L'indulto vale anche per gli estradati dall'estero per l'esecuzione di sentenze straniere? Sì, no, forse

di Nadia Plastina

di Nadia Plastina * Dal primo agosto 2006, data di entrata in vigore della più recente legge sull'indulto, le Corti italiane si sono trovate a decidere dell'applicazione del provvedimento clemenziale che, fatte salve talune esclusioni oggettive, abbatte la pena detentiva irrogata ai condannati nello Stato, per reati commessi entro il 2 maggio 2006, di tre anni ai numerosi detenuti che, condannati all'estero, scontano oggi la pena nelle carceri italiane. Come è noto, il trasferimento dei detenuti dal Paese di condanna al Paese di origine avviene in virtù dell'applicazione della Convenzione del Consiglio d'Europa firmata a Strasburgo il 21 marzo 1983 ratificata dall'Italia con la legge 334/88 , ispirata, per l'appunto, alla finalità di consentire agli stranieri detenuti, a seguito di condanna penale, in un Paese, diverso da quello di nazionalità, membro del Consiglio d'Europa, o in altro Paese che pure abbia aderito all'accordo , di continuare a scontare la condanna nello Stato di cittadinanza, onde favorirne la rieducazione e il reinserimento sociale. La stessa Convenzione, nel disciplinare, dopo la complessa procedura che sfocia nel trasferimento della persona, la fase di esecuzione successiva al rimpatrio, ha previsto, all'articolo 12, la possibilità che sia lo Stato di condanna che quello di esecuzione accordino al condannato la grazia, l'amnistia o la commutazione della pena conformemente alla propria Costituzione o ad altre leggi. La formulazione letterale della norma, che nella versione francese recita Chaque partie peut accorder la gr ce, l'amnistie ou la commutation de la peine conformément à sa Constitution ou à ses autres règles juridiques i testi che fanno fede, ai sensi dell'articolo 25 della Convenzione, sono quelli redatti nelle lingue ufficiali del Consiglio di Europa, ossia inglese e francese , non prevede l'indulto e così la traduzione, non ufficiale, in lingua italiana, apparsa sulla Gazzetta delle leggi assieme al provvedimento di ratifica, indica, come detto, i corrispondenti istituti italiani della grazia e dell'amnistia, nonché la commutazione della pena, senza far esplicita menzione dell'indulto, previsto e disciplinato dall'articolo 174 del nostro Codice penale. Su tale puro dato testuale, la Corte di cassazione fondava, nel tempo, le proprie pronunce negative circa il riconoscimento dell'indulto ai detenuti la cui pena, a seguito di trasferimento dall'estero, era in corso di esecuzione nel nostro Paese dalla sentenza Pileggi - sez. I 22.6.94 n. 3055 - in avanti, la Suprema Corte ha mantenuto fermo il principio della inapplicabilità dell'istituto perché non menzionato nella normativa convenzionale si veda anche Cass. sez. VI, 7.10.94, Falci qui i Giudici, esaminando il caso di un detenuto condannato in Thailandia e trasferito, previo riconoscimento della sentenza, in Italia, ribadivano come l'art. 12 della Convenzione di Strasburgo, richiamato dagli articoli 1 e 7 della legge 3.7.89 n. 257 concernente le norme di attuazione al trattato di cooperazione per la esecuzione delle sentenze penali tra Italia e Thailandia, indica specificatamente, e senza possibilità di interpretazione estensiva o di analogia, i benefici accordabili da ciascun Paese e tra essi non è citato l'indulto . Questa interpretazione, che come vedremo, è messa in discussione da alcune recenti pronunce di merito, pone, di fatto, una distinzione, ai fini del godimento di benefici stabiliti dalla legge interna, tra la posizione giuridica di chi risulta condannato nello Stato italiano e chi vi è stato trasferito per scontare la condanna inflitta da un giudice straniero, seppur previo riconoscimento della sentenza da parte del giudice italiano. Il solo contesto internazionale in cui la esecuzione si colloca spiegherebbe questa discriminazione. Per contro, nel caso inverso, di soggetti cioè la cui condanna è stata pronunciata in Italia ma che hanno ottenuto di espiare la pena nel Paese di origine, non paiono sussistere difficoltà circa l'applicazione dell'indulto a trasferimento avvenuto. E difatti, l'articolo 14 della Convenzione, rubricato Cessazione della esecuzione , fa obbligo allo Stato di esecuzione di cessare, per l'appunto, la esecuzione della pena non appena è informato dallo Stato di condanna di qualsiasi decisione o misura in forza della quale la pena cessa di essere eseguibile , con ciò riconoscendo valore giuridico ad ogni causa estintiva della pena operante per l'ordinamento dello Stato ove la condanna è stata pronunciata. E al riguardo la Cassazione ha affermato che l'adattamento della pena inflitta con la sentenza straniera riconosciuta in Italia deve essere eseguito rispettando la decisione straniera con riferimento al complessivo trattamento che, in virtù di tale titolo e nell'ambito della relativa disciplina, è comminato al soggetto. Di modo che tale trattamento non può essere più grave di quello che sarebbe di spettanza sulla base della normativa straniera ne consegue che in Italia deve detrarsi dalla pena inflitta il periodo relativo a qualsiasi beneficio concesso dalla autorità straniera e, di conseguenza, ha annullato la decisione del giudice di merito che aveva escluso l'applicazione, a favore di un detenuto trasferito dall'Austria, di un provvedimento di amnistia concesso dalla Autorità giudiziaria di quel Paese, sul rilievo della sua sostanziale natura di indulto parziale, e, dunque, di beneficio escluso dal novero di quelli che, in virtù dell'art. 12 della Convenzione del 1983, possono trovare applicazione nello Stato di espiazione della pena - cfr. sez. I, 28.2.97, Giacon. In altri termini, per la giurisprudenza di legittimità, tutti i benefici discendenti dall'applicazione della legge dello Stato titolare della condanna tra essi, ma non solo, la grazia, l'amnistia e la commutazione della pena sono dovuti al detenuto trasferito, laddove questi può invocare il riconoscimento unicamente dei provvedimenti nominativamente indicatigrazia, amnistia e commutazione della penaverso lo Stato che di quella stessa condanna ha assunto l'esecuzione. Il quesito se nell'espressione commutazione della pena sia compreso l'indulto italiano viene risolto negativamente dagli stessi giudici, sulla base del canone interpretativo letterale e del principio del divieto di analogia in materia penale pur, in questo caso, in bonam partem . Ma laddove l'analisi del testo della Convenzione si spinga a considerare, oltre alle norme di cui agli articoli 12 e 14, anche quanto stabilito dall'articoli 9 par. 3, la ricostruzione dei principi vigenti in materia si complica. Difatti, in quest'ultima disposizione è stabilito che l'esecuzione della condanna è regolata dalla legge dello Stato di esecuzione e questo Stato è l'unico competente a prendere decisioni al riguardo . Ne consegue che il condannato trasferito dovrebbe godere di un trattamento paritario rispetto al condannato nello Stato per ciò che riguarda i benefici di legge in fase di esecuzione, mentre non potrebbe rivendicare, successivamente al suo trasferimento, l'applicazione delle misure di favore, ulteriori rispetto a quelle già riconosciutegli nel periodo di detenzione all'estero, previste solo nello Stato di condanna. In sintesi, lo Stato di condanna perde, a seguito del trasferimento del detenuto, la gestione della esecuzione della pena, conserva il potere di disporre provvedimenti di clemenza a favore dello stesso, in concorso con lo Stato di esecuzione e, va aggiunto, resta competente in via esclusiva a valutare le domande di revisione della condanna art. 15 della Convenzione . Vale la pena di ricordare anche il richiamo che il Rapporto esplicativo allo strumento internazionale - Rapport explicatif, nella versione originalefa all'articolo 9 nel commentare l'art. 12 Se l'art. 9.3 riconosce al solo Stato di esecuzione la responsabilità della esecuzione della condanna, comprese le decisioni ad essa relative ad esempio, la decisione di sospenderne la esecuzione , la grazia, l'amnistia o la commutazione della condanna possono essere concesse da ciascuno Stato, in conformità alla Costituzione e alle altre leggi . La Corte di Appello di Roma, nel caso Baraldini, con la sentenza del 9.7.99, aveva interpretato la norma contenuta nell'art. 9 .3 come riferita al solo regime della detenzione. Il ragionamento svolto dalla Corte èra il seguente poiché lo Stato italiano ha optato per il sistema della continuazione della pena, e non di conversione della stessa, nelle procedure che lo riguardanoart. 3 par. 3 della Convenzionesi è impegnato, in sede di riconoscimento della sentenza straniera, a rispettare la natura e la durata della pena come fissata dallo Stato di condanna. Ne consegue la inapplicabilità delle norme interne che comportano modifiche alla sanzione straniera, salvo che essa non sia in contrasto con i principi fondamentali dell'ordinamento giuridico italiano-circostanza che non si riscontrava, a giudizio della Corte, nel caso della connazionale trasferita dagli Stati Uniti in Italia. L'interpretazione offerta dai Giudici di merito legittimava così, in via generale, la massima espansività degli accordi tra Stati finalizzati a consentire il rimpatrio dei detenuti con il solo limite della compatibilità con i rispettivi ordinamenti , quand'anche essi travalicassero, a beneficio dell'interessato, il tenore letterale delle norme convenzionali e prevedessero, come nel caso della Baraldini, una esecuzione della pena con le modalità fissate dallo Stato di condanna anziché di esecuzione. Ma la successiva sentenza della Corte Costituzionale, pronunciata, ancora con riferimento alla procedura Baraldini, il 22 marzo del 2001, censurava questa esegesi della Convenzione di Strasburgo, riaffermando il primato, in executivis, della normativa prevista nello Stato ove si esegue la condanna. In particolare, la Consulta afferma che il sistema complessivo che la Convenzione delinea non può derogare, in nessun caso, ai principi dell'ordinamento giuridico dello Stato di esecuzione e, in primo luogo, a quelli enunciati nella Costituzione e ribadisce che l'articolo 9.3. demanda allo Stato in cui la condanna deve essere eseguita, secondo la propria disciplina legale interna, di assumere tutte le decisioni che attengono alla esecuzione medesima, con riferimento e al sistema della continuazione, prescelto dall'Italia, e della conversione della condanna. Conclude la Corte La Convenzione è univoca nel riferire la esecuzione della pena al regime giuridico vigente nello Stato di esecuzione e ad assoggettarla alle misure concrete che questo prevede come appropriate. Essa, inoltre, vincola lo Stato di esecuzione, nel caso della continuazione, alla natura e alla durata della sanzione come stabilite dallo Stato di condanna, ma, in caso di disomogeneità tra gli ordinamenti, promuove la corrispondenza, per quanto possibile, tra le sanzioni, quali pronunciate e quali da eseguire, dando al preminenza a quanto è richiesto dall'ordinamento dello Stato di esecuzione . La sentenza citata ha, essenzialmente, fondato il mutato orientamento dei giudici di merito sul problema del riconoscimento dell'indulto ai condannati trasferiti per la esecuzione della pena dall'estero nel nostro Paese. E così la Corte di Appello di Caltanissetta, che per prima ha adottato un provvedimento favorevole nel caso di un cittadino italiano trasferito dalla Germania-ordinanza 9-15 maggio 2002, est. De Nicola - e da ultimo la Corte d'appello di Roma, ancora una volta investita della posizione di Silvia Baraldini rispetto all'applicazione dell'ultimo indulto, con ordinanza del 21 settembre scorso, su conforme parere della Procura Generale, ha dichiarato condonati i tre anni che la connazionale avrebbe dovuto ancora scontare. Entrambe richiamano la decisione della Corte Costituzionale, assieme ad altri argomenti, per sostenere che il diniego del riconoscimento del beneficio ai cittadini italiani o apolidi residenti trasferiti dall'estero si concretizzerebbe in una irrazionale disparità di trattamento, in senso deteriore, rispetto ai condannati cittadini di altri Stati aderenti, che nei rispettivi Paesi possono godere, nella fase esecutiva, della generalità degli istituti clemenziali e dei benefici previsti dalle rispettive legislazioni. stante l'interpretazione desumibile dalla lettura del Rapporto esplicativo, cui si è fatta più volte menzione. E difatti, tra gli istituti che possono determinare la cessazione della esecuzione della pena elencati, a titolo esemplificativo, al punto 64 della versione in lingua francese del Rapporto, riferito all'articolo 14, si ritrova la commutation nella versione inglese commutation of sentence accanto a la grace, l'amnistie , la condemnation purgée , la remise , la liberation conditionelle , questi ultimi istituti dagli effetti sostanzialmente equivalenti al nostro indulto. La stessa esegesi del termine commutazione, traduzione italiana di commutation de la peine - o commutation of sentence, nella versione inglese - condotta dalla Corte nissena alla luce della Convenzione, del Rapporto esplicativocui, peraltro impropriamente, viene attribuito valore di interpretazione autenticadel diritto comparato, delle riserve formulate dalle parti, della Convenzione dell'Aja sulla validità dei giudizi repressivi, ancorché non in vigore per il nostro Paese, e della sua Relazione esplicativa, porta i Giudici a concludere che esso rappresenta un richiamo a tutti gli strumenti giuridici che, nei diversi ordinamenti degli Stati parte, operano sulla pena riducendola o estinguendola, così come l'indulto italiano. Sottolinea la Corte romana come la mancata menzione nella norma del termine indulto si giustifica per non essere previsto, nelle legislazioni dei Paesi aderenti alla Convenzione di Strasburgo un istituto, diverso dalla grazia e dall'amnistia, che produca analoghi effetti, né si rinviene, sul piano della terminologia francese e anglosassone, un'espressione equivalente d'altra parte non può escludersi che nel vocabolo commutazione vada ricompresso il predetto istituto, anche perché appare logicamente innegabile che il più contenga il meno . A questo punto, l'esclusione formale dell'indulto dal novero degli istituti citati nella Convenzione non può costituire un reale ostacolo all'applicazione del beneficio previsto dall'articolo 174 Cp ai detenuti in esecuzione pena a seguito di trasferimento dall'estero. A supporto di questa conclusione si possono invocare ulteriori motivi logici e giuridici. Il primo luogo, la definizione stessa di indulto, che può concretizzarsi in un condono parziale o totale della pena ma anche in una sua commutazione, in base alle due ipotesi previste dall'articolo 174 Cp. Secondariamente, la natura più limitata degli effetti prodotti dall'indulto rispetto all'amnistia con l'indulto, si ricorda, non vengono meno né la condanna né gli effetti penali della stessa ma la sola pena, sicché pare davvero immotivata la preclusione al riconoscimento di un beneficio che è parte di un altro, dalla portata maggiore, pacificamente applicabile. Peraltro, la previsione della revoca di diritto dell'indulto, alle condizioni stabilite dall'art. 1 co. 3 della legge 241/06 il beneficio è revocato a chi, dopo averne usufruito, commette, nei cinque anni dalla entrata in vigore della legge, un delitto non colposo per il quale riporti una pena detentiva non inferiore a due anni rappresenta un elemento di affinità con alcuni istituti stranieri dianzi citati e, ancora, una valvola di sicurezza che l'amnistia, di regola, non conosce. Su queste premesse, le inevitabili diversità terminologichedovute alla multilateralità della Convenzione, che non ha consentito di prendere in considerazione i singoli istituti nazionali, come avviene in caso di accordi bilaterali - e le peculiarità dei sistemi giuridici e processuali degli Stati parte non possono che deporre per un valore non assoluto del dato testuale rispetto alla ricerca della volontà del legislatore internazionale. In altre parole, la mancata menzione dell'indulto può essere semplicemente spiegata con la necessità di riportare nel contesto dell'articolo 12 esclusivamente quegli strumenti comuni o noti nella gran parte dei Paesi che hanno partecipato alla fase di elaborazione e redazione della Convenzione, che, lo si è ricordato in precedenza, è stata ratificata da numerosi altri Stati al di fuori del Consiglio di Europa. Una interpretazione diversa comporterebbe che il nostro Paese, ove sia Stato di condanna, dovrebbe accettare il riconoscimento di provvedimenti che si sostanziano in una riduzione delle pene inflitte dai giudici italiani emessi negli Stati di esecuzione che adottano ordinamenti di tipo anglosassone o francese avuti a modello nelle norme della Convenzione , laddove troverebbe una limitazione all'esercizio dell'analogo potere in qualità di Stato di esecuzione, La mancata formulazione, poi, di riserve in materia di benefici applicabili ai trasferiti da parte degli Stati parte è ulteriore ragione per non escludere l'applicazione di un beneficio ove lo Stato di condanna non si oppone nel caso della pronuncia di Caltanisetta, non risulta alcun seguito da parte tedesca a seguito della decisione italiana . Anche la Germania, che all'atto della ratifica ha formulato una riserva di valutazione preventiva con riferimento alla grazia che, pertanto, potrà essere concessa ai trasferiti in Italia, o altro Stato membro, quale Paese di esecuzione, solo previo accordo con l'Autorità tedesca competente in materianulla ha dichiarato per ciò che concerne l'amnistia e la commutazione. Anzi, in proposito, può essere interessante ricordare la dichiarazione fatta dalla Francia, al momento delle firma e rinnovata all'atto del deposito dello strumento di ratifica della Convenzione questo Paese interpreta il paragrafo 3 dell'articolo 9 citato e il par. 1 dell'articolo 10.1 nel senso che lo Stato di esecuzione è il solo competente per assumere le decisioni di sospensione o riduzione della pena nei confronti del condannato detenuto e per determinare tutte le modalità di esecuzione della pena, senza che sia rimessa in discussione, nei loro principi, la natura giuridica e la durata della sanzione pronunciata dalla giurisdizione dello Stato di condanna. Il richiamo è quanto mai opportuno atteso che la Francia, ha scelto, come l'Italia, il regime della continuazione della pena, di cui si è detto dianzi. E, così, interpellato dal Ministero della Giustizia italiano, l'omologo Ministero d' oltralpe, lo scorso 20 ottobre, ha dichiarato, tramite il Magistrato di collegamento, coerentemente, di non vedere nessun ostacolo all'applicazione del condono votato dal Parlamento italiano quest'estate a persone detenute in Italia in virtù di una condanna francese espletata nel vostro paese per applicazione della convenzione del Consiglio dell'Europa del 21.03.1983 . A questo punto, stanti la interpretazione costituzionalmente orientata della Convenzione di Strasburgo adottata dal Giudice delle leggi, la conseguente evoluzione della giurisprudenza di merito in casi significativi, il parere ampiamente possibilista rilasciato dal Ministero della Giustizia in uno di essi - nota del 4.12.01, si impone una nuova, specifica pronuncia da parte della Cassazione onde fugare i dubbi interpretativi espressi sull'art. 12 dello strumento dalle altre Corti di merito nazionali, che hanno, invece, continuato a ritenere inapplicabile l'ultimo indulto ai detenuti trasferiti dall'estero. In caso di mutato orientamento della Suprema corte, potrebbe apparire quanto mai opportuna una dichiarazione relativa alla Convenzione da parte italiana, sulla falsariga di quella menzionata dianzi depositata dalla Francia, che chiarisca definitivamente che lo Stato italiano, in veste di Stato di esecuzione, applicherà, ricorrendone i presupposti, le misure nazionali relative al trattamento penitenziario dei detenuti e alla riduzione della pena, indulto compreso. In tal modo, nessuno Stato membro, che abbia consentito al trasferimento di un proprio condannato di origine italiana verso il nostro Paese, potrà dolersi dei benefici di cui questo andrà a godere e che potranno essere, in via generale, preventivamente conosciuti e valutati nei loro effetti. Una considerazione al riguardo però si impone se la Corte d'appello di Roma, nel 1999, aveva sostenuto la legittimità di accordi tra Stati che pure comportavano una esecuzione a condizioni dettate dallo Stato di condanna, sì da crearsi un vero regime di esecuzione ad personam, ciò trovava una giustificazione nel tentativo di assecondare il più possibile le finalità umanitarie della Convenzione di Strasburgo e, quindi, la consapevole volontà di rientro nel Paese di origine espressa dal detenuto italiano. In altre parole, si trattava di una interpretazione dello strumento positiva onde favorirne al massimo la sua applicazione, superando ostacoli posti da alcuni Stati di condanna con riferimento al nostro regime di esecuzione della pena. Considerato che, in alcuni casi, queste problematiche, aderendo all'orientamento delineatosi più di recente, potrebbero acuirsi, appare importante che il nostro Paese partecipi attivamente ai lavori di ammodernamento della Convenzione di Strasburgo, in corso presso i gruppi di esperti del Consiglio di Europa, impegnandosi affinché si introducano nell'Accordo riferimenti significativi e concreti a quella mutua fiducia nei rispettivi ordinamenti già invalsa in molti importanti strumenti a livello Ue e senza la quale il funzionamento della collaborazione internazionale non potrà subire, anche a livello del Consiglio di Europa, quella evoluzione positiva che da più parti viene auspicata. *Magistrato