I soci della coop non sono mai dipendenti, anche se così sembra

Quando il lavoro è finalizzato al conseguimento dei fini societari, non contano orari predeterminati, compensi prestabiliti, direttive e accordi collettivi. E la riunione delle cause non impedisce a chi è parte in una di essere testimone in un'altra

I soci di una cooperativa di produzione e lavoro non possono considerarsi dipendenti della cooperativa stessa per le prestazioni rivolte a consentire ad essa il conseguimento dei suoi fini istituzionali. In particolare non rileva, ai fini della riconducibilità dell'attività del socio ad un rapporto di lavoro subordinato o parasubordinato, la circostanza che i soci siano tenuti all'osservanza di orari predeterminati, percepiscano compensi commisurati alle giornate di lavoro e debbano osservare direttive, né che nei loro confronti sia applicata, quanto all'esercizio del potere disciplinare o ad altri aspetti, una normativa collettiva. Unica eccezione si ha nell'ipotesi in cui, in considerazione dell'effettiva volontà delle parti o delle circostanze in cui il rapporto si è in concreto sviluppato, sia accertata l'utilizzazione simulata o fraudolenta dello schema cooperativistico. La riunione di cause di lavoro o previdenziali-assistenziali, disposta per mera identità delle questioni a norma dell'articolo 151 disp. att. Cpc e relativa alla cosiddetta connessione impropria -ma non anche nel caso di riunione propria ex articolo 274 Cpc, relativamente alla quale è comunque applicabile l'articolo 246 Cpc-, non priva le persone che rivestono la qualità di parte in alcune di esse, e siano ad un tempo indotte come testimoni in altre, della capacità di testimoniare sotto vincolo di giuramento. Il datore di lavoro ha l'obbligo di inviare annualmente all'Inps le denunce contenenti i dati relativi ai versamenti effettuati, ed in particolare all'accantonamento annuale e all'accantonamento complessivo per il Tfr, ed ha altresì l'obbligo di consegnare al lavoratore, o al socio lavoratore di una cooperativa, copia della denuncia inviata all'Inps, onde consentirgli di controllare la sua posizione contributiva. Ne consegue che, qualora tali denunce contengano indicazioni relative ai periodici accantonamenti per il Tfr possono legittimamente determinare un affidamento tutelabile in capo al socio lavoratore in ordine al riconoscimento da parte della società del trattamento di fine rapporto, o comunque possono essere idonee a provare una eventuale volontà della società di riconoscere le somme ivi indicate, ancorché non previste dalla legge. 1

Tribunale di Ivrea - Sezione lavoro - sentenza 8 febbraio 2006, n. 12 Giudice Molini - Ricorrente Vecchio ed altri - Controricorrente Cadia cooperativa sociale Arl Svolgimento del processo Con distinti ricorsi tutti depositati tra il 6 luglio 2001 ed il 17 settembre 2001 e poi ritualmente notificati unitamente ai decreti di fissazione d'udienza, Mariella Vecchio, Maria Cinzia Albini, Anna Manzetti, Carla Lagna, Simona Giglio Tos, Monica Mantovani e Mary Selmi, convenivano in giudizio la Cooperativa sociale a responsabilità limitata Cadia di seguito, per brevità, Cadia . Esponeva ciascuna ricorrente che aveva prestato la propria attività lavorativa per conto della Cadia, svolgendo le mansioni di assistente alla persona, eccetto la Manzetti che aveva invece svolto le mansioni di centralinista ed addetta alla segreteria che il rapporto lavorativo, pur essendo formalmente qualificato come associativo ed iniziato a seguito del versamento della quota sociale di lire 200.000, sulla base delle modalità con cui era stato concretamente svolto, doveva in realtà considerarsi come lavoro subordinato che la retribuzione era stata parametrata sulla base dell'inquadramento nel secondo livello del Ccln delle cooperative sociali, e non già del terzo livello, come in realtà dovuto nel caso di tutte le ricorrenti, con l'unica eccezione della Manzetti, correttamente inquadrata nel secondo livello che nulla era stato corrisposto alle ricorrenti a titolo di Tfr, pur essendo lo stesso stato accantonato dal datore nel corso del rapporto che alla sola Manzetti, non erano stati correttamente corrisposti i ratei di tredicesima mensilità e di ferie. Sulla base di tale narrativa, ciascuna ricorrente richiedeva in via principale la declaratoria di sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato la restituzione della quota sociale versata di lire 200.000 la condanna della Cadia a pagare il Tfr non versato nel caso di tutte le ricorrenti ad eccezione della Manzetti, la condanna altresì della Cadia a pagare le differenze retributive derivanti dall'inquadramento nel secondo livello, non già nel terzo livello, come sarebbe dovuto accadere in base alle declaratorie del Ccln con riferimento all'attività dell'assistente alla persona nel caso della Manzetti, la condanna della Cadia a pagare le differenze sui ratei di tredicesima mensilità e delle ferie, dovuti sulla base delle prescrizioni del Ccln. Il tutto, come da analitici conteggi sindacali allegati. In via subordinata, nel caso non fosse stata riconosciuta la natura subordinata del lavoro svolto, si instava per la condanna della Cadia a corrispondere comunque le stesse cifre di cui sopra, sulla base del disposto dell'articolo 1 legge 381/91. In ciascuno dei giudizi instaurati, dopo l'iniziale dichiarazione di contumacia, si costituiva successivamente in giudizio la Cadia, resistendo alle domande ex adverso e chiedendone il rigetto. Argomentava parte convenuta che, secondo quanto previsto dallo Statuto ed in conformità con l'insegnamento della Suprema corte, il rapporto corrente tra le parti doveva considerarsi associativo e non di lavoro subordinato, essendo l'attività del socio volta a consentire alla cooperativa il raggiungimento dei suoi fini istituzionali che l'attività in concreto svolta dalle socie-lavoratrici era riconducibile a quella del secondo livello del Ccln, non già a quella del terzo livello che non trattandosi di lavoro subordinato, il TFR non poteva essere richiesto che neppure poteva essere richiesta la restituzione di quanto versato per la quota sociale, non sussistendo le condizioni previste dall'articolo 12 dello Statuto. Per tali motivi, si instava per l'integrale rigetto del ricorso. Riunite tutte le cause al primo dei ricorsi depositati, cioè a quello proposto dalla Vecchio, e disposta la separazione delle domande proposte contro la Regia Sas, il precedente Giudice Istruttore istruiva la causa con l'esame delle testi-parti Mary Selmi, Simona Giglio Tos e Carla Lagna. Nominato nuovo Istruttore in data 29 ottobre 2004, questo Giudice completava l'istruttoria disposta dal precedente magistrato tramite l'assunzione del teste Marinella Sado, e, all'udienza del 8 febbraio 2006, dopo la discussione della causa ad opera dei procuratori delle parti, decideva la controversia dando lettura del dispositivo che segue. Motivi della decisione a1 Preliminarmente all'esame della domanda delle ricorrenti di riconoscere la natura subordinata e non associativa del rapporto di lavoro intercorso con la Cooperativa Cadia, va chiarito che la vicenda oggetto del presente giudizio deve essere valutata prescindendo dall'attuale normativa sulle cooperative, dettata dalla legge 142/01 e successivamente modificata dalla legge 30/2003. Ciò premesso, deve ritenersi che i soci di una cooperativa di produzione e lavoro, quale è la Cadia, non possono considerarsi dipendenti della cooperativa stessa per le prestazioni rivolte a consentire ad essa il conseguimento dei suoi fini istituzionali in particolare non rileva, ai fini della riconducibilità dell'attività del socio ad un rapporto di lavoro subordinato o parasubordinato, la circostanza che i soci siano tenuti all'osservanza di orari predeterminati, percepiscano compensi commisurati alle giornate di lavoro e debbano osservare direttive, né che nei loro confronti sia applicata, quanto all'esercizio del potere disciplinare o ad altri aspetti, una normativa collettiva. Unica eccezione si ha nell'ipotesi in cui, in considerazione dell'effettiva volontà delle parti o delle circostanze in cui il rapporto si è in concreto sviluppato, sia accertata l'utilizzazione simulata o fraudolenta dello schema cooperativistico Cassazione Sezione lavoro, 16043/04, 4799/04, 15750/03, 9000/03, 10183/02, 12777/99, 11381/92, 4145/88 . Da tale pacifico e consolidato insegnamento giurisprudenziale della Suprema corte, che questo Giudice condivide, non vi è motivo di discostarsi. a2 Ciò posto, ritiene il Giudice che dall'istruttoria svolta non sia emerso, in ragione dell'effettiva volontà delle parti o delle circostanze con cui il rapporto si è in concreto sviluppato, un'utilizzazione simulata o fraudolenta dello schema cooperativistico. Invero, da una prima angolazione, non può essere revocato in dubbio che l'attività di assistenza alla persona resa agli anziani in una casa di riposo, ciò che pacificamente le ricorrenti esercitavano, rientri nelle prestazioni rivolte a consentire alla cooperativa sociale Cadia il conseguimento dei suoi fini istituzionali, così come indicati dall'articolo 4 dello Statuto, con la conseguenza che ben può presumersi che l'attività svolta rientri nell'ambito del lavoro associativo. Dall'altro lato, tale presunzione non può in alcun modo essere superata dal fatto che i testi escussi abbiano parlato di osservanza di un orario predeterminato, di direttive e di organizzazione del lavoro ad opera della signora Laura Alasia, di compensi commisurati alla quantità di lavoro svolto, atteso che tali tre parametri, come supra evidenziato dal richiamo alla giurisprudenza di Cassazione, ben sono compatibili anche con l'attività prestata da un socio lavoratore. Da ultimo, non può certo parlarsi di utilizzazione simulata o fraudolenta dello schema cooperativistico per il fatto che, come dedotto dalle ricorrenti, alle stesse non sono stati distribuiti utili e non sarebbe stato consentito di partecipare alla vita sociale della cooperativa, tramite la consultazione dei bilanci e l'intervento alle assemblee. Invero, la mancata distribuzione degli utili si spiega con l'assenza degli utili stessi, così come sostanzialmente ammesso dalla stessa ricorrente-teste Lagna, secondo la quale voci di corridoio dicevano che si era sempre in passivo . Quanto poi all'impossibilità di partecipare alla vita sociale della cooperativa, è ben vero che la ricorrente-teste Selmi ha dichiarato che le altre ricorrenti non ebbero possibilità di vedere i bilanci. Tuttavia, è altrettanto vero che la ricorrente-teste Giglio Tos ha invece ammesso di avere partecipato ad un'assemblea della cooperativa, alla quale avevano anche partecipato tutte le mie colleghe tranne quelle che erano di turno, che avevano dato la delega ad altre , ove si è eletto il collegio sindacale ed il consiglio di amministrazione e ciò è confermato anche dalla ricorrente-teste Lagna, che ha confermato come abbiamo partecipato a due assemblee pur se dopo esserci rivolte ai sindacati . Il quadro complessivo, pertanto, non consente di ritenere che ci sia stato un utilizzo fraudolento o simulato dello schema cooperativistico, se non altro perché la possibilità di partecipare alla vita sociale della cooperativa è stata comunque garantita dalla partecipazione alle assemblee sociali, nonché dalla partecipazione alle elezioni del collegio sindacale e del consiglio di amministrazione. a3 Né può opinarsi, come sembra fare la difesa di parte ricorrente cfr. pagg. 4 ss. della memoria 7/11/2005 , che la prova della simulazione del rapporto associativo possa essere ricavabile dalle deposizioni rese sul punto dalle tre ricorrenti-testi Selmi, Giglio Tos e Lagna, con riferimento a fatti relativi alla propria persona e non già a fatti relativi alle altri ricorrenti, sulla base dell'ordinanza ammissiva dell'istruttoria posta in essere da parte del precedente Giudice Istruttore. In tema, si osserva come sia ben vero che, secondo un consolidato insegnamento giurisprudenziale, delineatosi sulla scia della pronuncia di Corte costituzionale 64/1980, la riunione di cause di lavoro o previdenziali-assistenziali, disposta per mera identità delle questioni a norma dell'articolo 151 disp. att. Cpc e relativa alla cosiddetta connessione impropria ma non anche nel caso di riunione propria ex articolo 274 Cpc, relativamente alla quale è comunque applicabile l'articolo 246 Cpc , non priva le persone che rivestono la qualità di parte in alcune di esse, e siano ad un tempo indotte come testimoni in altre, della capacità di testimoniare sotto vincolo di giuramento cfr. Cassazione lavoro 11753/98, 32/1994, 1341/93, 387/87, per questo Tribunale cfr. Trib. Ivrea n. 34/2005 . Ne consegue che, nella presente causa riunita, ove la riunione è stata appunto disposta dal precedente Istruttore proprio ex articolo 151 disp. att. Cpc, le ricorrenti non sono ipso iure incapaci di testimoniare. Tuttavia, è altrettanto pacifico che la possibilità di testimoniare, nell'ambito di procedimenti riuniti per connessione impropria e pure nel caso di un singolo ricorso cumulativo promosso da più parti, riguarda solo i fatti che concernono specificamente gli altri ricorrenti ma non riguarda in alcun modo i fatti che costituiscono la base delle pretese azionate dal ricorrente/testimone, posto che, in tutta evidenza, diversamente opinando, la conferma dei capi testimoniali da parte di ciascun teste, costituirebbe prova diretta ed immediata della fondatezza delle pretese azionate dal medesimo teste nella sua qualità di ricorrente. Aliis verbis, è ben possibile per una lavoratrice, in una causa riunita ex articolo 151 Cpc ovvero in una causa cumulativa, deporre su circostanze fattuali relative alla natura subordinata o meno del rapporto di lavoro di un'altra ricorrente, proprio perché, e solo nella misura in cui, le circostanze fattuali sono poste a fondamento della domanda di un'altra ricorrente, e non già della ricorrente/teste. Non è invece possibile, per la stessa lavoratrice e nella medesima causa, deporre su circostanze fattuali che sono relative alla natura subordinata della propria attività professionale, posto che in tal caso si avrebbe una deposizione sugli stessi fatti posti a fondamento della propria domanda di pagamento. Ciò è quello che, in tutta evidenza, accadrebbe nel caso di specie, ove si tenesse conto di quella parte delle deposizioni testimoniali delle tre ricorrenti volta a far ritenere l'insussistenza del rapporto associativo, e la sussistenza invece di un rapporto di lavoro subordinato, nei confronti di sé stessi, con la conseguenza che la deposizione su tale circostanza, sarebbe un'inammissibile deposizione sui fatti costitutivi della domanda proposta dalla stessa ricorrente/teste. a4 In ragione di tutto quanto sopra, va rigettata la domanda svolta in via principale dalle ricorrenti di accertare la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato, e va conseguentemente rigettata la richiesta di condanna della convenuta a restituire la quota sociale versata ed a pagare le somme richieste in ragione della declaratoria di esistenza di un rapporto di lavoro subordinato. b Va invece accolta la domanda subordinata spiegata dalle ricorrenti, e pertanto la convenuta deve essere condannata a pagare comunque alle ricorrenti stesse le somme richieste, pur in assenza di declaratoria dell'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato e pur senza la restituzione della quota sociale versata. Invero, non può innanzitutto essere revocato in dubbio il diritto dei ricorrenti a vedersi corrisposto il Tfr. Dall'esame delle buste paga prodotte risulta infatti che il Tfr è sempre stato dalla Cadia accantonato cfr. buste paga agli atti , e non vi è ragione quindi, per il datore, di sottrarsi all'obbligo di versamento al lavoratore. Invero, sotto un primo profilo, dispone l'articolo 1 della legge 381/91, vigente ratione temporis, che si applicano alle cooperative sociali, in quanto compatibili con la presente legge, le norme relative al settore in cui le cooperative stesse operano . Discende che ai soci lavoratori deve comunque essere applicata la normativa dei contratti collettivi, in quanto compatibile, e non si ravvisa motivo alcuno per ritenere che la normativa sul Tfr sia incompatibile con l'attività delle cooperative sociali. Ciò è confermato, da un secondo punto di vista, anche dal fatto che la Cadia ha regolarmente versato il Tfr agli altri soci-lavoratori nelle stesse condizioni dei ricorrenti, come puntualmente e senza esitazioni confermato dalla teste Sardo Premetto che ho lavorato nell'istituto in cui hanno lavorato le ricorrenti dal 1998 al 2000 Io ho percepito il Tfr . Da una terza ed ulteriore angolazione, il principio per il quale è doverosa la corresponsione al socio lavoratore delle somme accantonate dalla cooperativa sociale a titolo di TFR, resta confermato anche dall'insegnamento della Suprema corte, secondo la quale Il datore di lavoro ha l'obbligo di inviare annualmente all'Inps le denunce contenenti i dati relativi ai versamenti effettuati, ed in particolare all'accantonamento annuale e all'accantonamento complessivo per il t.f.r., ed ha altresì l'obbligo di consegnare al lavoratore o al socio lavoratore di una cooperativa, come nella specie copia della denuncia inviata all'Inps, onde consentirgli di controllare la sua posizione contributiva ne consegue che, qualora tali denunce contengano indicazioni relative ai periodici accantonamenti per il Tfr possono legittimamente determinare un affidamento tutelabile in capo al socio lavoratore in ordine al riconoscimento da parte della società del trattamento di fine rapporto, o comunque possono essere idonee a provare una eventuale volontà della società di riconoscere le somme ivi indicate, ancorché non previste dalla legge Cassazione lavoro, 11630/04 . Detto del diritto ad ottenere il pagamento del Tfr accantonato, deve altresì essere sancito il diritto, per tutte le ricorrenti ad eccezione della Manzetti, ad ottenere le differenze retributive derivanti dall'inquadramento nel secondo livello del Ccln Cooperative Sociali, e non già nel terzo livello. Sul punto, si osserva che non è contestato da parte convenuta, ed è comunque processualmente provato dall'istruttoria svolta teste Sardo Conosco tutte le ricorrenti, i cui nomi mi si leggono, eccetto Anna Manzetti, che non era ADEST come noi , che le ricorrenti, con l'unica eccezione della Manzetti, svolgevano l'attività di assistenti alla persona. Ciò posto, secondo il chiaro dettato della contrattazione collettiva cfr. stralcio dell'articolo 42 del Ccln all'epoca vigente, agli atti del fascicolo di parte ricorrente , va inquadrata nel terzo livello, e non già nel secondo come sostenuto al punto 9 della comparsa di risposta dalla difesa di parte convenuta, con un riferimento ad un Ccln non indicato nei suoi estremi e nemmeno prodotto , l'attività di chi, come le ricorrenti ad eccezione della Manzetti, è operatrice socio-assistenziale addetta all'assistenziale di base . Quanto poi alla specifica posizione della Manzetti, alla stessa devono essere corrisposte, come da richiesta, le differenze sui ratei della tredicesima mensilità e delle ferie. Data infatti prova della debenza di tali poste, sulla base del disposto del Ccln cooperative sociali di fatto comunque applicato dal datore, spettava a parte convenuta, in base al riparto dell'onere della prova previsto dall'articolo 2697 Cc, dimostrare di avere già versato la somma o comunque eccepire che la stessa non era dovuta in base ad un fatto modificativo, impeditivo od estintivo dell'obbligazione, ciò che, in tutta evidenza, parte convenuta non ha in alcun modo fatto. Le somme dovute a tutte le ricorrenti eccetto la Manzetti a titolo di Tfr e differenze retributive derivanti dall'inquadramento nel secondo e non nel terzo livello , nonché le somme dovute alla Manzetti a titolo di Tfr, di differenze sui ratei della tredicesima mensilità e delle ferie , possono essere calcolate così come da dispositivo, in aderenza al conteggio sindacale redatto dalla Cgil ed allegato ai ricorsi, da intendersi qui richiamato in quanto analitico, dettagliato ed immune da vizi. Su tali somme capitali devono poi essere conteggiati, come da domanda ed in aderenza al disposto di cui all'articolo 429 comma 3 Cpc, interessi e rivalutazione, che per comodità di calcolo possono farsi decorrere dal termine dei singoli rapporti di lavoro così come indicato in dispositivo. Non può invece essere accolta la domanda di restituzione della quota sociale versata dalle ricorrenti. Invero, da un lato la quota era effettivamente dovuta, in ragione del fatto che trattavasi di lavoro associativo e non già di lavoro subordinato, come sub a argomentato. Dall'altro lato, parte ricorrente non ha provato, e per la verità nemmeno ha dedotto, la sussistenza delle condizioni previste dall'articolo 12 dello Statuto per il rimborso delle quote versate. c Per quanto concerne infine le spese di lite, il rigetto della domanda principale e l'accoglimento della sola domanda subordinata, integra una soccombenza parziale nella lite anche di parte ricorrente. Pertanto, giusto il disposto dell'articolo 92 comma 2 Cpc, stimasi equo compensare la metà delle spese, ponendo la rimanente metà, liquidata come da dispositivo in assenza di nota, a carico di parte convenuta ed a favore delle ricorrenti, in solido tra loro. PQM Il Tribunale di Ivrea in funzione di Giudice del Lavoro definitivamente pronunciando nelle cause proposte da Vecchio Mariella, Albini Maria Cinzia, Manzetti Anna, Lagna Carla, Giglio Tos Simona, Mantovani Monica e Selmi Mary, nei confronti della Cadia Cooperativa Sociale a responsabilità limitata in liquidazione nel contraddittorio tra le parti, respinta ogni altra domanda rigetta la domanda di accertare e dichiarare che il rapporto di lavoro intercorso tra le ricorrenti e la convenuta dev'essere qualificato come subordinato rigetta la domanda di condannare la convenuta a restituire alle ricorrenti la quota sociale versata dichiara tenuta e condanna la Cooperativa Sociale Cadia a responsabilità limitata in liquidazione a pagare a Vecchio Mariella euro 3.945,02 oltre interessi e rivalutazione dal 19/7/2000 Albini Maria Cinzia euro 5.879,06 oltre interessi e rivalutazione dal 11/10/2000 Manzetti Anna euro 3.663,12 oltre interessi e rivalutazione dal 21/4/2000 Lagna Carla euro 3.296,72 oltre interessi e rivalutazione dal 12/7/2000 Simona Giglio Tos euro 3.350,88 oltre interessi e rivalutazione dal 19/7/2000 Monica Mantovani euro 6.228,94 oltre interessi e rivalutazione dal 15/5/2000 Mary Selmi euro 1.800,29 oltre interessi e rivalutazione dal 31/12/1998 dichiara tenuta e condanna la Cooperativa Sociale Cadia a responsabilità limitata in liquidazione a rifondere alle ricorrenti, in solido tra loro, la metà delle spese di lite del presente giudizio, che liquida per tale metà in euro 3.000,00 per diritti ed onorari, oltre IVA, CPA ed articolo 15 TP compensa tra le parti la rimanente metà delle spese di lite del presente giudizio. 5