Concorso in incendio: la responsabilità di Borghezio non è frutto di strumentalizzazione politica

I giudici di piazza Cavour reputano infondata la tesi difensiva dell'europarlamentare leghista per i fatti di cinque anni fa a Torino. Nelle motivazioni gli ermellini ricordano che le responsabilità sono dimostrate dalle dichiarazioni dell'uomo politico

La Cassazione ha stabilito la piena infondatezza della tesi difensiva dell'europarlamentare leghista Mario Borghezio che - innanzi alla Suprema Corte - aveva contestato la condanna per concorso in incendio, aggravato da finalità di discriminazione, sostenendo che vi era stata una strumentalizzazione politica ai suoi danni. In particolare Borghezio era stato condannato a 3040 euro di multa dalla Corte di Appello di Torino, che aveva così commutato la pena detentiva di due mesi e 20 giorni di reclusione, per aver appiccato - il primo luglio 2000, dopo una manifestazione dei Volontari verdi contro l'immigrazione clandestina - il fuoco ai pagliericci di alcuni extracomunitari accampati sotto il ponte Principessa Clotilde , nel capoluogo piemontese. I motivi della decisione della Suprema Corte sono contenuti nella sentenza 32932 della Prima sezione penale, depositata il due settembre leggibile tra i documenti correlati . Per quanto riguarda la responsabilità dell'esponente della Lega nell'incendio che bloccò, per tre ore, la circolazione e richiese l'intervento dei vigili del fuoco, Piazza Cavour rileva che essa è basata non solo sulla sua collocazione di spicco nelle istituzioni e all'interno del movimento politico al quale faceva capo la manifestazione , ma è anche provata dalle dichiarazioni dello stesso Borghezio. In proposito la Cassazione ricorda che proprio lui ha ammesso la circostanza di avere assunto l'iniziativa di effettuare la perlustrazione sotto il ponte, affidata a persone munite di fiaccole e decise ad attuare il palesato intento di bonificare la zona da tutto ciò che poteva avere attinenza con il traffico di sostanze stupefacenti . Pieno credito è infine stato dato - dai supremi giudici - alla coerenza delle testimonianze degli agenti della Digos e di alcuni passanti che contraddicevano l'ipotesi di accidentalità dell'incendio formulata, invece, da un vice questore. Il deposito delle motivazioni della Cassazione, avvenuto il due settembre, è relativo alla pubblica udienza svoltasi a Piazza Cavour lo scorso primo luglio.

Cassazione - Sezione prima penale up - sentenza 1 luglio-2 settembre 2005, n. 32932 Presidente Chieffi - relatore Riggio Ricorrente Borghezio ed altri Fatto e diritto Con sentenza del 19 ottobre 2002, in esito a giudizio abbreviato, il Gup del Tribunale di Torino dichiarava Borghezio Mar o, Bastoni Massimiliano, Molino Franco, Callegari Roberto, Periolo Roberto, Delfino Giuseppe Zenga Roberto e Loda Massimiliano responsabili di concorso nel reato di danneggiamento seguito da incendio, aggravato ai sensi dell'articolo 3 della legge 205/93 - così riqualif cata l'imputazione di incendio - e il Loda responsabile anche di tentativo di lesioni personali, ugualmente aggravato dalla finalità di d scriminazione e condannava ciascuno alla pena ritenuta di giustizia. La decisione veniva parzialmente riformata dalla Corte di Appello dì Torino, che, con sentenza del 26 giugno 2004, esclusa per tutti gli imputati la contestata aggravante, dichiarava non doversi procedere nei confronti del Loda in ordine al secondo reato a lui ascritto e riduceva per tutti la pena. I fatti erano avvenuti in Torino la sera del 10 luglio 2000 al termine di una manifestazione - regolarmente autorizzata dalla Questura - organizzata dal Coordinamento Piemonte dei Volontari Verdi al fine di sensibilizzare l'opinione pubblica sul problema dell'immigrazione clandestina e sui connessi fenomeni di microcriminalità, i partecipanti al corteo si erano concentrati nei pressi del ponte Principessa Clotilde e alcuni, con fiaccole accese e con due cani, erano discesi sulla riva del sottostante fiume Dora, luogo ritenuto abitualmente destinato ad attività dì spaccio di sostanze stupefacenti. Sotto l'arcata del ponte era stato ricavato, mediante collocazione di assi di legno, un piano di calpestio, sul quale alcuni stranieri, tra ì quali Vintu Vasile, Nituc Fanica e Ciobanu Damian, avevano sistemato masserizie, come materassi, lenzuola, coperte, vestiti, adibendo il sito a loro precario rifugio. Alcuni manifestanti avevano buttato e ammassato sulla riva suppellettili, effetti personali e giacigli di fortuna e, secondo l'accusa, appiccato a tali oggetti volontariamente il fuoco dalle fiamme sì era sprigionato un intenso fumo, che aveva interessato una vasta arca e si era reso necessario l'intervento dei Vigili del fuoco. Richiamate le valutazioni espresse dal Giudice dì primo grado, la Corte territoriale, in relazione alle censure proposte con gli atti di appello, osservava che la discesa sulla riva del fiume Dora, non compresa nel percorso della manifestazione autorizzata dalla Questura, era stata una iniziativa estemporanea, promossa dal Borghezio allo scopo principale di perlustrare i luoghi in cerca di sostanze stupefacenti e di tracce dell'illecito commercio si era associata l'ulteriore finalità di bonificare la zona, sia allontanando gli spacciatori e sia appiccando il fuoco a tutto ciò che poteva avere pertinenza con la criminosa attività di spaccio ciò poteva desumersi dalle espressioni verbali usate dai manifestanti e dalle stesse dichiarazioni dell'imputato Loda. La Corte distrettuale escludeva, poi, che le indagini avessero subito uno sviamento in conseguenza di speculazioni politiche, mentre il denunciato contrasto di prove era imputabile alle modalità stesse del fatto e al diverso punto di osservazione dal quale era stato visto nel suo sviluppo dai vari testimoni. Confermava, inoltre, la valutazione circa la natura dolosa del fatto stesso, riportando le convergenti deposizioni sul punto di uomini della Digos e di altri testimoni, che contraddicevano l'ipotesi di accidentalità formulata dal vice questore Politano rilevava, altresì che le cose bruciate non erano res nullius , ma appartenevano alle persone che dimoravano sotto il ponte e di ciò erano consapevoli coloro che avevano appiccato il fuoco. Quanto all'attribuzione soggettiva del reato, il Giudice di appello osservava che l'imputato Borghezio aveva assunto l'iniziativa della perlustrazione e, dato il suo ruolo e la posizione qualificata all'interno del gruppo politico a cui facevano capo i manifestanti, era irrilevante che egli avesse partecipato materialmente alla discesa sotto il ponte. L'intera azione non si era articolata in due distinti momenti, ma si era svolta unitariamente, senza soluzione di continuità, avendo avuto fin dall'inizio tra i suoi scopi quella di bonificare la zona anche distruggendo con il fuoco quanto poteva avere attinenza con l'attività di spaccio di droga l'adesione a questa finalità comportava la responsabilità degli imputati per il fatto che ne costituiva attuazione. In ordine alla qualificazione giuridica dell'episodio, secondo il Giudice di appello si era determinato il pericolo di un incendio, per la diffusività del fuoco, appiccato in più punti, su materiale facilmente combustibile e che aveva provocato una notevole emissione di intenso fumo, propagatosi fino a un chilometro di distanza per domare le fiamme si era reso necessario l'intervento dei Vigili del fuoco, protrattosi per circa tre ore, con conseguente provvedimento di chiusura del traffico sul ponte, anche per il rischio determinato dai danni alle condutture di dìstribuzione del gas. Hanno proposto ricorso, tramite i loro difensori, gli imputati. ad eccezione del Loda. Nell'interesse di Borghezio, si deduce che il reato è stato ritenuto sussistente in base ad una ricostruzione del fatto viziata sul piano logico la Corte di merito, infatti, non ha tenuto conto dei rilievi difensivi concernenti il tentativo di amplificare la portata dell'episodio per mera speculazione politica e il contrasto tra le prove, avendo in modo apodittico, da una parte, svalutato la deposizione e la relazione del questore Politano e, d'altra parte, valorizzato le dichiarazioni di testi favorevoli alla tesi accusatoria, da alcuna delle quali, peraltro, risultava la natura colposa del fatto che aveva originato il fuoco cioè l'accensione di un pezzo di carta vicino alle masserizie , comunque inseritosi autonomamente nel contesto dello svolgimento pacifico della manifestazione. Con il secondo motivo di impugnazione si rileva l'assenza di prove circa la partecipazione materiale a anche solo morale, dell'imputato al fatto, non potendo dal ruolo di organizzatore di una pacifica manifestazione farei derivare quello di concorrente nella commissione di eventuali reati commessi in occasione della stessa. Con il terzo motivo di ricorso si censura la qualificazione del fatto. dovendo escludersi, sulla base delle testimonianze, della relazione del consulente tecnico e del rapporto dei Vigili che il fuoco cagionato dalla combustione delle masserizie avesse le caratteristiche proprie della nozione giuridica di incendio. In difesa di Bastoni, Molino, Callegarii, Periolo e Delfino si deduce che nessuna prova vi è della presenza degli imputati nel luogo e nel momento in cui fu appiccato il fuoco, essendo verosimile, al contrario, ritenere che essi, recatisi con altri a perlustrare la zona sotto il ponte alla ricerca di droga, erano risaliti prima che vi fosse l'abbruciamento, sicchè non ricorrono gli estremi soggettivo, oggettivo e causale del concorso nel reato. Il reato stesso, peraltro, va escluso per le caratteristiche del fuoco non qualificabile come incendio e per difetto del requisito della altruità delle cose combuste, che erano res nullius , mentre le uniche cose riconducibili alla proprietà di qualcuno, cioè quelle appartenenti a Vintu Vasile, erano state da costui pacificamente asportate, con il consenso dei manifestanti. Nell'interesse di Zenga si denuncia la mancata valutazione dei motivi e delle argomentazioni difensive riguardanti l'assenza di prova della presenza dell'imputato sulla riva del fiume contestualmente all'insorgere del fuoco e della consapevolezza dell'appartenenza a qualcuno delle masserizie date alle fiamme. Si censura, infine, la mancata derubricazione del reato nell'ipotesi di cui all'articolo 635 Cp, con conseguente declaratoria di improcedibilità per mancanza dì, querela, sull'assunto che gli elementi acquisiti inducevano ad escludere l'esistenza di un pericolo di incendio. I ricorsi sono infondati. E' compito riservato al giudice di merito, rientrando tra le sue specifiche attribuzioni, la ricostruzione del fatto e, ove se ne presenti l'evenienza, l'opzione tra soluzioni diverse, fermo restando che la valutazione delle risultanze processuali asserite a fondamento della decisione deve essere giustificata da una motivazione completa, logicamente corretta e coerente con le premesse fattuali acquisite agli atti. Il sindacato di legittimità sulla motivazione del provvedimento impugnato, infatti, incontra un insuperabile limite testuale nella norma dell'articolo 606 comma 1 lett.e Cpp, con la conseguenza che il controllo devo riguardare la sussistenza dei requisiti essenziali di esistenza e di logicit della motivazione, cioè della razionale coordinazione delle proposizioni e dei passaggi attraverso i quali si sviluppa l' iter argomentativo, restando normativamente preclusa alla Corte di Cassazione la possibilità di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nella sede di merito. Nella specie, deve rilevarsi che nessuna violazione delle regole legali di valutazione della prova, né vizio di motivazione, nell'accezione corrispondente alla previsione dell'anzidetta norma processuale, è ravvisabile nell'apparato argomentativo adottato dalla Corte distrettuale a sostegno del giudizio di responsabilità a carico degli imputati. In primo luogo, sono esaustivamente rassegnati nella sentenza impugnata i criteri risolutivi del rappresentato contrasto di prove circa lo svolgimento degli avvenimenti, cioè le ragioni per le quali doveva riconoscersi credito alle testimonianze di numerosi agenti e sottufficiali della Digos, anzichè ai riferimenti di un funzionario e di un sovrintendente dello stesso Ufficio. Le difformità, peraltro non decisive, sono state, infatti, plausibilmente attribuita a fattori contingenti, come il diverso punto di osservazione e la differente condizione di visibilità in cui erano venuti a trovarsi i testi al momento dei fatti. Inoltre, i Giudici di merito hanno dato conto con ampia motivazione, aderente alle fonti processuali, sottoposte a puntuale analisi e razionalmente tra loro raccordate, della vicenda come sviluppo di un unicum fattuale, iniziato con il corteo organizzato dalla Associazione Volontari Verdi , ininterrottamente proseguito e concluso con l'escursione sotto il ponte e lungo le rive del fiume Dora e l'abbruciamento degli oggetti ivi rinvenuti. Per quanto, poi, in particolare asserisce alla posizione del ricorrente Borghezio, la doglianza, r proposta in sede di legittimità, relativa a pretese strumentalizzazioni politiche dell'episodio, per un verso è generica. in quanto non indica quale incidenza abbiano avuto le personali prese di posizione di un giornalista e di un esponente politico sul corso delle indagini e sull'esito del processo e, per altro verso, è avulsa dal contenuto della sentenza che si censura, la quale alla questione ha dato adeguata risposta evidenziando la infondatezza e la sostanziale inconducenza dell'assunto. E' congruamente motivato il giudizio di responsabilità nei confronti dello stesso imputato, basato su una serie di considerazioni concernenti non soltanto la sua collocazione di spicco nelle istituzioni e all'interno del movimento politico al quale faceva capo la manifestazione, ma, soprattutto, il ruolo specifico svolto nell'occasione di cui trattasi e la ammessa circostanza di avere assunto l'iniziativa di effettuare la perlustrazione sotto il ponte, affidata a persone munite di fiaccole e decise ad attuare il palesato intento di bonificare la zona da tutto ciò che poteva avere attinenza con il traffico di sostanze stupefacenti. Ugualmente esaustiva è la motivazione riguardante la partecipazione ai fatti degli altri imputati/ricorrenti, Bastoni, Callegari, Periolo. Delfino, Zenga e Molino f.36 e segg. della sentenza impugnata , poichè la Corte distrettuale, muovendo da plurimi elementi oggettivi, giudizialmente accertati mediante prove testimoniali e documentali, ha riconosciuto sussistente la fattispecie prevista dall'articolo 424 Cp nella ipotesi meno grave descritta nel primo comma. Tale norma, invero, ha riguardo al mero pericolo dell'incendio, cioè al rischio di propagazione del fuoco, dimostrato nella specie dalle caratteristiche delle fiamme, quali le dimensioni, la diffusività, gli effetti della combustione, le difficoltà dell'operazione di spegnimento, portata a termine in circa tre ore da quattro squadre di soccorso. Per contro, i motivi dedotti al riguarda da tutti i ricorrenti si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione in punto di fatto, che non può avere adito nel giudizio per cassazione, essendo la motivazione della sentenza gravata di ricorso immune da vizi giuridici e logici. Né è conf gurabile nel caso in esame il reato di cui all'articolo 635 Cp. Questo si caratterizza e distingue, invero, perchè l'intento di danneggiare viene raggiunto senza cagionare un incendio o il pericolo di un incendio, sicchè i profili di illiceità si esauriscono nel perimetro proprio dei delitti contro il patrimonio, sconfinando, invece, nell'area dei delitti contro la pubblica incolumità se alla condotta di danneggiamento consegue, in rapporto di derivazione eziologica, l'incendio o il pericolo di incendio, che connotano la fattispecie legale di cui all'articolo 424 Cp. Va disattesa, infine, la censura concernente la pretesa mancanza del requisito della altruità delle cose date alle fiamme, trattandosi, come esattamente rilevato dalla Corte di merito, di cose appartenenti - per acquisto a titolo originario o derivativo agli occupanti dei precari abituri ricavati sotto il ponte e destinati alle loro necessità. Al rigetto delle impugnazioni consegue ope legis la condanna in solido dei ricorrenti al pagamento delle spese del procedimento. PQM Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali.