La quota dei legittimari si cristallizza all'apertura della successione

di Dario Colasanti

Ai fini dell'individuazione della quota di riserva spettante alle singole categorie dei legittimari ed ai singoli legittimari nell'ambito della stessa categoria occorre fare riferimento alla situazione esistente al momento dell'apertura della successione e non a quella che si viene a determinare per effetto del mancato esperimento per rinunzia o prescrizione dell'azione di riduzione da parte di qualcuno dei legittimari. È quanto emerge dalla sentenza 13524/06 delle Sezioni unite civili, depoistata il 12 giungo e qui integralmente leggibile tra gli allegati. di Dario Colasanti* Qualora il defunto lasci una pluralità di legittimari, lesi da donazioni o disposizioni testamentarie che eccedono la quota disponibile, il mancato esperimento dell'azione di riduzione da parte di uno di essi non si ripercuote sulla quota spettante agli altri e non l'incrementa. Sono, invece, il donatario, l'erede o il legatario, destinatari della disposizione lesiva, a beneficiare della scelta del legittimario rinunciante o inerte, in quanto, per la relativa quota, possono conservare l'attribuzione a loro favore. In questo modo le Sezioni unite hanno risolto il contrasto esistente tra alcune decisioni non recenti, riguardanti i criteri per determinare la quota indisponibile nel suo complesso e, in particolare, la porzione spettante al singolo legittimario, qualora uno o più degli altri, che concorrerebbero con lui nella ripartizione della riserva, non esercitino il loro diritto. L'AMBIGUITÀ LEGISLATIVA La disciplina della successione necessaria, ai sensi degli articoli 536 e ss., che riserva ai componenti della cerchia familiare più stretta parte del patrimonio del de cuius, nel sistema vigente è caratterizzata dalla variabilità della quota in base al numero e alla categoria dei legittimari. Facendo alcuni esempi, l'art. 537 comma 1 Cc destina all'unico figlio metà del patrimonio ereditario. Il comma secondo, con riferimento all'ipotesi di più fratelli, eleva la porzione indisponibile a 2/3, da dividersi in parti uguali. L'art. 542 Cc attribuisce ai figli la metà ed al coniuge 1/4, per un totale di 3/4. Se il figlio è uno solo, allora la quota di legittima si riduce a 2/3, uno per ciascun riservatario. Alla stregua di tali disposizioni, dunque, il legittimario chiamato a succedere in una porzione minore o totalmente pretermesso può tutelarsi attraverso l'esperimento dell'azione di riduzione articoli 553 e ss. Cc . Del resto il legislatore non si è preoccupato di chiarire cosa succeda qualora uno o più dei legittimari lasciati dal defunto non faccia valere il proprio diritto, così da non contestare la disposizione lesiva. Ciò può avvenire nel caso in cui il legittimario rinunci alla propria quota riservata o all'azione di riduzione, con dichiarazione apposita o, ad esempio, accettando il legato in sostituzione di legittima di cui all'articolo 551 Cc, oppure stipulando un contratto di divisione ereditaria. Ma una tale eventualità si può verificare anche per la mera inerzia del legittimario, che lasci scadere il termine prescrizionale decennale dell'azione di riduzione. L'unica previsione che affronta il problema è l'articolo 536, comma 3 Cc, che richiama l'istituto della rappresentazione. Ma al di fuori del caso in cui i discendenti dei figli legittimi o naturali vengano alla successione in luogo di questi, la soluzione è lasciata all'interprete. E' stata così delegata a dottrina e giurisprudenza una questione di estremo rilievo pratico infatti si ripercuote sull'entità della quota che il singolo legittimario leso può pretendere ma anche sull'ammontare complessivo della porzione indisponibile, che rileva a diversi fini ad esempio per la restituzione dell'immobile ai sensi dell'articolo 560 Cc . TESI DELL'ACCRESCIMENTO Parte della dottrina Barbero, Sistema istituzionale del diritto privato italiano, Torino, 1965, II, 1038 e ss. , e una risalente sentenza Cassazione 3888/76 , hanno ritenuto applicabile quanto il legislatore ha previsto per la successione legittima ai sensi dell'articolo 522 Cc. Quindi la parte del rinunziante accrescerebbe quella di coloro che avrebbero concorso con lui. Ciò significa che la determinazione della quota indisponibile dovrebbe avvenire tenendo conto della situazione esistente al momento della morte del de cuius, senza prendere in considerazione le eventuali variazioni nel concorso tra i legittimari. Viceversa, per determinare la porzione spettante al singolo legittimario che abbia agito in riduzione, si dovrebbero valutare le scelte e le vicende dei concorrenti. Così la rinuncia, o la prescrizione dell'azione, provocherebbe l'incremento della quota degli altri. Ad esempio, riprendendo le ipotesi prima accennate, in caso di più figli, l'esperimento dell'azione di riduzione da parte di uno solo, gli consentirebbe di pretendere 2/3 del patrimonio. Qualora concorrano figli e coniuge, la rinuncia di quest'ultimo consentirebbe ai primi di suddividersi i 3/4 del patrimonio. Alla base dell'estensione dell'articolo 522 Cc vi è l'opinione per cui successione legittima e successione necessaria sono figure da ricomprendere nello stesso genus della vocazione legale sarebbe dunque applicabile la medesima disciplina. La critica. Ma l'impostazione appena descritta è stata censurata dalla dottrina prevalente e definitivamente ripudiata dalle Sezioni unite. Infatti, tra la successione necessaria e quella legittima, manca l'omogeneità indispensabile per sostenere l'estensione dell'articolo 522 Cc. La prima è volta a correggere la volontà del de cuius, e dunque la presuppone, mentre la seconda ha lo scopo di sopperire alla sua mancanza. Inoltre i successori legittimi sono veri e propri chiamati all'eredità, mentre il legittimario pretermesso, secondo l'opinione maggioritaria, non lo è, assumendo la qualità di erede solo a seguito del vittorioso esperimento dell'azione di riduzione. TESI DELL'ESPANSIONE DELLA QUOTA DI RISERVA La dottrina e la giurisprudenza prevalenti Mengoni, Successioni per causa di morte, Trattato di diritto civile e commerciale diretto da Cicu e Messineo, XLIII, 2, Milano, 1992, pp. 159 e ss. Cassazione 2424/1987, 1529/1995 , hanno affermato che la rinuncia di un legittimario fa sì che la quota indisponibile debba essere rideterminata come se costui non vi fosse mai stato. Non opera, quindi, il meccanismo dell'accrescimento con riferimento alla porzione riservata, fissata al momento dell'apertura della successione, ma muta il criterio di determinazione della quota di cui il de cuius non può liberamente disporre. Di conseguenza, riprendendo gli esempi precedenti, qualora solo uno dei figli esperisca l'azione dell'articolo 563 Cc, a costui non spetteranno i 2/3 del patrimonio in base all'art. 537, comma 2 Cc ma solo la metà di esso, in base a quanto prevede il 1 comma per il figlio unigenito. Nel caso di rinuncia del coniuge, ai figli non sarebbe più applicabile l'art. 542 comma 2 Cc, per cui la quota di riserva è 3/4, ma l'art. 537, comma 2 in base al quale ad essi vanno i 2/3 del patrimonio. Si può notare, quindi, che in tali ipotesi la porzione del singolo legittimario aumenta rispetto a quello che gli sarebbe spettato se tutti i concorrenti avessero fatto valere il loro diritto, mentre la quota indisponibile tendenzialmente diminuisce per questo la denominazione data a questa teoria sembra impropria . La dottrina ha giustificato tale approdo innanzitutto richiamando l'efficacia retroattiva della rinuncia all'eredità dell'art. 521 Cc. Ciò comproverebbe che per il legislatore non rileva la situazione di fatto esistente al momento della morte del de cuius ma, all'opposto, quella relativa a chi effettivamente concorre nella ripartizione dell'asse ereditario. Inoltre viene reputato decisivo un argomento tratto dall'articolo 538 Cc, che ammette la successione necessaria degli ascendenti nella misura di un terzo , solo in assenza dei figli. Si ritiene inaccettabile ed iniqua l'interpretazione per cui la rinuncia o l'inerzia dei figli esistenti precluderebbe ogni diritto agli ascendenti. Di conseguenza si dovrebbe procedere all'applicazione dell'articolo 538 Cc, come se i figli rinuncianti non fossero mai esistiti. La critica. Le Sezioni unite hanno demolito anche questa ricostruzione. Innanzitutto il dato letterale di molte norme si riferisce ai legittimari lasciati da chi muore e non a quelli che vengono alla successione. Inoltre viene evidenziata l'inconsistenza dell'argomento fondato sull'articolo 538 Cc. Non si vede perché dovrebbe essere iniquo che agli ascendenti non sia riservato alcunché, qualora i figli del de cuius abbiano deciso di non avvalersi dell'azione di riduzione. Infine, e soprattutto, la soluzione della variabilità della quota indisponibile, in relazione alle variazioni dei legittimari concorrenti, deve essere scartata per esigenze di certezza. Il testatore non potrebbe regolarsi nel disporre dei propri beni. In particolare, fino al momento della prescrizione dell'azione di ogni legittimario inerte, non si potrebbe stabilire la quota spettante ad ognuno. TESI DELLA CRISTALLIZZAZIONE DELLA QUOTA Sulla base delle considerazioni accennate, il Supremo collegio nomofilattico, come già dottrina minoritaria Ferrari, L'accrescimento, Trattato di diritto privato diretto da Rescigno, 6, II, Torino, 1982, pp. 60 e ss. e non recenti sentenze Cassazione 3500/1975 5611/1978 , ha affermato che la quota indisponibile, così come la porzione spettante ad ogni singolo riservatario, debbano essere determinate sulla base dei legittimari esistenti al momento dell'apertura della successione e non subiscano alcun mutamento a causa della rinuncia o dell'inerzia di qualcuno di essi. Di conseguenza al figlio, cui sia riservato 1/3 del patrimonio in applicazione dell'articolo 537 comma 2 , oppure 1/4 in base all'articolo 542, comma 2 Cc, ha diritto sempre e solo al rispetto di tale quota, pur se il fratello o il coniuge del de cuius non esercitino l'azione di riduzione. La soluzione accolta dalla Suprema corte sembra assolutamente da condividere, non solo per i convincenti argomenti contenuti in motivazione, ma anche perché in questo modo viene data all'ambiguo dettato normativo l'esegesi più rispettosa del principio di libertà di testare e donare. Infatti la disciplina della successione necessaria costituisce eccezione al suddetto cardine del diritto successorio, così che di essa deve essere preferita l'interpretazione idonea a salvare il più possibile le donazioni o le disposizioni testamentarie lesive. Mentre con le tesi dell'accrescimento e dell'espansione della quota, nonostante l'intenzione abdicativa di alcuni dei legittimari, la porzione di chi agisce in riduzione tende a crescere, invece la teoria della cristallizzazione ottiene il risultato opposto, limitando al minimo l'inefficacia delle attribuzioni volute dal defunto. Applicando il principio di diritto sancito dalla sentenza in commento, dunque, viene meglio tutelata la volontà del de cuius, in conformità con gli assiomi del sistema. *Avvocato

Cassazione - Su civili - sentenza 27 aprile - 12 giugno 2006, n. 13524 Presidente Carbone - relatore Triola Svolgimento del processo Con atto notificato l'1-4 luglio 1987 Maria Caselli conveniva davanti al Tribunale di Torino il fratello Vincenzo Caselli, nonché i nipoti Enrico, Alberto e Maria Rosa Kiss, ed esponeva - che in data 17 gennaio 1987 era deceduta Lucia Bertolone, madre di essa attrice e di Vincenzo Caselli e di Thea Caselli, quest'ultima premorta lasciando a succederle per rappresentazione alla madre i figli Enrico, Alberto e Maria Rosa Kiss - che con atto in data 6 agosto 1980 Lucia Bertolone aveva venduto a Vincenzo Caselli la nuda proprietà su un l'immobile costituente il suo intero patrimonio - che tale atto dissimulava una donazione nulla per difetto di forma o comunque una donazione lesiva della propria quota di legittima sulla base di tali premesse l'attrice chiedeva che venisse dichiarata la nullità della donazione, con conseguente apertura anche in suo favore della successione legittima o che, nell'ipotesi di validità dell'atto in questione, ne venisse disposta la riduzione nella misura necessaria ad assicurarle la quota di legittima cui aveva diritto. Vincenzo Caselli, costituitosi, contestava il fondamento delle domande. Enrico, Alberto e Maria Rosa Kiss rimanevano contumaci. Con sentenza non definitiva in data 3 novembre 1992 il Tribunale di Torino rigettava le domande proposte dall'attrice, che proponeva appello, che veniva rigettato dalla Corte di appello di Torino con sentenza in data 8 febbraio 1995. Maria Caselli proponeva ricorso per cassazione, che questa S.C. accoglieva con sentenza in data 18 marzo 1997 n. 2885, ritenendo insufficiente la motivazione con la quale era stata esclusa la simulazione dell'atto in data 6 agosto 1980 ed insussistente in ordine alla subordinata ipotesi della configurabilit dì un negotium mixtum cum donatione. Maria Caselli provvedeva alla riassunzione del giudizio davanti alla Corte di appello di Torino, che con sentenza non definitiva in data 6 agosto 2001 escludeva la sussistenza della simulazione dell'atto in data 6 agosto 1980 e disponeva l'ulteriore corso del giudizio al fine di accertare la sussistenza o meno di un negotium mixtum cum donatione. Contro tale decisione Maria Caselli, dopo avere fatto riserva di impugnazione, proponeva ricorso immediato e tale ricorso è stato dichiarato inammissibile da questa S.C. con sentenza in data 7502/06. Con sentenza in data 15 novembre 2002 la Corte di appello di Torino, frattanto, aveva ritenuto, sulla base della Ctu all'uopo disposta, che con l'atto in data 6 agosto 1980 era stato realizzato un negotium mixtum cum donatione, che, costituendo donazione indiretta, non era soggetto ai requisiti di forma previsti per le donazioni dirette. A questo punto si poneva il problema di individuare la quota di riserva spettante a Maria Caselli in una situazione caratterizzata dal fatto che la legittima nel suo complesso era pari ai due terzi dell'asse ereditario, avendo Lucia Bertolone lasciato due figli superstiti e tre nipoti destinati a subentrare per rappresentazione alla terza figlia, ma questi ultimi non erano venuti alla successione. In sostanza, si trattava di stabilire se la quota pari ai 2/9 in teoria spettante a Enrico, Alberto e Maria Rosa Rise si doveva accrescere in favore delle altre due quote pari a 2/9 ciascuna spettanti a Maria Caselli e Vincenzo Caselli. La Corte di appello di Torino dava risposta negativa a tale quesito in base alla seguente Motivazione E' vero che la mancata accettazione dell'eredità dei nipoti Kiss è venuta ad equivalere ad una rinuncia, ma la quota di legittima che è riservata dalla legge non può essere modificata dalla rinuncia di altri eredi. E questo per una serie di ragioni tra loro autonome. In primo luogo il dato letterale della disposizione normativa. L'articolo 537 Cc che dispone la riserva a favore del legittimari parla di figli e non di eredi accettanti. In secondo luogo, vale la ratio della disposizione normativa. Riservando ai figli una parte del patrimonio la legge ha per, per cosi dire, posto un limite inderogabile alla volontà del testatore, nel senso che gli ha impedito, di escludere totalmente il passaggio dei suoi beni ai figli col predeterminare a favore di questi ultimi delle quote minime di riserva. Peraltro la mancata accettazione di un erede non può costituire un ulteriore elemento di coartazione della volontà del testatore. In terzo luogo, se è vero che la mancata accettazione dei nipoti Kiss ha comportato la prescrizione decennale del dIritto, tuttavia la prescrizione non può essere rilevata di ufficio. Contro tale decisione, nonché contro la sentenza non definitiva in 6 agosto 2001, Maria Caselli ha proposto ricorso per cassazione, ripetendo, per quanto riguarda la sentenza non definitiva, il motivo del ricorso gi proposto contro la stessa sentenza ed investendo con tre motivi la sentenza definitiva. Vincenzo Caselli ha resistito con controricorso ed ha anche proposta ricorso incidentale, con un unico motivo, al quale resiste con controricorso Maria Caselli. Con ordinanza in data 22 aprile 2005 la Seconda sezione civile di questa S.C. ha rimesso gli atti al Primo Presidente al fine di valutare l'opportunità dì assegnare la causa alle Su, in considerazione del fatto che al fini della decisione occorre risolvere alcune questioni di particolare rilevanza giuridica, cui la dottrina dà contrastanti soluzioni e che non sono state affrontate ex professo da questa S.C. in particolare occorre stabilire a quale sia il criterio di determinazione della quota di riserva nella ipotesi in cui vi siano più legittimari pretermessi, dei quali uno solo abbia esperito l'azione di riduzione delle disposizioni testamentarie b se a tale ipotesi possa ritenersi applicabile l'articolo 522 Cc. Motivi della decisione Va preliminarmente disposta la riunione dei ricorsi. Con l'unico motivo del ricorso principale diretto contro la sentenza non definitiva Maria Caselli censura la motivazione con la quale la Corte di appello di Torino ha escluso che la vendita effettuata in data 6 agosto 1980 da M. Lucia Bertolone a Vincenzo Caselli dissimulasse una donazione nulla per difetto dì forma. La doglianza è infondata. La ricorrente in via principale, infatti, da un lato, propone una diversa valutazione delle prove testimoniali rispetto a quella effettuata dai giudici di merito, mentre, invece, ai fini della sussistenza del denunciato vizio di motivazione avrebbe dovuto chiarire come le conclusioni cui la Corte di appello di Torino è pervenuta non siano congruenti, dal punto di vista logico, con il contenuto delle prove testimoniali ritenute attendibili dall'altro, pretende che assurgano al livello di presunzioni elementi indiziari dal valore probatorio non univoco. Con il primo dei motivi del ricorso principale, diretti contro la sentenza definitiva Maria Caselli censura la valutazione del donatum data dai giudici di merito e deduce testualmente Con riferimento alla sentenza 1609/02 occorre quindi osservare come la Corte di Appello di Torino ha, a sommesso parere dell'esponente, omesso di considerare che l'operazione posta in essere, cioè la vendita a prezzo vile della nuda proprietà dell' immobile, abbia comportato un duplice beneficio in favore del Vincenzo Caselli uno immediato cioè l'acquisto a prezzo di gran lunga inferiore al reale della nuda proprietà dell'immobile, il secondo differito al momento in cui, con il decesso della de cuius, il Vincenzo sarebbe divenuto nudo proprietario dell'immobile. Per calcolare quindi correttamente il beneficio ricevuto la corte di Appello avrebbe dovuto relazionare il prezzo pattuito e ritenuto pagato nell'agosto del 1980 al valore della piena proprietà dell'immobile al tempo dell'apertura della successione. La Corte d'Appello ha invece effettuato un calcolo aritmetico attraverso il quale viene semplicemente trasposta la percentuale del prezzo asseritamente pagato nel 1920 sul valore della nuda proprietà a quella data per concludere che nella medesima percentuale è da considerare i beneficio ricevuto dal donatario al momento in cui l'usufrutto si consolidò nella nuda proprietà. In realtà sarebbe stato corretto, gIusto il disposto della norma di cui all'articolo 747 Cc in punto momento che deve aversi presente per la valutazione del valore dell'immobile, calcolare il valore della donazione e quindi la quota del bene immobile oggetto di donazione alla data dell' apertura della successione. Poiché nel tempo la svalutazione del denaro e la rivalutazione dei beni immobili in termini di valore nominale non ha andamento sempre coincidente e poi ogni immobile bene infungibile per eccellenza - fa storia a sè , e in ogni caso, poiché con la consolidazione dell'usufrutto il beneficio ricevuto dal donatario è individuabile nella piena proprietà del bene, la quota del donatum doveva essere effettuata parametrando il sacrificio economico sopportato dal Caselli Vincenzo 37 ml nel 1980 al beneficio ricevuto all'apertura della successione ovvero il valore della piena proprietà dell'immobile al tempo dell' apertura della successione . La Corte di Appello di Torino ha invece del tutto omesso detta operazione trasfondendo la percentuale del pagato sul valore della nuda proprietà al 1980 alla quota ideale di donazione e infatti 37,5 mi rappresentano proprio il 22,22% - la Corte ha finito con l'arrotondare a 22,25% - di 168.750.000 valore della nuda proprietà al 1980 secondo il seguente calcolo aritmetico 168.750.00/100 = 1.687.500 37.500.000/1.687.500 = 22,22 . Il Giudice del merito ha quindi concluso che il donatum fosse una quota Ideale pari al 77,75% 100-22,25 dell'immobile. Detto criterio di calcolo non tiene in nessun conto il criterio di cui al citato articolo 747 Cc e soprattutto non considera che con il decesso dell'usufruttuaria il donante ha conseguito l'ulteriore beneficio della consolidazione dell'usufrutto. L'esponente aveva proposto Invece il seguente diverso criterio dI calcolo somma di 37.500.000 rivalutata al gennaio 1997 pari a lire 76.500.000. Detta somma rivaluta rappresenta una percentuale del 12,96% del valore alla stessa data della piena proprietà del compendio immobiliare 590.000.000 . Ne derivava quindi che la percentuale del donatum era da individuarsi nell'87,04% e non già nella minore percentuale del 77,75. Anche a non voler condividere detto criterio di calcolo, in ogni caso, il Giudice del merito avrebbe dovuto individuare criteri atti a rapportare, come sopra visto, il presunto sacrificio economico del Caselli Vincenzo al 1990 con il beneficio complessivo da calcolarsi al momento dell'apertura della successione. Il motivo, a prescindere dalla sua teorica fondatezza o meno, è inammissibile, in quanto investe una questione che non risulta trattata nella sentenza impugnata, né viene espressamente denunciata una omessa pronuncia, il che sarebbe stato necessario, in considerazione delle conclusioni che risultano formulate nell'epigrafe della sentenza impugnata. Con il secondo dei motivi del ricorso principale diretti contro la sentenza definitiva Maria Caselli sostiene che nella specie il negotium mixtum cum donatione doveva considerarsi nullo per difetto di forma, in applicazione del criterio della c.d. prevalenza. Il motivo è infondato, alla stregua quantomeno della più recente giurisprudenza di questa S.C., la quale ha affermato che per il negotium mixtum cum donatione non è necessaria la forma dell'atto pubblico richiesta per la donazione diretta, essendo, invece, sufficiente la forma dello schema negoziale adottato, senza far menzione del criterio della c.d. prevalenza cfr. sentenza 642/00 3499/99 . Con il terzo dei motivi del ricorso principale diretti contro la sentenza definitiva Maria Caselli ripropone la tesi secondo la quale il mancato esercizio dell'azione di riduzione da parte dei nipoti ex sorore comportava l'accrescimento anche in suo favore della quota di legittima agli stessi in teoria spettante. Si tratta del problema con riferimento al quale la causa è stata assegnata a queste Su. Questa S.C. ha avuto occasione di affermare che se più sono i legittimari nell'ambito della categoria dei discendenti , ciascuno ha diritto ad una frazione della quota di riserva e non all'intera quota, o comunque ad una frazione più ampia di quella che gli spetterebbe se tutti gli altri non facessero valere il loro diritto sentenza 3500/75, 5611/78 . Tale orientamento, peraltro, si pone in implicito contrasto con la giurisprudenza formatasi con riferimento alla ipotesi in cui disponibile e legittima variano in funzione della esistenza di più categorie di legittimari o del numero di legittimari nell'ambito di una stessa categoria. Ad es., in base all'articolo 542, primo comma, Cc, se chi muore lascia, oltre al coniuge, un solo figlio, legittimo o naturale, a quest'ultimo è riservato un terzo del patrimonio ed un altro terzo spetta al coniuge in base all'articolo 542, secondo comma, Cc, quando, invece, i figli, legittimi o naturali, sono più di uno, ad essi è complessivamente riservata la metà del patrimonio ed al coniuge spetta un altro quarto. Con riferimento ad entrambe le ipotesi si pone il problema se il mancato esercizio dell'azione di riduzione da parte del coniuge pretermesso comporta che la legittima dell'unico figlio o dei più figli si espanda , diventando rispettivamente pari alla metà o ai due terzi del patrimonio del de cuius, secondo quando previsto dall'articolo 537, primo e secondo comma, Cc. Con riferimento alla ipotesi prevista dal primo comma dell'articolo 542 Cc si pone il problema se il mancato esercizio dell'azione di riduzione da parte dell'unico figlio comporta la espansione della legittima del coniuge, in modo da farle raggiungere la misura prevista dall'articolo 540, primo comma, Cc. Con riferimento, infine all'ipotesi prevista dall'articolo 542, secondo comma, Cc si pone il problema nell'esperimento dell'azione di riduzione da parte di uno solo dei figli comporta che la legittima allo stesso spettante debba essere determinata secondo quanto disposto dal primo comma. La giurisprudenza di questa S.C. sì è mostrata favorevole alla tesi della cd. espansione della quota di riserva con riferimento all'ipotesI di mancato esercizio dell'azione di riduzione da parte del coniuge superstite sentenza 3888/76 2434/874 1529/95 . Si é, in proposito, affermato sentenza 9 marzo 1987, cit. che occorre tenere presente che, a norma dell'articolo 521 Cc la rinunzia all'eredità è retroattiva nel senso che l'erede rinunziante al considera come se non fosse mai stato chiamato all'eredit . E' dunque impossibile far riferimento alla situazione esistente al momento dell'apertura della successione, dal momento che tale situazione è soggetta a mutare, per effetto di eventuali rinunzie, con effetto retroattivo. E' quindi alla situazione concreta che occorre far riferimento, e non a quella teorica, riferita al momento dell'apertura della successione, indipendentemente dalle vicende prodottesi in seguito devesi dunque far riferimento agli eredi che concretamente concorrono nella ripartizione dell'asse ereditario e non a quelli che in teoria a tale riparto avrebbero potuto partecipare. Tale orientamento è conforme a quanto sostenuto in dottrina, in cui ugualmente si è invocato il principio della retroattività della rinuncia fissato nell'articolo 521 Cc e si è sostenuto che un argomento a favore dello stesso sarebbe desumibile dall'articolo 538 Cc che regola la riserva spettante agli ascendenti se chi muore non lascia figli legittimi , in quanto la norma dovrebbe applicarsi soltanto nel caso in cui l'ereditando non abbia avuto figli o questi siano tutti presenti o assenti se invece sopravvivessero figli capaci di succedere e tutti rinunziassero, si dovrebbe concludere nel senso che o rimane ferma a beneficio degli ascendenti la quota riservata di due terzi stabilita dall'articolo 537, oppure che non sorge alcun diritto di riserva in favore degli ascendenti, conclusioni, l'una e l'altra, evidentemente inammissibili. Si tratta di un orientamento che il collegio ritiene di non poter condividere. Appare, in primo luogo, inopportuno il richiamo agli effetti della rinuncia di uno dei chiamati in tema di successione legittima, secondo quanto previsto dagli articoli 521 e 522 Cc, per vari motivi. Nella successione legittima il c.d. effetto retroattivo della rinuncia di uno dei chiamati e il conseguente accrescimento in favore degli accettanti trovano una spiegazione logica nel fatto che, diversamente, non si saprebbe quale dovrebbe essere la sorte della quota del rinunciante. La situazione è ben diversa con riferimento alla c.d. successione necessaria. Il legislatore, infatti, si è preoccupato di far al che ad ognuno dei legittimari considerati venga garantita una porzione del patrimonio del de cuius anche contro la volontà di quest'ultimo. Mancando una chiamata congiunta ad una quota globalmente considerata con riferimento alla ipotesi di pluralità di riservatari ed anzi essendo proprio la mancanza di chiamata ereditaria il fondamento della successione necessaria , da un lato, viene a cadere il presupposto logico di un teorico accrescimento, e, dall'altro, non esistono incertezze in ordine alla sorte della quota in teoria spettante al legittimario che non eserciti l'azione di riduzione i donatari o gli eredi o i legatari, infatti, conservano una porzione dei beni del de cuius maggiore di quella di cui quest'ultimo avrebbe potuto disporre. La lettera della legge, poi, costituisce un ostacolo insormontabile per l'adesione alla tesi finora sostenuta in dottrina ed in giurisprudenza. Dalla formulazione degli articoli 537, primo comma se il genitore lascia , 538, primo comma se chi muore non lascia , 542, primo comma se chi muore lascia , 542, secondo comma quando chi muore lascia , Cc risulta chiaramente che si deve fare riferimento, ai fini del calcolo della porzione di riserva, alla situazione esistente al momento dell'apertura della successione non viene preso, invece, in considerazione, a tal fine, l'esperimento dell'azione di riduzione da parte di alcuno soltanto dei legittimari. Mancano, pertanto, le condizioni essenziali esistenza di una lacuna da colmare e possibilità di applicare il principio ubi eadem ratio ibi eadem legis dispositio per una estensione in via analogica delle norme in tema di successione legittima. La tesi criticata, poi, sembra in contrasto con la ratio ispiratrice della successione necessaria, che non è solo quella di garantire a determinati parenti una porzione del patrimonio del de cuius, ma anche come rovescio della medaglia quella di consentire a quest'ultimo di sapere entro quali limiti, in considerazione della composizione della propria famiglia. può disporre del suo patrimonio può disporre in favore di terzi. E' evidente che l'esigenza di certezza in questione non verrebbe soddisfatta ove tale quota dovesse essere determinata, successivamente all'apertura della successione, in funzione del numero di legittimari che dovessero esperire l'azione di riduzione. Non possono, poi, essere taciuti gli inconvenienti pratici connessi alla adesione della c.d. espansione della quota dì riserva. Occorre, a tal fine, partire dalla considerazione che l'esercizio dell'azione di riduzione è soggetto all'ordinario termine di prescrizione decennale e che non è prevista una actio interrogatori, al contrario di quanto avviene con riferimento all'accettazione dell'eredità articolo 481 Cc . Ne consegue che all'apertura della successione ogni legittimario può esperire l'azione di riduzione solo con riferimento alla porzione del patrimonio del de cuius che gli spetterebbe in base alla situazione familiare di quest'ultimo a tale momento. Solo dopo la rinunzia all'esercizio dell'azione di riduzione da parte degli altri legittimari o la maturazione della prescrizione in danno degli stessi potrebbe agire per ottenere un supplemento di legittima, con evidente incertezza medio tempore in ordine alla sorte di una quota dei beni di cui il de cuius ha disposto per donazione o per testamento a favore di terzi. Né utili argomenti a favore della tesi criticata possono desumersi dall'articolo 538 Cc. In primo luogo, nel ragionamento sopra trascritto è incomprensibile il riferimento ad una quota pari a due terzi riservata in favore dagli ascendenti dall'articolo 537 Cc, dal momento che tale disposizione fa riferimento alla quota riservata ai figli legittimi o naturali. Non si comprende, poi, perchè sarebbe inammissibile la conclusione cui si perverrebbe aderendo alla tesi che il collegio ritiene preferibile secondo la quale, ove sopravvivessero al de cuius figli legittimi e tutti rinunziassero non sorgerebbe alcun diritto dì legittima a favore degli ascendenti. Va, innanzitutto, rilevato che non é chiaro se la rinunzia viene riferita all'accettazione dell'eredità o all'esperimento dell'azione di riduzione. Nel primo caso un problema dì tutela degli ascendenti non si porrebbe neppure, in quanto In loro favore di aprirebbe la successione legittima ex articolo 569 Cc, dovendo i figli legittimi, a seguito della rinunzia all'eredità, considerarsi come mai chiamati alla successione. Nel secondo caso la esclusione della configurabilità di una quota di riserva in favore degli ascendenti sarebbe espressione della scelta del legislatore dì garantire il conseguimento di una quota del patrimonio del de cuius solo ai parenti più prossimi oltre che al coniuge esistenti al momento dell'apertura della successione. I parenti di grado successivo, che sono considerati come legittimari solo in mancanza di quelli di grado più vicino, pertanto, non possono essere rimessi in corsa in caso di mancato esercizio dell'azione dì riduzione da parte dì questi ultimi. In definitiva, il legislatore ha considerato iniquo il fatto che il de cuius disponga dell'intero suo patrimonio a favore di estranei nel caso in cui abbia solo discendenti o solo ascendenti non ha considerato, invece, iniquo il fatto che rimangano fermi gli atti con i quali il de cuius, il quale lasci discendenti e ascendenti, abbia disposto dell'intero suo patrimonio a favore di estranei, nel caso in cui discendenti unici legittimari considerati non esperiscano l'azione di riduzione. Alla luce delle considerazioni svolte si può, pertanto, concludere che ai fini della individuazione della quota di riserva spettante alle singole categorie di legittimari e ai singoli legittimari nell'ambito della stessa categoria occorre fare riferimento alla situazione esistente al momento dell'apertura della successione e non a quella che si viene a determinare per effetto del mancato esperimento per rinunzia o prescrizione dell'azione di riduzione da parte di qualcuno dei legittimari. Alla luce delle considerazioni svolte é evidente che anche il terzo dei motivi del ricorso principale diretti contro la sentenza definitiva va rigettato. Con l'unico motivo del ricorso incidentale Vìncenzo Caselli si duole del fatto che la Corte di appello di Torino, per quanto riguarda la valutazione dell'immobile oggetto della vendita in data 6 agosto 1980, nella quale è stata individuato un negotium mixtum cum donatione, e la rivalutazione dello stesso al momento dell'apertura della successione, abbia recepito le conclusioni del C.T.U., senza tenere conto delle critiche rivolte all'operato dello stesso. Il motivo è infondato, in quanto non viene specificamente censurata la esattezza dell'elemento decisivo sul quale si sono fondate le valutazioni del C.T.U. recepite dalla sentenza impugnata e cioè i dati compartivi desumibili dal mercato immobiliare per costruzioni similari, in base anche alle concrete rIsultanze ancora in possesso delle agenzie immobiliari operanti in loco. In definitiva, entrambi i ricorsi vanno rigettati. In considerazione della problematicità della questione con riferimento alla quale il ricorso è stato assegnato alle Su di questa S.C., ritiene il collegio che sussistano giusti motivi per la compensazione delle spese del giudizio di legittimità. PQM La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta compensa le spese.