Non c'è resistenza se l'arresto è arbitrario

Sorvegliato speciale fermato ingiustamente, ammanettato e portato in caserma reagisce con spintoni, si libera e fugge condanna annullata in nome dell'esimente

Manette facili, lui si ribella e la Cassazione gli dà ragione. È quanto accaduto a Leonardo C., trentenne pugliese in regime di sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di Trinitapoli, fermato da una pattuglia di carabinieri il 27 agosto del '99, condotto in caserma e ammanettato prima ancora di accertare se avesse effettivamente trasgredito agli obblighi relativi alla misura di sicurezza che stava scontando. In segno di protesta verso un atto che aveva sentito ingiusto, mortificante e restrittivo della propria libertà personale, Leonardo, con la scusa di andare al bagno, si fa togliere le manette, reagisce con spintoni e fugge. Dopo due anni, il Tribunale di Foggia lo condanna ad otto mesi di reclusione per resistenza a pubblico ufficiale. Reato confermato anche in secondo grado, dove però la pena viene ridotta a quattro mesi per la concessione delle attenuanti generiche. Ma Leonardo non ci sta, decide di rivolgersi ai Supremi giudici per far valere le proprie ragioni nella sua memoria difensiva sottolinea che l'iniziativa dei carabinieri di ammanettarlo è stata illegittima e che senza porre in essere alcun atto di violenza, si era limitato a fuggire per riconquistare la libertà che gli era stata illegittimamente compressa . La sesta sezione penale di Piazza Cavour con la sentenza 2263/06 - depositata ieri e qui integralmente leggibile tra gli allegati - ha accolto la tesi del ricorrente e, riconoscendogli l'esimente dell'atto arbitrario del pubblico ufficiale, ha giustificato la reazione avuta nei confronti del carabinieri, annullando senza rinvio la sentenza d'appello perché il fatto non costituisce reato . Anche se in realtà, dicono gli ermellini , la condotta dell'imputato ha integrato la materialità del delitto di resistenza a pubblico ufficiale , tuttavia, non può prescindersi dal contesto in cui maturò il comportamento dell'imputato, che chiaramente avverti l'iniziativa arbitraria dei pubblici ufficiali e reagì ad essa nell'unica maniera che il caso gli suggeriva . Alla luce del caso in esame, quindi, la Cassazione propone una lettura più moderna della causa di non punibilità prevista dall'articolo 4 del decreto legislativo luogotenenziale 288 del 1944, adeguandolo ai valori di uno Stato democratico e ai principi di reciproco rispetto tra gli organi di questo e i cittadini l'eccesso arbitrario - si legge nero su bianco nella sentenza 2263/06 - rileva essenzialmente nella sua oggettività e non tanto nell'atteggiamento psicologico del pubblico ufficiale, difficile - per altro - da identificare da parte del soggetto privato . In altre parole, è al comportamento del pubblico ufficiale, obiettivamente considerato, che bisogna fare riferimento per verificare se lo stesso venga percepito dall'osservatore avveduto come manifestazione di un atteggiamento psicologico improntato a prepotenza, sopruso, capriccio, malanimo, si da giustificare, in analogia allo stato d'ira determinato da un fatto ingiusto altrui articolo 599 comma 2 Cp , la reazione immediata da parte di chi detto atteggiamento subisce e ne avverte la profonda ingiustizia .

Cassazione - Sezione sesta penale up - sentenza 21 novembre 2005-19 gennaio 2006, n. 2263 Presidente Deriu - Relatore Milo Pm Meloni -Ricorrente Carbone Fatto e diritto 1. Il Tribunale di Foggia -Sezione di Trinitapoli-, con sentenza 12 giugno 2002, aveva dichiarato Carbone Leonardo colpevole del delitto di resistenza a pubblico ufficiale, commesso il 27 agosto 1999, e lo aveva condannato alla pena di mesi otto di reclusione. 2. La Corte di appello di Bari, investita dal gravame dell'imputato, con sentenza 28 novembre 2003, in parziale riforma di quella di primo grado, concedeva all'imputato le circostanze attenuanti generiche, ritenute prevalenti sulla contestata recidiva, e riduceva la pena a mesi quattro di reclusione. Rilevava, in rito, la Corte territoriale che la asserita nullità connessa alla citazione dell'imputato dinanzi al giudice di primo grado, per mancato rispetto del termine legale di comparizione, era stata sanata dalla regolare comparizione del medesimo imputato, che nulla aveva eccepito al riguardo né ricorreva un'ipotesi di regressione del processo alla fase delle indagini preliminari, dal momento che il mancato rispetto del termine di comparizione non determinava la nullità assoluta del decreto di citazione a giudizio. Ricostruiva, poi, cosi i fatti il Carbone, sorvegliato speciale di Ps con obbligo di soggiorno nel comune di Trinitapoli, era stato fermato dai Carabinieri in una zona che appariva rientrare nel territorio di altro comune e, condotto in caserma per i relativi accertamenti, era stato temporaneamente ammanettato , perché alcuni militari avevano dovuto attendere ad altre esigenze di servizio nel mentre era in tale stato di restrizione nella sala d'aspetto della caserma, il Carbone aveva chiesto di andare in bagno e, accompagnato dai carabinieri Nicassio e Trigiani che gli avevano tolto le manette, era riuscito a liberarsi -con spintonidalla presa dei militari e, scavalcando una finestra, si era dato alla fuga. Riteneva quindi che, pur essendo discutibile la legittimità del mezzo di costrizione a cui i CC. avevano fatto ricorso si era poi accertato che non v'era stata alcuna violazione degli obblighi connessi alla sorveglianza speciale , doveva escludersi la esimente dell'atto arbitrario, perché l'iniziativa del Pu, alla quale peraltro l'imputato non aveva immediatamente reagito, non era stata ispirata da vessazione o sopruso, ma soltanto dall'esigenza di tenere sotto stretto controllo il Carbone, la cui successiva condotta violenta verso i carabinieri, nel mentre questi erano nel loro esercizio funzionale, aveva integrato il reato di resistenza. 3. Ha proposto ricorso per cassazione l'imputato, deducendo 1 inosservanza della legge processuale per palese violazione del diritto di difesa nella celebrazione del giudizio di primo grado, non essendogli mai stato notificato regolarmente il decreto di citazione e, in particolare, quello per l'udienza del 18 dicembre 2001 gli era stato notificato fuori termine 24 ottobre 2001 , né la sua presenza in udienza aveva sanato il vizio procedurale, che incideva direttamente sulla vocatio in iudicium 2 inosservanza ed erronea applicazione della legge penale, considerato che l'iniziativa dei carabinieri di ammanettarlo era stata comunque illegittima e che egli, senza porre in essere alcun atto di violenza, si era limitato a fuggire per riconquistare la libertà che gli era stata illegittimamente compressa 3 mancanza di motivazione sulle ragioni che lo avevano indotto a darsi alla fuga. 4. Il ricorso è fondato per le ragioni di seguito specificate. 4a. Osserva, preliminarmente, la Corte che il denunciato vizio processuale relativo alla irregolare notifica del decreto di citazione a giudizio in primo grado, per mancato rispetto del termine di comparizione, non ha negativamente inciso sul concreto esercizio del diritto di difesa dell'imputato, considerato che la nullità della notificazione è rimasta sanata ai sensi dell'articolo 184 Cpp. Ed invero, dopo diversi differimenti del dibattimento di primo grado, il giudice, all'udienza del 10 ottobre 2001, dispose la rinnovazione della notifica del decreto di citazione all'imputato per l'udienza del 18 dicembre successivo. La notifica fu eseguita in data 24/10/2001 e, all'udienza del 18 dicembre 2001, sia l'imputato che il suo difensore di fiducia, entrambi presenti, nulla eccepirono sul mancato rispetto del termine di comparizione giorni 60 il dibattimento prosegui regolarmente nelle udienze successive, sino a quella conclusiva del 12 giugno 2002, e, nel corso delle stesse, l'imputato personalmente e il suo difensore affrontarono il merito del processo, senza sollevare mai la citata questione in rito. Il vizio di notifica del decreto di citazione non refluisce sulla sua validità e la comparizione dell'imputato in udienza sana, ai sensi dell'articolo 184 comma 1 Cpp, la eventuale nullità della notificazione del decreto medesimo, a condizione che sia stato conseguito lo scopo sostanziale dell'atto, cioè la conoscenza da parte dell'imputato e del suo difensore del capo di imputazione e del procedimento per il quale si viene citati. Tale scopo viene certamente raggiunto con la notifica del decreto di citazione, la quale instaura comunque il rapporto processuale, a prescindere dal rispetto del termine di comparizione, fissato nel solo interesse dell'imputato, che con il suo comportamento concludente dimostra di non avere concretamente subito pregiudizi nel diritto di difesa. È quanto si è verificato nel caso in esame. È il caso, inoltre, di rilevare che la mancata osservanza del termine di comparizione non costituisce causa di nullità del decreto che dispone il giudizio, perché non incide sulla vocatio in iudicium, che conserva comunque la sua validità, e non può quindi sostenersi la tesi, implicitamente prospettata dal ricorrente, che il procedimento sarebbe dovuto regredire alla fase precedente. 4b. Quanto al merito della vicenda, osserva la Corte che i fatti, cosi come ricostruiti, evidenziano la ricorrenza, nella specie, della causa di non punibilità di cui all'articolo 4 Dl luogotenenziale 288/44. In punto di fatto, si è acclarato che il Carbone, sospettato di avere violato la normativa sulla sorveglianza speciale di Ps con obbligo di soggiorno, sospetto rivelatosi successivamente del tutto infondato, era stato, il 27 agosto 1999, fermato. dai Carabinieri e condotto in caserma per i relativi accertamenti i militari, una volta giunti in caserma, dovendo fare fronte al altre asserite esigenze di servizio, avevano soprasseduto a verificare la posizione del Carbone e, in attesa di tale verifica, lo avevano sostanzialmente arrestato, ponendogli le manette ai polsi e trattenendolo -in tale statonell'atrio della caserma l'imputato, però, dopo avere apparentemente tollerato per un po' tale situazione, era riuscito, col pretesto di doversi recare in bagno, a farsi togliere le manette e, quindi, spintonando i due Carabinieri che lo sorvegliavano, a fuggire attraverso una finestra. È indubbio che la condotta tenuta, nella circostanza, dal Carbone integri la materialità del delitto di resistenza a pubblico ufficiale, considerato che, attraverso il ricorso ad una sia pure limitata violenza spintoni , rappresentò un ostacolo all'attività d'ufficio in atto dei due militari addetti al controllo. Non può, tuttavia, prescindersi dal contesto in cui maturò il comportamento dell'imputato, il quale chiaramente avverti l'iniziativa arbitraria dei pubblici ufficiali e reagì ad essa nell'unica maniera che il caso gli suggeriva, per porre fine ad una situazione definita eufemisticamente dal giudice a quo discutibile ed eccessiva , ma in realtà palesemente illegale e mortificante. L'istituto della reazione legittima all'atto arbitrario del pubblico ufficiale, introdotto dal codice Zanardelli, poi soppresso dal codice Rocco ed infine ripristinato con il richiamato Dl luogotenenziale 288 subito dopo la caduta del regime fascista, si ispira alla tutela della libertà morale del cittadino, ossia al riconoscimento della sua reazione psicologica a fronte di una sopraffazione, che ha il diritto di non subire passivamente. Tale causa di non punibilità presuppone, secondo la giurisprudenza maggioritaria, non soltanto l'illegittimità dell'atto viziato da incompetenza, violazione di legge, eccesso di potere , ma un quid pluris, identificabile nell'atteggiamento del pubblico ufficiale che compie l'atto, caratterizzato da capriccio, malanimo, dispetto, sopruso, ostilità, derisione, prepotenza. Questa interpretazione, condivisa dalla gravata decisione, esalta, accanto al dato oggettivo dell'illegittimità dell'atto, quello soggettivo del pubblico ufficiale e non prende affatto in considerazione la posizione del soggetto privato, alla quale soprattutto deve essere dato il giusto rilievo, proprio per coglierne la proiezione psicologica nella dinamica della condotta incriminata. Devesi, quindi, ritenere, seguendo un percorso ermeneutico più equilibrato e più aderente ai valori di uno Stato democratico e ai principi di reciproco rispetto tra gli organi di questo e i cittadini, che l'eccesso arbitrario rileva essenzialmente nella sua oggettività e non tanto nell'atteggiamento psicologico del pubblico ufficiale, difficile -per altroda identificare da parte del soggetto privato in sostanza, è al comportamento del pubblico ufficiale, obiettivamente considerato, che deve aversi primario riguardo e verificare se lo stesso venga percepito dall'osservatore avveduto come manifestazione di un atteggiamento psicologico improntato a prepotenza, sopruso, capriccio, malanimo, si da giustificare, in analogia allo stato d'ira determinato da un fatto ingiusto altrui articolo 599 comma 2 Cp , la reazione immediata da parte di chi detto atteggiamento subisce e ne avverte la profonda ingiustizia. Il doppio richiamo, contenuto nell'articolo 4 del Dl luogotenenziale 288, all'eccesso dai limiti delle proprie attribuzioni e all'atto arbitrario del pubblico ufficiale eccedendo con atti arbitrari i limiti delle sue attribuzioni non impone, come ha rilevato il Giudice delle leggi Corte costituzionale sentenza 140/98 , di costruire l'arbitrarietà come un quid pluris diverso e ulteriore rispetto all'eccesso delle attribuzioni, riferito, sotto il profilo oggettivo, alle modalità di esercizio delle funzioni e sorretto, sotto l'aspetto soggettivo, dalla dolosa consapevolezza dell'illegittimità e dell'arbitrarietà del proprio comportamento. Anche alla stregua della stessa interpretazione letterale delle espressioni usate dall'articolo 4, può ragionevolmente sostenersi che arbitrarietà ed eccesso dalle attribuzioni esprimono il medesimo fenomeno, sotto il profilo, rispettivamente, delle modalità con cui il pubblico ufficiale ha dato esecuzione all'atto illegittimo e della illegittimità dell'atto in sé considerato , sino a giungere alla conclusione che anche la mera. scorrettezza e la villania delle modalità con cui gli atti del pubblico ufficiale, anche se di per sé conformi a legge, vengono posti in essere si traducono in un eccesso dai limiti delle sue attribuzioni e concretano l'arbitrarietà. Tale interpretazione è in linea con la normativa legislativa che disciplina articolo 13 Dpr 3/1957, impianto ispiratore della legge 241/90 i comportamenti dei pubblici impiegati e i rapporti tra cittadino e Pa, con le ragioni storico-politiche che hanno indotto il legislatore a reintrodurre nell'ordinamento penale, sin dal 1944, l'esimente dell'atto arbitrario e con gli interventi della Corte costituzionale volti a rendere le norme del codice penale sui delitti dei privati contro la Pa compatibili con l'assetto dei rapporti tra autorità e cittadino propri di un ordinamento democratico cfr. anche sentenza Corte costituzionale 341/94 . Alla luce dei valori espressi dalla nostra Costituzione, il rapporto tra Amministrazione e cittadino non deve risolversi in un rapporto autoritario e d'imperio, ma in un rapporto funzionale alla cura degli interessi del cittadino, i cui diritti e la cui dignità, quale che sia il concreto contesto, non devono mai essere mortificati o calpestati. Va aggiunto, inoltre, che deve sussistere un rapporto di causalità psichica tra l'eccesso arbitrario del pubblico ufficiale e la reazione del privato, nel senso che il comportamento di quest'ultimo deve essere determinato dalla condotta oggettivamente non corretta del primo, avvertita come ingiusta e sopraffattrice. Ciò posto, non può esservi dubbio che, nel caso in esame, l'iniziativa dei Carabinieri di ammanettare nell'atrio della caserma il Carbone e di lasciarlo in tale stato, in attesa di potere espletare gli accertamenti per stabilire se il predetto avesse o no violato gli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale di Ps con obbligo di soggiorno, integri gli estremi dell'atto arbitrario il sostanziale arresto, al di fuori di ogni regola, di una persona, prima ancora di accertare se la stessa avesse effettivamente contravvenuto agli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale, circostanza questa rivelatasi -poidel tutto infondata, è certamente atto illegittimo e lesivo della dignità umana e non può non essere avvertito come tale dalla persona che ne è destinataria. Trova, pertanto, giustificazione la reazione del Carbone che, col pretesto di dovere andare in bagno, convinse i militari a liberarlo delle manette e, approfittando della maggiore libertà di movimento, si divincolò con spintoni dai suoi sorveglianti e riuscì a fuggire. Trattasi di reazione legata da nesso di causalità all'arbitrio posto in essere dai pubblici ufficiali e a nulla rileva che non sia stata contestuale all'ammanettamento, ma sia intervenuta poco dopo, quando comunque lo stato di illegittima restrizione della libertà, senza mai subire alcuna soluzione di continuità, era ancora in atto. L'impugnata sentenza, pertanto, deve essere annullata senza rinvio perché il fatto non costituisce reato. PQM Annulla senza rinvio la sentenza impugnata, perché il fatto non costituisce reato.