Origine degli usi civici

di Simone Mazzoli

di Simone Mazzoli Il termine usi civici raccoglie un vasto ventaglio di istituti giuridici che va dal possesso, all'uso, alla proprietà vera e propria, ma con una particolarità costante, che è rappresentata dal soggetto titolare degli usi, che non è un singolo, ma una collettività che esercita i diritti uti singulis, nel rispetto degli altri componenti della collettività e nel rispetto dell'utilità stessa, che deve essere sempre salvaguardata per mantenerla utilizzabile anche in futuro. Il concetto di uso civico è connaturato con quello dello sviluppo sostenibile, oggi ampiamente recepito dalla legislazione in materia ambientale, dettata da una sempre maggiore coscienza ecologica collettiva. In tempi remoti, tanto remoti da affondar le proprie radici nella notte dei tempi, le prime aggregazioni umane usano il territorio in cui si fermano stabilmente, avendo cura di non trarne vantaggi eccedenti le proprie necessità. Si può ritenere che proprio in epoche protostoriche, quando le prime comunità si organizzano in maniera stanziale, queste ritengano appartenente alle comunità medesime tutto il territorio che potevano percorrere ed usare per cacciare, pescare, allevare armenti, coltivare terre, raccogliere i frutti della terra e dei boschi, esercitando così per la prima volta un uso del territorio collettivo, essendo ancora sconosciuta la proprietà privata. Queste popolazioni usano il territorio della collettività e lo proteggono da qualsiasi intervento esterno alla collettività stessa, creando in maniera spontanea ed automatica uno sfruttamento compatibile del proprio territorio. In questo modo fondano i principi che ancora oggi regolano quelli che genericamente vengono definiti usi civici. Questo ordinamento delle prime aggregazioni umane, che possiamo ritrovare in tutte le società primitive anche recenti, da quelle degli indiani d'America a quelle di alcune comunità africane, viene presto soppiantato con la nascita della proprietà privata, immediatamente conseguente alla formazione di una scala gerarchica all'interno della comunità. Nascono le prime leggi a tutela della proprietà privata e contro l'uso collettivo del territorio, perché la prima può trovare il proprio alimento soltanto riducendo il secondo, ed il primitivo ordinamento lascia ben presto il posto a sistemi di rapporti diversi, che nel corso dei secoli vengono codificati con leggi, statuti e regolamenti che riducono e limitano le proprietà collettive, costantemente nella posizione di proprietà minori e, quindi, di minore importanza rispetto alla proprietà privata prevale l'interesse del singolo sull'interesse della collettività. La storia degli usi civici, a partire dalle primitive collettività fino ai giorni nostri, vuol dire ripercorrere il cammino di una serie infinita di soprusi mediante i quali le popolazioni sono state progressivamente spogliate di ciò che apparteneva loro fin dalla notte dei tempi. In tutti gli ordinamenti giuridici che si sono susseguiti nella varie popolazioni e nei vari territori troviamo leggi che formalmente tutelano la proprietà collettiva ed i diritti di uso civico, mentre in effetti non fanno che ridurne l'estensione e la quantità. Basti vedere come l'ordinamento romano suddivise i territori conquistati, assicurando alle popolazioni soggiogate vasti territori destinati all'esercizio degli usi civici l'ager publicus con tutte le sottocategorie che gradatamente ne permettevano l'utilizzazione a mezzo di compenso o del tutto liberamente, ma in realtà sottraendo al ben più vasto territorio collettivo le parti migliori che venivano concesse ai propri miliziani trasformati in coloni ager colonicus , per poi permettere alle grandi famiglie patrizie di acquisire anche l'ager publicus formalmente dello stato che quindi poteva sottrarlo alla popolazione per alienarlo e gettando così le basi del latifondo che tanti sfasci alle campagne ha prodotto fino ai nostri giorni. In tal modo con un primitivo intento di garantire alla popolazione conquistata la sopravvivenza mediante l'uso di almeno una parte del territorio, si giunse in epoca romana alla prima gravissima decurtazione della proprietà collettiva, che fu poi costantemente perseguita dall'ordinamento feudale. In epoca imperiale, sottratte le terre pubbliche per le centuriazioni delle colonie romane e per le alienazioni fatte alle famiglie dei patrizi più in vista, il cui favore serviva ai vari imperatori per le proprie mire di conquista nel mondo, rimanevano di proprietà collettiva e per il sostentamento delle popolazioni civili i communia ovvero le terre della civitas . Frontino afferma nel suo De controversia agrorum in Gromatici Veteres che ogni civitas italica possedeva estese silva et pascua , spettanti ad essa in quanto persona giuridica, e che, essendo destinate a fornire i mezzi per la prestazione dei pubblici servizi, per nessun motivo la popolazione cittadina poteva distrarre queste terre da tale finalità mediante alienazione od atti di disposizione di qualsiasi specie. Altre selve ed altri pascoli spettavano invece non alla persona astratta della civitas ma a tutti i suoi abitanti, che esercitavano su tali terre il diritto di pascolo e di legnatico, di solito a fronte del pagamento di un canone ager vectigalis . Ancora altre selve ed altri pascoli in genere sterili ed aspri erano attribuiti in comune, pro indiviso a certis personis come pertinenza dei loro fondi pascuorum proprietas pertinens ad fundos, sed in comune . Analoga descrizione troviamo nel Gromatici Veteres di Agennio Urbico che conferma l'uso comune a certe persone di alcuni territori pascua certis personis data de pascenda sed in comune . Insomma ancora in epoca romana il primitivo collettivismo agrario, legato alla stessa comparsa dell'uomo sulla terra, è fortemente presente e proprio in questa epoca trova una scientifica, assidua e costante decurtazione e compressione, confermando che gli usi civici, nati con la formazione delle prime aggregazioni umane, subiscono nel corso dei millenni l'attacco di leggi ostili che servono solo a difendere e blindare sempre più le proprietà private gli usi civici trovano il loro fondamento nel diritto alla vita delle popolazioni che se ne servono, e quindi nell'antico dominio che le popolazioni stesse, riguardate nella loro collettività, avevano acquistato sul territorio, mercè occupazioni e lavori eseguiti per far fruttificare le terre. Essi devono annoverarsi tra quelle forme sopravviventi dell'antico collettivismo agrario, che hanno permesso per secoli alle popolazioni di soddisfare certi bisogni essenziali, mercè la partecipazione al godimento in natura di terre, pascoli, boschi Cassazione 604/49 . La sentenza vuole sancire un principio forte che ricollega la nascita degli usi civici alla stessa nascita delle prime aggregazioni umane. Sostiene infatti che l'origine degli usi civici è antichissima, antecedente a qualsiasi ordinamento giuridico, con la conseguenza che tutti gli ordinamenti giuridici successivi, ed in particolare quello romano, non fanno altro che confermare la preesistente esistenza delle proprietà collettive, ove dispone che le terre delle colonie conquistate dai propri eserciti debbono essere divise, attribuendole ai coloni, alle famiglie patrizie romane e locali e, per le parti di minor interesse, alle popolazioni per il proprio sostentamento, trovandone lo spazio dividendo quelle che prima erano terre della collettività. Viene confermato il più antico orientamento della dottrina che consegna l'origine degli usi civici a tempi antichissimi, antecedenti alla formazione della proprietà privata che era sconosciuta alle popolazioni pre-ariane, che dovevano riconoscere un tipo diverso di proprietà. Il diverso modo di possedere descritto da Paolo Grossi che nulla ha a che vedere con la proprietà privata quando i popoli non si erano dati dei padroni, non si sapeva concepire un dominio perpetuo di un individuo o di una famiglia sopra un tratto di terreno vi si opponeva l'idea religiosa che la terra fosse data da Dio in usufrutto agli uomini, vi si opponeva l'uso tradizionale di considerare la terra come comune, vi si opponeva l'unicità della coltura. Né si sapeva concepire una disparità di condizione, una distribuzione ineguale del suolo fra i membri della convivenza Danielli, La proprietà collettiva e gli usi civici d'Italia, Pesaro, 1898, p. 87 Da qui discende la teoria sostenuta fortemente in dottrina dal Curis e da altri autori, secondo la quale l'origine degli usi civici risale all'epoca romana, perché in quest'epoca per la prima volta viene stabilito con legge che vasti territori delle colonie sono destinati a soddisfare i bisogni primari delle popolazioni conquistate Curis, Usi civici, proprietà collettive e latifondi nell'Italia centrale e nell'Emilia, Napoli, 1917 - Pupillo e Barresi, Gli Usi civici in Sicilia, Catania, 1903 - Calisse, Gli usi civici nella provincia di Roma, Prato, 1906 . Così la sola esistenza di una colonia romana dimostra l'esistenza di un vasto demanio universale, come dimostrato nelle istruttorie demaniali di Terracina, colonia Anxurnas, e di Orbetello, Colonia di Cosa. Di quell'originario demanio universale oggi, con la legge fondamentale del 1927, viene disposta l'assoluta tutela che conferma la tutela che nel corso di centinaia di secoli hanno fortemente voluto le popolazioni I beni comunali soggetti ad uso civico, costituenti il così detto demanio universale, pur non potendo essere classificati tra quelli demaniali in senso tecnico, non sono soggetti nemmeno al regime giuridico dei beni patrimoniali degli enti pubblici previsto dal codice civile e dalle leggi di diritto pubblico, ma alla disciplina particolare della legge del 1927. Per effetto di questa legge, che corrisponde nelle sue grandi linee al diritto previgente nelle attuali province meridionali sono riaffermati i principi di inusucapibilità dei diritti su detti beni, nonché quello della loro inalienabilità e della immutabilità della destinazione, nei sensi determinati dalla legge stessa onde non è possibile, per analogia alle norme concernenti il demanio, una tacita classificazione dei beni Cassazione. 3690/53 . La teoria sostenuta da illustri demanialisti della fine dell'800, primi del '900, quali Curis, Pupillo, Barresi e Calisse, secondo la quale l'origine degli usi civici risiede nelle leggi dell'ordinamento romano per le colonie che andava a fondare nelle terre conquistate per la grandezza dell'impero, viene contestata con altrettanta autorevolezza da altri demanialisti della stessa epoca - erano quelli gli anni in cui si formavano le prime legislazioni in materia di usi civici dell'Italia postunitaria fino alla legge fondamentale del 1927 a cui parteciparono in diversa misura esperti della materia e studiosi del diritto napoletano che costituisce il fondamento della legislazione speciale vigente ancora oggi nonostante si avvii ad essere vecchia di un secolo - quali Pertile, Ratto e Raffaglio. Secondo questa seconda linea di pensiero l'origine degli usi civici si colloca in epoca medioevale, ritenendo che questo istituto fosse pensato per favorire la permanenza sul territorio delle popolazioni asservite al feudatario. Il sistema feudale si basava sul diritto germanico, secondo il quale l'Imperatore, padrone assoluto dell'Impero costituito dai suoi territori e dai suoi sudditi, concedeva in feudo un territorio ad un suo fedele che veniva nominato feudatario del luogo e che in quanto tale doveva fedeltà al sovrano, garantendogli un esercito per difendere l'Impero ed il pagamento delle tasse. In cambio il feudatario poteva esercitare il potere assoluto religioso, amministrativo, giudiziario e militare sul suo feudo, rimanendo però obbligato a lasciare che la popolazione esercitasse i diritti civici sulle terre feudali. Tali diritti erano concessi dall'Imperatore per garantire al feudatario la permanenza stabile di una popolazione sul feudo, che altrimenti si sarebbe potuto spopolare se la popolazione non avesse avuto alcun modo di trovare i mezzi per il proprio sostentamento. Così l'esercizio del pascolo, del legnatico, del macchiatico ed i diritti minori fino allo spigatico il diritto di raccogliere le spighe cadute e rimaste sui campi dopo la mietitura trarrebbero origine dai bisogni elementari per la sopravvivenza Raffaglio, Diritti promiscui, demani comunali ed usi civici, Milano, 1939 e anche Pertile, Storia del diritto italiano, Padova, 1874, e Ratto, Le leggi sugli usi e demani civici, Roma, 1909 delle comunità sottoposte al dominio del signore infeudato dall'Imperatore. Secondo questa teoria nel feudo, a fianco delle proprietà private, ristretti o chiuse, si trovavano le proprietà feudali sulle quali potevano essere esercitati i diritti dalla popolazione ed a volte anche dal feudatario stesso, secondo un regolamento che permetteva l'esercizio in tempi, quantità e modalità prestabilite e molto dettagliate, ma non esistevano invece proprietà collettive, poiché tutto il territorio era per legge divina dell'Imperatore. Con le leggi eversive della feudalità del regno borbonico, che iniziò una profonda revisione della propria legislazione alla fine del '700 per arginare lo strapotere dei baroni, si ebbe la divisione in massa dei demani feudali determinando così per la prima volta la nascita delle proprietà collettive. Secondo questa teoria dunque gli usi civici nacquero nel periodo feudale e le proprietà collettive nacquero con la liquidazione dei diritti civici, mediante assegnazione alla collettività avente diritto di una porzione dei demani feudali in cambio della liberazione dal rimanente compendio feudale da tutti i diritti delle popolazioni. Naturalmente questa impostazione determina una diversa posizione rispetto all'accertamento dell'esistenza dei diritti civici rispetto alla teoria romanista, con la conseguenza che nel primo caso non sussistono demani civici e demani universali prima delle operazioni di liquidazione degli usi dettati dalle leggi eversive della feudalità e nel secondo caso la proprietà collettiva è ben più antica e permane anche in epoca feudale durante la quale il feudatario deve mantenere i diritti delle popolazioni e le sue proprietà prendendo atto di un ordinamento previgente impossibile da scalzare completamente, ma sul quale si poteva solo incidere riducendolo e comprimendolo come era accaduto nei precedenti ordinamenti giuridici. Insomma nella teoria medioevalista si ammette l'esistenza dei soli diritti civici, mentre in quella romanista si riconosce anche l'esistenza originaria dei demani civici. Appare chiaro che le due impostazioni cozzano l'una contro l'altra per le conseguenza che determinano sul piano delle decisioni giudiziarie, ma la giurisprudenza commissariale e della suprema Corte nel corso dei lunghissimi anni di applicazione della legge 1766/1927 ha ampiamente sostenuto l'esistenza di demani civici preesistenti all'epoca feudale, dichiarandone la loro esistenza anche fuori dalle provincie ex borboniche, nelle provincie ex pontificie, in quelle granducali della Toscana e nel resto d'Italia, anche se con caratteristiche diverse luogo per luogo in linea con le tradizioni e le consuetudini locali che si articolano in un ventaglio vastissimo di tipologie diverse le une dalle altre.