Il diritto di satira non è licenza di diffamare. Le finalità etiche a garanzia dell'esimente

di Maurizio Fumo

In tema di diffamazione, il diritto di critica che costituisce esimente ai sensi dell'art 51 Cp può certamente essere esercitato anche attraverso la satira, la quale consiste in una manifestazione del pensiero che vuol suscitare il riso e l'ilarità nella pubblica opinione e si propone di influire positivamente sui costumi la stessa deve pertanto perseguire, con modalità correttive, finalità etiche. È quanto emerge dalla sentenza n. 9246 della Cassazione sezione prima, depositata il 16 marzo 2006, leggibile nell'edizione on line del 17 marzo e in pubblicazione con un commento di Vincenzo Pezzella sul numero 17 di D& G del 29 aprile. di Maurizio Fumo La sentenza che si annota si iscrive in una ristretta serie di pronunzie del giudice di legittimità che hanno avuto ad oggetto quella particolare attività artistica o pretesa tale che, sin dai tempi antichi, va sotto il nome di satira satura, come si sa, per i Romani era una composizione comico-parodistica utilizzata per irridere le debolezze umane . Che la satira rappresenti espressione del diritto di critica e non certo di quello di cronaca non può esservi, a nostro parere, dubbio, atteso che essa, se pure prende spunto dai fatti e dagli avvenimenti della vita reale, li deforma in maniera tanto riconoscibile, quanto funzionale a richiamare l'attenzione dei fruitori sui risultati di tale deformazione, che, almeno nella intenzione del satireggiante , dovrebbe provocare il riso. La satira odierna però non è semplice espressione di comicità, in quanto ha una sua pars destruens che la connota e la rende adatta in particolare alla polemica specie politica , della quale essa rappresenta una modalità certamente incisiva ed efficace. Ora, poiché, come appena detto, la satira è una sia pur sui generis modalità della critica, si potrebbe pensare che il problema dei suoi limiti possa e debba essere impostato esattamente come si è fatto, appunto, con riferimento all'esercizio di tale diritto. Ebbene, in linea di principio, è senza dubbio così, ma i problemi nascono quando, dalla astratta affermazione - come appena detto - di principio, ci si prova a scendere nel pratico e a individuare, in concreto e con riferimento ai singoli casi, le eventuali violazioni di tali limiti. E questo perché, se si ammette che la satira sia iperbole, paradosso, ricerca del grottesco e del sensazionale, modificazione - apertamente tendenziosa - del dato reale, deformazione caricaturale dell'esistente, allora risulta difficile ingabbiarla in rigidi parametri di valutazione e, quasi di misurazione, perché proprio questo è la satira critica fuori misura ed anzi è la sua eccessività che la rende identificabile e, quando è il caso, la assolve da accuse di faziosità, volgarità e violenza espressiva. Se non si tien conto di ciò, se si perde di vista la ricerca dei - pur labili - confini che separano la satira dall'invettiva e dall'insulto, si rischia di cadere nella trappola del moralismo e si finisce per ricercare quel limes in un preteso fine educativo, che dovrebbe distinguere la satira dalla diffamazione. È proprio, ci sembra, quel che fa la sentenza che si annota, la quale mostra un approccio statico e dogmatico al problema, pretendendo di individuare il criterio discretivo nell'orientamento verso il bene della autentica attività satirica. Questa impostazione, per così dire plotiniana nel suo assolutismo, lascia alquanto perplessi, perché dovrebbe poi essere, ovviamente, il giudice a stabilire quale sia il bene che giustifica il ricorso a espressioni e modalità satiriche. Donde però l'interprete possa trarre indicatori normativi per mettere a fuoco, in concreto, tale criterio di orientamento non è dato sapere. Non certo dalla nostra Carta costituzionale, pluralista e sincretica nella genesi e nei contenuti, anzi forse -addirittura!- relativista absit iniuria verbis , quando, nell'art 21, sancisce la libertà di manifestazione del pensiero, con la parola, lo scritto e con tutti i tipi di media inventati e da inventare. E che libertà sarebbe mai se la manifestazione satirica o meno dovesse essere orientata verso il bene , che qualcuno il giudice? avrebbe il compito di individuare e additare ai consociati in attesa di illuminazione?! Se così ragioniamo, non siamo troppo lontani dall'approccio dei censori di Galileo, biasimato perché si ostinava a pensare che si possa tenere e difendere per probabile un'opinione dopo essere stata dichiarata e diffinita per contraria alla sacra scrittura . Se ci si inoltra in questo vicolo cieco, non si potrà mai condividere l'esortazione di Ortega y Gasset, il quale ammoniva chi insegna a dubitare del fondamento di ciò che insegna e lo invitava, anzi, a insegnare ai suoi alunni a dubitare di ciò che egli stesso insegna. Insomma la libertà di pensiero e di espressione è talmente connaturata al fondamento della concezione liberale della società e dello Stato, che essa non può essere intaccata neanche marginalmente e per porre un limite a sguaiate manifestazioni satiriche , perché, altrimenti e non sembri un'esagerazione , si finisce per minare la stessa teoria lockiana del governo limitato oggi diremmo costituzionale e infatti, se si ammette che esista un'entità metastorica il bene che deve orientare le manifestazioni del pensiero e della critica, non si vede perché mai quella stessa entità o il suo interprete non possa dettare anche la linea politica. È evidente che così non può essere è evidente, allora, che la sentenza plus dixit quam voluit e che essa va correttamente ri-letta e interpretata. Converrà allora ripercorrere, con un po' di pazienza, il cammino fatto dalla giurisprudenza di legittimità in tema, appunto, di satira, non rispettando, necessariamente l'ordine cronologico delle pronunzie, ma esaminandole, per così dire, per gruppi omogenei, tentando in tal modo di estrarre concetti generali e parametri orientativi. Al proposito, viene subito in rilievo una sentenza del 1998 sez. quinta, n. 13563 dep. 22.12.1998, ric. Senesi e altro, rv 212994 , la quale, assumendo la esistenza di un tertium genus, pretende di distinguere il diritto di satira , non solo da quello di cronaca, ma anche da quello di critica, affermando che la satira mira all'ironia sino al sarcasmo e comunque all'irrisione di chi esercita un pubblico potere, in tal misura esasperando la polemica intorno alle opinioni ed ai comportamenti del soggetto in questione. La satira viene poi definita dalla stessa sentenza un'espressione artistica, in quanto opera una rappresentazione intuitivamente simbolica, che propone quale metafora caricaturale. Dunque essa non è soggetta agli schemi razionali della verifica critica, purché, attraverso la metafora, pure paradossale, sia comunque riconoscibile, se non un fatto storico o un comportamento concretamente tenuto dalla persona presa di mira , almeno l'opinione - persino presunta - dell'homo publicus, secondo le sue convinzioni altrimenti espresse, convinzioni che, va da sé, devono essere di interesse sociale. Dunque la satira può anche offrire una rappresentazione surreale, purché sia rilevante in relazione alla notorietà della persona, assumendone contenuti che sfuggono all'analisi convenzionale e alla stessa realtà degli accadimenti, ma non può astrarsene sino a fare attribuzioni non vere. Sul piano della continenza, infine - afferma la sentenza - il linguaggio, essenzialmente simbolico e frequentemente paradossale della satira, è svincolato da forme convenzionali, onde non si può applicare ad esso il metro consueto di correttezza dell'espressione. E tuttavia, al pari di ogni altra manifestazione del pensiero, essa non può superare, si dice, il rispetto dei valori fondamentali, esponendo la persona, oltre che al ludibrio della sua immagine pubblica, anche al disprezzo dei fruitori del messaggio. Dunque, se comprendiamo bene, potremmo dire che la satira funziona come una sorta di lente di ingrandimento, che, per fini polemici, evidenza i difetti della persona sottoposta a tale particolare forma di critica. Essa insomma rappresenta niente altro che una modalità di lotta, lato sensu, politica e deve dunque obbedire alle regole e rispettare i limiti che vigono nell'agone politico, sia pure avuto riguardo alle peculiarità espressive di tale genere letterario, grafico o di altra natura di manifestazione del pensiero. Attraverso la satira, allora, può certamente criticarsi la condotta di una persona, ma anche il suo modo di comportarsi, la sua concezione del mondo, le sue idee, le sue frequentazioni, in una parola, il suo stile di vita . Ma, come è ovvio, non può farsi satira su chiunque. La sentenza del 1998 individua la vittima nella persona pubblica, in quanto, evidentemente, il suo rilievo sociale si manifesta erga omnes. È ovvio però, almeno a nostro parere, come anche l'uomo comune magari impersonalmente rappresentato possa essere oggetto di satira e precisamente della c.d. satira di costume, che mira a ridicolizzare manie, tic, abitudini, pregiudizi riprovevoli o scandalosi, che caratterizzano intere categorie o fasce sociali. Se partiamo da tali premesse, dobbiamo necessariamente concludere che non possono esistere argomenti tabù per chi voglia far satira, essendo consentito, evidentemente, ironizzare e fare apprezzamenti sarcastici sui punti deboli o ritenuti tali, dell'avversario, dunque - addirittura - anche sui suoi difetti fisici, se la satira su tali caratteristiche corporee appare funzionale alla critica che si intende formulare. Così, per restare al caso trattato dalla sentenza in esame, potrebbe essere consentito satireggiare sulla forfora di colui che viene speso come testimonial di uno shampo, ma appare del tutto immotivato prendere in giro un avvocato per l'aspetto poco attraente delle sue chiome. Appare corretto pertanto affermare che, solo in tal ristretto senso, nella satira non è consentito il ricorso all'argumentum ad hominem sez. quinta sent. n. 7990 dep. 7.7.1998, ric. Diaconale e altri, rv 211482 , vale a dire alla evocazione di pretese indegnità o inadeguatezze, che nulla abbiano a che vedere con il nocciolo della polemica che si vuole istaurare. Resta da fare, ed è oltremodo problematico, il discorso sulla continenza, vale a dire sulla forma espressiva, sul linguaggio verbale, grafico, figurato ecc. cui si fa ricorso nella satira. Proprio per la particolare natura della espressione satirica si è detto iperbolica, simbolica, surreale , è difficile individuare limiti di correttezza espressiva. Il mutamento dei costumi verbali, la particolare accezione di alcuni termini in determinati ambienti, l'uso eventualmente allusivo di alcuni vocaboli, la finalità di colpire l'attenzione del pubblico, la necessità implicita nel concetto stesso di satira di ridicolizzare l'avversario, sono elementi che contribuiscono ad allargare le maglie del consentito in tema di continenza espressiva. Il linguaggio satirico infatti è, per sua natura, desacralizzante, libero, fantastico e può anche essere allusivo fino all'oscenità. Ma un limite deve pur esservi. E così la sentenza n. 2128 dep. 23.2.2000, ric. Vespa, rv 215475 ancora della quinta sezione afferma che, pur dovendosi valutare meno rigorosamente le espressioni della satira sotto il profilo della continenza, non di meno, la satira stessa, al pari di qualsiasi altra manifestazione del pensiero, non può infrangere il rispetto dei valori fondamentali, esponendo la persona al disprezzo e al ludibrio della sua immagine pubblica. Sono toni che riecheggiano quelli della già ricordata sentenza Senesi. Ma, si era detto, è proprio la messa alla gogna dell'avversario ciò che la satira si propone. Tutto questo ci sembra assolutamente esatto, ma con una precisazione, vale a dire che la satira secondo quanto abbiamo già sostenuto e nonostante la contraria opinione espressa nella sentenza Senesi non è una categoria intermedia tra cronaca e critica, ma appartiene a questa ultima la ridicolizzazione del criticato, allora, deve essere funzionale a un fine valutativo, a un giudizio di valore, alla espressione anche se mediata di un'opinione e non può risolversi in un insulto gratuito, in un dileggio fine a se stesso, nella sterile derisione della vittima. Le modalità della espressione satirica devono poi essere congruenti con lo scopo di critica che la satira deve proporsi. Ed è quindi la coerenza stilistica ciò che riscatta - nella satira - l'espressione greve o anche volgare. La linea che separa la satira dalla diffamazione assomiglia molto - a nostro modo di vedere - a quella che distingue l'erotismo letterario o figurativo dalla pornografia. E allora la frase o la vignetta potranno anche essere pungenti, oscene, offensive, ma, per essere scriminate, non solo dovranno essere coerenti col fine di critica che il satireggiante dovrebbe essersi proposto, ma dovranno anche costituire l'espressione, quanto più incisiva, efficace, icastica, che sempre deve caratterizzare la rappresentazione artistica. Certo, si tratta di un carico gravoso sulle spalle del giudice di merito, ovviamente , il quale non vediamo perché non potrebbe farsi assistere da persona consulente tecnico o perito esperto delle leges artis. Perché non basta affermare che il limite della continenza, nella satira, può essere spostato in avanti bisogna comunque ricercare un ubi consistam concettuale, problematico quanto si vuole, ma, comunque, indispensabile. Orbene, se, come ci sembra inevitabile, partiamo da tali premesse, quale spazio c'è -potremmo chiederci - per la funzione educativa della satira, cui fa riferimento la sentenza della prima sezione della Suprema corte? Non certo, ci permettiamo di rispondere, quella individuata dagli antichi nel castigat ridendo mores, perché tale concezione presuppone la immobilità, appunto, dei costumi e dunque anche la indiscutibilità degli stessi. La funzione educativa della satira se così vogliamo continuare a chiamarla nella civiltà pluralista è, viceversa, ci sembra, quella di contribuire, con un mezzo particolarmente efficace, al confronto-scontro delle idee, alla dialettica sociale, alla competizione-collaborazione, che rappresenta il nucleo essenziale della moderna vita di relazione. Nella misura in cui anche la satira correttamente esercitata contribuisce alla salus rei publicae, essa, possiamo dire, è orientata verso il bene .