Onnicomprensività retributiva, in caso di illecito la prescrizione decorre dalla data del pagamento (e non da quella dell'atto che lo ha consentito)

di Aurelio Laino e Paola Briguori

L'esercizio dell'azione di responsabilità patrimoniale postula l'avvenuto depauperamento del bilancio dell'ente pubblico, depauperamento che con carattere di certezza e di attualità si verifica solo con un effettivo esborso. Prima di tale momento, invero, il Procuratore regionale non può agire essendo altrimenti, l'atto di citazione inammissibile per difetto di una condizione dell'azione. Pertanto, in ipotesi di illecito erariale costituito dalla erogazione a dipendenti di un ente pubblico di somme non dovute in violazione del principio di onnicomprensività retributiva, la prescrizione inizia a decorrere non già dalla data di adozione del provvedimento di determinazione del compenso, sibbene da quella in cui vi è stato il materiale pagamento di quest'ultimo. Stante l'operatività nell'ordinamento lavoristico del principio di onnicomprensività retributiva, secondo cui le funzioni proprie svolte dai dipendenti di un ente pubblico vanno retribuite esclusivamente in base al trattamento economico principale ed accessorio legalmente e contrattualmente previsto, rappresenta danno erariale il diverso ed ulteriore importo corrisposto al presidente e al segretario di una commissione di gara di uno Iacp, nominati in base alla loro qualifica di coordinatore dei servizi economico-finanziari e di dipendente dell'ente medesimo. Nel caso di danno erariale conseguente alla violazione del principio di onnicomprensività retributiva, non ha modo di applicarsi la regola della compensatio lucri cum damno di cui all'articolo 1 comma 1bis legge 20/1994, trattandosi di maggiorazioni stipendiali assolutamente non dovute, in guisa da rappresentare un pregiudizio nel loro intero ammontare. È quanto ha stabilito la terza sezione centrale d'appello della Corte dei conti con la sentenza 179/06 qui leggibile nei documenti correlati . di Aurelio Laino e Paola Briguori* Ancora una decisione della magistratura contabile sul cosiddetto principio di onnicomprensività retributiva che caratterizza il trattamento economico dei pubblici dipendenti. Si tratta dell'ennesima presa di posizione assunta dalle Sezioni centrali d'appello della Corte dei conti sul punto i giudici di seconde cure, infatti, non hanno potuto che ribadire quanto già affermato più volte, ossia l'illegittimità di qualsivoglia corresponsione di emolumenti stipendiali aggiuntivi, diversi da quelli legalmente e contrattualmente previsti, che siano tesi a remunerare l'esercizio di funzioni rientranti nei normali compiti di istituto del lavoratore. Trattasi, peraltro, come vedremo, di un insegnamento oramai consolidato della giurisprudenza contabile, ma rispetto al quale le varie amministrazioni pubbliche sembrano continuare a fare - ci si passi l'espressione - orecchie da mercante , con immaginabili ripercussioni sulla tenuta delle pubbliche finanze nazionali e/o locali. La decisione, poi, conferma l'orientamento già espresso in primo grado dalla sezione pugliese della Corte, cui va meritoriamente dato atto di aver, nel corso del tempo, contribuito a formare un ben preciso indirizzo ermeneutico in ordine al veduto problema, di notevole utilità per guidare i pubblici amministratori nelle scelte gestionali di loro competenza. Ma andiamo con ordine. IL PRINCIPIO DI ONNICOMPRENSIVITÀ RETRIBUTIVA E SUE EVENTUALI DEROGHE - Nel nostro ordinamento vige, attualmente, il principio della c.d. onnicomprensività della retribuzione dei dipendenti pubblici, a prescindere dalla qualifica di appartenenza. Esso si sostanzia in ciò, che gli emolumenti stipendiali erogati devono necessariamente remunerare tutti i compiti riconnessi, in via diretta o mediata, al profilo professionale rivestito dal lavoratore e riconducibile al contratto di lavoro sottoscritto. Viene esclusa, cioè, la corresponsione di voci retributive aggiuntive, non espressamente prevedute dalla legge o dalla contrattazione collettiva, in occasione dell'espletamento di particolari attività. In tal senso depone, per le qualifiche dirigenziali, l'articolo 24 D.Lgs 165/01, alla cui stregua il trattamento economico remunera tutte le funzioni ed i compiti attribuiti ai dirigenti nonché qualsiasi incarico ad essi conferito in ragione del loro ufficio o comunque conferito dall'amministrazione presso cui prestano servizio o su designazione della stessa . Più sfumata, ma non meno perentoria, la disposizione di cui all'articolo 45 D.Lgs cit., inerente al personale non dirigenziale, che articola la retribuzione in due macro voci trattamento economico fondamentale e accessorio , specificando che quest'ultima consiste in emolumenti riconnessi alla produttività individuale, collettiva, ovvero ad attività pericolose e/o disagiate e attribuendo alla responsabilità dirigenziale la concreta e corretta individuazione della stessa. Alla luce delle suddette norme, dunque, le singole amministrazioni non possono in alcun modo determinare autonomamente nuove voci retributive al di là di quelle previste dalla contrattazione collettiva, a ciò ostando, altresì, l'articolo 2 comma 3 D.Lgs 165/01, che devolve esclusivamente a quest'ultima la fissazione delle regole relative al trattamento economico ciò anche al fine di non vanificare i risultati del controllo di attendibilità svolto sulla contrattazione dalla Corte dei conti, ai sensi dell'articolo 47 D.Lgs cit. . Sovente, peraltro, le amministrazioni nazionali e/o locali non sembrano rispettare pienamente il dettato più sopra richiamato, generando fattispecie di danno erariale sotto il profilo della illecita extra-remunerazione di attività lavorativa. Questo è quanto emerge dall'analisi del quadro giurisprudenziale formatosi in subiecta materia, evidentemente all'esito di azioni di responsabilità esperite dalle varie Procure regionali contabili, quadro che esprime un valido spaccato del malcostume amministrativo esistenze nel nostro Paese. Una cosa, peraltro, deve essere chiara non è escludibile a priori la possibilità di procedere alla liquidazione di compensi aggiuntivi, al di fuori di quelli spettanti in base alla corretta applicazione del trattamento economico principale ed accessorio, ogniqualvolta essa trovi giustificazione nell'espletamento di attività non ricomprese nel normale perimetro delle mansioni d'ufficio cfr., ex plurimis, CdS, Sezione quinta, 5163/02 . Ma tale possibilità va valutata in senso estremamente rigoroso, onde evitare l'elusione del veduto principio di onnicomprensività. All'uopo, si dovrà, dunque, dapprima verificare l'esatto mansionario del dipendente, quale risulta dalla legge, dalla contrattazione collettiva, nonché dai regolamenti organizzativi dell'ente v., ad es., l'articolo 107 Tueell, che già ricomprende la presidenza di commissione di gara tra le funzioni dirigenziali, escludendo la possibilità che venga remunerata a parte . Poi, si verificherà se l'espletamento dell'attività avvenga all'interno o al di fuori del normale orario di lavoro, nonché l'esistenza di specifiche disposizioni legislative es. articolo 18 legge 109/94 , o contrattuali es. indennità maneggio valori o di rischio articoli 36 e 37 Ccnl 14 settembre 2000 relativo al personale non dirigenziale degli enti locali , che remunerino a parte determinati incarichi. Solo qualora si espleti attività lavorativa diversa da quella ricompresa nei doveri d'ufficio, possibilmente al di fuori del normale orario di lavoro, oppure si tratti di attività che la legge stessa o il contratto retribuisce a parte, sarà possibile erogare compensi ulteriori rispetto a quelli già spettanti. Scolastico può considerarsi il caso della remunerazione degli incarichi di progettazione di opere pubbliche, che la legge Merloni stessa assegna, prioritariamente articolo 17 legge 109/94 , ai funzionari tecnici della stazione appaltante nei comuni l'Utc . Proprio perché rientra nelle competenze tecnico-amministrative del suddetto personale, questa funzione non potrebbe giammai essere ricompensata a parte rispetto allo stipendio normalmente percepito se non esistesse una disposizione l'articolo 18 cit. che espressamente autorizza, con evidenti finalità promozionali, siffatta erogazione, nella misura ivi indicata. Uguale funzione svolge, sebbene mediante una fonte normativa di grado e tipologia diversa, la contrattazione collettiva di comparto, che espressamente autorizza gli enti locali provvisti di ufficio legale interno abilitato al patrocinio dell'amministrazione, però , ad erogare compensi professionali al personale di avvocatura, purché agganciati alla sussistenza di eventuali sentenze favorevoli per l'ente medesimo, demandando alla contrattazione decentrata integrativa la correlazione tra tali compensi professionali e la retribuzione di risultato articolo 27 Ccnl 14 settembre 2000 . Dicevamo dell' invero univoco quadro giurisprudenziale formatosi sul principio di onnicomprensività, soprattutto nell'applicazione fattane presso le amministrazioni locali a parere della Corte, non sono, ad esempio, erogabili gettoni di presenza al personale comunale dirigenziale e non , in relazione alla partecipazione a commissioni di gara e di concorso, ovvero alla riunione di organi collegiali, a ciò ostando il sopra richiamato canone. Si tratta, infatti, di compiti rientranti nei normali doveri d'ufficio - siccome desumibili dalla contrattazione collettiva e dalla legislazione di settore legge 142/90, prima e Tueell, dopo , ovvero dai regolamenti di auto-organizzazione dell'ente medesimo - ferma restando la valutazione dell'eventuale utilità ricollegabile all'espletamento di tali mansioni al di fuori dell'orario di lavoro Corte dei conti, Sezione seconda, 98/2003 . L'erogazione di compensi a dipendenti comunali, dirigenti e non, per l'esecuzione dell'incarico di presidenza ovvero componente e/o segretario di una commissione aggiudicatrice di una gara d'appalto, determina, quindi, la responsabilità amministrativa della giunta municipale che ha disposto l'incarico remunerato , così come dei responsabili dei competenti servizi per aver rilasciato parere favorevole di regolarità tecnica . Ciò soprattutto ogniqualvolta sia lo stesso regolamento di contabilità dell'ente ad individuare nei dirigenti dei vari settori dell'amministrazione interessati all'appalto i soggetti legittimati a comporre la commissione de qua Corte dei conti, Sezione Puglia, 336/02 . Tale indirizzo è ribadito da una coeva pronuncia del medesimo giudice, riguardante la remunerazione di un incarico di componente una commissione tecnica per la scelta del socio di minoranza di una costituenda società di servizi pubblici locali smaltimento rifiuti solidi urbani , fatta a personale dipendente, laddove il chiaro disposto dell'articolo 107 Tueell, in ordine alle funzioni esercitate dai dirigenti comunali, unitamente al mansionario dei compiti d'ufficio elencati dal regolamento degli uffici e dei servizi dell'ente, esclude la legittimità di tale scelta ed impone una valutazione della colpa, per ignoranza della suddetta normativa, in termini di estrema gravità Corte dei conti, Sezione Puglia, 454/03 . LA VICENDA OGGETTO DELLA DECISIONE IN COMMENTO - L'inequivocità e l'autorevolezza dell'insegnamento formatosi sul veduto principio e sulle sue eventuali deroghe , dovrebbe indurre a pensare che le pubbliche amministrazioni, facendone tesoro, si siano già da tempo uniformate ad esso, limitando ai casi eccezionali l'erogazione di emolumenti stipendiali extra ordinem. Il caso deciso dalla terza sezione centrale d'appello, però, smentisce tale legittimo auspicio, evidenziando, ancora una volta, una sorta di riottosità degli enti locali in cui gli istituti autonomi case popolari rientrano a buon diritto, giusta l'applicazione del medesimo contratto collettivo nazionale di lavoro , a seguire le regole di condotta gestoria che, quantomeno a contrario, possono ricavarsi dalle pregresse pronunce di condanna emesse dalla Corte dei conti su consimili fattispecie. Molto brevemente la vicenda può così riassumersi nel settembre del 1998 il consiglio d'amministrazione di uno Iacp pugliese, a seguito e in conseguenza dell'indizione di una gara d'appalto per l'affidamento del servizio di tesoreria dell'ente, nomina, con apposita delibera, la commissione giudicatrice del concorso, individuandone i componenti, tra gli altri, nelle persone del coordinatore dei servizi economico-finanziari dell'istituto, con l'incarico di presidente, nonché in un altro non meglio individuato dipendente dell'amministrazione, avente funzioni di segretario della commissione de qua. Con successivo provvedimento, assunto nell'ottobre dello stesso anno, il consiglio d'amministrazione fissa anche il compenso aggiuntivo da liquidarsi in favore dei due dipendenti dell'ente, in uno con quello degli altri componenti esterni, per l'espletamento dell'incarico ricevuto, determinandolo in circa duemila e cinquecento euro ciascuno, con una maggiorazione del 20% per il presidente ed un'analoga decurtazione per il segretario. Ultimati i lavori della commissione, con apposita determinazione del febbraio del 1999, vengono liquidati, in favore dei predetti soggetti, gli emolumenti aggiuntivi innanzi determinati. La distinzione tra questi due momenti provvedimentali è importante, perché - come vedremo - la sezione d'appello ha dovuto pronunciarsi anche sull'asserita prescrizione dell'azione risarcitoria intrapresa dal Pm contabile, fondata sull'individuazione del dies a quo del computo del termine nella prima delle due delibere succitate, anziché nella seconda. L'organo gestionale dell'istituto, dunque, anziché ritenere già remunerata, tramite l'ordinario trattamento stipendiale erogato ai due impiegati, la suddetta prestazione lavorativa, dispone una nuova ed ulteriore voce retributiva ad hoc, parificando - in sostanza - la posizione giuridica dei due dipendenti a quella dei componenti esterni, notoriamente privi, però, di alcun rapporto di lavoro subordinato con l'ente. Da qui l'esercizio dell'azione di responsabilità amministrativa nei confronti dei componenti il consiglio di amministrazione che votarono la delibera sul compenso - domanda accolta quasi integralmente dal giudice di prime cure - per un danno erariale individuato nell'intero importo erogato al presidente e al segretario della commissione aggiudicatrice, pari a circa cinquemila euro. La decisione del giudice contabile pugliese viene impugnata dai convenuti condannati, ribadendosi sia la prescrizione dell'azione risarcitoria, che il difetto di colpa grave - quest'ultima motivata con l'assenza di un univoco indirizzo giurisprudenziale sul punto sic! - così come l'operatività della cosiddetta compensatio lucri cum damno, tale da elidere completamente il danno realizzato. LA SENTENZA N. 179/06 DELLA III SEZIONE D'APPELLO - Nel disattendere le censure mosse all'appellata decisione di prime cure, il collegio di secondo grado ha avuto modo di chiarire che a in ipotesi di illecito erariale costituito dalla erogazione a dipendenti di un ente pubblico di somme non dovute in violazione del principio di onnicomprensività retributiva, la prescrizione inizia a decorrere non già dalla data di adozione del provvedimento di determinazione del compenso, sibbene da quella in cui vi è stato il materiale pagamento di quest'ultimo b il principio di onnicomprensività retributiva, che regge tuttora il meccanismo di remunerazione delle prestazioni lavorative rese dai pubblici dipendenti, rende inappropriata qualsivoglia retribuzione aggiuntiva ai compiti svolti, durante l'orario di lavoro, dal lavoratore, quante volte essi rientrino nel proprio mansionario d'ufficio c nel caso di danno erariale conseguente alla violazione del principio di onnicomprensività retributiva, non ha modo di applicarsi la regola dei cosiddetti vantaggi , di cui all'articolo 1 comma 1bis legge 20/1994, trattandosi di maggiorazioni stipendiali assolutamente non dovute, in guisa da rappresentare un pregiudizio nel loro intero ammontare. In ordine al principio di diritto di cui sub lett. a , va, peraltro, precisato come la giurisprudenza contabile, mentre appare generalmente concorde sull'exordium praescriptionis nel senso di individuare quest'ultimo nell'effettivo pagamento delle somme non dovute cfr. Corte dei conti, Sezione terza, 40/2005 Sezione seconda, 279/04 , in taluni casi sembra operare dei distinguo. Tale è l'ipotesi di maggiorazioni stipendiali derivanti da inquadramenti in melius illegittimi, laddove - dopo un lungo travaglio pretorio - si è pervenuti a fissare il dies a quo non già nelle date di erogazione delle singole retribuzioni maggiorate, sibbene nella prima di queste, rappresentando le successive un post factum privo di rilevanza a tali fini Corte dei conti, ss.rr. n. 3/03/QM C. conti, Sezione prima, 289/04 . La sezione centrale ha anche evidenziato, giustamente, come l'esercizio dell'azione risarcitoria, da parte dell'attore pubblico, prima dell'avvenuto pagamento, risulterebbe priva di una fondamentale condizione dell'azione, ovvero quella dell'interesse ad agire, non essendovi ancora un danno erariale attualmente realizzatosi, in guisa che il giudice dovrebbe dichiarare l'inammissibilità della domanda senza entrare nel merito della controversia. Interessante, quanto all'affermazione di cui alla lett. b , l'ulteriore chiarificazione svolta dal collegio, secondo cui il richiamo alle disposizioni contenute nel D.Lgs 165/01, nella parte in cui operano una distinzione fra trattamento economico fondamentale ed accessorio non valgono di per se stesse a rendere inattuale il principio di onnicomprensività limitandosi semplicemente a stabilire che, accanto al trattamento base - volto ad assicurare un'esistenza libera e dignitosa - si collocano componenti eventuali e variabili in corrispettivo di attività svolte al di fuori dell'orario di ufficio componenti che incentivano sì un maggior impegno personale del dipendente nell'espletamento delle proprie prestazioni professionali, ma non scalfiscono affatto il principio dell'estensione della funzione retributiva a tutte le mansioni virtualmente rientranti nella stessa posizione organizzativa . Può, peraltro, ritenersi pienamente conforme a diritto anche l'ulteriore affermazione circa la non applicabilità dell'articolo 1 comma 1bis legge 20/1994, trattandosi di fattispecie in cui non è ravvisabile alcuna utilitas nella condotta illecita a vantaggio dell'amministrazione e ciò coerentemente con le premesse da cui è discesa la condanna degli amministratori. Se, infatti, rientra nei normali compiti d'ufficio provvedere all'espletamento dell'incarico di presidente e di segretario della commissione aggiudicatrice, tanto da rendersi indebita la corresponsione di ulteriori compensi, non si vede in che modo tali prestazioni lavorative potrebbero aver arrecato una qualche utilità in favore dell'ente. Rispetto alla richiamata sentenza 98/2003 della seconda sezione d'appello della Corte, il contrasto sul punto è solo apparente leggendo la motivazione della precitata decisione, emerge infatti come la parziale elisione del danno, mercè la valutazione economica dell'attività lavorativa comunque resa, sia discesa dall'essere la prestazione avvenuta al di fuori dell'orario normale di lavoro, laddove - nel caso che ci occupa, come chiarito - si trattava di compiti espletati durante tale orario. V'è da dire, peraltro come non sempre il giudice contabile pervenga a siffatta conclusione. Ad esempio, in caso di remunerazione di doppie funzioni dirigenziali svolte ad interim presso un'amministrazione comunale da dirigenti già in servizio, nel tempo necessario alla copertura del posto vacante in organico, pur censurandosi la scelta degli amministratori di addivenire alla corresponsione di ulteriori compensi incentivanti tra l'altro mediante un'inconferente applicazione analogica della cosiddetta indennità a scavalco prevista per i segretari comunali , rispetto al trattamento economico accessorio dirigenziale com'è noto limitato all'indennità di posizione e di risultato , si è ritenuto di poter compensare in toto il danno erariale così arrecato alle casse comunali, con il valore economico dell'ulteriore spendita di energie lavorative resa in favore dell'ente, nell'esercizio delle funzioni aggiuntive così, Corte dei conti, Sezione giur. Campania, n. 1113/04 . Infine, della decisione in commento va sottolineato il passaggio motivazionale nel quale la sezione d'appello ha confermato la sentenza di prime cure in ordine alla sussistenza dell'elemento soggettivo. A parere della corte centrale, infatti, quello sull'onnicomprensività retributiva rappresenta un'elementare regola di sana e corretta gestione delle risorse pubbliche, giammai implicante valutazioni oggettivamente opinabili - e su ciò possono valere le considerazioni fatte sopra sulla valenza dell'insegnamento della magistratura contabile in ordine all'individuazione delle corrette regole di amministrazione della cosa pubblica - in guisa che la sua violazione non possa che determinare un giudizio di grave riprovevolezza nei confronti di coloro che la compiano colpa grave . CONCLUSIONI - I pubblici amministratori sono, dunque, ancora una volta avvisati bisogna astenersi dall'elargire aumenti stipendiali traenti causa dalla mera assegnazione di funzioni che, sebbene non svolte normalmente, ben possono ricondursi al perimetro di quelle proprie della qualifica rivestita dal dipendente. In mancanza, siamo sicuri, la Corte dei conti sarà pronta, ancora una volta, a bacchettare questa perniciosa manifestazione di devianza dal corretto modello comportamentale, più volte autorevolmente stigmatizzata dai giudici della finanza pubblica. *Magistrati della Corte dei conti

Corte dei conti - Sezione terza - sentenza 8 marzo-6 aprile 2006, n. 179 Presidente Aulisi - Relatore Rotolo Ricorrente Ciardo ed altri Fatto Con l'impugnata sentenza la Sezione giurisdizionale per la Puglia ha condannato i componenti Francesco Ciardo, Achille Tondo, Francesco De Filippi, Tommaso Longo, Oronzo Russo, Eliano Romano, Biagio Malorgio e il segretario Germano De Santis del Consiglio di Amministrazione dell'Istituto Autonomo Case Popolari di Lecce al pagamento, in favore di tale ente, della somma di euro 645,50 ciascuno, oltre rivalutazione e interessi, avendoli ritenuti responsabili di un danno, di complessivi euro 5.164,00, conseguito all'attività deliberativa delib. n. 153 del 27 ottobre 1998 del CdA con la quale, dopo l'atto di nomina delib. n. 127 del 9 settembre 1998 dei componenti la commissione giudicatrice della gara di affidamento del servizio di tesoreria, era stato col favorevole parere del segretario determinato il compenso agli stessi spettante, in violazione, essendo due di questi legati da rapporto di servizio con l'ente predetto, delle disposizioni relative al principio di onnicomprensività del trattamento economico dei dipendenti pubblici. Secondo la Corte adìta, infatti, il compenso in favore dei dipendenti Cardone e Rucco nominati rispettivamente presidente e segretario della commissione sarebbe stato riconosciuto illegittimamente e costituirebbe pertanto, per l'Istituto case popolari, danno ingiusto e risarcibile. Avverso tale pronuncia hanno interposto appello, con due separati atti di gravame, sia i componenti che il segretario del Consiglio di Amministrazione dell'ente. I primi, rappresentati e difesi dall'avv. Giovanni Pellegrino, dopo aver riproposto l'eccezione di prescrizione nel rilievo che il relativo termine di decorrenza dovrebbe puntualizzarsi al momento in cui il danno si sia già concretato nella sua realtà ontologica e non, quindi, al momento del materiale esborso delle somme integranti il pregiudizio erariale, hanno sostenuto che l'ordinamento riconosce ad ammette la possibilità di attribuire ai pubblici dipendenti ulteriori compensi in ragione dell'affidamento ad essi di mansioni aggiuntive. Hanno a tale riguardo richiamato l'articolo 45 del D.Lgs 165/01 ed in particolare il concetto di retribuzione accessoria contenuto nella norma e riferito ai compensi collegati allo svolgimento, da parte dei dipendenti, di ulteriori attività rispetto a quelle rientranti nelle mansioni ordinarie. In ogni caso, rilevano i ricorrenti, nella fattispecie non si configurerebbe l'elemento psicologico della colpa grave in relazione alla situazione di incertezza giurisprudenziale esistente al momento dell'adottata delibera. Irrazionale, poi, apparirebbe sia l'indifferenziato grado di responsabilità riconosciuto ad essi componenti del Consiglio di Amministrazione e all'organo di vertice della struttura burocratica dell'Istituto, sia il denegato ricorrere di un'ipotesi di compensatio lucri cum damno e sia, infine, il mancato riscontro dei presupposti per far uso del potere riduttivo dell'addebito. Concludono per la riforma della sentenza impugnata, ribadendo poi, in una memoria aggiunta, i motivi sopra illustrati. Sostanzialmente nello stesso ordine di idee si muovono le argomentazioni svolte dal coordinatore generale De Santis, che ha proposto appello col patrocinio dell'avv. Pietro Quinto. In particolare, dopo aver evidenziato, alla stregua delle disposizioni contenute nella legge 20/1994, che l'azione di responsabilità deve essere esercitata nel termine di cinque anni dal fatto dannoso , il De Santis ha sottolineato che l'ordinamento consente di riconoscere compensi aggiuntivi ai pubblici dipendenti e, ai fini dell'esclusione di una condotta improntata a colpa grave, ha comunque insistito sulla oggettiva problematicità della questione venuta allora al suo esame. Conclude per la riforma della sentenza impugnata. Con atto depositato il 7 novembre 2005, il Procuratore Generale ha rassegnato le conclusioni scritte con le quali, nel riconoscere piena esaustività alla sentenza impugnata, contesta le ragioni delle parti appellanti richiamando, in punto di prescrizione, la sentenza n. 7/QM/2000 delle Sezioni Riunite e, con riguardo alla questione della onnicomprensività, l'articolo 31 del DPR 345/83, oltre che una nota pronuncia resa dal Consiglio di Stato circa il corretto significato da attribuire all'articolo 24 del D.Lgs 165/01. Il Pg ha infine negato rilevanza alla invocata esimente del preventivo parere favorevole espresso dal dirigente amministrativo presente alla seduta ed ha altresì escluso la sussistenza degli elementi per far luogo alla riduzione dell'addebito. Ha conclusivamente chiesto il rigetto degli appelli e la conferma della sentenza impugnata. All'odierna pubblica udienza l'avv. De Angelis, per delega dell'avv. Pellegrino, si è riportato al contenuto degli scritti difensivi, mentre il PM, dopo aver motivatamente ribadito il carattere lesivo del dedotto pregiudizio erariale, ha concluso per il rigetto degli appelli. Quindi la causa è stata trattenuta in decisione. Considerato in diritto Deve preliminarmente disporsi la riunione in rito, ai sensi dell'articolo 335 Cpc, degli appelli in epigrafe essendo stati entrambi proposti avverso la stessa sentenza e dovendo pertanto essere decisi con una sola pronuncia. Ciò posto e venendo al merito dei motivi dedotti con le proposte impegnative, deve rilevarsi che essi sono tutti palesemente infondati. Deve invero escludersi che il termine iniziale della prescrizione possa identificarsi nel fatto che abbia posto le necessarie ed ineludibili premesse di un evento che ne costituisca la conseguenza obbligata e cioè, per venire al caso concreto, nella data dell'adottata delibera di determinazione del compenso attribuito ai membri della commissione giudicatrice della gara di affidamento del servizio di tesoreria, giacché l'esercizio dell'azione di responsabilità patrimoniale postula l'avvenuto depauperamento del bilancio dell'ente pubblico, depauperamento che con carattere di certezza e di attualità si verifica solo con un effettivo esborso, nel caso di specie avvenuto, invece, solo in epoca successiva alla contestata determinazione collegialmente assunta. Prima di tale momento, invero, il Procuratore regionale non può agire e, se mai lo facesse, l'atto di citazione dovrebbe essere dichiarato inammissibile per difetto di una condizione dell'azione. E poiché nella fattispecie il Procuratore regionale ha tempestivamente e validamente costituito in mora gli interessati con inviti a dedurre agli stessi notificati nell'arco di tempo compreso tra il 13 dicembre 2003 e il 2 gennaio 2004, l'azione deve ritenersi utilmente proposta e l'esaminata eccezione deve essere di conseguenza disattesa. Quanto al preteso superamento, da parte del legislatore, del principio di onnicomprensività retributiva dei pubblici dipendenti, non può che convenirsi nelle giuste osservazioni svolte in proposito dalla Corte territoriale che, richiamando autorevoli pronunce del Consiglio di Stato e della Corte di cassazione, ha escluso la possibilità di una remunerazione separata ed aggiuntiva per incarichi attribuiti ai dipendenti stessi in ragione del loro ufficio. Mentre infatti riveste carattere assolutamente eccezionale, alla stregua di speciali disposizioni normative, l'assunzione di incarichi libero-professionali da parte dei pubblici dipendenti, l'espletamento dei compiti demandati dalla legge alle amministrazioni pubbliche deve di regola essere soddisfatto solo mediante l'attività dei soggetti ad esse legati da un rapporto di servizio. E poiché il Cardone e il Rucco entrarono a far parte della commissione nelle rispettive qualità di coordinatore del servizio economico e finanziario e di dipendente dell'ente e non, quindi, in qualità di esperti professionisti , deve confermarsi che la loro partecipazione ai lavori della commissione stessa avvenne in ragione delle peculiari mansioni d'istituto ad essi affidate. Sicchè i compensi riconosciuti ai predetti sono palesemente illegittimi e costituiscono pertanto danno ingiusto per l'Istituto case popolari di Lecce. Nè può condurre ad un diverso convincimento il richiamo alle disposizioni contenute nel D.Lgs 165/01 che ha in buona parte recepito il D.Lgs 29/1993 e successive modifiche le quali, operando tra l'altro una distinzione fra trattamento economico fondamentale ed accessorio, non valgono di per se stesse a rendere inattuale il principio di onnicomprensività delle retribuzioni dei dipendenti pubblici, limitandosi semplicemente a stabilire che, accanto al trattamento base di questi ultimi - volto ad assicurare loro un'esistenza libera e dignitosa - si collocano componenti eventuali e variabili in corrispettivo di attività svolte al di fuori dell'orario di ufficio componenti che incentivano sì un maggior impegno personale del dipendente nell'espletamento delle proprie prestazioni professionali, ma non scalfiscono affatto il principio dell'estensione della funzione retributiva a tutte le mansioni virtualmente rientranti nella stessa posizione organizzativa. L'aver disatteso una delle più elementari regole di sana e corretta gestione delle risorse pubbliche non può che comportare un giudizio di grave riprovevolezza nei confronti dei componenti del Consiglio di amministrazione dell'ente, a nulla rilevando in contrario la prospettata problematicità della questione che non solo non implicava particolari valutazioni oggettivamente opinabili, ma anche quando ciò si fosse effettivamente verificato ma non ve n'è prova , avrebbe proprio per questo dovuto richiedere una maggiore ed attenta ponderazione e non un atto di acritica condiscendenza alla proposta del De Santis. Al quale, peraltro, non può ascriversi una responsabilità di grado differenziato rispetto a quella dei componenti dell'organo deliberante, potendosi ritenere sostanzialmente equivalenti i singoli apporti causali in relazione al verificarsi del lamentato pregiudizio erariale. Neppure può assumere rilevanza il preteso ricorrere dei presupposti per operare una compensatio lucri cum damno, vertendosi in ipotesi di compensi non dovuti che di fatto realizzano una non prevista maggiorazione retributiva, come tale pregiudizievole per l'intero suo ammontare. Dalle considerazioni che precedono appare di immediata evidenza come nella fattispecie non si profilino circostanze od elementi che consentano di valutare con minor rigore la responsabilità degli appellanti e che possano quindi giustificare l'invocato esercizio del potere riduttivo dell'addebito. Devono pertanto rigettarsi, siccome infondate, tutte le censure mosse alla sentenza impugnata, con conseguente conferma della stessa. Per l'effetto vanno condannati tutti gli appellanti al pagamento, in favore dell'Istituto Autonomo Case Popolari di Lecce, della somma di euro 645,50 ciascuno, oltre rivalutazione - secondo gli indici Istat segnati dall'articolo 150 disp. att. Cpc - dalla data del più recente atto di costituzione in mora 2.1.2004 fino alla pubblicazione della presente pronuncia e da quest'ultima data con interessi, sulla somma rivalutata, fino all'effettivo soddisfo. Le spese di giudizio vanno poste a carico dei soccombenti in parti uguali. PQM Disattesa ogni contraria eccezione e deduzione, riunisce in rito gli appelli in epigrafe ai sensi dell'articolo 335 Cpc. Rigetta le proposte impugnative e per l'effetto condanna tutti gli appellanti al pagamento, in favore dello Iacp di Lecce, della somma di euro 645,50 ciascuno, con rivalutazione, ex articolo 150 disp. att. Cpc, dal 2 gennaio 2004 fino alla pubblicazione e con interessi, da quest'ultima data, sulle singole somme rivalutate, fino all'effettivo soddisfo. Pone a carico dei soccombenti, in parti uguali, le spese del presente grado di giudizio le quali, fino alla pubblicazione, si liquidano in complessivi euro 638,16 seicentotrentotto/16