Il reato è integrato anche in caso di ricostruzione del patrimonio parziale e difficoltosa

Ai fini della sussistenza del reato di bancarotta documentale, l’impossibilità di ricostruzione del patrimonio aziendale non deve essere necessariamente assoluta, ma può anche essere relativa rileva pertanto anche una ricostruzione parziale operata con grande difficoltà.

Lo ha precisato la Corte di Cassazione con la sentenza n. 9332/13, depositata il 27 febbraio. Il caso. L’amministratore di una srl viene riconosciuto colpevole di bancarotta fraudolenta documentale e patrimoniale all’uomo vengono contestati diversi addebiti, tra i quali la mancanza di fatture e estratti conto bancari, la distrazione di beni strumentali, la stipula di un contratto di affitto di azienda il giorno precedente il fallimento inoltre, omettendo di richiedere tempestivamente il fallimento della società, egli ne avrebbe aggravato il dissesto. Il difensore dell’imputato ricorre allora per cassazione, ma le censure proposte, a giudizio degli Ermellini, non sono fondate. Rileva anche l’impossibilità relativa di ricostruire il patrimonio. Quanto alla bancarotta documentale, è vero che, come sostenuto dal ricorrente, il patrimonio e il movimento degli affari erano stati infine ricostruiti, ma ciò solo parzialmente ed in seguito ad una elaborata consulenza contabile operata con palese difficoltà. Il reato è dunque integrato, posto che l’impossibilità di ricostruzione del patrimonio può essere anche relativa il delitto, pertanto, sussiste anche nel caso in cui gli accertamenti abbiano richiesto particolare impegno e diligenza. Nel caso di specie, poi, non si può dubitare la sussistenza del dolo, stante la molteplicità delle irregolarità contabili. L’ipotesi di affitto di azienda va valutata caso per caso. Secondo la S.C., neppure le doglianze in ordine alla bancarotta patrimoniale sono meritevoli di accoglimento in particolare, i giudici di legittimità rilevano che indubbiamente l’affitto di azienda non concreta necessariamente un’ipotesi di distrazione, poiché va valutata l’incidenza dell’atto sulla consistenza del patrimonio aziendale nel caso in esame, tuttavia, la stipula del contratto avvenuta il giorno prima del fallimento pare costituire un ostacolo all’apprensione dei beni aziendali da parte della curatela. Da rivedere la sanzione inflitta. Infine, anche se non è oggetto di specifico motivo di ricorso, gli Ermellini ritengono che vada corretto il trattamento sanzionatorio, in quanto la pluralità di fatti di bancarotta all’interno del medesimo procedimento concorsuale rappresenta una circostanza aggravante e non un’ipotesi di reato continuato, come ritenuto in sede di merito. Per questi motivi la Cassazione annulla la sentenza impugnata limitatamente a quest’ultimo punto

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 21 novembre 2012 27 febbraio 2013, n. 9332 Presidente Ferrua Relatore Settembre Ritenuto in fatto 1. La Corte d'appello di Ancona, con sentenza del 17-5-2011, in parziale riforma di quella emessa dal Giudice dell'udienza preliminare del tribunale di Fermo, in sede di giudizio abbreviato, ha condannato F.C. a pena di giustizia per il reato di bancarotta fraudolenta documentale e patrimoniale commesso quale amministratrice della Jambently srl, dichiarata fallita il omissis . Al F. è contestato, in particolare - quanto alla bancarotta documentale la mancanza delle fatture di acquisto e di vendita, dei partitari, degli estratti conto bancari, del registro di magazzino, l'incompletezze del libro cespiti capo a - quanto alla bancarotta patrimoniale la distrazione di due autovetture e beni strumentali del valore storico di Euro 119.527,55 la vendita di beni negli anni 2004 e 2005 ad un prezzo inferiore al valore reale fatto che generava una minusvalenza di Euro 1.560,41 la cessione di beni mobili a favore di società di cui era socio, insieme alla moglie, per il valore di 23.000 Euro, al fine di recare pregiudizio ai creditori la distrazione, dopo il fallimento, di Euro 11.024,85 capo b nonché la stipula di un contratto d'affitto d'azienda il giorno precedente il fallimento, al fine di recare pregiudizio ai creditori capo c - la violazione dell'art. 217 L.F., per aver omesso di richiedere il fallimento della società, che era in stato di decozione già nel 2000, con conseguente aggravamento del dissesto capo e . 2. Contro la predetta sentenza ha proposto ricorso per Cassazione il difensore dell'imputato, avv. Mauro Cimino, lamentando, con unico motivo, la violazione della normativa fallimentare e delle regole di valutazione della prova, nonché il vizio di motivazione. Deduce che la contabilità tenuta dalla società aveva reso comunque possibile la ricostruzione, da parte del consulente del Pubblico Ministero, del patrimonio e del movimento degli affari e che nel comportamento dell'amministratore potrebbe, al massimo, ravvisarsi l'elemento della colpa. Lamenta che, in tema di bancarotta per distrazione, sia stata teorizzata l'inversione dell'onere probatorio e che sia stata ravvisata un'attività distrattiva nell'affitto dell'azienda, attuato, invece, al solo fine di preservare il patrimonio d'impresa. Deduce, quanto alle somme prelevate, che si trattava di compensi deliberati dalla società, che spettavano al F. quale amministratore, e che manchi assolutamente la prova dell'aggravamento del dissesto negli anni 2004-2005. Lamenta che i giudici di merito non abbiano tenuto in nessun conto la domanda di concordato preventivo da lui presentata, che deve equipararsi, a suo giudizio, ad una istanza di fallimento, in quanto introduttiva di una procedura concorsuale. Considerato in diritto Tutti i motivi di ricorso sono infondati. Tuttavia, va disposto l'annullamento della sentenza limitatamente al trattamento sanzionatorio, al fine di adeguarlo alle previsioni di legge. 1. Infondate sono, innanzitutto, le doglianze relative alla ritenuta responsabilità per bancarotta documentale, avendo la Corte territoriale dato atto che la documentazione contabile era stata tenuta in maniera frammentaria e incompleta, talché solo con palesi difficoltà era stato possibile ricostruire, e in maniera solo parziale, la consistenza del patrimonio e il movimento degli affari, sulla base di una elaborata consulenza contabile. Questo fatto integra, di per sé, il reato in questione, giacché l'impossibilità di ricostruzione del patrimonio aziendale non deve essere necessariamente assoluta, ma può essere anche relativa. Il delitto sussiste, quindi, non solo quando la ricostruzione del patrimonio sia impossibile per il modo in cui le scritture contabili sono state tenute, ma anche quando gli accertamenti da parte degli organi fallimentari siano stati superabili solo con particolare impegno e diligenza Cass., sez. V, 19/4/2010, n. 21588 . Quanto al dolo, è sufficiente, nella bancarotta documentale generica, la coscienza e volontà dell'irregolare tenuta delle scritture contabili e la consapevolezza che questa renderà o potrà rendere impossibile o più difficile la ricostruzione delle vicende del patrimonio d'impresa ex multis, Cass. Pen., sez. V, 25/3/2010, n. 21872 cosa di cui non è lecito dubitare nel caso di specie, stante la molteplicità delle irregolarità da cui la contabilità era affetta. 2. Infondate sono pure le doglianze in ordine alla bancarotta patrimoniale. La sentenza impugnata, sulla base dei dati introdotti nel processo dal curatore e dal consulente del Pubblico Ministero, ha accertato che due autovetture e beni strumentali del valore storico di Euro 119.527,55, presenti nel patrimonio sociale prima del fallimento, non furono consegnati al curatore e non fu dimostrata la loro destinazione al raggiungimento di scopi sociali che negli anni 2004 e 2005 - vale dire, a ridosso del fallimento - furono vendute merci di magazzino ad un prezzo inferiore al valore reale fatto che generava una minusvalenza di Euro 1.560,41 che nell'anno 2005, poco prima del fallimento, fu attuata la cessione di beni mobili a favore di società di cui l'imputato era socio, insieme alla moglie, per il valore di 23.000 Euro, senza un adeguato corrispettivo che pochi giorni prima del fallimento furono effettuati dall'amministratore prelievi per scopi personali dai conti della società, per Euro 23.000, e che lo stesso avvenne dopo il fallimento, per ulteriori Euro 11.024,85. Trattasi di fatti dall'inequivocabile significato distrattivo, rispetto a cui è possibile parlare di inversione dell'onere della prova solo col capovolgimento delle regole della logica regole che risultano, invece, rispettate dal giudice territoriale. Quanto all'affitto dell'azienda, è vero che esso non concreta, necessariamente, un'ipotesi di distrazione, giacché va valutata l'incidenza dell'atto sulla consistenza del patrimonio aziendale, potendo finanche essere funzionale alla salvaguardia di valori aziendali ma tale finalismo è stato escluso, in concreto, dal giudice territoriale, che ha ravvisato nella stipula del contratto d'affitto, avvenuto il giorno prima del fallimento, un ostacolo all'immediata apprensione dei beni aziendali da parte della curatela. Trattasi di accertamento di fatto incensurabile in sede di legittimità, anche perché il ricorrente non è stato in grado di argomentare in ordine all'utilità del contratto per i creditori, essendosi limitato a proiettare l'affitto in un programma di risanamento dell'impresa di cui sono rimaste del tutto inespresse le coordinate. Solo assertive, infine, sono le affermazioni circa la presenza delle autovetture e dei beni strumentali nel compendio oggetto dell'affitto e irrilevanti quelle relative ai diritti dell'amministratore, soddisfatti col prelievo di somme dalle casse sociali, posto che di delibere assembleari autorizzative del prelievo parla solo il ricorrente. E senza contare che la spiegazione è giuridicamente inconsistente per i prelievi effettuati dopo il fallimento. 3. Senza fondamento sono pure le doglianze relative al capo e bancarotta semplice , avendo i giudici di merito accertato che la società versava in stato di decozione fin dagli anni 2003-2004 e che, ciò nonostante, non fu richiesto il fallimento della stessa, aggravando in questo modo il passivo societario, se non altro per le spese improduttive che la società continuò a sostenere tra cui, rilevantissimo, l'affitto per oltre settemila Euro mensili . Trattasi, anche in questo caso, di accertamento di fatto incensurabile in sede di legittimità, perché sorretto da congrua motivazione e non contrastato da argomenti di segno contrario provenienti dalla difesa dell'imputato, inconsistente essendo quello relativo all'equiparazione della domanda di concordato all'istanza di fallimento in proprio, sia per la sostanziale diversità tra i due istituti comportando, anzi, la domanda di concordato nuove e maggiori spese , sia per il tempo - ben lontano dal manifestarsi dell'insolvenza - in cui fu dato ingresso alla procedura concorsuale minore. 4. Anche se non oggetto di doglianza va corretto il trattamento sanzionatolo, aggravato ai sensi dell'art. 81 del cod. pen., inapplicabile nella specie, giacché la pluralità di fatti di bancarotta all'interno del medesimo procedimento concorsuale rappresenta una circostanza aggravante del reato e non un'ipotesi di reato continuato. Tale circostanza è soggetta al giudizio di bilanciamento con tutte le altre aggravanti e attenuanti eventualmente ricorrenti Cassazione penale, sez. V, 28/06/2005, n. 24899 . Nel caso di specie la pena base di anni tre è stata ridotta ad anni due di reclusione con l'applicazione delle circostanze attenuanti generiche, evidentemente ritenute prevalenti sulle aggravanti. Ne consegue che essa non poteva essere poi aumentata ad anni due e mesi tre di reclusione per effetto della continuazione ex art. 81 cod. pen Di conseguenza, la pena di anni due andava solo diminuita di un terzo per il rito e portata, quindi, ad un anno e quattro mesi di reclusione . In questo senso va corretta l'impugnata sentenza. P.Q.M. Annulla la sentenza impugnata limitatamente al trattamento sanzionatorio, che ridetermina in anni uno e mesi quattro di reclusione rigetta per il resto il ricorso.