Danno per estromissione dal mercato degli appalti e prescrizione del diritto al risarcimento

La Corte di Cassazione individua il dies a quo del termine quinquennale di prescrizione del diritto al risarcimento del danno da estromissione dal mercato degli appalti pubblici, invocato da una società contro il Ministero dell’Interno e la Presidenza del Consiglio.

Sul tema si è espressa la sentenza n. 13510/17 depositata il 30 maggio. Il caso. La pronuncia in oggetto origina dalla richiesta di risarcimento proposta da una s.p.a. attiva nel sistema degli appalti pubblici - nei confronti del Ministero dell’Interno e della Presidenza del Consiglio dei Ministri a seguito dei danni asseritamente sofferti in conseguenza del comportamento negligente delle amministrazioni convenute, consistente nell’omesso aggiornamento degli archivi informatici relativi alle informative antimafia, circostanza che aveva comportato la revoca di commesse già acquisite dalla società, nonché l’impossibilità di acquisirne di nuove e la perdita dei requisiti per operare in quel sistema, fino alla decisione di procedere con la liquidazione volontaria della società. Il Tribunale di Roma accoglieva parzialmente la domanda risarcitoria, rigettando l’eccezione di prescrizione sollevata dalle amministrazioni, ritenuta invece dirimente dalla Corte d’appello e, ora, dalla Corte di Cassazione. Prescrizione. Gli Ermellini affermano infatti che il dies a quo del termine quinquennale di prescrizione del diritto al risarcimento del danno da estromissione dal mercato degli appalti pubblici, invocato da una società contro il Ministero dell’Interno e la Presidenza del Consiglio in relazione alle informative antimafia di cui all’art. 10, comma 7, lett. c , d.P.R. n. 252/1998 , assumendo che detta estromissione è stata causata del rifiuto dell’aggiornamento delle banche dati, funzionali al rilascio di dette informative, qualora risulti che la società abbia disposto la propria messa in liquidazione volontaria, ancorchè, in thesi , proprio in ragione della pretesa efficacia causale del detto rifiuto, si identifica, pur perdurante il relativo comportamento omissivo, nel momento di tale messa in liquidazione volontaria . E tale principio trova applicazione non solo per i danni già verificatesi ma anche per quelli futuri derivanti dalla perdita della possibilità di partecipare al mercato degli appalti pubblici restando irrilevante il fatto che nel detto momento fossero, in ipotesi, ancora esistenti in capo alla società i requisiti normativi e fattuali per essere ammessa a partecipare al sistema , potendosi comunque configurare un successivo danno ascrivibile alla Amministrazioni per l’impossibilità della società di riprendere quella partecipazione solo previa deliberazione di revoca della messa in liquidazione volontaria, richiesta alle Amministrazioni di procedere all’aggiornamento e rifiuto di esse di procedervi . Per questi motivi la Corte di Cassazione, rigetta il ricorso.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 30 settembre 2016 30 maggio 2017, n. 13510 Presidente Chiarini Relatore Frasca