Spese compensate, obbligo di motivazione con la riforma dell'articolo 92 Cpc

di Angelina Iannaccone

di Angelina Iannaccone* Nell'ambito del processo tributario, in tema di attribuzione delle spese processuali, la compensazione, disposta dal giudice di primo grado, può essere sindacata dal giudice d'appello, in quanto giudice di merito a cognizione piena. Ciò, in applicazione del principio, secondo il quale la valutazione dell'opportunità della compensazione, totale o parziale, rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito, insindacabile dai giudici di legittimità. È quanto affermato dalla sezione tributaria della Corte di cassazione, con la sentenza 15557/06 qui leggibile tra i documenti correlati. Tale decisione, di indubbio interesse, offre l'occasione per affrontare il problema delle spese di giudizio nel processo tributario, anche alla luce della modifica, introdotta dalla legge 263/05, la quale ha consentito, a ben vedere, di superare il poco convincente indirizzo della Cassazione. IL REGIME DELLE SPESE DI GIUDIZIO NEL PROCESSO TRIBUTARIO. LA TRALATIZIA POSIZIONE DELLA CASSAZIONE La disciplina delle spese di giudizio, in sede civile e tributaria, è stata per lungo tempo dominata da un orientamento interpretativo della Suprema corte, di ben scarno profilo teoretico, che è stato possibile scalfire e superare solo grazie ad una opportuna modifica legislativa. Si intende far riferimento alla legge 263/05, la quale all'articolo 2, modificando l'articolo 92, comma 2 Cpc, ha correttamente stabilito che il giudice può disporre la compensazione, integrale o parziale, delle spese di giudizio, solo dopo aver esplicitamente indicato nella motivazione i giusti motivi di compensazione. In tal modo, si è formalmente statuito il principio che la compensazione, lungi dal costituire una arbitraria potestà, è il risultato di una valutazione discrezionale, connessa all'esercizio di un pubblico potere, che non può non fondarsi su di una adeguata motivazione. Invero, come vedremo fra breve, il principio dell'obbligatoria motivazione del potere di compensazione era già implicito nell'ordinamento, nonostante un poco plausibile orientamento della Cassazione. Al fine di affrontare correttamente la cennata problematica, si palesa indispensabile illustrare le linee fondamentali del regime delle spese di giudizio nel processo tributario. Come è noto, il D.Lgs 546/92 Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'articolo 30 legge 413/91 ha introdotto, nel processo tributario, il regime delle spese processuali in base al principio della soccombenza. Il primo comma, primo periodo, dell'articolo 15 D.Lgs 546/92 stabilisce, infatti, che la parte soccombente è condannata a rimborsare le spese di giudizio che sono liquidate con la sentenza . La statuizione della condanna alle spese di giudizio nel processo tributario, come regola generale, ha rappresentato, indubbiamente, l'attuazione del principio costituzionale del diritto alla difesa articolo 24 della Costituzione , essendo evidente che tale diritto, rispetto alla parte risultata vittoriosa, verrebbe ad essere menomato per i costi della necessitata difesa processuale. Come, giustamente, rileva autorevole dottrina se per ottenere il riconoscimento del diritto a 100 si dovesse spendere senza poter recuperare 20, se ne dovrebbe desumere che l'ordinamento tutela i diritti all'80% e non nella loro integrità, il che contrasterebbe col fondamentale postulato che, viceversa, vuole i diritti integralmente tutelati Mandrioli, Diritto processuale civile, Torino, 2004, p. 340 . Ulteriore conferma della valenza di principio generale dell'istituto della rifusione delle spese di lite può essere agevolmente rinvenuta nella sentenza della Corte costituzionale 274/05, con la quale è stata statuita l'illegittimità costituzionale dell'articolo 46, comma 3 del D.Lgs 546/92, nella parte in cui impone la compensazione delle spese nel caso di estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere in ipotesi diverse dalla definizione delle pendenze tributarie previste dalla legge. I giudici costituzionali hanno sostenuto che la compensazione ope legis delle spese, nel caso di cessazione della materia del contendere, si tradurrebbe in un ingiustificato privilegio per la parte che pone in essere un comportamento il ritiro dell'atto, nel caso dell'Amministrazione, o l'acquiescenza alla pretesa tributaria, nel caso del contribuente di regola determinato dal riconoscimento della fondatezza delle altrui ragioni e, corrispondentemente, in un del pari ingiustificato pregiudizio per la controparte, specie quella privata, obbligata ad avvalersi, nella nuova disciplina del processo tributario, dell'assistenza tecnica di un difensore e, quindi, costretta a ricorrere alla mediazione onerosa di un professionista abilitato alla difesa in giudizio . La medesima disposizione, che statuisce la regola del victus victori articolo 15, comma 1 del D.Lgs 546/92 , stabilisce, inoltre, che la commissione tributaria può dichiarare compensate in tutto o in parte le spese, a norma dell'articolo 92, comma 2 Cpc articolo 15, comma 1, secondo periodo . In altri termini, la regola della soccombenza delle spese non costituisce principio assoluto, essendo possibile addivenire al diverso sistema della compensazione delle spese in caso di soccombenza reciproca o quando ricorrono altri giusti motivi . Dunque, attraverso il rinvio alla norma processual-civilistica articolo 92, comma 2, Cpc , il principio generale della soccombenza è stato parzialmente temperato dal riconoscimento esplicito del potere di compensazione, il quale può essere disposto solo in conformità alla disciplina delineata dall'articolo 92, comma 2, medesimo. In tal modo, la disciplina processual-tributaria è stata integralmente equiparata a quella processual-civilistica. La giurisprudenza di legittimità ha, lodevolmente, cercato di dar contenuto al generico concetto di giusti motivi individuando, in caso di soccombenza di uno dei litiganti, le seguenti fattispecie applicative 1 errore scusabile del soccombente 2 comportamento processuale corretto delle parti 3 illegittimità costituzionale della norma, posta a base della sentenza, intervenuta nel corso del giudizio 4 mutamento giurisprudenziale intervenuto nel corso del processo 5 novità delle questioni di diritto trattate 6 obiettiva incontrovertibilità delle questioni. La Corte di cassazione ha, tuttavia, costantemente ritenuto esclusa dal proprio sindacato la valutazione della compensazione delle spese di lite, generalmente disposta per giusti motivi . La Sc ha continuamente affermato che la parte della pronuncia del giudice di merito, afferente le spese processuali, rientra in una sorta di non ben chiaro potere discrezionale , per cui risulta insindacabile il suo apprezzamento sull'esercizio o meno della facoltà di compensare le spese Corte di cassazione, sentenze 2002/06 14690/05 13544/05 13543/05 8623/05 8540/05 5405/04 12744/03 10308/03 14095/02 5988/01 15373/00 . La consolidata giurisprudenza di legittimità, confermata anche dalla decisione in esame, ha sostenuto che la sentenza della Commissione tributaria provinciale, che disponga la compensazione delle spese, è sul punto impugnabile davanti al giudice d'appello. Quest'ultimo, essendo giudice di merito a cognizione piena, è competente a decidere sulle spese del primo e del secondo grado, anche se la statuizione sulle spese non sia stata investita di uno specifico motivo d'appello. Proprio in coerenza, seppur non condivisibile ! , con tale posizione interpretativa, la Corte di cassazione ha escluso che la sentenza di secondo grado deve menzionare gli specifici motivi di compensazione delle spese. Tale mancanza, che, impedisce di censurare l'esercizio del relativo potere discrezionale da parte del giudice di merito, sotto il profilo di carenza di motivazione ! , viene giustificata con la circostanza che allo stato attuale non è possibile altra lettura costituzionalmente adeguata pena l'accrescimento delle impugnazioni delle decisioni, con i conseguenti e immaginabili effetti inflattivi in ordine al numero dei processi già particolarmente alto, fino ai limiti di guardia, e ai costi collettivi sempre più elevati Corte di cassazione, sentenza 2002/06 in tal senso, sentenze 8623/05 8961/05 8540/05 . In fatale coerenza con quanto ora espresso, la Cassazione ha ritenuto che il suo sindacato è limitato ad accertare che non risulti violato il principio, secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa, o che siano addotte ragioni palesemente o microscopicamente illogiche e tali da inficiare, per la loro inconsistenza, o evidente erroneità, lo stesso processo formativo della volontà decisionale Cassazione 5405/04 23258/04 12744/03 11774/03 14095/02 . In altri termini, secondo tale costante orientamento della Cassazione, il giudice di appello, in quanto giudice di merito, può esaminare le doglianze relative alle spese del giudizio, così come decise dal giudice di primo grado. Tuttavia, la medesima decisione, adottata dal giudice di appello, non può essere sindacata dalla Cassazione! La concreta situazione, che si è venuta a determinare in conseguenza di tale orientamento, può essere così sinteticamente illustrata le Commissioni tributarie hanno provveduto, nella maggioranza dei casi, a compensare le spese di giudizio, non fornendo alcuna adeguata motivazione, precludendo, in tal modo, al contribuente vittorioso ogni possibile contestazione. L'INTRODUZIONE DELL'OBBLIGO DI INDICARE ESPLICITAMENTE I GIUSTI MOTIVI DI COMPENSAZIONE DELLE SPESE DI LITE EFFETTI SUL PROCESSO TRIBUTARIO Il primo principio enunciato dalla sentenza in esame, secondo cui solo il giudice di merito Commissione tributaria provinciale e regionale può riesaminare la decisione, che dispone la compensazione delle spese di giudizio, essendo precluso tale sindacato ai giudici di legittimità, può esplicare una valenza di limitata accoglibilità solo in quanto la concreta controversia è insorta prima del 1 marzo 2006. Ed, infatti, l'articolo 2, comma 1, lettera a legge 263/05, modificando l'articolo 92, comma 2, Cpc, ha stabilito che la compensazione anche parziale delle spese deve essere disposta dal giudice, indicando esplicitamente nella motivazione i giusti motivi, in base ai quali essa è disposta. La norma è entrata in vigore solo per i procedimenti instaurati dopo la predetta data del 1 marzo 2006. In buona sostanza, la modifica è consistita nell'aggiungere al comma 2 l'inciso esplicitamente indicati nella motivazione , riferito agli altri giusti motivi di compensazione delle spese, oltre la prevista fattispecie di soccombenza reciproca. Tale innovazione legislativa, riferita in primo luogo al processo civile, in quanto interessante l'articolo 92, comma 2, Cpc, dispiega piena efficacia anche nel processo tributario, in virtù della citata statuizione dell'articolo 15, comma 1 del D.Lgs 546/92, che attribuisce, come già indicato, alle Commissioni tributarie il potere di dichiarare compensate in tutto o in parte le spese a norma dell'articolo 92, comma 2, Cpc . Per effetto della novella in questione, quindi, viene a cadere l'insindacabile discrezionalità del potere di compensare le spese di lite per giusti motivi , dal momento che il giudice di merito dovrà indicare esplicitamente i motivi che legittimano la deroga alla regola generale del victus victori. Conseguentemente, anche la Cassazione potrà e dovrà esaminare le doglianze afferenti le censure in esame, contrariamente a quanto sinora fatto. Dunque, la regola generale, ai sensi del combinato disposto degli articoli 15 D.Lgs 546/1992 e 92, comma 2, Cpc, è quella della soccombenza la parte soccombente rimborsa all'altra le spese di giudizio, che sono liquidate con sentenza. Tuttavia, il giudice tributario può derogare a tale regola, disponendo la compensazione, in caso di soccombenza reciproca, o di sussistenza di altri giusti motivi, da indicare espressamente in sede di motivazione. La Suprema corte si è prontamente adeguata alla lodevole innovazione legislativa. Infatti, prima della novella legislativa, il cennato orientamento tradizionale sosteneva, come vedremo in modo non molto fondato, la sostanziale superfluità della motivazione della decisione di compensazione In materia di spese processuali, il giudice può disporre la compensazione anche senza fornire, al riguardo, alcuna motivazione, e senza che - per questo - la statuizione diventi sindacabile in sede di impugnazione e di legittimità, atteso che la valutazione dell'opportunità della compensazione, totale o parziale, delle stesse rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito, sia nell'ipotesi di soccombenza reciproca, sia in quella della ricorrenza di giusti motivi Cassazione, sez. III 19161/05 . Sopravvenuta la novella legislativa, la Cassazione ha repentinamente mutato di 360 gradi il proprio indirizzo, senza porsi minimamente il salutare dubbio che l'obbligatorietà della motivazione era ben implicita e dovuta ! anche nella pregressa normativa In materia di spese processuali, la statuizione del giudice che dispone la compensazione delle spese di giudizio deve essere congruamente motivata, tenuto conto che il regime delle spese, anche con riguardo all'ipotesi della compensazione, a mente dell'articolo 92 Cpc, è governato dal principio di causalità e che il riconoscimento, in materia, di uno spazio di pura discrezionalità, cioè senza obbligo, per il giudice, di motivare la scelta compiuta, oltre a costituire una anomalia nel sistema, si risolverebbe in un sostanziale diniego di tutela giurisdizionale, intesa come soddisfacimento effettivo del diritto fatto valere in giudizio, in palese violazione dell'articolo 24 Costituzione Cassazione, Sezione seconda, 1422/06 . Ora, la Cassazione, correttamente, evidenzia che la compensazione priva di motivazione costituisce un'anomalia nel sistema, dando luogo ad un chiaro diniego di tutela giurisdizionale. Tutto giusto! Tuttavia, sia consentito evidenziare che l'obbligo di motivazione, in sede di decisione di compensazione delle spese, era già ben sussistente anche prima dell'illustrata novella legislativa. Ed, infatti, contrariamente a quanto soleva osservare la Cassazione non è possibile altra lettura costituzionalmente adeguata , la Costituzione medesima imponeva, ed impone tuttora, l'obbligo di motivazione. In tal senso, militano, in modo inequivoco, non solo l'articolo 24, garantente il diritto di difesa, ma anche, e soprattutto, l'articolo 111, comma 6, secondo il quale tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati . È ben evidente che la decisione di compensazione delle spese, in quanto provvedimento giurisdizionale, non poteva non essere motivata. Tuttavia, la Suprema corte si limitava, sorprendentemente, ad affermare che non era possibile altra lettura costituzionalmente adeguata!! Inoltre, le ragioni dell'obbligatoria motivazione anche nella pregressa disciplina traggono fondamento anche da altre considerazioni. Occorre osservare che il giudice nel disporre la compensazione, in quanto esercita un pubblico potere, non può certo esimersi, indipendentemente dalle cennate norme costituzionali, dall'indicare le ragioni dell'esercizio medesimo, che costituisce una deroga alla regola. Infatti, se la regola base è la soccombenza, è innegabile che la decisione di far uso di un potere derogante il potere di compensazione non può non esigere la puntuale esternazione delle ragioni la regola prescrive la soccombenza tuttavia, posso disporre la compensazione, cioè l'assoggettamento delle spese anche a carico del vincitore della causa, solo se ne indico le ragioni. Il passaggio logico è ovvio ed elementare ed, invero, stupisce che solo ora la Cassazione si accorga del pernicioso effetto di denegata giustizia! Inoltre, se si presta attenzione al tenore letterale della novella, appare ben evidente che l'obbligo di motivazione sussisteva anche prima. Il comma 1 dell'articolo 2 legge 263/05 ha solo aggiunto, come già evidenziato, l'inciso esplicitamente indicati nella motivazione , riferito agli altri giusti motivi di compensazione delle spese. Orbene, gli altri giusti motivi di compensazione erano anche prima previsti, per cui il giudice doveva sempre indicarli non avrebbe alcun senso affermare che esistono giusti motivi e non indicarli. Un motivo di decisione, soprattutto se in deroga ad una regola generale, non può non essere illustrato, pena non tanto la produzione di una anomalia del sistema, ma il crollo del sistema medesimo. Chiarita tale questione, da parte di un legislatore questa volta attento a correggere anomale interpretazioni, occorre segnalare che la medesima novella legislativa, istituendo l'obbligo di motivazione della pronuncia sulle spese di giudizio ed ampliando, quindi, il vaglio giudiziario, è venuta a rafforzare un altro principio, enunciato dai giudici nella sentenza in esame le spese processuali devono essere liquidate anche d'ufficio dal giudice, pure in mancanza della relativa nota spese, presentata da parte del difensore. A tal riguardo, occorre richiamare l'articolo 75 delle disposizioni di attuazioni del codice di procedura civile, secondo cui il difensore al momento del passaggio in decisione della causa deve unire al fascicolo di parte la nota delle spese, indicando in modo distinto e specifico gli onorari e le spese, con riferimento all'articolo della tariffa dal quale si desume ciascuna partita . Se da un lato, è vero che, nell'articolo 15 D.Lgs 546/92, manca un espresso richiamo al citato articolo 75, dall'altro è oltremodo chiaro che lo stesso risulta applicabile per effetto dell'espresso richiamo contenuto nel già indicato articolo 1, comma 2, del D.Lgs 546/92. L'articolo 75 impone, in pratica, al difensore di unire la nota delle spese al fascicolo di parte al momento del passaggio in decisione della causa, indicando in ciò il termine ultimo per la presentazione. In tale circostanza, infatti, il difensore, avendo portato a termine la propria attività difensiva, è in grado di indicare in forma definitiva gli onorari corrispondenti alle attività svolte ed alle spese sostenute. Al fine di individuare il momento in cui la nota deve essere presentata, occorre pertanto chiedersi quando, nel processo civile e nel processo tributario, la causa passi in decisione. Nel processo civile, sia nelle cause decise dal collegio che dal giudice unico, il termine di scadenza per il deposito delle memorie corrisponde con il passaggio in decisione della causa, ed altrettanto costituisce, per il difensore, il termine finale per la presentazione della nota spese. Nel processo tributario, invece, la discussione della causa può avvenire, ex lege, in camera di consiglio o in pubblica udienza su specifica istanza delle parti in quest'ultimo caso, il termine finale è dato dalla pubblica udienza di discussione. La Corte di cassazione si è sempre espressa nel senso che la mancata presentazione, da parte del difensore della nota spese, non comporta il rinvio della decisione della controversia, dovendo in tal caso il giudice liquidare le spese in base agli atti di causa, distinguendo quanto dovuto per diritti ed onorari Corte di cassazione, sentenze 7639/03 1938/03 1440/00 . In altre parole, l'omissione di presentazione della nota, entro il passaggio in decisione della causa, non fa venir meno il diritto del difensore alla corresponsione di quanto a lui dovuto. Ciò che viene meno è, semplicemente, il diritto alla produzione della nota in tal caso, la determinazione di quanto dovuto al difensore sarà affidata al giudice, che l'effettuerà sulla base degli atti di causa. Pertanto, deve ritenersi che, nel processo tributario, la condanna o la compensazione alle spese deve essere sempre contenuta nella sentenza o, comunque, nel provvedimento giudiziale con cui si definisce un grado di giudizio. Il giudice, quindi, deve pronunciarsi sulle spese a prescindere da una specifica domanda in tal senso delle parti, dal momento che il regolamento delle spese processuali deve considerarsi accessorio e conseguenziale alla definizione della causa e, conseguentemente, adottabile anche d'ufficio salvo espressa rinuncia alle spese della parte vittoriosa. *Avvocato ?? ?? 4

Cassazione - Sezione tributaria - sentenza 12 aprile-7 luglio 2006, n. 15557 Presidente Cristarella Orestano - Relatore Cappabianca Svolgimento del processo Afs propose ricorso, instaurando il contraddittorio nei confronti dell'Ufficio imposte dirette di Rovigo, contro venti avvisi di mora intimatile dal Concessorio di Rovigo su provvedimenti dell'ufficio. Disposta l'integrazione del contraddittorio nei confronti del Concessionario, l'adita Commissione provinciale accolse il ricorso ed annullò gli avvisi, rilevando che gli stessi non risultavano preceduti da avvisi di accertamento o cartelle esattoriali validi a produrre gli effetti voluti. I primi giudici disposero, inoltre, la compensazione delle spese. Avverso tale sentenza, Afs propose appello censurando il capo della decisione di primo grado che aveva disposto la compensazione delle spese, nonostante la totale soccombenza degli uffici finanziari. La Commissione regionale rigettò l'appello, sostenendo che la compensazione totale o parziale delle spese del giudizio costituisce una facoltà insindacabile del giudice del merito e rilevando che l'appellante non aveva depositato nota spese. Avverso tale pronuncia, Afs ha proposto ricorso per cassazione, instaurando contraddittorio nei confronti del concessionario e dell'Agenzia delle entrate di Rovigo, deducendo la violazione degli articoli 91, 92, 113, 132, 323, 339 del Cpc e 75 delle disposizioni di attuazione del Cpc. Gli intimati non si sono costituiti. Motivi della decisione Il ricorso è fondato. Dalla premessa, secondo cui la valutazione dell'opportunità della compensazione, totale o parziale, delle spese processuali rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito, discende che la correlativa statuizione è insindacabile in sede di legittimità, Cassazione 19161/05, 8623/05, 8540/05 , ma, diversamente da quanto inteso dai giudici del gravame, non anche che la compensazione disposta dal giudice di primo grado non possa essere sindacata dal giudice di secondo grado, che è, anch'esso, giudice del merito. Questi, invece, è tenuto a sindacare il provvedimento di compensazione delle spese processuali disposto dal giudice di primo grado, anche d'ufficio, ove riformi, in tutto o in parte, la sentenza impugnata in quanto l'onere delle spese va attribuito e ripartito in relazione all'esito complessivo della lite e, inoltre, quando il relativo capo della decisione di primo grado sia, come nella specie, reso oggetto di specifico motivo di impugnazione v. Cassazione 58/2004 . Costituisce, d'altro canto, principio costantemente affermato da questa Corte che, in caso di omesso deposito della nota spese in violazione dell'articolo 75 delle disposizioni di attuazione del Cpc, il giudice ha il potere-dovere di provvedere alla liquidazione delle spese giudiziali sulla base degli atti di causa v. Cassazione 9700/03, 13724/99 . Alla stregua delle considerazioni che precedono, si impone raccoglimento del ricorso. La sentenza va, conseguentemente, cassata con rinvio, anche per le spese del presente giudizio, ad altra Sezione della Commissione tributaria regionale del Veneto, che si atterrà ai principi sopra richiamati. PQM La Corte accoglie il ricorso cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per la regolamentazione delle spese del presente giudizio, ad altra sezione della Commissione tributaria regionale del Veneto.