Legittimo rifiutare un permesso retribuito al dipendente parte in un processo civile

La concessione, nei limiti delle previsioni contrattuali invocate nel caso all'esame del Tribunale di Ivrea, è infatti a discrezione del datore senza che correlativamente sorga alcun diritto soggettivo del lavoratore ad ottenerla

È legittimo il rifiuto del datore di lavoro di concedere un permesso retribuito per partecipare ad un processo civile in qualità di parte. La concessione di un permesso retribuito ex articolo 21 comma 2 Ccln sanità 1994-1997 così come integrato dall'articolo 41 Ccln 1998-2001, per particolari motivi personali o familiari , è, infatti, discrezionale da parte del datore di lavoro, senza che correlativamente sorga alcun diritto soggettivo del lavoratore ad ottenere tale concessione. L'unico limite è il rispetto del principio di non discriminazione e della buona fede nell'esecuzione del contratto di lavoro. È quanto stabilito dal tribunale di Ivrea con la sentenza 152/2006 - giudice del lavoro Morlini - qui leggibile tra i documenti correlati.

Tribunale di Ivrea - sentenza 20 dicembre 2006 Giudice Molini - Ricorrente Cristiani Svolgimento del processo Con ricorso depositato il 3/11/2004 e poi ritualmente notificato unitamente al decreto di fissazione udienza, Francesca Cristiani conveniva in giudizio il proprio datore di lavoro, l'ASL 9 di Ivrea. Esponeva la ricorrente che aveva richiesto alla convenuta due permessi retribuiti per motivi personali, di un'ora e quaranta minuti il primo e di un'ora e trenta minuti il secondo che aveva motivato e comprovato come tali permessi erano stati richiesti per potere comparire in Tribunale quale parte ricorrente in una causa civile che l'ASL aveva rigettato la richiesta di concessione dei permessi retribuiti, in quanto il Regolamento approvato con Delibera 15699 del 8/11/1996 consentiva la fruizione del permesso per motivi personali o familiari, solo nel caso di testimonianza resa in giudizio, e non anche nel caso di presenza in Tribunale come parte processuale di un processo civile che pertanto, a seguito del rigetto della domanda di permesso, aveva dovuto recuperare l'assenza dal lavoro, resasi necessaria per partecipare alle udienze in Tribunale, con lo svolgimento di 2 ore e 53 minuti lavorativi oltre l'orario normale di lavoro. Ciò esposto in linea di fatto, argomentava la ricorrente che il diniego di concedere il permesso sulla base del Regolamento doveva ritenersi illegittimo, atteso che l'unico parametro di riferimento per la concessione del permesso stesso doveva essere ritenuto quello posto dall'articolo 21 comma 2 CCLN 1994-1997, così come integrato dall'articolo 41 CCLN 1998-2001. Infatti, da un lato il Regolamento non poteva essere qualificato come contratto integrativo aziendale, atteso che non era stato stipulato con le OO.SS, e che comunque ex articolo -9 CCLN 1994-1997 e 4-6 CCLN 1998-2001 la materia dei permessi non era tra quelle conferite alla contrattazione integrativa aziendale dall'altro lato, dovendosi per tali motivi applicare unicamente la normativa posta dalla contrattazione collettiva, la stessa prevedeva la possibilità di ottenere permessi retribuiti per particolari motivi personali o familiari debitamente documentati , con ciò ricompredendo nell'ampia nozione anche la partecipazione ad un processo civile in qualità di parte, ciò che consentiva l'accoglimento della domanda di concessione del permesso formulata dalla ricorrente. In ragione di tali motivi, la Cristiani rassegnava le conclusioni sopra esposte, richiedendo di accertare che il Regolamento di cui alla Delibera 15699 del 8/11/1996 non era qualificabile come contratto integrativo aziendale di dichiarare quindi che la ASL non poteva normare la materia dei permessi in modo difforme da quanto previsto dalla contrattazione collettiva nazionale di dichiarare poi che la ricorrente aveva diritto ad ottenere il permesso retribuito nelle due circostanze nelle quali esso era stato negato di condannare conseguentemente la ASL a corrispondere la retribuzione straordinaria per le 2 ore e 53 minuti lavorate dalla ricorrente, per recuperare le due assenze resesi necessarie per partecipare alle udienze in Tribunale. Con comparsa depositata il 19/5/2005, si costituiva in giudizio parte convenuta, resistendo alle domande ex adverso e chiedendone il rigetto. In particolare, parte convenuta non contestava che il Regolamento approvato con Delibera 15699 del 8/11/1996 non potesse essere considerato un contratto collettivo aziendale, cosa che mai era stata dichiarata dalla convenuta stessa, dovendosi piuttosto parlare di una autolimitazione da parte del datore di lavoro del proprio potere discrezionale, attribuito dalla contrattazione collettiva per la concessione dei permessi retribuiti. Quanto alla specifica tematica oggetto di causa, argomentava parte convenuta che correttamente era stata rigettata la richiesta della lavoratrice di potere fruire di un permesso retribuito infatti, sotto un profilo formale, il permesso era stato chiesto solo ex post, dopo che la Cristiani si era di fatto allontanata dal posto di lavoro, non già prima di allontanarsi, in contrasto con quanto previsto dalla norma posta dalla contrattazione collettiva in ogni caso, l'articolo 21 comma 2 del CCLN prescrive che, a domanda del dipendente, possono essere concessi , e non già debbono essere concessi, tre giorni di permesso retribuito per particolari motivi personali o familiari , con la necessitata conseguenza che trattasi di una mera facoltà del datore, da esercitare in modo discrezionale e non già come obbligo, cui non corrisponde un diritto soggettivo del lavoratore ad ottenere il permesso stesso. Tale facoltà, tra l'altro, era stata esercitata dalla ASL con modalità pienamente razionali ed alla luce di criteri oggettivi predeterminati, sulla base proprio del Regolamento approvato con la Delibera 15699/1996. Esperito senza esito il tentativo di conciliazione, la causa veniva istruita con l'audizione dei due testi indotti dalle parti, Carla Ciamporciero e Salvatore Orefici, nonché con un confronto tra gli stessi testi ex articolo 254 Cpc. All'udienza del 20/12/2006, dopo la discussione della causa ad opera dei procuratori delle parti, questo Giudice decideva la controversia dando lettura del dispositivo che segue. Motivi della decisione a La prima domanda formulata da parte ricorrente è relativa alla richiesta di pronuncia dichiarativa circa l'impossibilità di qualificare come contratto integrativo aziendale, il Regolamento approvato dalla Delibera 1569 del 8/11/1996. La domanda è certamente fondata, come peraltro pacificamente ammesso anche da parte convenuta, che mai ha dichiarato che tale Regolamento sia un contratto integrativo aziendale, ma anzi ha sempre negato che lo fosse cfr pag. 13 comparsa di costituzione, nonché pag. 9 memoria 17/2/2006 . Sul punto della non riconducibilità del Regolamento ad un contratto integrativo aziendale, ciò che si ripete essere pacifico tra le parti, basta osservare che il Regolamento stesso non risulta essere stato né contrattato, né approvato dai sindacati e che comunque, la materia dei permessi non è nemmeno tra quelle conferite dalla contrattazione nazionale alla contrattazione integrativa aziendale cfr. articoli 5-9 CCLN 1994-1997 e 4-6 CCLN 1998-2001 . b Venendo al reale merito della vicenda, si osserva che la questione sottoposta all'attenzione del Giudice è sostanzialmente quella relativa alla correttezza o meno del provvedimento con il quale la ASL 9 ha negato alla Cristiani la possibilità di fruire di permessi retribuiti, ai sensi dall'articolo 21 comma 2 CCLN 1994-1997 così come integrato dall'articolo 41 CCLN 1998-2001, per potere partecipare ad udienze in Tribunale relativamente a procedimenti civili nei quali la Cristiani stessa era parte. Ciò posto, non risulta fondata la prima delle due argomentazioni con le quali l'ASL argomenta in causa la legittimità del diniego, e cioè che il permesso è stato richiesto dopo la sua fruizione, non prima come invece previsto dalla normativa collettiva cfr. punto I della narrativa in diritto della comparsa di risposta . Sul punto, anche a volere prescindere dal fatto che è stato provato come la prassi aziendale fosse nel senso che la richiesta scritta di ottenere il permesso veniva presentata dopo la fruizione del permesso stesso, onde potere allegare l'opportuna documentazione cfr. la precisa deposizione del teste Orifici, che con assoluta certezza ha chiarito che sia lui, sia i propri colleghi hanno sempre utilizzato tale iter procedurale, mentre in sede di confronto ex articolo 254 Cpc la teste Ciamporciero ha sostanzialmente ritrattato la sua iniziale versione circa l'inesistenza della suddetta prassi , appare comunque dirimente, per il rigetto dell'eccezione formulata da parte convenuta, l'inequivoco contenuto della missiva con la quale l'ASL ha rigettato la richiesta di concessione del permesso. Il datore di lavoro, infatti, non ha mai contestato al lavoratore l'aspetto formale della tempistica con la quale è stata presentata l'istanza di permesso retribuito, ma ha sempre esclusivamente contestato il merito dell'istanza stessa, e cioè che non era prevista la possibilità di fruire di permessi retribuiti nel caso di partecipazione ad un'udienza civile in qualità di parte e non di testimone. Chiarissimo, al proposito, è il contenuto della missiva datata 23/4/2004, ove si precisa che La presente segue la sua richiesta acquisita al protocolla dell'ASL il 7/4/2004 per confermarle quanto le è stato già comunicato per vie brevi dagli operatori dell'ufficio assenze/presenze, che non risulta dalla documentazione giustificativa allegata alla richiesta dei giorni di assenza di cui all'oggetto che ella sia stata convocata come testimone. Infatti, in base a quanto stabilito dalla 'Normativa sulle modalità di fruizione dei congedi ordinari, delle aspettative e dei permessi' approvata con delibera 1659 del 8/11/1996, il permesso per motivi personali o familiari può essere concesso per coprire le assenze in caso di citazioni a testimoniare in giudizio capo M punto 1 si allega stralcio . Ne consegue che è sulla base di tale motivazione che la ricorrente ha impugnato il diniego di concessione del permesso, ed è sulla base di tale motivazione, id est della non accoglibilità nel merito di una richiesta di permesso retribuito per presenziare ad una udienza civile come parte, che deve essere posto in essere il controllo giurisdizionale relativo alla correttezza o meno di tale diniego. c Venendo quindi al merito del diniego, correttamente parte ricorrente evidenzia come la fonte normativa sia da rinvenire nell'articolo 21 CCLN Sanità 1994-1997 così come integrato dall'articolo 41 CCLN 1998-2001. In particolare, l'accordo collettivo prevede che A domanda del dipendente sono concessi permessi retribuiti per i seguenti casi da documentare debitamente partecipazione a concorsi od esami, limitatamente ai giorni di svolgimento delle prove, o per aggiornamento professionale facoltativo comunque concesso all'attività di servizio otto giorni all'anno lutti per coniuge, convivente, parenti entro il secondo grado ed affini entro il primo grado giorni tre consecutivi per evento. A domanda del dipendente possono inoltre essere concessi, nell'anno, tre giorni di permesso retribuito per particolari motivi personali o familiari debitamente documentati, compresa la nascita di figli. Sulla base di tale dato normativo, la difesa di parte convenuta ritiene che il datore di lavoro sia tenuto ad accogliere la richiesta, da parte del lavoratore ed ex articolo 21 comma 2 CCLN, di concessione di un permesso retribuito per partecipare in Tribunale ad udienze civili in cui sia parte, integrando la circostanza un motivo personale o familiare debitamente documentato . Aliis verbis, secondo la prospettazione della difesa di parte ricorrente, vi sarebbe un diritto soggettivo del lavoratore di ottenere la concessione di tre giorni di permesso retribuito all'anno per motivi ritenuti di interesse personale o familiare, cui corrisponderebbe specularmene un obbligo del datore di concedere tale periodo. Ad avviso di questo Giudice, invece, la norma sopra riportata non può essere interpretata nel senso invocato dal ricorrente, e deve piuttosto ritenersi che, pur di fronte ad una domanda ritualmente proposta nell'ambito temporale complessivo dei tre giorni annui e per motivi di interesse personale o familiare, il datore di lavoro abbia la discrezionalità di concedere o meno il permesso retribuito, senza che conseguentemente sorga in capo al lavoratore alcun diritto ad ottenere la concessione di tale periodo. Tale conclusioni si impone, ad avviso del Giudicante, sulla base di una valutazione del dato letterale della norma e di una lettura sistematica della stessa. Invero, sotto il profilo strettamente letterale, non vi è dubbio che l'inciso possono inoltre essere concessi depone chiaramente a favore di una ricostruzione dell'istituto come relativo ad una fattispecie in cui vi è discrezionalità da parte del datore relativamente alla concessione dell'ulteriore periodo di permesso retribuito di cui al secondo comma, posto che, ove si fosse ritenuto di negare tale discrezionalità, si sarebbe certamente prescritto che al lavoratore debbono essere concessi tali periodi. Di ciò si trae plastica conferma dalla sistematica della normativa, che anche visivamente non detta un'unitaria disciplina per consentire al lavoratore di beneficiare di due tipologie di permessi retribuiti, ma pone due distinti precetti. Infatti, da un lato viene sancito nel primo comma il diritto incondizionato, nei limiti temporali espressamente indicati di otto giorni complessivi o di tre per evento, alla fruizione dei permessi retribuiti nei casi espressamente previsti, cioè partecipazione a concorsi od esami aggiornamento professionale lutti per coniuge, convivente, parenti entro il secondo grado ed affini entro il primo grado cfr. articolo 21 comma 1 CCLN Sanità 1994-1997 dall'altro lato, nel caso di ulteriori, diversi e distinti particolari motivi personali o familiari , il secondo comma subordina la fruizione del permesso retribuito non solo al rispetto di un limite complessivo temporale di tre giorni all'anno, ma anche alla valutazione discrezionale del datore di lavoro cfr. articolo 21 comma 2 CCLN Sanità 1994-1997 . La discrezionale scelta del datore di lavoro, alla stregua dei principi generali, potrebbe essere dal Giudice sindacata solo sulla base del principio di non discriminazione, o, più in generale, sulla base del principio di buona fede che deve sempre informare il rapporto contrattuale cfr. articoli 1175, 1366, 1375 Cc , compreso ovviamente quello di lavoro. Ciò detto, peraltro, non solo parte ricorrente non ha provato, e per la verità nemmeno dedotto, che la ASL, rigettando la richiesta di permesso retribuito, abbia violato il principio di non discriminazione o di buona fede, sulla base di comportamenti distonici esercitati precedentemente o successivamente, ovvero sulla base di decisioni diverse prese nei confronti di altri lavoratori ma anzi, dall'istruttoria è emerso esattamente il contrario, e cioè che la scelta discrezionale del datore di lavoro di rigettare la richiesta di concedere il permesso retribuito ex articolo 21 comma 2 CCLN, è stata esercitata alla luce di criteri oggettivi, predeterminati e validi per la totalità delle situazioni. Sotto questo profilo, infatti, il Regolamento di cui alla Delibera 1569/1996, come supra evidenziato sub a , lungi dal potere essere qualificabile come un contratto integrativo aziendale, ciò che ovviamente non sarebbe possibile, va piuttosto inteso come un'unilaterale autolimitazione posta dal datore di lavoro all'esercizio del suo potere discrezionale concesso dall'articolo 21 comma 2 CCLN, autolimitazione non solo pienamente legittima, ma anche opportuna, proprio per evitare in radice la possibilità di utilizzo del potere discrezionale in contrasto con i parametri di non discriminazione e buona fede. Sulla base di tale unilaterale autolimitazione del proprio potere discrezionale di concedere i permessi non retribuiti, l'ASL ha infatti espressamente indicato, ex ante ed in modo generalizzato, in quali circostanze di fatto avrebbe concesso il permesso retribuito, ed in tale elencazione pacificamente non ricompare la situazione invocata da parte ricorrente, cioè la partecipazione in qualità di parte ad un processo civile cfr. all. 6 fascicolo di parte convenuta, ed in particolare il capo M Nessuna discriminazione o violazione del principio di buona fede, quindi, è rinvenibile nella decisione del datore di lavoro, ma piuttosto una precisa, corretta e puntuale applicazione di criteri generali in precedenza posti per autolimitare il proprio potere discrezionale. In ragione di tutto quanto sopra, discende l'infondatezza della domanda di parte ricorrente di dichiarare illegittima, sulla base dell'articolo 21 CCLN Sanità 1994-1997 così come integrato dall'articolo 41 CCLN 1998-2001, la mancata concessione del permesso retribuito per partecipare, quale parte, ad udienze di un processo civile, e della conseguente domanda di ottenere il pagamento, a titolo di straordinario, delle ore di lavoro impiegate per recuperare il tempo utilizzato per partecipare a tali udienze. c Alla luce di tutto quanto detto, va accolta la richiesta di pronuncia dichiarativa formulata da parte ricorrente circa il fatto che il Regolamento di cui alla Delibera 1569 del 8/11/1996 dell'ASL 9 di Ivrea, non è qualificabile come contratto integrativo aziendale, trattandosi in fatto di circostanza assolutamente pacifica tra le parti, ed in diritto di conclusione certamente corretta. Il ricorso va invece integralmente rigettato con riferimento alle ulteriori domande di parte ricorrente ed attinenti alla reale materia del contendere, relativamente alla richiesta di dichiarare illegittimo il diniego di fruire di permessi retribuiti per partecipare ad udienze civili in qualità di ricorrente, e conseguentemente di ottenere il pagamento come straordinario delle ore di lavoro impiegate per recuperare il tempo utilizzato per partecipare a tali udienze. Nonostante la sostanziale soccombenza di parte ricorrente, la novità della questione trattata suggerisce la compensazione delle spese ex articolo 92 comma 2 Cpc, integrando i giusti motivi previsti dalla norma. PQM Il Tribunale di Ivrea in funzione di Giudice del Lavoro definitivamente pronunciando nella causa proposta da Cristiani Francesca nei confronti di A.S.L. n. 9 di Ivrea, tramite ricorso depositato il 3/11/2004 nel contraddittorio tra le parti, respinta ogni altra domanda accerta e dichiara che il Regolamento di cui alla Delibera 1569 del 8/11/1996 dell'ASL 9 di Ivrea, non è qualificabile come contratto integrativo aziendale rigetta tutte le altre domande di parte ricorrente compensa integralmente tra le parti le spese di lite. 5