Mentire ai genitori e temere di essere scoperti può essere un movente per l'omicidio

Confermata la condanna a 28 anni dello studente che aveva fatto credere al padre e alla madre di essere prossimo alla laurea

La Cassazione ha confermato la condanna a 28 anni di reclusione per Gabriele Aral 30 anni , l'ex studente romano accusato di aver ucciso i genitori a Roma il 20 marzo 2002. Il movente del delitto, per Piazza Cavour, è stato correttamente ravvisato dai giudici di merito nell'aver mentito ai genitori - coi quali, specie il padre, aveva un controverso rapporto stante l'autoritarismo di costui e la posizione di distacco dal figlio - sul corso dei suoi studi universitari, che aveva dichiarato essere giunti alla discussione della tesi di laurea, quando invece da anni li aveva abbandonati . In particolare - con la sentenza 39998/05, depositata ieri e qui leggibile tra gli allegati - la prima sezione penale di Piazza Cavour ha confermato il verdetto emesso il 10 maggio 2004 dalla Corte d'assise di Roma. Anche in primo grado Gabriele Aral era stato condannato a 28 anni. La Suprema corte ha rigettato anche la richiesta del difensore dell'imputato di far dichiarare l'infermità mentale del giovane omicida. Gli ermellini hanno ribadito che le perizie escludono la presenza di malattie mentali tali da incidere concretamente sulla capacità di intendere e di volere di Gabriele Aral. L'omicida somministrò ai genitori - Gaspare e Maria Elena Figuccio - un potente ansiolitico, mischiato a bevande alcoliche e soffocò la madre rimasta ancora in vita. Per due giorni tenne i loro cadaveri, chiusi in sacchi per i rifiuti, all'interno della loro abitazione prima di segnalarne la scomparsa. Il verdetto dei Supremi giudici è stato emesso nella Camera consiglio dello scorso 6 ottobre. Per uccidere i genitori, il giovane acquistò un flacone, mai trovato, di potente sonnifero, mescolando poi le pillole spezzettate nei piatti della cena dei genitori. La somministrazione del farmaco, insieme a sostanze alcoliche, determinò un cocktail letale per il padre di Aral, mentre il colpo mortale alla madre fu causato dalla compressione delle labbra e di una mandibola. L'autopsia stabilì che i coniugi furono probabilmente infilati ancora vivi nei sacchi di plastica. Il duplice omicidio maturò nel momento in cui il giovane si rese conto che il castello di bugie e di menzogne, a cominciare dall'andamento degli studi universitari, montato agli occhi dei genitori per continuare a vivere in modo agiato, stava crollando. Il giovane fu arrestato a quattro mesi di distanza dalla tragedia ed ha sempre respinto le accuse, ribadendo, anzi, il suo profondo attaccamento ai genitori. Alla ricostruzione del duplice omicidio i carabinieri del nucleo operativo di Roma giunsero dopo aver escluso altre possibili piste, dall'omicidio a scopo di rapina alla vendetta ad opera di appartenenti alla banda della Magliana, visti i legami che in passato il Gaspare Gabriele Aral aveva avuto con un esponente di spicco dell'organizzazione, Danilo Sbarra. Attraverso rilievi informatici e fonici, effettuati dai carabinieri del Racis, i militari smontarono integralmente l'alibi del giovane, il quale ha sempre sostenuto che quella sera era stato aggredito da torpore e che aveva dormito ininterrottamente per nove ore, senza sentire alcun rumore, nella sua mansarda sopra l'appartamento dei genitori. I carabinieri accertarono che quella sera il giovane aveva avuto numerosi contatti telefonici nelle ore a ridosso del delitto e si era collegato, attraverso il suo computer portatile, ad Internet per navigare su alcuni siti pornografici.

Cassazione - Sezione prima penale up - sentenza 6 ottobre-3 novembre 2005, n. 39998 Presidente Sossi - Relatore Mocali Pg Monetti - Ricorrente Gabriele Osserva Con sentenza del 10 maggio 2004, la Corte d'assise di Roma dichiarava il Gabriele colpevole di omicidio in persona del padre Gaspare e della madre Maria Elena Figuccio esclusa l'aggravante prevista dall'articolo 576 n. 1 Cp e concesse attenuanti generiche ritenute equivalenti alle aggravanti residue, lo condannava alla pena di 28 anni di reclusione, oltre alle pronunce accessorie. Su gravame dell'imputato, la Corte d'assise di appello - con la sentenza oggi esaminata - confermava quella di primo grado, previamente rigettando la richiesta di parziale rinnovazione del dibattimento, per la ritenuta irrilevanza del riesame testimoniale e della ulteriore perizia psichiatrica indicati dalla difesa. I cadaveri delle vittime vennero rinvenuti, chiusi in sacchi per i rifiuti, all'interno della loro abitazione, su segnalazione del figlio convivente, verso le 15 del 22 marzo 2002 l'autopsia accertò che causa della morte era stata la somministrazione di un potente ansiolitico, in una con bevande alcoliche e, quanto alla Figuccio, anche con l'asfissia praticatale per comprensione delle vie respiratorie. L'epoca della morte venne fatta risalire a due giorni prima, collocandosi fra le 20.30 e le 21.00 e le 3 e le 24, in rapporto all'ora della cena consumata, allo stato dei residui di cibo e alla mancata risposta ad alcune chiamate telefoniche nelle ore successive e il giorno dopo. Entrambe le Corte di merito hanno ritenuto che a carico del Gabriele si ponessero indizi di reità, gravi, precisi e concordanti egli abitava coi genitori in una mansarda collegata con l'appartamento dei medesimi era stato presente in casa prima, durante e dopo il momento del fatto conosceva l'esistenza e il luogo di custodia del medicinale, da lui stesso e più raramente dalla madre usato aveva libero accesso agli alimenti coi quali detto farmaco era stato assorbito l'abitazione delle vittime era stata trovata in perfetto ordine, nessun segno di effrazione era stato riscontrato, nulla mancava a parte la controversa assenza di una agenda . Se nessun estraneo si era introdotto, l'unico soggetto che aveva potuto perpetrare il duplice delitto era l'imputato, che certamente nei due giorni in cui i cadaveri erano rimasti in casa - ed egli non poteva non averne avuto nozione o effettuato ricerche anteriori alla denuncia del fatto - aveva meditato senza trovare una soluzione sul modo migliore di sbarazzarsene. La tesi difensiva di piste alternative si era rivelata impraticabile, sia per le considerazioni premesse, sia perché nessun soggetto fra quelli possibilisticamente indicati era raggiunto dal minimo sospetto. E del resto, il Gabriele aveva un movente, correttamente ravvisato nell'avere mentito ai genitori - coi quali, in specie il padre, aveva un controverso rapporto, stante l'autoritarismo di costui e la posizione di distacco dal figlio - sul corso dei suoi studi universitari, che aveva dichiarato essere giunti alla discussione della tesi di laurea, quando invece da anni li aveva abbandonati. In punto di imputabilità, gli attendibili esami clinici eseguiti in primo grado avevano escluso sia una malattia della mente nosograficamente individuabile, sia un disturbo della personalità di rilievo tale da compromettere anche solo in parte la capacità d'intendere e di volere, risolvendosi il medesimo in una prevalenza dei tratti passivo-aggressivi e narcisistici, senza ulteriori configurabilità psicotiche. Era dunque evidente che la semplice anomalia del carattere era irrilevante ai fini dell'imputabilità. Avverso tale pronuncia ricorreva per cassazione, a mezzo del suo difensore, il Gabriele, che denunciava con il primo motivo di ricorso, vizio della motivazione. L'affermazione di responsabilità del ricorrente risentiva dell'adozione di un tipo di logica inaccettabile, in quanto i giudici di merito avevano argomentato per esclusione,ovvero eliminando altre ipotesi di colpevolezza, ma senza possedere la certezza assoluta che il fatto fosse stato commesso dal Gabriele. L'impossibilità di trovare altro colpevole, legata a fattori anche causali, non giustificava l'individuazione del ricorrente come tale, giacché a suo carico non v'erano prove ma solo labili e controversi indizi, che erano stati posti a base di una mera ipotesi astratta, corroborata da un movente inattendibile, giacché quello indicato nella sentenza in esame in nessun modo si rivelava proporzionato alla gravità ed efferatezza del fatto. Del resto, talune circostanza indiziarie erano contraddette o diversamente interpretabili, come l'asserita ora di funzionamento della lavastoviglie, l'assenza di lesioni da difesa sul corpo delle vittime possibilmente derivabile da minacce esercitate su loro previamente , i mancati contatti telefonici tra l'imputato e il padre, l'avere il ricorrente parlato dei problemi universitari con altri congiunti solo perché costretto e la conseguente indicazione di tale problema da parte del cognato come valido spunto d'indagine, la possibilità che i rumori di strada si udissero dalla casa delle vittime, la stanchezza manifestata dal Gabriele sul lavoro, l'essere egli uscito la notte del 21 per fare acquisti, l'aver lasciato acceso il computer durante la notte, la censurata inconsapevolezza della presenza dei cadaveri in casa - tutti elementi di valutazione anche contraria a quella fatta propria dai giudici di merito. I quali, peraltro, avevano ignorato spunti difensivi loro prospettati, come il rinvenimento di tracce di saliva estranee alla famiglia Gabriele, di peli e capelli esterni all'involucro, telefonate inspiegabili pervenute dalla presidenza del Consiglio dei ministri e da altra persona che non le aveva tutte ammesse ed avevano valuto illogicamente altri dati di fatto, come l'acquisto del medicinale da parte del Gabriele che notoriamente ne faceva uso , la confessione alla madre del reale andamento del corso di studi, la testimonianza circa la presenza di due persone nell'abitazione la mattina del 21, la incongruenza di avere pretesamene commesso il fatto con modalità e in luogo che direttamente vi collegavano la persona del ricorrente e in special modo la mancata rimozione dei cadaveri, col rischio della loro scoperta da parte della collaboratrice familiare la cui assenza dal lavoro per il giorno dopo era ignorata al Gabriele , la inspiegabile telefonata da questi fatta ai genitori ancora il giorno 22, l'incertezza della data del delitto, che non era stata soddisfacentemente accertata col secondo motivo, violazione di legge e mancata assunzione di prova decisiva. La sentenza impugnata non motivata correttamente il diniego di rinnovazione parziale del dibattimento in appello, per l'assunzione di prove ingiustamente ritenute superflue. In particolare, sarebbe stata necessaria la esecuzione di nuova perizia psichiatrica, alla luce anche dei recentissimi principi giurisprudenziali che valorizzavano, quanto all'accertamento della imputabilità, anche la presenza di disturbi della personalità, come quello di cui gravemente soffriva il ricorrente, secondo le concorsi indagini peritali. Si insisteva, quindi, per l'annullamento della decisione impugnata. Nell'interesse del Gabriele è stata depositata tempestivamente una memoria difensiva, che ulteriormente illustra i motivi principali. Il ricorso è infondato. La critica portata dal ricorrente all'impianto metodologico della sentenza impugnata - e, specificamente, il censurato impiego di un incedere argomentativi per esclusione - non appare decisiva né in sé e per sé, né in rapporto al procedimento in esame. La legittimità del metodo di valutazione degli indizi, invero, si fonda sulla correttezza logico-giuridica del risultato raggiunto, non sulle modalità teoriche dello scrutinio che, se sviluppato senza incorrere in illogicità manifesta o in errori di diritto, non presta il fianco a censura. Il vero problema della valutazione indiziaria, al fine del raggiungimento di un convincimento finale di reità, è, come questa Corte altre volte ha indicato - trovando in ciò, poi, il limite del controllo affidato al giudice di legittimità sulla struttura e sulla congruenza logica della motivazione -anche nell'osservanza del principio dell'oltre il ragionevole dubbio, che non può dirsi certamente rispettato, quando la pronuncia di condanna si fondi su un accertamento giurisdizionale non sostenuto dalla certezza razionale, ossia da un grado di conferma così elevato, da confinare con la certezza. Detto principio costituisce, dunque, il limite della libertà di convincimento del giudice, apprestato dall'ordinamento per evitare che l'esito del processo sia rimesso ad apprezzamenti discrezionali e soggettivi, al confine dell'arbitrarietà cfr. Sezione prima, 14 maggio 2004, Grasso . Venendo alla fattispecie, sarebbe irragionevole dubitare della gravità e concordanza degli indizi, quali la sentenza impugnata ha enucleato e singolarmente pesato, prima di giungere alla doverosa valutazione ultima e globale la convivenza sostanziale dell'imputato coi genitori la risaputa sua utilizzazione del farmaco usato - in una con sostanza alcoliche e, quanto alla Figuccio, con l'efferato impiego anche di fisica violenza - per sopprimere le vittime lo stato di ordine assoluto all'interno dell'abitazione e la inesistenza di qualunque impiego effrattivo la incomprensibilità del disinteresse mostrato dal figlio per la mancanza di contatti con i genitori per quasi due giorni, sono tutti elementi sulla cui rilevanza e convergenza sarebbe appunto inammissibile il dubbio. Ciò che il ricorrente pare precipuamente censurare è la ritenuta precisione degli indizi, ovvero la loro sostanziale univocità, da compararsi certo con gli altri due requisiti. Ma il canone secondo il quale l'indizio, per essere preciso, non deve offrire alternative di significato, deve necessariamente essere temperato mediante il criterio della logicità della alternative eventualmente esistenti, sulla base delle comuni regole di esperienza e dell'id quod plerumque accidit. Ora, le obiezioni che il ricorrente rivolge alla valutazione della precisione indiziaria, di tutto sono fornite tranne che di logica e di senso comune certo, in teoria, sarebbe ipotizzabile che un terzo ignoto, munito di chiavi, si fosse introdotto nell'abitazione dei Gabriele, per uccidere i due anziani ma quale riscontro logico probante trova nel processo tale asserzione? Nessuno. E certo il terzo lo si dice per spiegare la mancanza di segni violenti sui cadaveri, a parte l'effetto della compressione sul collo della Figuccio potrebbe averli tenuti sotto la minaccia di un'arma ma dove avrebbe trovato il tempo e l'agio di munirsi di un farmaco, mescolarlo ai cibi, aggiungervi piccole dosi di alcol? E perché? Il ricorrente non offre alcuna spiegazione logica. E certo l'imputato potrebbe anche avere avuto tanti impegni, nei giorni successivi al delitto, per non preoccuparsi troppo della sorte dei parenti più stretti, ma come spiegarlo in una situazione di convivenza e di condivisione dei pasti come avvenuto l'ultima sera ?. Non c'è da parte del Gabriele alcuna risposta logica. E quale terzo, volendo inspiegabilmente uccidere i coniugi Gabriele si sarebbe poi dato la pena di munirsi dei sacchi per i rifiuti inesistenti in quella casa nei quali introdurre i cadaveri? E se lo scopo, come pare evidente, di tale modalità era quello di asportare poi i corpi, a quale interesse di un terzo sconosciuto, anziché a quello di un familiare convivente, avrebbe corrisposto la manovra descritta? E quale chiarimento circa la dinamica dei fatti potrebbero offrire le circostanze enumerate nel ricorso e sopra fedelmente trascritte - a petto dei dati indizianti esaminati dai giudici di merito in due distinte fasi del giudizio -che indurrebbero a cercare piste alternative in circostanze che, quand'anche storicamente vere come le telefonate dalla presidenza del Consiglio dei ministri sono però prive di qualunque collegamento logico-probatorio col contenuto storico del processo per non dire fantasiose e assurde ? Tanto più , in quanto la sentenza impugnata ha diligentemente scrutinato - e ineccepibilmente disatteso, per non essere incorsa in alcuna patente illogicità - ogni singolo dato evocato dall'attuale ricorrente. Quest'ultima osservazione consente anche di ritenere infondata la doglianza circa la mancata assunzione di una prova decisiva in appello, mediante la rinnovazione parziale del dibattimento. Quella chiesta per riascoltare testimoni già uditi in precedenza, non prospettando prove nuove, consentiva ai secondi giudici di concludere - come correttamente hanno fatto - per la completezza del materiale probatorio a disposizione, ai sensi dell'articolo 603 comma 1 Cpp. Quella tendente ad ottenere una nuova perizia psichiatrica, è stata ineccepibilmente disattesa non solo perché alla perizia atto intrinsecamente di mera valutazione, e per di più contrassegnato da un vasto margine di discrezionalità da parte del giudice non si riconosce il carattere di prova decisiva cfr. Sezione quarta, 12 dicembre 2002, Bovicelli ma principalmente perché è stata giustamente ritenuta sufficiente quella già esperita, al fine di escludere qualunque dubbio sulla imputabilità del Gabriele. A tal proposito, è vero che, come osserva il ricorrente, si sono nel frattempo sviluppate nuove tendenza interpretative, che hanno trovato sbocco nella sentenza delle Su di questa Corte 25 gennaio 2005, Raso secondo la quale, ai fini del riconoscimento del vizio totale o parziale di mente, anche i disturbi della personalità. Che non sempre sono inquadrabili nel ristretto novero delle malattie mentali, possono rientrare nel concetto di infermità, purché siano di consistenza, intensità e gravità tali da incidere concretamente sulla capacità di intendere o di volere, escludendola o scemandola grandemente, e a condizione che sussista un nesso eziologico con la specifica condotta criminosa, per effetto del quale il fatto di rato sia ritenuto casualmente determinato dal disturbo mentale. Con la conseguenza che nessun rilievo, ai fini dell'imputabilità, deve essere dato ad altre anomalie caratteriali o alterazioni e disarmonie della personalità che non presentino i caratteri sopra indicati, nonché agli stai emotivi e passionali, salvo che questi ultimi si inseriscano, eccezionalmente, in un quadro più ampio di infermità ma, nella fattispecie, i giudici del merito erano già in possesso di un accertamento peritale che non solo escludeva malattie della mente nosograficamente inquadrabili, ma prendeva in considerazione - accertandone la non gravità e la non incidenza sul determinismo dell'intelligenza e della volontà anche i disturbi della personalità che indubbiamente il Gabriele evidenzia. Da qui la superfluità dell'ulteriore perizia psichiatrica, a sostengo della cui necessità, del resto, il ricorrente indica - in buona sostanza - solo il formarsi di una più garantista giurisprudenza. Ma le risultanze peritali consentono anche di ritenere insindacabile la individuazione del movente, ovvero di quell'impulso ad agire che ha pregnante significato nel processo indiziario, essendo il coagulante del complesso degli indizi sono proprio i caratteri disturbati della personalità del Gabriele irrilevanti sotto il profilo esaminato in precedenza a rendere incensurabili il convincimento circa la peculiarità dei rapporti familiari, in ragione del mendacio ormai insostenibile relativamente agli studi universitari. Il giudizio di inadeguatezza rispetto alla gravità del duplice delitto ed anche,deve aggiungersi, alla intensità del dolo, qui dimostrata dall'impiego di strumenti insidiosi che ne da il ricorrente, si traduce in una valutazione di fatto che non può introdursi nel giudizio di cassazione. Il ricorso deve dunque essere rigettato, con le ulteriori statuizioni indicate nel dispositivo. PQM Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.