Condono, poteri più ampi agli ""ermellini""

La Corte è tenuta a esaminare gli atti quando si controverta in materia di vizi del processo e anche nel caso in cui deve esaminare la legittima applicazione della sanatoria edilizia

Poteri più ampi della Cassazione in materia di condono fiscale. Infatti quando viene avanzata dal contribuente istanza di condono, per esempio dopo l'emissione di un avviso di liquidazione, i giudici di legittimità sono tenuti a leggere gli atti processuali per vedere quale estensione abbia avuto l'impugnazione di tale avviso. Lo ha affermato la Suprema corte con la sentenza 6216 del 20 marzo 2006 leggibile tra i documenti correlati , respingendo integralmente il ricorso dell'amministrazione delle finanze. La vicenda nasce dalla contestazione, da parte dei proprietari di un immobile non censito in catasto, di un avviso di liquidazione della maggiore imposta Invim. Applicando all'immobile il classamento dell'Ute il valore diventava più elevato di quanto dichiarato e così l'ufficio aveva emesso l'avviso. Contro questo atto i proprietari avevano avanzato istanza di condono. Rifiutata di fronte alla commissione tributaria provinciale, tale istanza era stata accolta da quella regionale poiché, aveva detto, la finalità deflativa propria dell'articolo 2quinquies del Dl 564/94, non consentirebbe di operare limitazioni riguardanti le liti pendenti . Così l'amministrazione delle finanze ha proposto ricorso in Cassazione soprattutto perché, aveva sostenuto, la presenza di un avviso di liquidazione esclude l'applicabilità del condono. Ma i giudici della quinta sezione, contrariamente a quanto affermato dal Procuratore generale, hanno respinto questa tesi. In particolare, ecco uno dei punti salienti delle motivazioni, hanno affermato che la Cassazione è tenuta ad esaminare gli atti processuali, perché, leggendoli, è possibile comprendere quale estensione abbia avuto l'impugnazione dell'avviso di liquidazione. Tale facoltà , si legge nella sentenza, è riconosciuta pacificamente a questa Corte quando si controverta in materia di vizi del processo, dove si afferma che, in tale ipotesi la Corte di legittimità è anche giudice del fatto processuale, comprende anche casi come questo, nei quali la Corte di cassazione deve esaminare la legittima applicazione del condono . Davvero interessante la panoramica sul condono tracciata nelle motivazioni dai giudici di Palazzaccio. In primo luogo il Dl 564/94 conferisce al contribuente la facoltà di ottenere la chiusura delle liti fiscali pendenti, pagando una somma correlata al valore della causa la definizione della causa ha come corollario l'estinzione del giudizio il contrasto fra le parti sul verificarsi di quelle condizioni e di quegli adempimenti si traduce in dibattito sulla cessazione o meno della materia del contendere e, dunque, deve trovare soluzione in una decisione del Collegio. Insomma, per dirla in parole povere, è stata rafforzata la necessità che il giudice di legittimità, chiamato a verificare la ricorrenza dei presupposti applicativi del condono, si avvalga del potere-dovere di accedere agli atti del giudizio di merito per riscontrare la legittimità della decisione dichiarativa dell'estinzione del giudizio . deb.alb.

Corte di cassazione - Sezione quinta - sentenza 21 febbraio-20 marzo 2006, n. 6216 Presidente Prestipino - Relatore Genovese Ricorrente ministero delle Finanze - Controricorrente Bittossi ed altri Svolgimento del Processo 1. I signori Diana Bitossi, Guido Brogioni, Nicola Brogioni, Leonetto Allegranti, anche nella qualità di erede della signora Mafalda Allegranti cedevano, ciascuno per i propri diritti, un immobile di loro proprietà, non censito in catasto, e dichiaravano di volersi avvalere delle disposizioni di cui all'articolo 12 della legge 154/88. Applicando all'immobile il classamento dato dall'Ute si determinava un valore superiore a quello dichiarato nell'atto e, pertanto, l'Ufficio emetteva avviso di liquidazione richiedendo il pagamento dell'imposta dovuta Invim dalle parti. Avverso tale atto le parti presentavano ricorso davanti alla Ctp di Firenze e poi istanza di condono, ai sensi del Dl 564/94 convertito nella legge 656/94 . La Commissione di prime cure respingeva la richiesta con sentenza, impugnata dai contribuenti davanti alla Ctr della Toscana, che accoglieva il gravame, atteso che la finalità deflativa propria dell'articolo 2quinquies del Dl 564/94 non consentirebbe di operare limitazioni riguardanti le liti pendenti. 2. Avverso tale pronuncia il ministero delle Finanze propone ricorso per Cassazione affidata ad un unico motivo. I Contribuenti resistono con controricorso e memoria. 3. Richiesto del parere in ordine all'eventuale sussistenza d'una delle ipotesi di cui all'articolo 375 Cpc, il Pg presso questa Corte ha chiesto l'accoglimento del ricorso per manifesta fondatezza. Motivi della decisione 1.Con l'unico motivo di ricorso con il quale si duole della violazione dell'articolo 2quinquies Dl 564/94 e 12 Dl 70/1988 l'Amministrazione delle Finanze lamenta l'esistenza di un errore commesso dalla Commissione, la quale non si sarebbe avveduta del fatto che la presenza di un avviso di liquidazione escludeva l'applicabilità del condono. Inoltre, ove si fosse acceduto alla tesi dei contribuenti, si sarebbe pervenuti al paradossale risultato di esigere, oltre al pagamento del 10% del valore della lite, anche quello dell'intera somma richiesta con l'avviso di liquidazione. 2. Il ricorso, al contrario di quanto sostenuto anche dal Pg, è infondato e deve essere rigettato. 2.1. Preliminarmente, questa Corte deve ricordare che la sentenza 12384/05 ha stabilito il principio secondo cui l'inammissibilità della pronuncia in camera di consiglio è ravvisabile solo ove la Corte di cassazione ritenga che non ricorrano le ipotesi di cui al primo e al comma 2 dell'articolo 375 Cpc, ovvero che emergano condizioni incompatibili con la trattazione abbreviata, nel qual caso rinvia la causa alla pubblica udienza. Ove la Corte, viceversa, ritenga che la decisione del ricorso presenti aspetti di evidenza compatibili con l'immediata decisione, ben può pronunciarsi per la manifesta fondatezza dell'impugnazione, anche ove le conclusioni del Pm fossero, all'opposto, per la manifesta infondatezza e viceversa . Nella specie, la Corte non ritiene che vi siano condizioni incompatibili con la trattazione abbreviata, poiché emerge dall'esame dello stesso ricorso dell'Amministrazione, oltre che della sentenza impugnata, la non fondatezza del primo. 2.2. Si premette, infatti, che questa Corte ha più volte affermato per tutte, nella sentenza 64/2000 il principio a termini del quale, l'articolo 2quinquies del Dl 564/94 che con riguardo alle liti pendenti circa atti impositivi, che non attengano esclusivamente all'irrogazione di sanzioni, accorda al contribuente la possibilità di determinarne l'estinzione con un pagamento correlato al valore della lite medesima, ed identifica tale valore con la maggior somma reclamata o reclamabile dall'ufficio , deve essere interpretato nel senso che, al beneficio del condono sono ammesse le sole controversie tributarie concernenti liti pendenti su pretese creditorie dell'Amministrazione che si caratterizzino come diverse ed ulteriori rispetto a quelle desumibili dagli elementi offerti dal contribuente, e non anche quelle controversie che, investendo esclusivamente la correttezza di atti liquidatori, si esauriscano in un controllo sui criteri di fissazione del quantum dell'obbligazione, secondo gli stessi dati addotti dal debitore al fine della determinazione dell'imponibile. A tale principio si è anche ispirato il ricorso dell'Amministrazione ma, in contrario, il contribuente eccepisce la non ricorrenza, nel caso in esame, dei presupposti indicati nel ricorso per cassazione per l'esistenza di una impugnazione assai più estesa, perché riferibile alla contestazione dello stesso atto di classamento. 2.3. A tale proposito questa Corte è tenuta ad esaminare gli atti processuali, atteso che solo leggendoli è possibile comprendere quale estensione abbia avuto l'impugnazione dell'atto, denominato . Tale facoltà, che è riconosciuta pacificamente a questa Corte quando si controverta in materia di vizi del processo, dove si afferma che, in tale ipotesi - ed entro tali limiti -, la Corte di legittimità è anche giudice del fatto processuale , comprende anche casi come questo, nei quali la Corte di cassazione deve esaminare la legittima applicazione del condono nella specie, contenuto nel Dl 564/94, convertito nella legge 656 . Del resto, tale prospettiva cognitiva è già stata indicata dalla sentenza di questa Corte 15995/00 ove si discuteva del problema dell'efficacia vincolante dei provvedimenti presidenziali in materia di estinzione del processo a seguito di applicazione del condono . In tale arresto la Corte ha affermato che a l'articolo 2quinquies del Dl 564/94 inserito dalla legge di conversione 656/94 conferisce al contribuente la facoltà di ottenere la chiusura delle liti fiscali pendenti, pagando una somma correlata al valore della causa, con effetto estintivo del giudizio b la definizione della causa provoca, come riflesso processuale, l'estinzione del giudizio, ma non si esaurisce in un evento del processo, perché configura vicenda più complessa che elide la pretesa impositiva unitamente all'impugnazione del contribuente, nel concorso di condizioni ed adempimenti prestabiliti c il contrasto tra le parti sul verificarsi di quelle condizioni e di quegli adempimenti si traduce in un dibattito sulla cessazione o meno della materia del contendere e, dunque, deve trovare soluzione in una decisione del collegio che non può subire vincoli o preclusioni in dipendenza di precedenti provvedimenti presidenziali non oggetto di tempestivi reclami, essendo questi ultimi atti ordinatori, per loro natura inidonei a risolvere l'indicato contrasto con la forza vincolante del giudicato. Insomma, la menzionata decisione, pur ricordando la duplicità di valore della definizione della lite pendente processuale e sostanziale, al contempo , ha confermato la necessità che il giudice di legittimità, chiamato a verificare la ricorrenza dei presupposti applicativi del condono, si avvalga del potere-dovere di accedere agli atti del giudizio di merito per riscontrare la legittimità della decisione dichiarativa dell'estinzione del giudizio. 2.4. Dagli atti processuali risulta che, effettivamente, il 1 agosto 1994, i contribuenti avevano depositato un ricorso in cui avevano contestato anche le modalità del classamento e di attribuzione della rendita catastale dell'unità immobiliare e, ad ogni modo, avevano presentato al riguardo anche apposito e separato ricorso, che avevano allegato agli atti e che avevano chiesto di decidere unitamente al primo, pure contenente un riassunto di tutte le doglianza espresse nel ricorso separato . Da tanto consegue che l'avviso di liquidazione notificato ai ricorrenti era stato impugnato ed aveva dato luogo ad una lite effettiva, non avente esclusivamente ad oggetto la liquidazione dell'imposta, poiché i contribuenti avevano contestato anche l'atto da esso presupposto, ossia il pregiudiziale classamento della unità immobiliare oggetto dell'atto tassato. Perciò le parti avevano pieno diritto di accedere al beneficio del condono, dovendosi ipotizzare la lite pendente, suscettibile di definizione agevolata a norma dell'articolo 2-quinquies del Dl 564/94, convertito in legge 656/94, in riferimento all'atto che, benché consistente in un avviso di liquidazione, emesso in base alla volontà espressa dal contribuente di avvalersi, ai fini della determinazione dell'imponibile, del sistema automatico di valutazione di cui all'articolo 12 del Dl 70/1988, convertito in legge 154/88, aveva provocato una effettiva contestazione. In tal caso, infatti, l'Amministrazione, che si è limitata a recuperare l'imposta dovuta sulla base della dichiarazione del privato, così svolgendo un'attività meramente liquidatoria Cassazione 7410/01 , è stata successivamente contrastata, nei presupposti della sua pretesa, dai contribuenti i quali hanno chiesto di misconoscere come giusta la rendita attribuita all'immobile compravenduto. 3. In definitiva, il ricorso è infondato e va respinto, e l'Amministrazione va condannata al pagamento delle spese processuali, liquidate come da dispositivo. PQM Rigetta il ricorso e condanna l'Amministrazione ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio, che liquida in complessivi Euro 1.100,00, di cui Euro 1.000,00 per onorari, oltre alle spese generali e agli accessori, come per legge. 3