che aveva chiesto un cambio di turno e pertanto era stato redarguito in quel modo. Ricordo che il ricorrente non rispose nulla . Il D.G. , a sua volta, aveva riferito ascoltai una discussione in cui il ricorrente chiedeva un cambio di turno ed evidenziava che aveva interpellato un collega che lo sostituisse. Il M. rispose con delle frasi tipo sei sempre tu, dai fastidio Te ne posso mandare ma non so a cosa potesse riferirsi in quanto ascoltavo dall'esterno. ADR La porta dell'ufficio del M. era socchiusa. All'improvviso il dott. M. uscì dalla porta dell'ufficio urlando Mi vuole picchiare, mi vuole mettere le mani addosso Poco dopo uscì il P. non ricordo che fosse agitato. ADR non ricordo di aver ascoltato frasi ingiuriose profferite dal P. nei confronti del M. . Non mi risulta che il P. abbia minacciato il M. . Tale essendo il contenuto delle deposizioni dei testi T. e D.G. si impone una nuova valutazione delle stesse e del restante materiale probatorio da parte del giudice del merito e della loro idoneità a provare l'addebito mosso al P. . La decisività di tali elementi istruttori ai fini del decidere è, peraltro, evidente visto che solo sulla scorta delle due riportate testimonianze poggia l'impugnata decisione laddove afferma che il datore di lavoro aveva assolto all'onere, su di lui incombente, di provare la giusta causa del licenziamento. Parimenti fondato è il secondo motivo di ricorso. Va ricordato che la giusta causa di licenziamento deve rivestire il carattere di grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro e, in particolare, dell'elemento fiduciario, dovendo il giudice valutare, da un lato, la gravità dei fatti addebitati al lavoratore, in relazione alla portata oggettiva e soggettiva dei medesimi, alle circostanze nelle quali sono stati commessi ed all'intensità del profilo intenzionale, dall'altro, la proporzionalità fra tali fatti e la sanzione inflitta, per stabilire se la lesione dell'elemento fiduciario, su cui si basa la collaborazione del prestatore di lavoro, sia tale, in concreto, da giustificare la massima sanzione disciplinare cfr. tra le più recenti Cass. n. 15654 del 18/09/2012, n. 6498 del 26/04/2012 . Ebbene, il giudice del gravame non ha fatto corretta applicazione di tali principi in quanto il giudizio di proporzionalità nella impugnata sentenza risulta essere stato formulato in modo generico - senza uno specifico riferimento all'addebito contestato che, peraltro, in sentenza viene ritenuto banale - ed argomentando in merito ad un clima di sfiducia reciproca che sarebbe emerso anche dalle due sanzioni disciplinari che avevano preceduto il licenziamento sanzioni di cui una era stata anche ritenuta illegittima . Fondato e da accogliere è anche il terzo motivo. Il giudice del gravame ha ritenuto provati i fatti contestati al P. con nota del 22 maggio 1998 solo dalla deposizione del teste B. . Ebbene, come è dato rilevare dalle dichiarazioni della teste riportate in ricorso, la stessa ebbe a riferire che nel 1998 non aveva lavorato presso il centro Agro Aversano e, quindi, nulla poteva dire in merito ai fatti accaduti in quel periodo. Anche, qui, dunque, valgano le considerazioni sopra esposte in ordine al primo motivo circa il vizio di motivazione della sentenza impugnata che, all'evidenza, risulta fondata su una errata e non aderente valutazione delle risultanze probatorie individuate come decisive per la decisione. Il quarto motivo di ricorso risulta essere assorbito dall'accoglimento dei primi tre. Passando all'esame del ricorso incidentale si osserva che con il primo motivo viene dedotta violazione e/o falsa applicazione dell'art. 7 comma 2^ L. 20.5.1970 n. 300 in relazione alla ritenuta illegittimità della sanzione disciplinare della sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per 10 giorni irrogata al P. in data 20.4.1999. Si assume che la Corte di merito erroneamente avrebbe ritenuto generica la contestazione dell'addebito al dipendente, fermandosi a valutare il mero tenore letterale della stessa , senza considerare le articolate giustificazioni addotte dallo stesso a seguito di detta contestazione riportate integralmente in ricorso che, invece, dimostravano come il contenuto della stessa fosse stato sufficientemente specifico . Tale censura viene proposta, nel secondo motivo, anche sotto il profilo del vizio di motivazione. I motivi, da esaminare congiuntamente in quanto logicamente connessi, sono fondati. La previa contestazione dell'addebito, necessaria in funzione dei licenziamenti qualificabili come disciplinari, ha lo scopo di consentire al lavoratore l'immediata difesa e deve conseguentemente rivestire il carattere della specificità, che è integrato quando sono fornite le indicazioni necessarie ed essenziali per individuare, nella sua materialità, il fatto o i fatti nei quali il datore di lavoro abbia ravvisato infrazioni disciplinari o comunque comportamenti in violazione dei doveri di cui agli artt. 2104 e 2105 cod. civ. Cass. n. 5115 del 03/03/2010 Cass. n. 7546 del 30/03/2006 Cass. n. 11045 del 10/06/2004 . È stato anche precisato che perché sia integrata la violazione della garanzia posta dall'art. 7 dello Statuto dei lavoratori è necessario che si sia verificata una concreta lesione del diritto di difesa del lavoratore Cass. n. 8303 del 21/04/2005 . Orbene, nel caso in esame, la Corte di merito nel valutare la specificità della missiva di contestazione del 18 marzo 1999 e della sua idoneità a porre il lavoratore in condizioni di comprendere la portata dell'addebito e di poter, quindi, esplicare pienamente il proprio diritto di difesa non ha fatto corretta applicazione di detti principi. Nella motivazione della sentenza impugnata è stato, infatti, del tutto omesso l'esame della missiva di risposta inoltrata dal P. contenente una dettagliata ricostruzione dei fatti di cui alla contestazione, esame necessario per verificare se, in concreto, la contestazione così come formulata rispondeva al requisito di specificità inteso nei termini sopra precisati. Così operando la Corte di merito ha anche omesso di fornire una risposta congrua e motivata sulla sussistenza dei fatti di cui alla contestazione disciplinare e sulla loro configurabilità come illecito disciplinare. Pertanto, vanno accolti tanto il ricorso principale che quello incidentale e la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio alla Corte di appello di Napoli, in diversa composizione, perché proceda al completo riesame della controversia sulla base delle risultanze processuali acquisite, attenendosi ai principi di diritto summenzionati e dando, poi, corretta motivazione al conseguente decisum . Il Giudice del rinvio provvederà, altresì, in ordine alle spese del giudizio di Cassazione. P.Q.M. La Corte, riuniti i ricorsi, li accoglie entrambi, cassa con rinvio alla Corte di Appello di Napoli in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio.