Dividend washing and United sections

La sezione tributaria chiede un indirizzo sistematico per orientarsi sull'elusività delle operazioni dirette al solo risparmio fiscale

Saranno le Sezioni unite civili della Cassazione a stabilire i criteri interpretativi per il dividend washing. L'elusività di operazioni dirette al solo risparmio fiscale è diventata, infatti, materia da massimo Consesso non per l'esistenza di un contrasto giurisprudenziale interno alla quinta sezione civile, ma per la mancanza di un indirizzo sistematico sull'argomento. È quanto emerge dall'ordinanza 12301/06 della sezione tributaria di piazza Cavour, depositata il 24 maggio e qui integralmente leggibile tra i documenti correlati. In particolare, sotto la lente degli ermellini finirà anche un precedente molto importante sul dividend washing, la sentenza 20398/05 della sezione tributaria della Cassazione depositata il 21 ottobre 2005 e leggibile negli arretrati dell'8 novembre 2005 . Secondo quest'ultimo verdetto uno o più contratti tra loro collegati, dai quali le parti non conseguono altro vantaggio economico che quello fiscale, sono nulli in quanto difettano di causa. Nel caso allora esaminato dalla sezione tributaria, infatti, i Supremi giudizi affermarono che perciò il giudice ben può e deve anche in riferimento a fatti verificatisi prima della entrata in vigore del Dl 372/92, convertito, con modificazioni, nella legge 429/92, che al suo articolo 7bis ha reso fiscalmente irrilevanti le operazioni di dividend washing ritenere nulli per difetto di causa le operazioni di trasferimento per breve tempo di azioni da parte di un soggetto estero al solo scopo di far usufruire al contribuente italiano una deduzione per minusvalenza .

Cassazione - Sezione quinta civile - ordinanza 13 aprile-24 maggio 2006, n. 12301 Presidente Saccucci - Relatore Genovese Ricorrente ministero Finanze - Controricorrente Peruzzi Spa Rilevato Che a seguito di processo verbale di constatazione redatto dalla Guardia di Finanza, l'Ufficio delle Imposte Dirette di Arezzo escludeva la deducibilità di alcune componenti passive del reddito prodotto dalla società Spa Peruzzi, relative, la prima, a minusvalenza realizzata con la rivendita, avvenuta nel 1991, di azioni acquistate pochi giorni prima e, la seconda, relativa alla spesa sopportata per tale operazione che, secondo l'Ufficio, negli acquisti seguiti da rivendita, era ravvisabile una operazione di dividend washing che, in particolare, la società, tramite l'intermediazione di una Sim nella specie la Imigest spa , gestore di alcuni fondi comuni di investimento, aveva acquistato un certo numero di azioni, aveva poi riscosso i dividendi e, subito dopo, aveva rivenduto le stesse azioni depurate dei frutti che l'avviso veniva impugnato dalla società con ricorso accolto dalla Ctp di Arezzo che l'appello dell'Ufficio veniva respinto dalla Ctr della Toscana che, secondo il giudice del gravame, per effetto della modifica introdotta dalla legge 429/92, l'articolo 14 del Tuir di cui al Dpr 917/86, consta di un comma 6bis relativo ai crediti di imposta, entrato in vigore dal 10 novembre 1992, cioè in epoca successiva alla data di compimento delle operazioni oggetto di accertamento che, perciò, la disposizione non poteva e non può essere applicata al caso in esame che esso non potrebbe esser risolto, fondatamente, attraverso il ricorso agli articoli 6, comma 2, del Tuir o all'articolo 37, comma 3, del Dpr 600/73 poiché nella specie non si verserebbe né in una ipotesi di interposizione oggettiva di redditi di tipo diverso né in un caso di simulazione che avverso tale sentenza l'Amministrazione delle Finanze ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un unico complesso motivo, illustrato anche con memoria, contro cui resiste la società contribuente, con controricorso e memoria che, in quest'ultima, la contribuente si diffonde nella critica a un recente arresto di questa sezione che con l'unico motivo di ricorso con il quale lamenta la violazione e falsa applicazione degli articoli 2350 e 2433 Cc, degli articoli 14, commi 1 e 4, 53, comma 1, lettera c , 56, comma 2, 66, comma 1, e 95 del Tuir di cui al Dpr 917/86, e dell'articolo 37, comma 3, Dpr 600/73, nonché omesso esame di un punto decisivo della controversia l'Amministrazione deduce l'esistenza di un errore commesso dai giudici di merito con riferimento all'inquadramento dell'atto di cessione delle azione munite di credito da dividendo che, a seconda dell'avvenuta cessione prima o dopo la delibera assembleare di distribuzione degli utili, l'atto di alienazione comprenderebbe tre oggetti il diritto di partecipazione, il credito pari al dividendo e il credito di imposta oppure uno solo la sola partecipazione che, inoltre, ai sensi dell'articolo 53, comma 1, lettera c , Tuir, le azioni non sarebbero beni per i quali potrebbe concepirsi una plus o una minusvalenza. Considerato Che, a prescindere dalla costruzione fatta dal ricorrente questa sezione, con al sentenza 20398/05 ha enunciato il principio secondo cui, nella disciplina anteriore all'entrata in vigore dell'articolo 37bis del Dpr 600/73, introdotto dall'articolo 7 del D.Lgs 358/97, pur non esistendo nell'ordinamento fiscale italiano una clausola generale antielusiva, non può negarsi l'emergenza di un principio tendenziale, desumibile dalle fonti comunitarie e dal concetto di abuso del diritto elaborato dalla giurisprudenza comunitaria, secondo cui non possono trarsi benefici da operazioni intraprese ed eseguite al solo scopo di procurarsi un risparmio fiscale che, nella detta sentenza si è anche affermato che, in riferimento all'ipotesi in cui l'acquirente di azioni da un fondo comune d'investimento, dopo averne percepito i dividendi, abbia rivenduto i titoli al fondo stesso al fine di consentire l'elusione del regime fiscale previsto dall'articolo 9 della legge 77/1983 come sostituito dal D.Lgs 83/1992 c.d. dividend washing , l'applicazione del predetto principio si traduce nella individuazione di un difetto di causa che dà luogo alla nullità dei contratti collegati di acquisto e di rivendita delle azioni, non conseguendo dagli stessi alcun vantaggio economico per le parti, all'infuori del risparmio fiscale che, secondo il considerato arresto giurisprudenziale, tale mancanza di ragione, che investe nella sua essenza lo scambio tra le prestazioni contrattuali attuato attraverso il collegamento negoziale, comporta l'inefficacia dei contratti nei confronti del fisco, con conseguente esclusione del credito d'imposta previsto per l'acquirente dei titoli dall'articolo 14 del Dpr 917/86 nel testo anteriore all'integrazione apportatavi dall'articolo 7bis del Dl 372/92, convertito con modificazioni nella legge 429/92 che per giungere a tale conclusione la considerata decisione ha affermato il principio secondo cui le ragioni poste a base dell'atto impositivo non escludono il potere del giudice di qualificare autonomamente la fattispecie posta a fondamento della pretesa fiscale, né l'esercizio di poteri cognitori d'ufficio, non potendo ritenersi che i poteri del giudice tributario siano più limitati di quelli esercitabili in qualunque processo d'impugnazione di atti autoritativi, quale quello amministrativo di legittimità che nella specie, l'Amministrazione finanziaria aveva dedotto, in sede di legittimità, la simulazione di un'operazione consistente nell'acquisto e nella rivendita di azioni da parte di una società ad un fondo comune d'investimento, al fine di eludere il regime fiscale previsto dall'articolo 9 della legge 77/1983 per i redditi delle partecipazioni azionarie possedute dai fondi comuni e la Corte ha ritenuto che tale tesi non costituisse un tema d'indagine precluso dal fatto che la pretesa fiscale, sostenuta nell'avviso di accertamento, fosse fondata sulla qualificazione della fattispecie come procedimento negoziale indiretto, ma reale, utilizzato in funzione elusiva dell'imposta sul reddito che, secondo la decisione più volte citata, il carattere impugnatorio del processo, comportando l'identificazione del petitum e della causa petendi con la domanda ed i motivi del ricorso, non esclude neppure il potere del giudice di rilevare d'ufficio eventuali cause di nullità di contratti, la cui validità ed opponibilità all'Amministrazione abbia costituito oggetto dell'attività assertoria della parte che il caso in esame presenta, per la sua soluzione, la necessità di affrontare questioni di diritto involgenti massime di particolare importanza articolo 374, comma 2 Cpc che, pertanto, è opportuno rimettere gli atti al Primo Presidente della Corte di cassazione per le valutazioni di sua competenza in ordine alla possibilità che la Corte si pronunci a Su. PQM Rimette la causa al Primo Presidente della Corte di cassazione per l'eventuale pronuncia a Su. 2