Riprende la battaglia dei penalisti sul 41bis

Una lettera al ministro della Giustizia e un documento che chiede di bloccare il rinnovo automatico del regime speciale

No ad un regime vessatorio e violento. I penalisti dicono no al regime di carcere duro e lo fanno con una lettera indirizzata al ministro della Giustizia Clemente Mastella e con un dettagliato documento che illustra le ragioni dell'opposizione entrambi leggibili tra i documenti correlati . Il documento sulla detenzione speciale è stato redatto dall'Osservatorio carcere dell'Unione e diretto da Roberto D'Errico, sostiene che il regime non trova più giustificazione nella lotta alla criminalità ma si concretizza sempre più come strumento di coercizione psicologica meramente punitivo. In particolare poi, dopo la stabilizzazione decisa dalla legge 279/02 si è generato un automatismo che vanifica qualsiasi istituto del reclamo giurisdizionale. A riprova dell'assurdità dell'istituto, riporta ancora il documento, sono stati segnalati casi di conferma del carcere duro in ragione della perdurante pericolosità di un soggetto poi scarcerato con l'indulto. Secondo i penalisti, quindi è necessario ed urgente riportare il sistema a livelli di legalità accettabili partendo almeno dall'immediata limitazione dei decreti applicativi o di proroga in casi in cui sia concretamente emersa l'esistenza di contatti del detenuto con l'associazione criminale esterna. Da qui la lettera al ministro con la quale si chiede di non prorogare indiscriminatamente il regime detentivo differenziato. Proprio perché sono in corso le proroghe - ha spiegato il segretario Ucpi Renato Borzone - abbiamo deciso di intervenire con una lettera aperta al ministro e con il documento . Ma Borzone promette che ci saranno altre iniziative, comprese proposte di modifica legislativa con la consapevolezza di non sottovalutare il problema della criminalità, diciamo no ad un regime vessatorio, ad uno strumento usato per fare pressione indebita per indurre a collaborare. Il fine non giustifica mai i mezzi .

Unione delle camere penali italiane Lettera aperta al ministro della Giustizia Clemente Mastella No alla proroga indiscriminata del regime carcerario differenziato Onorevole Ministro, in questi e nei prossimi giorni dovrà valutare se disporre o meno la proroga del regime differenziato dei detenuti soggetti all'articolo 41bis ordinamento penitenziario. L'Unione delle Camere penali Italiane, da sempre attenta ai diritti dei cittadini, è ben consapevole del problema della sicurezza carceraria e di quello della criminalità organizzata. Ritiene tuttavia che giammai il fine possa giustificare i mezzi. Certamente vanno assicurati il controllo e la sicurezza delle nostre carceri ma cosa c'entrino con questo le modalità vessatorie di detenzione limitazioni dell'aria inumanità delle condizioni di restrizione rarefazione dei contatti con le famiglie etc. non è chiaro, o lo è fin troppo. Tuttavia, a prescindere dalla nostra opposizione a tale regime detentivo in nome dei principi di civiltà giuridica, v'è qualcosa in più. Le modalità con cui il regime viene applicato sono inaccettabili i decreti applicativi sono emessi in modo burocratico, con moduli prestampati , facendo riferimento a vicende e situazioni che non riguardano quel singolo detenuto, in pratica invertendo l'onere della prova della pericolosità e riversandolo sul detenuto stesso. Tutto questo, Onorevole Ministro, è indegno di uno stato di diritto. Anche gli ultimi , coloro che sono accusati dei peggiori delitti ma spesso ancora non condannati per gli stessi hanno diritti da far valere. Di fatto, l'applicazione del regime del 41bis risulta automatica, e sappia che se Le riferiranno diversamente Le riferiranno cose inesatte i decreti sono prestampati, non aggiornati, non fondati su elementi specifici e non riferibili soggettivamente al singolo detenuto. In pratica, sono una finzione per applicare il regime in questione senza alcun controllo, limite o garanzia. Per tali ragioni, Onorevole Ministro, l'Unione delle Camere Penali Le chiede, in nome dei valori che la Costituzione della Repubblica riconosce a tutti i cittadini e ai quali sappiamo Lei fa riferimento, di non prorogare indiscriminatamente il regime detentivo differenziato. Significative pronunce della Corte costituzionale - ordinanza 417/04 - e dei giudici dei Tribunali di Sorveglianza hanno sempre più spesso significativamente sottolineato l'obbligo di autonomia e congrua motivazione del decreto applicativo in ordine all'attualità del pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblica conseguente al permanere di concreti contatti e vincoli con la criminalità organizzata. Tale positivo orientamento giurisprudenziale, peraltro conseguente anche alla evoluzione normativa, è stato ad oggi condizionato e contrastato da scelte di politica giudiziaria prevalentemente orientate a riproporre le ragioni emergenziali valutate in modo assoluto e senza i temperamenti che discendono dai valori del rispetto della persona umana e delle elementari garanzie dello stato di diritto. Occorre altresì prendere atto dei rilievi recentemente mossi dal Comitato Europeo per la prevenzione delle torture e delle pene o trattamenti inumani e degradanti che stigmatizzano le dichiarazioni rese dalle autorità italiane all'ONU circa l'utilità dello strumento del 41bis ai fini dell'ottenimento di condotte di collaborazione con la giustizia da parte dei detenuti insomma, la vera finalità del regime non è la sicurezza dei cittadini ma il tentativo di indurre i detenuti a pentirsi . L'Unione delle Camere Penali da sempre si batte e continuerà a battersi per eliminare l'incivile regime detentivo. Ma a prescindere da questa battaglia, oggi chiede a Lei, Onorevole Ministro, di abbandonare il criterio della proroga indiscriminata e burocratica del regime carcerario differenziato che ha caratterizzato l'attività dei Suoi predecessori. I penalisti italiani attendono perciò da Lei un segnale politico di attenzione per una nuova e diversa tutela dei diritti dei detenuti sottoposti al carcere duro. In attesa di una Sua risposta, La salutiamo rispettosamente.

Unione delle camere penali italiane Il carcere differenziato modifica normativa ed evoluzione giurisprudenziale 13 dicembre 2006 In un momento storico in cui si dubita, a livello internazionale, della legittimità e correttezza di forme di detenzione differenziata finalizzate a contrastare la nuova emergenza del terrorismo internazionale, l'Ucpi ritiene di dover porre nuovamente con forza all'attenzione degli organi politici il problema dell'articolo 41bis legge ordinamento penitenziario. Dal 1992 numerosissimi detenuti alcune migliaia sono stati e sono attualmente sottoposti al regime detentivo speciale che allo stato, con l'applicazione automatica che se ne fa, non sembra più trovare giustificazione se mai l'ha avuta in situazioni emergenziali di lotta alla criminalità organizzata ma si concretizza in uno strumento di coercizione psicologica e meramente punitivo. Nel tempo, all'evoluzione normativa e giurisprudenziale in termini di riconquista di spazi minimi di dignità giuridica, si è contrapposto un indirizzo di politica giudiziaria, nell'applicazione del regime del carcere duro , che ha finito per condizionare l'autonomia giurisdizionale. Si pensi alla sollevazione politico-mediatica contro la magistratura di sorveglianza in occasione di interpretazioni normative con le quali si erano annullati alcuni decreti applicativi del regime dell'articolo 41bis . La nuova formulazione intervenuta con la legge 279/02 della norma citata ha introdotto un fondamentale ma trascurato passaggio, per il quale la sospensione del normale trattamento penitenziario è possibile sempre quando ricorrano i gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica nei confronti di detenuti o internati per taluno dei delitti di cui al primo periodo del comma 1 dell'articolo 4bis, in relazione ai quali vi siano elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti con un'associazione criminale terroristica o eversiva . Evidente, allora, che tali elementi debbano esservi e cioè risultare attualmente ed in positivo e non possano in alcun modo essere presunti. La diversa opzione interpretativa sarebbe invece possibile a fronte di una disposizione di legge che consentisse o imponesse il particolare regime a meno che non vi siano elementi tali da far escludere la sussistenza di collegamenti . È palese come le due differenti situazioni determino una differente distribuzione dell'onere della prova dell'esistenza, ovvero dell'inesistenza, dei collegamenti in questione. L'interpretazione attuale, ormai purtroppo univoca, dei decreti applicativi è quella di essere inspirata alla pretesa massima d'esperienza per la quale il mafioso-camorrista rimane tale fino a prova contraria. Una tale prova diabolica non lascia spazio ad argomentazioni difensive che per arrivare a dimostrare la non mafiosità dell'assistito dovrebbero passare attraverso l'insussistenza stessa delle ipotesi delittuose che giustificano lo stato detentivo. Tutto ciò genera un automatismo nell'applicazione dell'articolo 41bis che vanifica l'istituto del reclamo giurisdizionale. Ciò conduce, talvolta, a situazioni paradossali, che sono state segnalate, quali la conferma del regime del carcere duro in ragione della perdurante pericolosità di un soggetto nelle more scarcerato in virtù dell'indulto! Quale fiducia si può avere su un vaglio giurisdizionale che non controlla neanche la posizione giuridica dell'istante? Nella situazione normativa attuale, quindi, anche il detenuto non gravato di gravissimi reati in contesti associativi, o magari con un unico procedimento a carico ancora nella fase delle indagini preliminari, che non effettua colloqui con i familiari, che ha la posta sottoposta a censura e per il quale non vi sono concreti sospetti in ordine ad un suo mantenimento di quei collegamenti che, in alcuni casi non sono ancora dimostrati da sentenze passate in giudicato, anche per tale soggetto vi può essere richiesta e conseguente, pedissequa, applicazione del regime previsto dall'articolo 41bis. Negli anni scorsi centinaia di detenuti sottoposti al regime speciale chiesero, tanto formalmente quanto inutilmente, che i colloqui fossero videoregistrati per verificarne il contenuto verbale e mimico , con rinuncia scritta ad ogni profilo di privacy anche da parte del parente ammesso al colloquio, che firmava una liberatoria in tal senso . Considerato che la posta di tali detenuti è già interamente sottoposta a censura, la misura avrebbe consentito di azzerare qualsiasi rischio di indebite comunicazioni, consentendo colloqui in numero e con modalità ordinarie forse proprio per questo, la richiesta non ha mai avuto seguito. Si conferma -quindiche il regime differenziato è divenuto, nella prospettiva ministeriale, una normale modalità di detenzione e di espiazione della pena per certe categorie di detenuti, indipendentemente dalla reale sussistenza delle condizioni oggettive e soggettive che ne autorizzano l'applicazione. Ed invero, formule quali l'esistenza di una azione diffusa ed aggressiva della criminalità organizzata , la necessità di non allentare la pressione dello Stato sulle mafie , o quella di fare in modo che soggetti i quali abbiano partecipato alle associazioni criminali in qualità di capi o di spietati killer siano impediti dal porre in essere attività di direzione o comunque criminose , non soddisfano in alcun modo l'esigenza, legislativamente prevista, che l'esistenza dei gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica sia accertata individualmente in capo a ciascuno dei detenuti sottoposti alla disciplina prevista dall'articolo 41bis, comma 2, della legge 354/75, e non collettivamente su tutti costoro. In particolare, nessuno dei fatti esplicitati nei decreti ministeriali e riportati a mero titolo esemplificativo, è attribuito alla responsabilità personale dei soggetti attinti dal provvedimento di rigore. Ulteriore profilo da evidenziare in termini di aberrazione giuridica è costituito dal procedimento che origina dall'annullamento con rinvio che viene incardinato avanti il Tribunale di Sorveglianza quando è ormai intervenuto il nuovo decreto ministeriale che reitera, con motivazioni identiche a quelle dell'anno precedente, il regime restrittivo. Ove il Tribunale ratifichi l'annullamento della Corte di Cassazione constatando l'insussistenza di legittimi motivi di proroga, e conseguentemente stabilisca la disapplicazione del decreto ministeriale, tuttavia, il detenuto rimane ristretto in regime ex articolo 41bis O.P. in virtù del nuovo provvedimento ministeriale che dovrà essere autonomamente impugnato con esito incerto. Le scelte di politica giudiziaria In conclusione. Appare chiaro che l'istituto della sospensione delle normali regole trattamentali all'interno dell'istituto di pena di cui all'articolo 41bis ord. penit., per mantenersi nei limiti imposti dalla Carta Costituzionale, deve rispondere a specifiche e determinate finalità indicate dalla legge, quali la salvaguardia di esigenze di ordine e di sicurezza, e deve essere rivolto ad impedire i collegamenti dello specifico soggetto con l'associazione criminale, terroristica o eversiva d'appartenenza. Allo stato, invece, è prevalsa la concezione di un sistema duramente punitivo, inadeguato ai fini che ufficialmente si propone, ed invece mirante unicamente a provocare la collaborazione del detenuto. A questo riguardo giova segnalare quanto rilevato dal Comitato europeo per la prevenzione delle torture e delle pene o trattamenti inumani o degradanti Organo del Consiglio d'Europa Considerato attentamente il sistema in questione, potrebbe anche ritenersi che un obiettivo non dichiarato del sistema è quello di porre in essere un mezzo di pressione psicologica al fine di provocare la dissociazione o la collaborazione. A tal riguardo, la CPT prende nota con preoccupazione della dichiarazione delle autorità italiane, fatta all'Organizzazione delle Nazioni Unite Grazie a questa misura speciale, un numero crescente di detenuti ha deciso di cooperare con le autorità giudiziarie fornendo indicazioni sulle organizzazioni criminali delle quali faceva parte . È quindi necessario ed urgente riportare il sistema a livelli di legalità accettabili, partendo -almenodalla immediata limitazione dei decreti applicativi o di proroga ai casi in cui sia concretamente emersa l'esistenza o il tentativo di contatti del detenuto con l'associazione criminale esterna, con il superamento di preconcettuali, indebite ed insuperabili presunzioni di segno opposto. Su questi presupposti l' UCPI ritiene ormai non più procrastinabile intervenire sull'argomento da un lato invitando gli organi ministeriali ad astenersi dalla redazione di decreti applicativi con motivazioni stereotipate e prive, quindi, di connotati individualizzanti e attuali, nel contempo spronando la Magistratura di Sorveglianza a riconquistare lo spazio di autonomia ed indipendenza nell'esercizio del potere giurisdizionale attenendosi ai criteri interpretativi più volte enunciati nelle sentenze della Corte Costituzionale e nei provvedimenti di annullamento della Corte di Cassazione.