Inappellabilità, ancora un'eccezione

Anche la Corte d'appello di Bologna si rivolge alla Consulta perché la Pecorella avrebbe effetti devastanti sull'equilibrio dei diritti delle parti nel processo

Anche la Corte d'appello di Bologna si aggiunge alla lista dei numerosi Palazzi di giustizia che hanno rinviato alla Consulta la legge Pecorella , che ha introdotto il divieto per la pubblica accusa di presentare appello contro le sentenze di proscioglimento. Con l'ordinanza depositata il 23 marzo e qui integralmente leggibile tra i documenti allegati, infatti, la Corte territoriale bolognese ha dichiarato rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità dell'articolo 593, 1 e 2 comma, Cpp come modificato dall'articolo 1 della legge 46/2006. In sostanza le novità inserite dalla legge Pecorella nel codice di rito penale, anche per i giudici del capoluogo emiliano, contrasterebbero con gli articoli 111 e 112 della Costituzione. I principi violati sarebbero quelli della parità delle parti nel processo e dell'obbligo del pubblico ministero di esercitare l'azione penale. Nel primo caso, scrive nero su bianco la Corte, la rimozione quasi totale del potere di appello del solo Pm ha effetti devastanti sull'equilibrio dei diritti delle parti nel processo . Nella pratica, infatti, la Procura si troverebbe in netto svantaggio rispetto all'imputato, perché il ricorso in Cassazione, che rappresenta l'unica arma possibile per la pubblica accusa, non potrà mai avere la stessa estensione dell'atto di appello, che attiene al merito . La reciprocità dei diritti, quindi, deve essere garantita ad entrambe le parti. Anche sul punto della trasgressione del parametro costituzionale di cui all'articolo 112, i magistrati bolognesi hanno messo in luce la condizione di sfavore in cui viene a trovarsi il Pm con il divieto introdotto dalla legge 46/2006. Nell'ordinanza in esame, infatti, la Corte d'appello di Bologna ha affermato che la soppressione del potere d'appello della pubblica accusa compromette la capacità del Pm di far valere la pretesa punitiva dello Stato, ponendolo in uno stato di inferiorità, in cui gli è preclusa la possibilità di coltivare l'azione punitiva pubblica attraverso la richiesta al giudice superiore di riesame dei fatti affermati nella sentenza assolutoria, anche in presenza di valutazioni di merito assolutamente non condivisibili .

Corte di appello di Bologna - Sezione seconda penale - ordinanza 23 marzo 2006 Nel procedimento penale contro Benvenuti Alberto decidendo sulla eccezione di illegittimità costituzionale proposta dal Pg relativamente all'articolo 593, commi 1 e 2 Cpp, come modificato dalla legge 46/2006, nella parte in cui esclude che il Pm possa proporre appello contro una sentenza di proscioglimento dell'imputato comma 1 , salvo l'ipotesi della sopravvivenza di una nuova prova decisiva comma 2 , per violazione degli articoli 3, 111 e 112 della Costituzione rilevato che la questione sollevata è rilevante, sussistendo il requisito della indispensabilità della previa risoluzione della questione, in riferimento alla posizione dell'imputato Benvenuti Alberto, nei cui confronti è stato proposto appello dal Pg a seguito della sentenza di assoluzione di primo grado, poiché la Corte, in applicazione dell'articolo 10, comma 2, della legge citata, dovrebbe dichiarare, con ordinanza non impugnabile, l'inammissibilità dell'appello ed in tal modo verrebbe a privare l'appellante del giudizio di merito di secondo grado considerato che la questione proposta non è manifestamente infondata per i seguenti motivi. 1. Può sussistere violazione dell'articolo 111, comma 1 e 2, della Costituzione, secondo il principio di parità tra accusa e difesa, nel caso in cui la pubblica accusa, in toto soccombente in primo grado nella sentenza di proscioglimento dell'imputato, non possa proporre appello, mentre lo possa proporre in caso di parziale soccombenza posto che nella procedura penale è previsto un doppio grado di giurisdizione di merito, non vi è più parità delle parti se una di esse, soccombente, non possa proporre appello e il Pm ha certamente un interesse maggiore ad appellare una sentenza di assoluzione che ritiene ingiusta piuttosto che ad appellare una sentenza di condanna la pubblica accusa si trova cos' in netto svantaggio, poiché il ricorso in Cassazione non potrà mai avere la stessa estensione dell'atto di appello, che attiene al merito 2 i primi due commi dell'articolo 111 contengono alcune regole generali in materia di attività giurisdizionali il giusto processo è incentrato sul contraddittorio delle parti e se il nostro Cpp prevede tre gradi processuali, il principio della parità delle parti deve persistere nei tre gradi, ed ogni e qualsiasi limitazione in danno di una parte deve essere ragionevole la nozione di giusto processo ha una tessitura aperta , poiché è un concetto che racchiude una serie di principi che sono aperti all'evoluzione della coscienza e della cultura civile e politica dei diritti umani, della dottrina e della giurisprudenza questi principi hanno varia natura, possono essere di tipo sostanziale, come la presunzione di innocenza dell'imputato o il diritto di termini adeguati per preparare la difesa, oppure di tipo processuale, come il diritto alla parità fra accusa e difesa, oppure di tipo ordinamentale, come il diritto ad un giudice indipendente e imparziale tornando al diritto fondamentale della parità delle parti nel processo, la parità non attiene ai mezzi o agli strumenti, e non attiene neppure ai poteri, ma, per essere concreta e reale, implica la reciprocità di diritti nel processo, ma la reciprocità non può limitari alla prova, deve estendersi all'impugnazione reciprocità vuol dire che se l'imputato ha diritto di proporre appello contro una sentenza di condanna, il Pm deve avere il diritto di proporre appello contro una sentenza di assoluzione, laddove abbia chiesto la condanna. Altrimenti il processo non è giusto. L'articolo 111, comma 1, della Costituzione è destinato ad avere una funzione centrale nell'evoluzione della giurisprudenza costituzionale, trattandosi di disposizione dalle indubbie potenzialità espansive. Il giusto processo è destinato a condizionare la fisionomia dei singoli procedimenti giurisdizionali elaborati dal legislatore ordinario, quindi anche le modifiche ai suddetti procedimentali, e costituisce una formula in cui si compendiano i principi costituzionali anche per ciò che riguarda i diritti di azione d difesa in giudizio, tra cui il diritto del Pm di proporre appello se si ritiene poi che il legislatore abbia voluto introdurre una vera e propria clausola generale destinata a funzionare come norma di apertura del sistema delle garanzie costituzionali della giurisdizione, si può concludere che debba trovare ingresso all'interno di quel sistema qualsiasi principio o potere processuale ritenuto necessario per una effettiva e completa tutela delle ragioni delle parti. Non vi è dubbio che la rimozione quasi totale del potere di appello del solo Pm abbia effetti processuali devastanti sull'equilibrio dei diritti delle parti nel processo. Autorevolmente è stato menzionato esemplificativamente in dottrina il principio del doppio grado di giurisdizione, osservandosi che, pur essendo detto principio privo di copertura costituzionale, e pur godendo di un riconoscimento incompleto pure nel sistema della Cedu, proprio attraverso la mediazione della clausola del giusto processo il principio de quo potrebbe in futuro assumere il valore di una vera e propria garanzia costituzionale del processo, se la Consulta lo riterrà rispondente ad un'istanza eventualmente espressa in tal senso dall'opinione pubblica e/o da concrete esperienze giudiziarie. A parte ciò, se il legislatore mantiene il doppio grado di giurisdizione di merito, deve assicurare alle parti gli stessi diritti. 3. Può sussistere violazione dell'articolo 112 della Costituzione, sia con riferimento alle considerazioni svolte nei punti precedenti, sia osservando che la soppressione del potere d'appello del Pm, da ritenere praticamente totale per quanto rilevato sulla marginalità dell'ipotesi prospettata nell'articolo 593, comma 2 Cpp, compromette la capacità della pubblica accusa di far valere la pretesa punitiva dello Stato, ponendolo in uno stato di inferiorità, in cui gli è preclusa la possibilità di coltivare l'azione punitiva pubblica attraverso la richiesta al giudice superiore di riesame dei fatti affermati nella sentenza assolutoria, anche in presenza di valutazioni di merito assolutamente non condivisibili. L'esercizio del potere d'appello della pubblica accusa non è altro che un'emanazione del principio fissato dall'articolo 112 della Costituzione. PQM Visto l'articolo 23 della legge 87/1953, dichiara rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 593 commi 1 e 2 Cpp, come modificato dall'articolo 1 della legge 46/2006, in relazione agli articoli 111, commi 1 e 2 e 112 della Costituzione, nei termini di cui alla motivazione. Sospende il giudizio in corso e dispone la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale, ordinando alla Cancelleria di notificare la presente ordinanza al Presidente del consiglio dei Ministri e di comunicarla ai presidenti delle due Camere del Parlamento.