Sanità, se il pubblico non funziona la responsabilità (penale) non può essere del primario

Assolti a Napoli dall'imputazione di concussione nefrologi che, secondo l'accusa, avevano dirottato pazienti in centri privati per la dialisi. L'abuso della qualità e dei poteri della pubblica funzione non può essere provato secondo il tribunale

Non scatta la concussione per il medico che dirotta pazienti verso strutture private se quelle pubbliche sono allo sfascio e non riescono, quindi, a garantire il servizio dovuto. Infatti, se quest'ultima condizione ha influito sulla scelta dei pazienti di privilegiare centri sanitari privati, non può essere addebitata ai medici se non si dimostra una diretta e precisa responsabilità degli stessi nel creare le condizioni di cattivo funzionamento o di paralisi delle strutture sanitarie pubbliche dove operavano, funzionalmente collegata alla finalità di favorire i propri centri medici privati . Così la pensa la quinta sezione penale del Tribunale di Napoli nella sentenza 9120/06 - depositata il 18 febbraio e qui integralmente leggibile tra i documenti allegati - con la quale ha assolto, con la formula perché il fatto non sussiste , un gruppo di medici napoletani dall'accusa di concussione. A tutti gli imputati veniva, infatti, contestato il reato di cui all'articolo 317 del Codice penale nella loro qualità di pubblici ufficiali, in quanto medici specializzati in nefrologia in servizio, a diversi livelli di responsabilità, presso ospedali pubblici, avrebbero indebitamente indotto una serie di pazienti affetti da gravissime patologie renali e per questo motivo costretti a ricorrere alla dialisi a non servirsi delle strutture sanitarie pubbliche dove i suddetti imputati prestavano servizio, per dirottarli verso centri privati a loro, direttamente o indirettamente, riconducibili . Il tutto con abuso delle qualità e dei poteri inerenti la pubblica funzione di medico da essi svolta. Elemento, quest'ultimo, indispensabile ai fini dell'integrazione del reato di concussione ma difficile da dimostrare. Ed è proprio qui, infatti, che sta uno dei punti più controversi della tesi dell'accusa messa ko dal magistrati partenopei in che cosa si è concretizzato l'abuso? Per questo e per altri motivi il Tribunale ha, quindi, ritenuto che mancava completamente la prova della sussistenza degli elementi della concussione, mandando assolti tutti con formula piena.

Tribunale di Napoli - Sezione quinta penale - sentenza 23 novembre 2005-18 febbraio 2006, n. 9120 Presidente Donzelli - Estensore Guardiano Ricorrente Giordano Carmelo ed altri Motivi della decisione L'antefatto Osserva preliminarmente il Tribunale che appare opportuna, per ragioni di chiarezza espositiva, una breve ricostruzione delle vicende processuali che hanno radicato la competenza di questo giudice in ordine ai reati contestati agli imputati. Con sentenza pronunciata il 3 giugno 1999, il Gip presso il Tribunale di Napoli dichiarava non luogo a procedere nei confronti di Giordano Carmelo, Acone Daria, Pluvio Maria, Latte Maurizio, Sorice Pompeo, Barone Vittorio, Andreucci Vittorio Emanuele, Federico Stefano, Imperatore Paola, Sabbatini Massimo, Capuano Maria, Russo Domenico, in relazione ai reati loro, rispettivamente, ascritti articoli 416 81, cpv., 110, 317 81, cpv., 61, n. 2, 476 81, 323, comma 2, Cp con la formula perché il fatto non sussiste. Proposta dal Pm impugnazione innanzi alla Corte di Appello di Napoli, VIII Sezione Penale, quest'ultimo giudice, accogliendola parzialmente, disponeva, con decreto emesso ai sensi dell'articolo 428, Cpp, il rinvio a giudizio innanzi alla V Sezione Penale, coll. C del Tribunale di Napoli degli imputati 1 Giordano Carmelo, in relazione al reato di cui al capo B dell'imputazione, limitatamente ai fatti-reato contestati in pregiudizio di Attanasio Assunta e Colosimo Mario 2 Giordano Carmelo ed Acone Daria, in ordine al reato di cui al capo C dell'imputazione, con riferimento ai fatti-reato contestati in pregiudizio di Errico Eugenio e Valiante Maria 3 Giordano Carmelo e Pluvio Maria, per il reato di cui al capo D dell'imputazione, limitatamente al fatto-reato contestato in pregiudizio di Capasso Vincenzo avvenuto nel 1984 4 Federico Stefano, in relazione al reato di cui al capo H dell'imputazione, limitatamente ai fatti -reato contestati in pregiudizio di Celentano Vincenzo e di Spadafora Carmine 5 Russo Domenico, in ordine al reato di cui al capo L dell'imputazione, relativamente ai fatti-reato contestati in pregiudizio di Coppola Umberto e Passante Salvatore 6 Sabbatini Massimo, in relazione al reato di cui al capo M dell'imputazione, relativamente ai fatti-reato contestati in pregiudizio di De Falco Vito Carmine e Polino Giuseppe 7 Sorice Pompeo, relativamente al reato di cui al capo N dell'imputazione, limitatamente ai fatti-reato contestati in pregiudizio di Calabrese Antonio e Canzanella Giuseppe 8 Barone Vittorio, in ordine al reato di cui al capo N dell'imputazione, limitatamente ai fatti-reato contestati in pregiudizio di Tubelli Agnello ed Esposito Maria Pasqualina 9 Capuano Maria, in relazione al reato di cui al capo O dell'imputazione, confermando nel resto l'impugnata sentenza. I capi M ed N dell'imputazione, come si è già detto nella parte dedicata alla svolgimento del processo, venivano successivamente modificati dal Pm nel corso dell'istruttoria dibattimentale. Dall'esame della motivazione e del dispositivo del provvedimento adottato dalla Corte di Appello, che ha solo in parte disatteso la pronuncia di non luogo a procedere del Gip, è possibile circoscrivere sia sotto il profilo tecnico-giurico, che fattuale, il thema decidendum oggetto del giudizio incardinato innanzi a questo giudice. A tutti gli imputati, infatti, viene contestato lo stesso reato la concussione, prevista e punita dall'articolo 317, Cp , posto in essere secondo il medesimo modus operandi nella loro qualità di pubblici ufficiali, in quanto medici specializzati in nefrologia, in servizio, a diversi livelli di responsabilità, presso ospedali pubblici, i prevenuti, con abuso della qualità e dei poteri inerenti la pubblica funzione svolta, avrebbero indebitamente indotto una serie di pazienti, affetti da gravissime patologie renali e per questo motivo costretti a ricorrere alla delicatissima terapia della dialisi che prevede, in media, tre sedute settimanali, particolarmente gravose per gli ammalati a non servirsi delle strutture sanitarie pubbliche dove i suddetti imputati prestavano servizio, per dirottarli verso centri privati a loro, direttamente o indirettamente, riconducibili. La ragione per la quale la Corte di appello ha circoscritto il rinvio a giudizio soltanto ad alcuni episodi, rispetto al complesso delle contestazioni aventi ad oggetto il delitto di concussione, va ricercata nel convincimento che per tali episodi, a differenza di altri, fosse necessario procedere ad un approfondimento dibattimentale, indispensabile per verificare la fondatezza o meno dell'ipotesi accusatoria, in presenza di elementi che i giudici di secondo grado, riformando sul punto la sentenza del Gip, hanno ritenuto di consistenza tale da non escludere aprioristicamente la possibilità di pervenire ad una sentenza di condanna a carico degli imputati mentre, con riferimento agli altri addebiti, relativi alla stessa previsione normativa, per altri imputati, ovvero ad altre fattispecie penalmente rilevanti, gli stessi giudici condividevano la decisione del Gip sulla insussistenza del fatto . Tanto premesso, prima di procedere all'esame delle singole posizioni, occorre soffermarsi brevemente sulla natura del delitto di cui all'articolo 317, Cp, con particolare riferimento alla giurisprudenza che si è formata proprio in materia di concussione commessa all'interno di strutture sanitarie pubbliche, per comprendere se i risultati prodotti dall'approfondimento dibattimentale consentano o meno di ricondurre i comportamenti in contestazione alla previsione normativa, come delineata in concreto dall'interpretazione giurisprudenziale. La ricostruzione della fattispecie normativa Come è noto il delitto di concussione viene considerato in giurisprudenza un reato di natura plurioffensiva, imputabile a soggetti tipici il pubblico ufficiale ovvero l'incaricato di un pubblico servizio , che offende tanto l'interesse della pubblica amministrazione, sotto il profilo del suo prestigio e della correttezza e probità dei pubblici funzionari, quanto la sfera privatistica del cittadino, in relazione all'integrità del suo patrimonio ed alla libertà del suo consenso cfr., per tutte, Cassazione penale, Su 1.12.1992, Scala, in Cassazione pen., 1992, 1475 . Si è correttamente osservato che l'elemento materiale del reato di concussione si compone di tre momenti costitutivi 1 l'abuso dei poteri o della qualità 2 l'induzione o la costrizione 3 la dazione o promessa indebita di denaro o altra utilità. Quanto all'abuso del potere, esso consiste nell'esercizio del potere da parte del pubblico ufficiale o dell'incaricato di un pubblico servizio con modalità diverse da quelle legittimamente previste, sì da far sviare il potere stesso dalla sua causa tipica e può manifestarsi sia nella forma di abuso commissivo, che come abuso omissivo. Al riguardo, si segnala che secondo il Supremo Collegio l'abuso dei poteri da parte dell'agente pubblico consiste nel compimento di atti di ufficio in maniera antidoverosa, ossia in violazione dei principi di buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione e che non ha importanza che l'attività compiuta dal soggetto attivo del reato sia legittima o illegittima, lecita o illecita, potendo la costrizione o induzione essere integrata anche attraverso la prospettazione del compimento di un atto doveroso, connotandosi questo di illegittimità quando sia usato quale mezzo per conseguire fini illeciti cfr. Cassazione Pen., Sezione sesta, 12.7.2001, D'Alessandro, in Cassazione pen., 2002, 1394 . L'abuso della qualità rivestita dal soggetto attivo del reato può configurarsi, è stato affermato, ogni qualvolta quest'ultimo faccia un uso indebito della sua posizione personale, indipendentemente ed a prescindere dall'esercizio dei poteri a questa corrispondenti, quando, cioè, la costrizione o l'induzione del soggetto passivo non sono eziologicamente legate all'indebito esercizio del pubblico potere, ma, piuttosto, allo sfruttamento, a fini illeciti, del proprio status di agente pubblico. La distinzione tra le due forme di abuso viene ben evidenziata in una recente decisione della Corte di Cassazione, secondo la quale in tema di concussione l'articolo 317, Cp, per l'abuso dei poteri, ha inteso far riferimento alle ipotesi di condotte rientranti nella competenza tipica del soggetto pubblico ufficiale o incaricato di un pubblico servizio , quali manifestazioni delle sue potestà funzionali per scopo diverso da quello per il quale sia stato investito per l'abuso delle qualità ha inteso invece riferirsi alle ipotesi di condotte che, indipendentemente dalle competenze proprie del soggetto, consentano una strumentalizzazione della posizione di preminenza ricoperta dal medesimo rispetto al privato cfr. Cassazione Pen., Sezione sesta 15742/03, D.A., in Cassazione pen., 2004, 2808 . Particolare attenzione meritano gli altri due elementi costitutivi del reato di concussione, la coartazione attraverso la quale si realizza la cd. concussione esplicita o violenta e l'induzione attraverso la quale si manifesta la cd. concussione implicita o fraudolenta . Come si è osservato, mentre la nozione della costrizione viene assimilata a quella di coazione psichica relativa, comprendendo ogni forma di coazione fisica o psichica che non sia tale da annullare completamente la volontà del soggetto passivo, ma che si risolva in un'alterazione del procedimento di formazione e determinazione dell'altrui volere, per induzione deve intendersi ogni comportamento che abbia per risultato di determinare il soggetto passivo ad una data condotta, comprendendo in esso sia l'inganno, nelle forme dell'artificio e del raggiro o della semplice menzogna e silenzio, che l'esortazione o il consiglio, quando nell'accettazione abbia influito la posizione di superiorità dell'agente. Al di là dei diversi orientamenti della dottrina, la giurisprudenza di legittimità ha generalmente definito la condotta induttiva nel delitto di concussione come qualsiasi attività, diversa dalla costrizione, che realizzi nel soggetto passivo uno stato di soggezione verso il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, metus publicae potestatis, determinante ai fini della successiva promessa o dazione dell'indebito. Paradigmatica, in tal senso, è la decisione cfr. Cassazione Pen., Sezione sesta, 22.10.1993, Fedele, in Riv. pen. economia 1994, 343 , con la quale il Supremo Collegio ha affermato che nella concussione per induzione la condotta incriminata non è vincolata a forme predeterminate e tassative, essendo sufficiente che essa sia in concreto idonea ad influenzare l'intelletto e la volontà della vittima convincendola, anche solo con frasi indirette e persino con il mero sintomatico atteggiamento, dell'opportunità di provvedere alla immediata o differita esecuzione dell'ingiusta dazione per evitare conseguenze dannose. La condotta di induzione, quindi, nell'irrilevanza che il soggetto attivo sia stato contattato ad iniziativa della vittima, può essere realizzata anche attraverso comportamenti surrettizi, concretizzatesi in suggestione tacita, ammissioni o silenzi, ed anche se la vittima ha la convinzione di adeguarsi ad una prassi ineluttabile, confermata dal comportamento del pubblico ufficiale. Fattispecie in cui ad un sanitario in servizio presso il reparto di ginecologia di un ospedale civile era stato contestato il reato di cui agli articoli 81, cpv., e 317, Cp, per avere indotto alcune pazienti, abusando della suddetta qualità, a dargli indebitamente somme di denaro per l'assistenza al parto nella struttura ospedaliera la Cassazione ha ritenuto sussistere l'elemento materiale del reato in questione sul rilievo che le pazienti si sentivano obbligate a versare le somme al sanitario, sia pur dopo il parto, in quanto dal comportamento del medesimo la gestione dell'assistenza pubblica veniva prospettata secondo criteri privatistici, nel senso che l'accorta e diligente assistenza dello stesso -suo dovere inderogabilemeritava adeguata ricompensa sull'ovvio presupposto che diversamente ci si esponeva al pericolo di incurie e disattenzione . Indizione, dunque, come condotta a forma libera, non predeterminabile attraverso formule esaustive, ma solo definibile in via generale nei sensi in precedenza indicati, per essere specificata attraverso l'innumerevole serie dei casi concreti, purché sia chiaro che debba sempre trattarsi di induzione qualificata, ossia prodotta dal pubblico ufficiale con l'abuso della sua qualità o dei suoi poteri, sicché la successiva azione indebita sia l'effetto di siffatta induzione e, cioè, conseguenza della coazione psicologica esercitata dal pubblico ufficiale sul privato, il quale si determini a tenere un comportamento che liberamente non avrebbe assunto, per il timore di subire un danno ove non si pieghi alla volontà del pubblico ufficiale cfr. Cassazione Pen., Sezione sesta, 14353/02, Dl, in Cassazione pen., 2004, 3223 . Ne consegue che la semplice posizione di superiorità, di influenza o di semplice autorità che il pubblico ufficiale può vantare nei confronti del privato e, correlativamente, la soggezione intrinseca al rapporto privato-pubblica amministrazione, non sono sufficienti ad integrare l'ipotesi di concussione, occorrendo sempre quel quid pluris rappresentato dalla necessità che tali condotte siano qualificate ovvero riconducibili ad un abuso delle sue qualità o dei suoi poteri da parte del pubblico ufficiale ed, al tempo stesso, che in esse trovi la sua causa la coazione psicologica che determina il soggetto passivo all'indebita dazione o promessa cfr. Cassazione Pen., Sezione sesta, 443/04, Z., in Ced Cassazione, 2005, RV230898 52/2002, D'Aveta, in Cassazione pen., 2003, 3018 . Una particolare forma di concussione per induzione è quella nota come concussione ambientale , che nella giurisprudenza della Suprema corte, è stata utilizzata per descrivere il fenomeno, particolarmente diffuso in un determinato contesto storico, di un sistema di illegalità imperante nell'ambito di alcune sfere di attività della p.a. , in cui la costrizione o l'induzione da parte del pubblico ufficiale può realizzarsi anche attraverso il riferimento a una sorta di convenzione tacitamente riconosciuta, che il pubblico ufficiale fa valere e il privato subisce, nel contesto di una comunicazione resa più semplice per il fatto di richiamarsi a regole già codificate . Ciò non vuol dire che possa prescindersi da un comportamento costrittivo o induttivo del pubblico ufficiale, ma solo che la condotta costrittiva o più normalmente, nella tipologia in esame induttiva, può realizzarsi ed essere colta in comportamenti che, ove mancasse il quadro ambientale , potrebbero essere ritenuti penalmente insignificanti cfr. Cassazione Pen., Sezione sesta, 13395/98, Salvi, in Cassazione pen., 2000, 587 1170/01, Berlusconi, in Cassazione pen., 2002, 205 . Nessun particolare problema, infine, pone la terza componente dell'elemento oggettivo del delitto di concussione, che si manifesta come l'obiettivo al quale è diretta l'attività di costrizione o di induzione del pubblico ufficiale dare o promettere da parte del soggetto passivo, al pubblico ufficiale o ad un terzo, denaro o altra utilità. Da tempo, infatti, la Corte di cassazione, nel ritenere che i favori sessuali possono costituire il vantaggio avuto di mira dal pubblico ufficiale che ha coartato l'altrui volontà, abusando dei suoi poteri o della sua qualità, ha chiarito che in tema di concussione, il termine utilità indica tutto ciò che rappresenta un vantaggio per la persona, materiale o morale, patrimoniale o non patrimoniale, oggettivamente apprezzabile, consistente tanto in un dare quanto in un facere e ritenuto rilevante dalla consuetudine o dal convincimento comune cfr. Cassazione Pen., Su 11.05.1993, Romano e altro, in Giust. pen., 1994, II, 246 . Di particolare interesse risultano anche alcune decisioni della giurisprudenza di legittimità e di merito che si sono occupate di casi di concussione verificatisi all'interno di strutture sanitarie pubbliche, applicando a fattispecie concrete i princìpi di cui si è parlato in precedenza. Così, partendo dall'ovvia considerazione che il sanitario inquadrato all'interno di un ospedale civile o di una clinica universitaria assume la qualità di pubblico ufficiale e, di conseguenza, risponde del reato di concussione anche nei confronti dei pazienti cfr. Cassazione Pen., Sezione sesta, 1.4.1980, Dattilo, in Cassazione pen., 1981, 2007 in questo caso il sanitario indiceva i pazienti all'esborso di somme per determinati interventi , si è ritenuto configurabile il delitto di cui all'articolo 317, Cp, nella condotta del medico della mutua, che, riservando ai mutuati orari poco agevoli per la visita in ambulatorio, li induceva, anche attraverso la richiesta di compensi modesti e prescrivendo i medicinali su ricettari Inam, ad avvalersi delle prestazioni mediche in un ambulatorio destinato ai privati non mutuati cfr. Cassazione Pen., Sezione sesta, 12.11.1980, Liguori, in Cassazione pen., 1982, 463 . Si segnalano, poi, per l'indubbia attinenza che presentano con i casi portati all'attenzione di questo Collegio, due decisioni, provenienti una dalla giurisprudenza di legittimità, l'altra da quella di merito. Nella prima la Suprema Corte ha dedicato una particolare attenzione a quel particolare tipo di soggezione psicologica che, a suo avviso, sarebbe connaturato al rapporto medico-paziente, lasciando quest'ultimo particolarmente esposto alle pressioni, anche solo indirette, del primo, soprattutto quando tale rapporto si svolge all'interno di una struttura sanitaria pubblica. Ed invero, secondo la Corte di Cassazione, poiché le persone malate ed i loro familiari si trovano particolarmente indifesi di fronte al medico preposto al pubblico servizio sanitario, dalle cui prestazioni dipende la conservazione di beni fondamentali, quali la salute e, in determinati casi, la stessa vita della persona, anche la sola richiesta di compensi indebiti da parte di detto medico acquista in tale situazione quell'efficacia quanto meno induttiva sufficiente, ai sensi dell'articolo 317, Cp, per la sussistenza del reato di concussione cfr. Cassazione Pen., Sezione sesta 5809/95, Azzano, in Cassazione pen., 1996, 1416 . La seconda decisione, invece, adottata dal Tribunale di Milano, si avvicina notevolmente allo schema secondo cui, ad avviso della Pubblica Accusa, si sarebbe realizzata la concussione contestata al Giordano ed agli altri imputati. Partendo dall'ovvio presupposto che la concussione si fonda sulla prevaricazione realizzata dal soggetto qualificato in danno del privato, mediante abuso della qualità o dei poteri, comportando ciò uno specifico e consapevole stato di soggezione della vittima, i giudici di merito hanno ravvisato il delitto di cui all'articolo 317, Cp, nella condotta del primario di un ospedale pubblico, che, dopo avere diagnosticato l'urgenza assoluta di un intervento, accampando un'inesistente indisponibilità di letti nella struttura ospedaliera e prospettando la possibilità di ricovero in una casa di cura privata, ove egli stesso prestava la sua opera professionale retribuita, e, dunque, prospettando, con abuso dei suoi poteri, una falsa rappresentazione della realtà, induceva un paziente, che si trovava in uno stato di soggezione psicologica nei suoi confronti, soprattutto per la gravità delle patologie dalle quali era affetto e per la conseguente compromissione del suo stato di salute, ad accettare il ricovero in detta casa di cura. cfr. Tribunale Milano, 23.4.1999, Santoli, in Giur. merito, 2000, 646 . Le condotte in contestazione nel concreto delinearsi delle stesse e relativa valutazione L'analisi degli orientamenti prevalenti nella giurisprudenza di legittimità e di merito, consente di sottoporre ad esame critico i fatti oggetto di contestazione, sin dalla formulazione dei capi d'imputazione, in modo da individuare il particolare tipo di concussione in addebito, per poi verificare se, in concreto, ne ricorrono gli elementi costitutivi. Orbene, non appare revocabile in dubbio che agli imputati sia contestata, in definitiva, come si è già detto in precedenza, sempre la stessa condotta di natura illecita, che si presenta come una forma di concussione caratterizzata principalmente dall'abuso della qualità e dalla induzione. Tutti gli imputati, infatti, sono pubblici ufficiali si tratta di un dato pacificamente acquisito, non contestato dagli stessi imputati ovvero dai loro difensori essendo stati tutti in servizio presso strutture sanitarie pubbliche in qualità di medici, sia pure con diversi ruoli e responsabilità. In particolare, Giordano Carmelo ricopriva l'incarico di primario della Divisione di Nefrologia del Primo Policlinico di Napoli, mentre Acone Daria e Pluvio Maria quello di aiuto primario del Giordano presso la suddetta Divisione Federico Stefano, Russo Domenico e Sabbatini Massimo, all'epoca dei fatti per i quali è processo, erano tutti medici nefrologi, in servizio presso l'istituto di Nefrologia Medica del Secondo Policlinico di Napoli Sorice Pompeo e Barone Vittorio, invece, rivestivano, rispettivamente, la carica di primario e di aiuto primario della Divisione di Nefrologia dell'Ospedale Vecchio Pellegrini di Napoli Capuano Maria, infine, è stata tratta a giudizio in qualità di aiuto primario del reparto di nefrologia dell'Ospedale Cardarelli di Napoli. Il vantaggio che essi avrebbero conseguito è facilmente individuabile negli utili economici realizzati grazie alle dialisi praticate ai pazienti dirottati dalle strutture pubbliche presso i centri privati ai quali erano interessati a diverso titolo. Più complesso risulta comprendere l'ubi consistam della condotta illecita che gli imputati, secondo l'assunto accusatorio, avrebbero posto in essere. Ed infatti, leggendo i capi d'imputazione, si scopre che il reato di cui all'articolo 317, Cp, sarebbe stato realizzato non nella forma della coartazione, tipica della concussione esplicita o violenta, ma attraverso la più subdola forma della l'induzione, che caratterizza la concussione implicita o fraudolenta, consistente, nel caso di specie, nel prospettare, ai pazienti che hanno fatto ricorso ai centri privati, attraverso comportamenti, ora espliciti, ora impliciti, la inefficienza dei centri pubblici di nefrologia dove gli imputati prestavano servizio e la impossibilità di effettuare le dialisi all'interno delle menzionate strutture pubbliche. Tale induzione, poi, sarebbe stata compiuta, sempre limitandosi alla sola lettura dei capi di imputazione, attraverso l'abuso delle qualità e dei poteri inerenti la pubblica funzione svolta dai medici tratti a giudizio, senza che venga ulteriormente precisato in che cosa l'abuso si sia concretizzato. Tanto premesso, l'eventuale affermazione di responsabilità dei singoli imputati presupporrebbe la dimostrazione rigorosa del verificarsi di una serie di condizioni, che, unitariamente considerate, consentissero di ritenere integrati con assoluta certezza gli elementi costituitivi della concussione, partendo dal modo con cui si è proceduto a formulare l'imputazione nei singoli capi è possibile, infatti, circoscrivere l'indagine alle sole condotte costituenti concussione implicita, non essendo emersa dall'istruzione dibattimentale, né in alcun modo contestata, nemmeno all'esito del giudizio, alcuna forma di concussione esplicita , ma non trascurando anche altre forme di manifestazione della concussione per induzione, valutati alla luce degli orientamenti giurisprudenziali sopra richiamati, ai quali questo Tribunale ritiene di dovere adire. E, precisamente 1 l'impossibilità o anche solo l'estrema difficoltà di praticare le dialisi all'interno delle strutture sanitarie pubbliche dove gli imputati prestavano la propria opera professionale, come conseguenza diretta di una condotta, eventualmente anche omissiva, agli stessi imputati ascrivibile, finalizzata a rendere di fatto inutilizzabile il servizio pubblico per favorire l'accesso dei pazienti agli studi privati, in ciò ravvisandosi un evidente abuso di potere 2 ovvero, in alternativa, la falsa rappresentazione della realtà, avente ad oggetto le condizioni dei centri pubblici di dialisi, descritti dagli imputati, volutamente in modo difforme dalla realtà, in termini di inefficienza riguardanti, ad esempio, il funzionamento delle macchine utilizzate per la terapia, la qualità dell'assistenza sanitaria, l'eccessiva lunghezza dei tempi di attesa per potere accedere alla dialisi la mancanza di posti nei centri pubblici di dialisi , allo scopo di creare le condizioni perché i pazienti affidati alle loro cure scegliessero di rivolgersi ai centri privati, con abuso, anche in questo caso, dei poteri inerenti la pubblica funzione svolta 3 una condotta degli imputati che, qualunque forma abbia assunto manifestazione esplicita di volontà, suggerimento velato, condizionamento ambientale derivante da una prassi seguita ed incoraggiata all'interno dei reparti di nefrologia , prescindendo dalle circostanze indicate nei punti che precedono, abbia avuto l'effetto di limitare la libertà di autodeterminazione dei pazienti, inducendoli ad abbandonare la struttura pubblica per rivolgersi ai centri privati, attraverso il palese abuso della qualità di medico operante in una struttura sanitaria pubblica, reso possibile dal, per così dire, connaturato rapporto di soggezione del paziente, rispetto al medico curante 4 la sussistenza di un rigoroso rapporto eziologico tra l'abuso dei poteri o della qualità, come in precedenza descritti, e la mancanza di autonoma determinazione da parte del paziente nella scelta del centro dove sottoporsi a dialisi. A ciò vanno aggiunte alcune considerazioni di carattere generale che completano lo schema interpretativo proposto. Appare superfluo sottolineare che nessuna concussione sarebbe ipotizzabile ove si accertasse, innanzitutto che, alcun tipo di indicazione, nemmeno indiretta, sia stata fornita dagli imputati ai pazienti per orientarli verso i centri medici privati. Allo stesso modo quando la scelta di rivolgersi alla struttura sanitaria privata sia stata il frutto di una libera e consapevole determinazione della volontà del paziente, sulla quale non abbia influito in alcun modo il comportamento del medico, nemmeno sotto il profilo della mera suggestione, viene meno la possibilità stessa di configurare un abuso dei poteri o delle qualità e, quindi, ogni rapporto eziologico tra il suddetto abuso e la compressione o lo sviamento della volontà della persona offesa. Se, infine, il paziente ha seguito sì le indicazioni del proprio medico curante in ordine alla scelta dei centri privati di dialisi, ma ciò è avvenuto nell'ambito del rapporto fiduciario già instaurato in precedenza al di fuori della struttura pubblica, dove il paziente è momentaneamente transitato per esigenze occasionali, il reato in contestazione non è configurabile, mancando ogni lesione del bene giuridico protetto l'interesse della pubblica amministrazione . Va, inoltre, osservato che non rilevano, ai fini della presente decisione, considerazioni estranee al principio fissato nell'articolo 27, comma 1, della Costituzione, in base al quale la responsabilità penale è personale, nel senso che non possono essere prese in considerazione valutazioni riguardanti lo sfascio della sanità pubblica in Campania nel periodo in cui, secondo contestazione, i reati vennero commessi. Se anche tale condizione abbia influito sulle scelte dei pazienti di privilegiare le strutture sanitarie private a quelle pubbliche, essa non può essere addebitata ai singoli imputati, se non si dimostra, come già detto in precedenza, una diretta e precisa responsabilità degli stessi nel creare le condizioni di cattivo funzionamento o di paralisi delle strutture sanitarie pubbliche dove operavano, funzionalmente collegata alla finalità di favorire i propri centri medici privati. Come pure esula dall'analisi svolta dal Collegio la considerazione degli eventuali illeciti disciplinari commessi dagli imputati nello svolgere, contemporaneamente, l'attività di medici organicamente inseriti nelle strutture del Servizio Sanitario Nazionale e quella di soci o di dipendenti di studi medici privati. Se anche si accertasse ma, lo si ripete, non è l'oggetto di questo processo che, in base alla disciplina, amministrativa e deontologica, vigente nel periodo di commissione dei fatti per i quali si procede nei loro confronti, gli imputati non potevano operare allo stesso tempo nel settore privato ed in quello pubblico, ciò non sarebbe, di per sé, decisivo per ritenere integrate le ipotesi di reato in contestazione, dovendo prima verificarsi la consistenza dell'ipotesi accusatoria nella prospettiva della ricerca degli elementi sintomatici già esposti, di ben altro spessore ai fini della ricostruzione della fattispecie, per cui, risultando tali elementi, come si vedrà, mancanti, appare del tutto superfluo soffermarsi su questo aspetto del tutto marginale nella ricostruzione della vicenda che ci occupa. Passando dalle esposizione dei princìpi all'analisi concreta dei fatti storici, ragioni di chiarezza espositiva consigliano di raggruppare le posizioni dei singoli imputati in tre diversi gruppi, ciascuno dei quali riconducibile ad una distinta struttura sanitaria pubblica e, per converso, ad un distinto centro privato di dialisi. Così, gli imputati Giordano, Acone e Pluvio, nelle già indicate qualità, da un lato operavano all'interno della Divisione di Nefrologia del Primo Policlinico di Napoli, dall'altro erano direttamente coinvolti nella gestione dei centri privati Emodial Center e C.N.A gli imputati Federico, Russo e Sabbatini, mentre svolgevano la loro attività di medici all'interno dell'Istituto di Nefrologia Medica del Secondo Policlinico di Napoli, al tempo stesso erano soci, rispettivamente, delle strutture sanitarie private Fanus Capodichino Internazionale e Capodimonte gli imputati Sorice e Barone, invece, in servizio con ruoli diversi, come si è visto, presso la Divisione di Nefrologia dell'Ospedale Vecchio Pellegrini, erano direttamente interessati, il primo anche in qualità di socio, alla gestione dei centri privati di dialisi Sodial ed Emodial Vesuvio la Capuano, infine, conciliava il ruolo di aiuto primario del reparto di nefrologia dell'Ospedale Cardarelli di Napoli, con quello di socia del centro privato di emodialisi, denominato Kidney Srl. . Tanto premesso, non può non rilevarsi che per la maggior parte degli imputati lo stesso P.M. di udienza ha chiesto l'assoluzione, sia pure in alcuni casi con formula piena, in altri con formula dubitativa, riservando le richieste di condanna solo per l'Acone, la Pluvio, Giordano, limitatamente al caso che ha coinvolto il paziente Colosimo ed ai fatti contestati nei capi C e D dell'imputazione, e Sabbatini, in quest'ultimo caso limitatamente alla vicenda relativa al paziente De Falco. Ritiene questo Collegio di dovere condividere integralmente le richieste assolutorie formulate dal Pm, imponendosi nei confronti di tutti gli imputati per i quali l'organo della Pubblica Accusa ha chiesto non venisse affermata la responsabilità penale, la pronuncia di una sentenza di assoluzione con la formula perché il fatto non sussiste. Ed invero in nessuna delle posizioni prese in considerazione dal P.M. è possibile rinvenire la contemporanea presenza di quegli elementi innanzi indicati, senza i quali non è nemmeno ipotizzabile parlare di concussione anzi, come vedremo, ne emergono altri di segno opposto, che consentono di ricondurre la scelta dei pazienti di rivolgersi ai centri privati di emodialisi ad una libera determinazione della loro volontà e non ad un condizionamento subito dai medici curanti all'interno della struttura sanitaria pubblica di riferimento. Si pensi, per iniziare, alla Capuano Maria, capo O dell'imputazione accusata di avere dirottato il signor Spisto Antonio dal reparto di nefrologia dell'Ospedale Cardarelli di Napoli presso il centro privato di emodialisi Kidney Srl di cui era socia. Ebbene, non vi è dubbio che fonte privilegiata di accusa nei confronti della Capuano debba considerarsi lo Spisto, il quale, nel corso della sua escussione testimoniale, avvenuta all'udienza del 18.2.2004, ha, tuttavia, descritto il suo approdo al centro privato Kidney Srl secondo modalità tali da escludere qualsiasi condotta induttiva commessa dalla Capuano, con abuso della sua qualità o dei suoi poteri. Ciò in quanto, giunto presso il pronto soccorso dell'Ospedale Cardarelli per essere sottoposto urgentemente a dialisi, su indicazione di un cugino, il dott. Oreste Sulfaro, chirurgo presso l'Ospedale S. Paolo, che lo aveva indirizzato proprio alla dottoressa Capuano, una volta conclusa nella stessa giornata l'intervento dializzante, lo Spisto aveva di sua spontanea volontà chiesto all'imputata di indicargli un centro che fosse stato il più vicino possibile alla sua abitazione, sita nella zona di Pianura, per consentirgli di sopportare più facilmente il gravoso impegno consistente nel sottoporsi a dialisi per tre giorni alla settimana. In tale contesto, dunque, la risposta dell'imputata, che gli aveva consigliato il centro Kidney Srl , di cui era socia, rispondeva non solo ad una obiettiva esigenza assistenziale assicurare al paziente di essere assoggettato ad un minore stress , consentendogli di ridurre i tempi di trasferimento dalla sua abitazione al luogo della dialisi , ma, soprattutto, veniva incontro ad una precisa richiesta dello Spisto, che non voleva essere sottoposto a dialisi nella struttura pubblica il Cardarelli , ma solo in un centro il più possibile vicino alla sua abitazione. Io non volevo rimanere in ospedale e cercavo, naturalmente, il centro più vicino. A questo punto non mi interessava né il Cardarelli, né un altro ospedale. Se si doveva fare la dialisi, che mi dissero che io dovevo fare sempre la dialisi, tre volte alla settimana, quindi io cercavo il centro più vicino cfr. pag. 72 del verbale di stenotipia . Ed, infatti, a riprova di ciò, il teste aggiungeva che, quando nel 1994 venne aperto un nuovo centro, il Center , più vicino alla sua abitazione del Kidney , non aveva esitato a lasciare quest'ultimo, per trasferirsi nell'altro, da lui raggiungibile con maggiore facilità. Vero è che in sede di sommarie informazioni rese alla polizia giudiziaria utilizzate dal Pm per le contestazioni, ai sensi dell'articolo 500, comma 1, Cpp , in data 10.7.1997, il teste aveva rilasciato dichiarazioni diverse, evidenziando, da un lato, che fu la Capuano a chiedergli dove abitasse, consigliandogli il centro Kidney , perché, avendo sede nel quartiere limitrofo di Fuorigrotta, era più vicino alla sua abitazione, dall'altro che la stessa imputata aveva prospettato a lui ed alla moglie che era difficilissimo trovare posto per la dialisi in una struttura sanitaria pubblica, per cui la scelta di rivolgersi al centro privato era obbligata. Tuttavia, prescindendo dal rilevare che tali dichiarazioni servono solo a valutare la credibilità del teste, ai sensi del secondo comma dell'articolo 500, Cpp, ed una volta utilizzate per le contestazioni non hanno ingresso nel fascicolo per il dibattimento, quel che preme sottolineare è che esse non hanno un inequivoco significato accusatorio e sono state spiegate dallo Spisto sempre allo stesso modo il suo obiettivo era quello di effettuare la dialisi il più vicino possibile alla sua abitazione e, sapendo che l'ospedale pubblico più prossimo, il S. Paolo, era privo di una struttura per dializzati, aveva subito chiesto, addirittura mentre la dialisi al Cardarelli era in corso, a quale centro avrebbe potuto rivolgersi. Ciò è sufficiente ad escludere qualsiasi carattere concussivo nel comportamento della Capuano la quale, sottoposta ad esame nel corso dell'udienza del primo dicembre 2004, ha confermato la versione di fatti fornita dallo Spisto, inviatole come paziente dal dott. Sulfaro, precisando che la decisione di sottoporlo a dialisi presso il Cardarelli fu determinata dalle gravi condizioni in cui si trovava il paziente, il cui unico interesse era quello di essere sottoposto a dialisi in un centro vicino alla propria abitazione , che ha agito esclusivamente per rispondere ad una precisa richiesta dello Spisto. Quest'ultimo non aveva nessuna intenzione di curarsi presso il Cardarelli o in una struttura cui fosse interessata l'imputata, suo unico interesse essendo quello di sottoporsi a dialisi nel centro più vicino alla sua abitazione, che, in quel periodo, era solo il Kidney e, quindi, del tutto autonomamente si è determinato a scegliere la suddetta struttura sanitaria privata. Ciò rende del tutto superflua ogni ulteriore valutazione sul funzionamento del reparto di nefrologia del Cardarelli, su cui pure si sono soffermati nelle loro deposizioni i testi Bottino Francesco e Gatta Salvatore, rispettivamente direttore sanitario e caposala presso il menzionato ospedale. Ad identiche conclusioni si deve giungere per i reati contestati nel capo C a Giordano Carmelo e ad Acone Daria nel capo L a Russo Domenico nel capo H a Federico Stefano e nel capo B a Giordano Carmelo, in relazione agli episodi che vede come persone offese, rispettivamente, Celentano Vincenzo e Colosimo Mario. Invero in tutti questi casi l'approfondimento istruttorio sollecitato dalla Corte di Appello nella sentenza in precedenza citata non si è potuto svolgere, per il semplice motivo che i pazienti dializzati Colosimo Mario capo B Errico Eugenio e Valiante Maria capo C Coppola Umberto capo L e Celentano Vincenzo capo H , i quali avrebbero potuto chiarire, come ha fatto lo Spisto, attraverso quale percorso erano giunti a sottoporsi a dialisi presso i centri privati indicati nei capi d'imputazione, purtroppo sono tutti deceduti cfr. i relativi certificati di morte prodotti dal P.M. . Ciò ha consentito di acquisire al fascicolo del dibattimento, previa lettura, ai sensi del combinato disposto degli articoli 512 e 515, Cpp, i verbali delle sommarie informazioni rese alla polizia giudiziaria su delega del Pm dai suddetti pazienti in qualità di persone informate sui fatti, consentendo al Collegio di avere contezza delle loro dichiarazioni, ma nulla di più. Analizzando i singoli verbali, è possibile verificare in concreto quale sia stato il comportamento dei medici, come descritto dalle parole degli stessi pazienti. Errico Eugenio, sentito il 16 maggio 1997, dichiarava testualmente Premetto di essere dializzato dal 1993. Circa dieci anni fa cominciai ad accusare disturbi fisici, tali da rendere necessario il mio ricovero in ospedale. Infatti, sempre nel 1993, venni ricoverato presso il Secondo Policlinico, Divisione di Nefrologia e Dialisi, diretta dal prof. Carmelo Giordano, per effettuare tutti gli esami necessari al fine di individuare le cause relative alla mia condizione di salute. In quell'ospedale il prof. Giordano mi diagnosticò una malattia ai reni e, più precisamente, il morbo di Still , con insufficienza renale cronica. Immediatamente, su indicazione del prof. Giordano, fui sottoposto a terapia dialitica sempre all'interno della struttura ospedaliera, dove rimasi per circa 20 giorni. All'atto della mia dimissione mi fu riferito da alcuni dei sanitari che mi avevano tenuto in cura durante la degenza in ospedale che avrei dovuto continuare ad effettuare le dialisi. Sempre all'interno del Policlinico, la dr.ssa Daria Acone, che era tra quei sanitari responsabili del reparto di nefrologia, mi consigliò di recarmi presso il centro denominato Emodial Center , per effettuare le dialisi, in quanto avrei avuto l'opportunità di continuare ad essere seguito dal prof. Giordano. Ascoltai il consiglio della dr.ssa Acone e così, nel 1993, mi recai presso il citato centro, sito in Napoli, alla via Posillipo, presso la clinica Posillipo, per continuare la terapia dialitica, dove ancora oggi mi reco per dializzarmi . Valiante Maria, in data 2 maggio 1997, nell'affermare di essersi sottoposta a dialisi dal 1995 presso la Clinica Posillipo di Napoli, dove, come si è visto, aveva sede il centro Emodial , dichiarava che la dr.ssa Acone, di cui non ricordo il nome di battesimo, ma che esplica attività per conto dell'equipe del prof. Giordano Carmelo, quest'ultimo primario del II Policlinico di Napoli, Reparto Nefrologia, mi ha consigliato di esplicare tali terapie presso un centro privato e, in particolar modo, mi inviò presso la clinica Posillipo . Coppola Umberto, sentito il 22 maggio 1997, dopo avere riferito di essersi recato nel 1994 presso il Secondo Policlinico di Napoli, dove il dott. Russo gli aveva diagnosticato una insufficienza renale cronica, affermava di avere appreso nel 1996 dallo stesso Russo che le sue condizioni di salute gli imponevano ormai di sottoporsi a dialisi. Di conseguenza, aggiungeva il paziente, Nel mese di maggio del 1996 il dr. Russo mi fece praticare la fistola all'interno del Policlinico e poi mi disse di cominciare la terapia dialitica, consigliandomi di recarmi presso il centro emodialisi denominato Capodichino , sito in Napoli, alla via F. Maria Briganti. Nel giugno del 1996 ho cominciato a dializzarmi presso detto centro, dove attualmente mi reco per tre sedute settimanali . Celentano Vincenzo, invece, escusso il 30 maggio 1997, ricostruiva nei seguenti termini le tappe del suo avvicinamento al centro privato Fanus . Vittima, al pari degli altri pazienti, di una insufficienza renale, il Celentano nel 1995 iniziò la dialisi presso la divisione di Nefrologia dell'ospedale Cardarelli, dalla quale, ben presto si allontanò. Dopo circa un mese di dialisi all'interno del Cardarelli , infatti, dichiarava il Celentano, mi rivolsi alla Divisione di nefrologia del Secondo Policlinico, diretta dal prof. Andreucci, dove ebbi un colloquio con tale dr. Cianciaruso, il quale mi presentò al prof. Federico della stessa divisione e fu proprio quest'ultimo che mi consigliò di continuare la terapia dialitica presso il centro emodialitico denominato Fanus , sito in Napoli, alla via Pietro Castellino, di cui credo che lo stesso prof. Federico sia uno dei titolari . Infine Colosimo Mario, sentito dalla polizia giudiziaria in data 8.5.1997, nel ripercorrere il suo calvario, dichiarava di essere stato ricoverato nel 1995 presso il reparto di nefrologia del I Policlinico di Napoli, diretto dal prof. Giordano, dove rimase venti o trenta giorni, durante i quali venne sottoposto a trattamento emodialitico. Trascorso tale periodo , riferiva il Colosimo, fui dimesso. All'atto della dimissione il primario della clinica, prof. Giordano, mi prescrisse di continuare la terapia emodialitica e, nella circostanza, il prefato primario mi indirizzò presso il centro di emodialisi esistente presso la clinica Posillipo di Napoli ove credo che lo stesso sia anche proprietario. Pertanto accettando l'indicazione sia dal prof. Giordano, che da alcuni suoi collaboratori, tra cui il prof. Maggese ed altri di cui non ricordo i cognomi, mi recai presso la clinica Posillipo per continuare le sedute dialitiche . Orbene le dichiarazioni innanzi riportate, che hanno valore formale di prova, pur essendosi formate al di fuori del contraddittorio, per la genericità del loro contenuto non sono sufficienti a fondare un'affermazione di responsabilità penale degli imputati per i singoli episodi loro contestati, perché non spiegano in alcun modo il contesto in cui è maturata la scelta dei pazienti di rivolgersi ai centri privati di dialisi, non risolvono il dubbio se tale scelta sia stata orientata ovvero, in un certo senso, imposta dai medici curanti, eventualmente attraverso una falsa rappresentazione della realtà, ovvero se sia da ricondurre alla libera determinazione dei dializzati. Non vi è dubbio che in tutti i casi in precedenza esaminati i medici in servizio presso le strutture pubbliche, consigliarono ad Errico, Valiante, Coppola e Celentano di continuare la dialisi presso i centri privati ovvero indirizzarono il Colosimo verso la clinica Posillipo, dove aveva sede il centro Emodial . Nel semplice consigliare o indirizzare, tuttavia, non è possibile ravvisare con assoluta certezza una condotta induttiva, volta a deviare la volontà dei pazienti, approfittando del loro particolare stato di soggezione psicologica, proprio perché non è dato sapere, in mancanza dell'esame dei testi nel contraddittorio tra le parti, su quali presupposti concreti si sia fondata la decisione dei dializzati di ricorrere alle strutture sanitarie private per la Valiante, inoltre, dal tenore letterale delle sue dichiarazioni non si comprende se la dr.ssa Acone le consigliò il centro Emodial nella sua qualità di aiuto primario del Giordano ovvero nell'ambito di un rapporto diretto con la paziente, sorto, cioè, al di fuori dell'ospedale pubblico . Così non è stato possibile accertare se l'indicazione di un centro privato fosse stata sollecitata direttamente dagli ammalati, ad esempio per una possibile sfiducia negli ospedali pubblici, ovvero se a questi ultimi, a fronte di una richiesta di continuare la dialisi presso la struttura pubblica, sia stato fatto capire, dagli imputati o dal loro entourage, che era preferibile rivolgersi ad uno specifico centro privato o, ancora, se i medici hanno aderito ad una richiesta dei pazienti, come è avvenuto nel rapporto Capuano/Spisto, di segnalare un centro di dialisi per loro più comodamente raggiungibile. Non si tratta di mere congetture, ma di ipotesi certamente configurabili, ciascuna delle quali avrebbe potuto concretamente essersi verificata, dando un significato inequivoco, in senso favorevole o sfavorevole al reo, al semplice consiglio o indirizzo. In altri termini, ad avviso del Collegio, il semplice consiglio, indirizzo o suggerimento, proveniente dal medico che opera in un ospedale pubblico, rivolto al paziente, di potersi sottoporre, in un centro privato al quale il suddetto medico è direttamente interessato perché socio o in altro modo coinvolto nella sua gestione , allo stesso trattamento terapeutico praticato nella struttura pubblica, non è di per sé elemento sufficiente per considerare il pubblico ufficiale responsabile del delitto di concussione per induzione, con abuso dei relativi poteri o della relativa qualità, essendo necessario un quid pluris falsa rappresentazione della realtà, espressioni suggestive, pressioni indebite et similia , che consenta di trasformare la legittima rappresentazione di un'alternativa, all'interno della quale il paziente può liberamente esercitare la sua scelta, in una inammissibile manipolazione e sviamento dell'altrui volontà. Ragionare diversamente significherebbe sopravvalutare il dato, pure riconosciuto influente dalla giurisprudenza di legittimità, della particolare condizione di inferiorità psicologica delle persone malate nei confronti del medico addetto al pubblico servizio sanitario, facendole acquistare un valore assolutamente prevalente ai fini della integrazione della fattispecie, quasi si trattasse di uno stato di minorata difesa , in grado di rendere i pazienti irrimediabilmente esposti, nel prendere decisioni riguardanti il proprio stato di salute, ad ogni manifestazione di volontà, anche un semplice suggerimento nei sensi in precedenza indicati, proveniente dal pubblico ufficiale. Significherebbe, altresì, non uniformarsi ai più volte richiamati orientamenti del Supremo Collegio, condivisi da questo giudice, sulla insufficienza, al fine di integrare l'ipotesi di concussione, della semplice posizione di superiorità che il pubblico ufficiale può vantare nei confronti del privato di cui quella del medico che opera in una struttura sanitaria pubblica, in fondo, rappresenta una specificazione , occorrendo sempre, come già detto, un quid pluris, che le stesse sentenze di legittimità e di merito valutate in precedenza come quelle più attinenti ai casi in esame, individuano nella richiesta al paziente di compensi indebiti Cassazione Pen., Sezione sesta, 5809/95, Azzano e nella falsa rappresentazione di un'indisponibilità di letti nella struttura ospedaliera pubblica Tribunale Milano, 23.4.1999, Santoli . In applicazione di tali princìpi, deve pervenirsi ad una pronuncia di assoluzione anche nei confronti di Barone Vittorio, in relazione al reato allo stesso contestato al capo N dell'imputazione, commesso in danno di Tubelli Agnello ed Esposito Pasqualina. In entrambi i casi, infatti, le persone offese si sono rivolte alle strutture sanitarie private cui era interessato il Barone, esclusivamente sulla base di una libera scelta, fondata sul rapporto fiduciario instaurato con il medico curante, senza che sia emersa alcuna indebita pressione o falsa rappresentazione della realtà a tal fine esercitata ovvero manifestata dall'imputato nei loro confronti per dirottarli presso i propri centri privati. Sul punto, in particolare, il Tubelli, sentito nel corso dell'udienza del 3 maggio 2005, è stato categorico. Ricoverato verso la fine dell'estate del 1987 presso l'ospedale Vecchio Pellegrini per un intervento di tipo ortopedico, i medici, in seguito ad analisi di laboratorio propedeutiche all'esecuzione dell'intervento, gli diagnosticarono una grave insufficienza renale e lo sottoposero a dialisi, per poterlo operare in condizioni di sicurezza per la sua salute. Da quel momento il Tubelli comprese che per il resto della sua vita avrebbe dovuto essere sottoposto a quel tipo di terapia e chiese al dottor Barone, il quale, tra i nefrologi che si erano occupati del suo caso all'interno del Vecchio Pellegrini era quello che gli aveva ispirato maggiore fiducia, dove si trovasse il suo centro privato di dialisi, vale a dire il Sodial , sito in Napoli, alla via Risorgimento, recandosi presso tale struttura, una volta dimesso dall'ospedale. Il teste ha precisato di non avere mai chiesto al Barone di effettuare la dialisi nella struttura sanitaria pubblica dove era stato ricoverato che l'iniziativa di segnalargli il centro Sodial non era stata presa dall'imputato che la sua scelta di rivolgersi al dott. Barone era stata determinata dalla circostanza di avere appreso dai pazienti e da altri medici di cui non indicava i nomi che presso il Vecchio Pellegrini non vi era posto per un nuovo dializzato. Il centro Sodial , d'altro canto, come spiegato dal Tubelli, era comodo, perché non lontano dalla sua abitazione, tanto che, in assenza di traffico, con il mezzo automobilistico, utilizzando la Tangenziale, era in grado di arrivarci in circa venti minuti, che potevano trasformarsi in un'ora nei momenti di maggiore congestione automobilistica. Il Tubelli ha frequentato il centro Sodial dal 1988 sino al 2002, anno in cui si è trasferito presso un altro centro, più vicino alla sua abitazione, non esistente nel 1988, per seguire un'infermiera che lavorava nella struttura sanitaria privata. Aggiungeva, infine, il Tubelli che mai il dott. Barone gli aveva prospettato una inadeguatezza dei macchinari utilizzati presso il Vecchio Pellegrini per la dialisi. Allo stesso modo Esposito Maria Pasqualina, escussa all'udienza del 7 aprile 2004, premesso di avere iniziato la dialisi presso l'ospedale Vecchio Pellegrini nel 1993, dove era stata ricoverata per circa tre mesi, all'atto della dimissione, dovendo continuare la terapia, si era recata presso il centro Emodial Vesuvio , riconducibile al dott. Barone, sito in Ponticelli. Precisava l'Esposito che, concluso il ciclo di dialisi all'interno dell'ospedale, il Barone le aveva chiesto se preferiva continuare presso la struttura pubblica o se voleva andare da un'altra parte , per cui aveva scelto il centro dove lavorava il suo medico curante. Anche in questo caso, come già visto a proposito della posizione dell'imputata Capuano Maria, il Pm ha contestato alla Esposito, ai sensi dell'articolo 500, comma 1, Cpp, il contenuto delle dichiarazioni dalla stessa rese, in data 7 luglio 1997, in sede di sommarie informazioni innanzi alla polizia giudiziaria, secondo le quali sarebbe stato il dott. Barone a consigliarle di sottoporsi a dialisi presso il centro Emodial , senza accennare alla circostanza che la stessa terapia potesse essere effettuata anche all'interno del Vecchio Pellegrini. In conseguenza della contestazione, l'imputata ha, in un primo momento, mantenuto ferma la versione dei fatti innanzi indicata, manifestandosi, poi, incerta nel ricordare con precisione cosa fosse accaduto tuttavia si è dimostrata assolutamente sicura nell'affermare che non aveva chiesto di effettuare la dialisi presso il Vecchio Pellegrini, perché era assolutamente contraria a sottoporsi a terapia nella struttura sanitaria pubblica, in quanto troppo distante dalla sua abitazione. Con questi presupposti, ove anche si fosse raggiunta ma non è, lo si ripete, il nostro caso la prova certa che l'indicazione del centro Emodial fosse stata fornita dal Barone, tacendo della possibilità di effettuare la dialisi presso il Vecchio Pellegrini, comunque nel comportamento di quest'ultimo alcuna induzione sarebbe configurabile, ma, semplicemente, una condotta finalizzata a rendere concreto il desiderio della paziente di non essere dializzata nella struttura sanitaria pubblica, bensì in un centro più vicino alla sua abitazione l'Emodial, infatti, era da lei raggiungibile, con l'automobile, in circa dieci/venti minuti, ha dichiarato l'Esposito . Manca, in altri termini, uno degli elementi costituitivi della concussione la coartazione o lo sviamento della volontà del soggetto passivo. Sempre sulla stessa linea interpretativa si colloca la posizione dell'imputato Giordano nell'episodio in cui è persona offesa Attanasio Assunta capo B . La deposizione dell'Attanasio è avvenuta in un clima di incertezza, perché la persona offesa ha dimostrato di non ricordare bene il percorso che la condusse ad effettuare nel 1994 la dialisi presso la clinica Mediterranea di Napoli, in un centro cui era interessato l'imputato Giordano Carmelo, tanto da indurre il Pm a contestare all'Attanasio, ai sensi dell'articolo 500, comma 1, Cpp, quanto da lei dichiarato, in data 23 maggio 1997, in sede di sommarie informazioni innanzi alla polizia giudiziaria. In tale sede, infatti, la persona offesa ebbe a dichiarare di essere dializzata dal 1994 e di essere stata ricoverata presso la divisione di nefrologia diretta dal prof. Giordano, presso il Primo Policlinico, dove quest'ultimo le diagnosticò un'insufficienza renale cronica, prescrivendole la terapia dialitica, da effettuare presso la clinica Mediterranea , che lo stesso imputato indicò all'Attanasio ed a suo marito. Tali dichiarazioni, come è noto prive di efficacia probatoria, vanno, tuttavia, integrate con quanto affermato dall'Attanasio nel corso della sua deposizione testimoniale la dialisi sarebbe iniziata nel 1993, non presso una struttura sanitaria pubblica, ma proprio all'interno della clinica Mediterranea , ad opera di un altro nefrologo, il dott. Pesce, che lavorava nel reparto di nefrologia dove l'Attanasio era stata ricoverata. In questa occasione le era stata praticata la fistola, necessaria per l'inizio della dialisi, che le era stata ripetuta in seguito al Primo Policlinico, dove si era recata dopo che, non avendo più bisogno della dialisi per un periodo, la prima fistola le era stata chiusa. Escusso all'udienza del 19 gennaio 2005, il dott. Pesce ha confermato e precisato le dichiarazioni dell'Attanasio quest'ultima era stata sua paziente sin dall'estate del 1992 ed aveva iniziato la dialisi, essendosi aggravate le sue condizioni, nel gennaio del 1993, presso il centro Emodial , all'interno della clinica Mediterranea , dove il Pesce lavorava come nefrologo e dove le venne praticata la fistola. L'Attanasio venne sottoposta alla terapia dialitica presso il centro Emodial sino al 2000. Nel gennaio del 1994, tuttavia, aggiungeva il Pesce, si verificarono dei problemi alla fistola, che richiese un intervento al Policlinico La signora ha cominciato ad avere problemi alla fistola, non funzionava bene, fino a che ad un certo punto si è chiusa e bisognava rifarla . Per questo motivo venne ricoverata al Primo Policlinico, scelto per consentire anche lo svolgimento di una serie di indagini cliniche finalizzate alla immissione dell'Attanasio nelle liste di attesa per il trapianto del rene. Riaperta la fistola e concluse le indagini, la paziente era tornata alla clinica Mediterranea per continuare la dialisi. Come si vede, dunque, nessuna concussione è ipotizzabile a carico del Giordano, perché la presenza dell'Attanasio, paziente del dott. Pesce, all'interno del Primo Policlinico era legata ad una situazione contingente, cessata la quale riprese automaticamente il rapporto originario tra quest'ultima ed il proprio medico curante all'interno della struttura sanitaria privata. In questo contesto l'indicazione del Giordano di continuare la dialisi presso l'Emodial Center, lungi dal costituire una condotta di tipo induttivo, non rappresenta altro che la naturale decisione, conforme alla volontà dell'Attanasio, di far continuare alla paziente la terapia nel luogo prescelto ab origine, con l'assistenza del suo medico curante. Nessuna condotta penalmente rilevante può essere addebitata agli imputati Giordano e Pluvio in ordine all'episodio di cui al capo D, in cui la concussione è contestata come commessa in danno di Capasso Vincenzo, si badi bene a partire dal 1984, vale a dire quando, come si legge nella più volte menzionata sentenza della Corte di Appello, la dr.ssa Pluvio gli consigliò di recarsi per la terapia dialitica presso un centro situato all'interno della clinica privata Villa Camaldoli . Pur esulando tecnicamente dalla condotta in contestazione, occorre necessariamente soffermarsi sui rapporti intercorsi tra il Capasso, Giordano e la Pluvio prima del 1984. Anche in questo caso, infatti, la decisione del paziente di rivolgersi per il trattamento dialitico a strutture sanitarie private, si presenta come il frutto di una libera scelta, motivata dal desiderio di non interrompere il rapporto con un'equipe di medici nei confronti dei quali il Capasso nutriva una particolare fiducia e che non voleva abbandonare, non influenzata da una falsa rappresentazione della realtà o da indebite pressioni addebitabili agli imputati. Il Capasso, sentito durante l'udienza del 17 marzo 2004, ha affermato che l'insufficienza renale gli venne diagnosticata nel lontano 1977, ma solo nel 1980 insorse la necessità di essere sottoposto a dialisi, come deciso dall'equipe medica alla quale si era rivolto presso la divisione nefrologia del Primo Policlinico di Napoli, diretta dal prof. Giordano. La terapia, tuttavia, non iniziò mai nella struttura pubblica, nonostante questa fosse l'originaria intenzione del Capasso, perché, come gli venne riferito dalla dr.ssa Pluvio, il medico con il quale egli aveva i rapporti più frequenti, la palazzina destinata ai trattamenti dialitici era inagibile per i danni causati dal sisma che aveva colpito la Campania particolare quest'ultimo ribadito in sede di esame dibattimentale dal prof. Giordano e dalla stessa Pluvio, nell'interrogatorio reso dalla stessa in data 12 novembre 1997 innanzi al Pm, il cui verbale è stato acquisito al fascicolo per il dibattimento ai sensi del combinato disposto degli articoli 513 e 515, Cpp Al riguardo gli imputati hanno concordemente riferito che il reparto di nefrologia del Primo Policlinico venne riaperto solo nel 1984, circostanza non smentita in alcun modo dalla Pubblica Accusa . Di conseguenza la Pluvio gli suggerì di iniziare la dialisi presso il centro Emodial , indicazione che il paziente accettò di buon grado, perché voleva continuare ad essere seguito dall'equipe del prof. Giordano. Si tratta, come appare evidente, di un passaggio di grande importanza nella ricostruzione del percorso che condusse il Capasso a sottoporsi a dialisi nei centri privati cui erano interessati il Giordano e la Pluvio, invece che presso il Primo Policlinico. In tale scelta, infatti, ha giocato un ruolo determinante la volontà di non interrompere il rapporto che lo legava ad un gruppo di medici nei quali riponeva la più grande fiducia, accettando di seguirli nella struttura privata una volta accertata l'impossibilità di effettuare la dialisi presso il Primo Policlinico, dal Capasso originariamente scelto, peraltro, non tanto sulla base di una preferenza dallo stesso manifestata per l'assistenza sanitaria pubblica, quanto, piuttosto, per la considerazione, di grande importanza per chiunque debba sottoporsi a dialisi, della maggiore vicinanza dell'ospedale alla sua abitazione. Ed infatti, quando il Pm gli ha contestato, sempre ai sensi dell'articolo 500, comma 1, Cpp, il contenuto delle dichiarazioni che la persona offesa rese alla polizia giudiziaria l'11 giugno 1997, dalle quali emergeva una realtà diversa Io accettai perché chiaramente avevo paura in quanto era l'inizio della malattia e quindi non volevo suscitare ire nel professore , il Capasso ha chiarito che egli aveva paura, scegliendo un altro centro, di perdere l'assistenza di quelli che, per la loro fama, considerava, in quel periodo, i migliori specialisti in nefrologia che la città potesse offrire la paura che poi, cambiando centro, non avessi più l'assistenza che io conoscevo come fama, che erano i migliori nefrologi allora . Si trattava, tuttavia, ha aggiunto il Capasso, di un timore derivante da una sua autonoma valutazione, senza, cioè, che il Giordano, la Pluvio o altri medici della loro equipe gli avessero manifestato in alcun modo l'intenzione di rifiutarsi di curarlo all'interno della struttura pubblica, ove egli avesse optato per questa scelta. Anche il successivo passaggio del Capasso ad un altro centro privato presso la clinica Villa Camaldoli , avvenne, nel 1984-1985, nell'ambito del rapporto che già si stava svolgendo per libera scelta di quest'ultimo nell'ambito di una struttura sanitaria privata, su suggerimento ma non in seguito ad un'iniziativa della Pluvio, per rispondere ad un'autonoma richiesta della persona offesa, che voleva continuare ad essere seguito dalla stessa equipe, ma in un centro più vicino al luogo dove, in quel momento, egli esercitava la sua attività lavorativa l'ospedale pubblico Cardarelli . Ritornato, infine, alla Mediterranea, nel 1986 il Capasso aveva definitivamente abbandonato tale struttura, per effettuare la terapia dialitica significativamente sempre presso un altro centro privato, il Dialisis , individuato, anche in questo caso, in ragione, prevalentemente, dei rapporti instaurati con il personale medico e sanitario ivi operante Io lavoravo al Cardarelli, c'erano dei miei collaboratori, amici, infermieri, che avevano aperto questo centro, dissero Vienilo a vedere, è bello, non è bello, c'è la televisione, ci sono tutti questi comfort , poi c'era anche l'amicizia con i colleghi e lo andai a vedere. Lo andai a vedere e mi piacque. , che rappresentano il criterio sempre privilegiato dalla persona offesa, unitamente a quello della vicinanza al luogo di lavoro, nello scegliere i centri dove sottoporsi a dialisi. Anche in relazione all'ultimo episodio addebitato al Russo nel capo L, relativo al paziente Passante Salvatore, l'applicazione dei princìpi interpretativi ai quali più volte si è fatto riferimento conducono alle stesse conclusioni nel senso di ritenere insussistente l'ipotesi accusatoria formulata a suo carico. Nel corso della sua deposizione dibattimentale del 9 febbraio 2005 il Passante ha chiarito di essere un vecchio paziente del dott. Russo e di essersi ricoverato presso il Secondo Policlinico nell'estate del 1996, per seguire la terapia dialitica, attraverso la preparazione della fistola, nel reparto di nefrologia, dove lavorava l'imputato. Dopo avere trascorso circa due mesi nella struttura pubblica, il Passante venne dimesso e continuò la dialisi presso il centro privato Capodichino , che gli era stato sì indicato dal dott. Russo, ma su specifica richiesta dello stesso Passante, il quale, come si è già visto per altri pazienti, non aveva alcuna preferenza per la struttura pubblica, ma voleva solo sottoporsi a dialisi nel centro più vicino possibile alla sua abitazione, situata a Casoria, rispetto alla quale il Secondo Policlinico era troppo lontano, con un inevitabile dispendio di energie sia per raggiungerlo, sia per tornare alla propria casa. Su questo punto il Passante è stato chiarissimo, ripetendo lo stesso concetto più volte, sino a quando, rispondendo ad una specifica domanda del Presidente Ma lei ha mai fatto domanda di andare al Policlinico? , affermava testualmente No, perché è difficile andare là sopra! Se io ho questa comodità, che ho a due chilometri, perché devo andare al Policlinico, che è un bordello ad andare là . Formulata, dunque, al Russo la richiesta di indicargli un centro vicino casa, l'imputato, dopo avere appreso che il suo paziente abitava a Casoria, gli aveva segnalato il centro Capodichino , che corrispondeva all'esigenza manifestata dal Passante, trovandosi ad appena due o tre chilometri dall'abitazione di quest'ultimo, come dichiarato dalla stessa persona offesa nel corso della sua deposizione. A riprova della circostanza che l'indicazione del centro Capodichino coincideva con un preciso interesse del paziente, va aggiunto che il Passante dichiarava di essere ancora sottoposto a dialisi presso il suddetto centro. Anche in questo caso, in definitiva, non appare configurabile a carico del Russo alcuna indebita pressione o falsa rappresentazione della realtà finalizzata a indurre la persona offesa a sottoporsi a dialisi presso il centro privato Capodichino , di cui l'imputato era socio. Lo stesso dicasi in favore dell'imputato Sorice Pompeo, con riferimento agli episodi di cui al capo N dell'imputazione, contestati come commessi in danno di Calabrese Antonio e Canzanella Giuseppe. In questo caso il contesto in cui si colloca la contestazione torna ad essere l'ospedale Vecchio Pellegrini, della cui divisione di nefrologia il Sorice era primario, rivestendo, al tempo stesso, la qualità di socio dei centri privati di terapia dialitica Emodial Vesuvio e Sodial . Orbene, anche nel caso del Calabrese il suo approdo al centro Sodial è avvenuto sulla base di una valutazione del tutto autonoma, rispetto alla quale l'intervento del Sorice si è posto come semplice consiglio, magari non corretto dal punto di vista dell'etica professionale, ma non di tale rilevanza da integrare una condotta di tipo induttivo, caratterizzata dall'abuso della qualità di medico in servizio presso una struttura sanitaria pubblica. Ed invero, analizzando il complesso della deposizione testimoniale resa dal Calabrese il 20 ottobre 2004, appare evidente che egli, pur sfruttando il suggerimento fornitogli dal Sorice, si determinò autonomamente nello scegliere il Sodial quale centro presso il quale effettuare la dialisi. Il primo contatto tra la persona offesa e l'imputato si ebbe nel giugno del 1995, quando il Calabrese venne ricoverato per accertamenti presso il reparto di nefrologia dell'ospedale Vecchio Pellegrini, diretto dal prof. Sorice, dove rimase per circa un mese, al termine del quale quest'ultimo, dopo avere diagnosticato un'insufficienza renale, gli prescrisse una cura proteica, esortandolo, tuttavia, ad iniziare subito la dialisi, perché, comunque, prima o poi, avrebbe dovuto sottoporsi a tale terapia. All'atto della dimissione dall'ospedale il Sorice si era espresso nei seguenti termini a proposito della terapia dialitica Il posto in ospedale c'è, però se vieni ad un mio centro sarai trattato meglio , consigliando al Calabrese di rivolgersi al centro Sodial , sito in Napoli, alla via Risorgimento. La persona offesa, tuttavia, in un primo momento non seguì l'indicazione dell'imputato, nel senso che non si preoccupò di iniziare subito la dialisi solo a dicembre, quando le sue condizioni di salute erano peggiorate, decise di sottoporsi alla terapia dialitica, recandosi direttamente presso il centro Sodial , senza pensare nemmeno per un momento di ritornare al Vecchio Pellegrini, rivolgersi ad un'altra struttura ospedaliera pubblica ovvero ad un diverso centro privato. In altri termini, come spiegato dal Calabrese, in quel momento le sue condizioni di salute erano così gravi che egli, senza consultare alcun medico, si recò presso l'unico centro che conosceva, quello indicatogli dal Sorice mesi prima, dove venne sottoposto a dialisi d'urgenza. In nessun caso, comunque, ha precisato la persona offesa, egli avrebbe voluto effettuare il trattamento dialitico presso il Vecchio Pellegrini, perché le sale dove si praticava la dialisi gli erano apparse, all'esito di un sopralluogo che lo stesso Calabrese aveva svolto quando era stato dimesso, fatiscenti, tanto che, pur essendogli stata praticata la fistola al Vecchio Pellegrini, dopo la prima dialisi di emergenza, in regime di day hospital, egli era ritornato al centro Sodial , dal quale, poi, si era successivamente allontanato per continuare la terapia presso un altro centro privato, al quale il Sorice era estraneo, non trovando soddisfacente l'assistenza ricevuta presso il Sodial . Appare, dunque, evidente l'impossibilità anche in questo caso di ritenere sussistente la contestata concussione. Da un lato il Sorice non ha rappresentato una falsa realtà, manifestando al paziente la possibilità di essere sottoposto a dialisi presso la struttura sanitaria pubblica dall'altro nessuna lesione dell'interesse pubblico si è in concreto verificata Il Sorice, infatti, ha influenzato senza dubbio la scelta del Calabrese, suggerendogli il proprio centro Sodal , ma tale indicazione non ha avuto un valore decisivo nell'allontanare il paziente dal Vecchio Pellegrini, essendosi quest'ultimo già determinato a non effettuare la terapia dialitica nell'ospedale pubblico, non a causa delle pressioni o delle suggestioni ricevute dall'imputato, ma sulla base di un'autonoma valutazione fondata sulle condizioni di fatiscenza della struttura sanitaria dove si sarebbe dovuta svolgere la dialisi, condizioni, peraltro, che in nessun modo, alla luce dei risultati cui è pervenuta l'istruttoria dibattimentale, possono essere addebitate al Sorice. Identiche considerazioni, che appare superfluo ripetere, valgono per il Canzanella. Anche in questo caso al paziente venne diagnosticata dal Sorice un'insufficienza renale che comportava inevitabilmente l'inizio della terapia dialitica. La fistola, come riferito dal Canzanella nel corso della sua deposizione testimoniale, resa all'udienza del 17 marzo 2004, gli venne praticata dallo stesso Sorice presso il Vecchio Pellegrini. Quando si trattò di scegliere il centro dove effettuare la dialisi, il Canzanella manifestò il desiderio di recarsi presso il Vecchio Pellegrini, perché erano circa sei anni che lo frequentava a causa della sua malattia. L'imputato gli disse che era possibile sottoporsi a terapia nella struttura sanitaria pubblica Il posto nell'ospedale c'è, non ci sono problemi , prospettandogli, tuttavia, contemporaneamente, l'alternativa di utilizzare un centro privato l'Emodial Vesuvio , con sede nel quartiere di Ponticelli, più comodo per il Canzanella perché più facile da raggiungere, rispetto al Vecchio Pellegrini, dalla sua abitazione, sita nel limitrofo quartiere di S. Giovanni a Teduccio, ed il Canzanella accettò la proposta. Come altri pazienti di cui si è parlato in precedenza, anche il Canzanella, in definitiva, si determinò a scegliere il centro Emodial Vesuvio, non sulla base di pressioni o di condizionamenti posti in essere dall'imputato, ma perché quel centro venne da lui ritenuto il più idoneo a limitare lo stress legato alla dialisi, in quanto particolarmente vicino alla sua abitazione, tanto da poterlo raggiungere in appena dieci minuti. A riprova dell'autonomia della sua decisione, fondata esclusivamente sulle proprie esigenze di paziente , va poi evidenziato che mai il Canzanella, dopo avere iniziato la dialisi presso l'Emodial Vesuvio, manifestò l'intenzione di trasferirsi in un altro centro pubblico o privato, continuando sempre nello stesso centro la terapia dialitica, sino a quando non venne sottoposto a trapianto del rene. Particolare attenzione merita l'episodio di cui al capo H, contestato a Federico Stefano in relazione all'episodio in cui persona offesa è Spadafora Carmine. Quest'ultimo, escusso all'udienza del 7 luglio 2004, ha descritto nei seguenti termini la vicenda che lo riguarda. Affetto da insufficienza renale cronica, lo Spadafora si era ricoverato nel maggio del 1992 presso il reparto di nefrologia del Secondo Policlinico di Napoli, diretto dal prof. Andreucci, dove gli era stata praticata la fistola ed aveva avuto inizio la terapia dialitica. Il ricovero nella struttura sanitaria pubblica, nel corso del quale la persona offesa era stata seguita da tutti i medici dell'equipe del prof. Andreucci, compreso l'imputato Federico, era durato circa dieci giorni, conclusi i quali lo Spadafora aveva proseguito la terapia dialitica presso il centro privato Fanus , sito in Napoli, alla via Pietro Castellino, sino a quando, nel giugno del 1996, era stato sottoposto a Verona a trapianto di rene. Circa i motivi che indussero il paziente a scegliere proprio il centro Fanus , vale la pena riportare per esteso, sul punto, le dichiarazioni dello Spadafora Pensavo che fosse possibile fare la dialisi al Policlinico, perché pensavo lì sarei stato seguito meglio. Invece con il passare dei giorni nel reparto in cui ero ricoverato mi dovetti ricredere su questa mia chiamiamola ambizione e mi resi conto che, invece, non era possibile farlo. Mi fu detto che non era possibile per gli esterni fare la dialisi all'interno del Policlinico, mi dissero chiaramente che le dialisi erano private e che erano, in questo caso, dell'imputato Federico . Sembrerebbe, dunque, che lo Spadafora sia stato indotto a recarsi presso il centro Fanus , senza nessuna reale possibilità di scelta, perché, pur volendo sottoporsi a dialisi presso il Secondo Policlinico, gli venne detto che non era possibile e che l'unica strada da percorrere era quella di rivolgersi al centro privato del Federico. Orbene, prima ancora di verificare se allo Spadafora sia stata o meno rappresentata una falsa realtà l'impossibilità per un esterno , cioè un paziente non ricoverato, di effettuare la dialisi all'interno del Secondo Policlinico , occorre accertare il contesto in cui il paziente apprese tali notizie ed, in particolare, se esse siano o meno riferibili al Federico, in quanto ragioni di economia processuale sconsigliano di approfondire il contenuto oggettivo delle dichiarazioni rese dalla persona offesa, se tali dichiarazioni si presentano palesemente inidonee a fondare l'ipotesi accusatoria a carico del Federico. Sotto questo profilo la deposizione dello Spadafora risulta inficiata da due gravi vizi . Innanzitutto egli, pur non sentendosi di escluderlo, non ricordava di avere manifestato al Federico il suo desiderio di sottoporsi a dialisi presso il Secondo Policlinico, né rammentava quale fosse stata l'eventuale risposta dell'imputato al riguardo cfr. pag. 12 del verbale di stenotipia . Quel che più conta è che la stessa fonte delle informazioni che spinsero lo Spadafora a recarsi presso il centro Fanus , rimane avvolta in una indistinta nebulosa, avendo egli appreso dell'impossibilità di essere dializzato nella struttura sanitaria pubblica e della ineluttabilità della scelta del centro privato del Federico, dalle voci comuni di medici ed infermieri, così indistintamente indicati, raccolte all'interno del reparto di nefrologia. Ma vi è di più formatosi, sulla base di una sorta di indagine che, tuttavia, non coinvolse l'imputato , svolta nel reparto durante la degenza, il convincimento che per la dialisi bisognasse necessariamente rivolgersi ad un centro privato, lo Spadafora si rivolse al Federico prospettandogli direttamente la sua intenzione di dializzarsi presso il suo centro privato, senza manifestargli il desiderio di effettuare la terapia nel Secondo Policlinico. Ancora una volta riportare per esteso le dichiarazioni dell'imputato può essere di aiuto all'esatta comprensione della vicenda era voce comune sia da parte dei medici che degli infermieri che non era possibile fare la dialisi all'interno del Policlinico e sapevo che Federico era titolare di alcuni centri di dialisi e che quindi era scontato che andassi in uno di quei centri Era la normalità che si iniziasse all'interno di una struttura pubblica e poi si proseguisse nei centri privati. In Campania ci sono duecento centri privati e pochissimi pubblici. Quindi era scontato andare in un centro privato, se non esistono le strutture private e ci sono cinquemila pazienti nefropatici per un totale di cinquanta posti letto, allora credo che sia inevitabile andare in una struttura privata cfr. pagg. 11 e 13 del verbale di stenotipia . E con particolare riferimento al momento in cui lo Spadafora manifestò l'intenzione di andare al Fanus Io fui avvicinato dall'imputato-questo lo ricordo molto bene-e lui mi disse queste parole Lei dove ha intenzione di fare la dialisi? ed io gli dissi Professore è inutile che giriamo intorno alle parole. So bene che lei ha alcuni centri privati ed è chiaro che io vengo a fare la dialisi nel suo centro . Il dialogo finì lì, durante la mia degenza cfr. pagg. 14 e 15 del verbale di stenotipia . Rispondendo, infine, ad una domanda del Pm finalizzata a comprendere se in quell'occasione egli avesse chiesto al Federico di sottoporsi a dialisi presso il Secondo Policlinico, lo Spadafora rispondeva No. A quel punto io ero perfettamente a conoscenza che non c'era possibilità di farla al Policlinico cfr. pag. 15 del verbale di stenotipia . Già, dunque, sulla base delle dichiarazioni della persona offesa come innanzi riportate, non vi è assoluta certezza che vi sia stato uno sviamento della volontà dello Spadafora, addebitabile in qualche modo al Federico, per indurlo a preferire il centro Fanus al Secondo Policlinico per sottoporsi a dialisi. Prescindendo dal rilevare che, da un punto di vista strettamente processuale, tutta la parte delle dichiarazioni dello Spadafora relative alle voci raccolte tra i medici e gli infermieri, in quanto insuscettibili di verifica, non sono utilizzabili a fini probatori, ostandovi il divieto di deporre sulle voci correnti nel pubblico, di cui all'articolo 194, comma 3, Cpp, va sottolineato che nella ricostruzione dei fatti fornita dalla persona offesa a non avere avuto possibilità di scelta sembra essere stato il Federico, non lo Spadafora, nel senso che quest'ultimo rappresentò all'imputato la sua convinta e ferma volontà di sottoporsi a dialisi in uno dei suoi centri privati. La stessa domanda che il Federico rivolse allo Spadafora per individuare il centro dove effettuare la terapia dialitica, del resto, venne formulata, come si è visto, in termini tali da lasciare il paziente completamente libero di scegliere il centro ritenuto più consono alle proprie esigenze, risultando, dunque, logicamente incompatibile con la preminente volontà di dirottare il paziente verso il Fanus . Supporre, poi, come adombra lo Spadafora, che l'imputato non aveva nessun bisogno di esporsi in prima persona, perché l'intero ambiente del reparto di nefrologia del Secondo Policlinico, formato da medici ed infermieri, lavorava nel suo interesse, orientando i pazienti verso i centri privati del Federico, è, per l'appunto, una mera supposizione, priva di alcun riscontro oggettivo, non potendosi ritenere tale la circostanza assolutamente neutra riferita dal teste di avere visto alcuni infermieri del reparto di nefrologia indicati genericamente senza alcun riferimento nominativo lavorare anche nel centro Fanus . Ma vi è di più. La difesa, attraverso i propri testi di lista, ha dimostrato non solo che nel 1992 le condizioni di funzionamento del centro di dialisi presso il Secondo Policlinico erano tali da non poter far fronte con tempestività, a causa dell'esiguo numero di posti-dialisi disponibili, alle richieste dell'utenza cfr. la deposizione resa il 9 febbraio 2005 dal prof. Andreucci Vittorio Emanuele, che nel 1992 rivestiva, tra le altre, anche la qualità di primario della struttura di degenza di nefrologia e dialisi del Secondo Policlinico , per cui la valutazione effettuata dallo Spadafora sulla inadeguatezza delle strutture pubbliche di dialisi in Campania trovava nella situazione del centro di terapia dialitica del Secondo Policlinico un oggettivo riscontro, ma anche che la scelta di rivolgersi al centro Fanus era stata il frutto di un'autonoma determinazione della persona offesa, sulla quale non aveva influito alcuna pressione da parte dell'imputato. Decisive, al riguardo, risultano le deposizioni testimoniali rese durante l'udienza del 9.2.2005 della dr.ssa D'Amato Roberta e della dr.ssa Carrano Rosa. Entrambe nel 1992 frequentavano il reparto diretto dal prof. Andreucci al Secondo Policlinico, rispettivamente, come specializzanda la D'Amato, e come interna la Carrano, che aveva chiesto di laurearsi discutendo una tesi in nefrologia. In tale qualità esse erano in contatto con i medici e con i pazienti ricoverati nel reparto, tra cui, per l'appunto, vi era anche lo Spadafora. La D'Amato, in particolare, dichiarava di avere provveduto a ricevere quest'ultimo, quando si ricoverò per iniziare la dialisi, provvedendo ai relativi adempimenti accettazione, anamnesi ed esame obiettivo. Il paziente aveva attirato l'attenzione della D'Amato, perché affetto da una particolare patologia renale ereditaria il rene policistico , versando in condizioni che richiedevano l'immediato inizio della terapia dialitica. Quanto ai rapporti con il Federico, la D'Amato ha affermato che l'imputato si era recato almeno in un paio di occasioni a visitare lo Spadafora, su segnalazione di un collega, il prof. Percolo, aggiungendo che quando si trattò di stabilire dove continuare la dialisi iniziata nell'ospedale pubblico, il paziente rappresentò al Federico il desiderio di utilizzare l'assistenza del centro Fanus . A tale richiesta, riferiva la teste, il Federico aveva risposto nei seguenti termini Lei è sicuro, perché c'è anche un altro centro molto vicino casa sua, che è un centro vicino al Santobono, la Roscosa di via Sagrera . La D'Amato si è intrattenuta anche sul periodo trascorso dallo Spadafora presso il centro Fanus , dove si era trasferita dopo avere lavorato in un altro centro privato di dialisi presso la clinica Sanatrix , riferendo, contrariamente a quanto affermato dalla persona offesa nella sua deposizione, che lo Spadafora, almeno con lei, che era uno dei suoi medici curanti, non si era mai lamentato dell'assistenza ricevuta al Fanus , né aveva mai insistito per cambiare centro ovvero per tornare al Secondo Policlinico, come, invece, sempre sostenuto dalla persona offesa nella sua deposizione anzi, precisava la teste, che in un'occasione era stata la stessa D'Amato a chiedergli di cambiare centro, non condividendo quello che riteneva essere un comportamento intollerante dello Spadafora nei confronti degli altri pazienti, ma quest'ultimo non volle assolutamente allontanarsi dal Fanus . Anche la Carrano, al pari del teste precedente specializzata in nefrologia, si ricordava molto bene dello Spadafora, per una serie di motivi egli era stato uno dei primi pazienti di cui si era occupata, concorrendo con altri colleghi più anziani a redigere la relativa cartella clinica all'atto del ricovero inoltre era rimasta colpita dalla gravità della patologia renale da cui il paziente era affetto, ma anche dalla profonda conoscenza che quest'ultimo dimostrava di possedere delle problematiche legate alla sua malattia, con particolare riferimento alle varie opzioni terapeutiche, ivi compreso il trapianto renale. La Carrano ha dichiarato, in particolare, di avere assistito alla scena in cui, in presenza di altri medici, ma non del Federico, lo Spadafora aveva manifestato, per sua iniziativa e sua spontanea volontà , la sua intenzione di sottoporsi a dialisi presso il centro Fanus di via Pietro Castellino, perché vicino alla sua abitazione Lui disse che aveva scelto, per fare la dialisi, di andare in un centro di sua fiducia, che era il centro Fanus, a via Pietro Castellino, anche perché era un centro molto vicino alla sua abitazione cfr. pag. 66 del verbale di stenotipia . In conclusione è possibile affermare che le vaghe affermazioni accusatorie contenute nelle dichiarazioni dello Spadafora, già di per sé insufficienti a fondare l'assunto accusatorio a carico del Federico, risultano contraddette dalle precise, coerenti ed attendibili affermazioni dei testi a discarico, perfettamente in linea, peraltro, con quanto sostenuto dal Federico, che, in sede di esame, ha negato ogni addebito, ripercorrendo la vicenda del suo rapporto con lo Spadafora nei termini esposti dall'Andreucci, dalla D'Amato e dalla Carrano. Di conseguenza, non essendovi prova che la scelta dello Spadafora di rivolgersi al centro Fanus sia stata la diretta conseguenza di una vera e propria attività induttiva, fondata sulla falsa rappresentazione del reale funzionamento del centro pubblico di dialisi ovvero sull'abuso della qualità di medico curante all'interno del reparto di nefrologia del Secondo Policlinico, ascrivibile con assoluta certezza al Federico, anche nei suoi confronti si impone l'adozione di una pronuncia assolutoria per insussistenza del fatto. Va ora esaminata l'ultima posizione rimasta, quella dell'imputato Sabbatini Massimo, chiamato a rispondere degli episodi contestati nel capo M, in cui vengono indicate come persone offese De Falco Antonio e Polino Giuseppe. Naturalmente anche per il Sabbatini, medico in servizio presso l'istituto di nefrologia del Secondo Policlinico di Napoli, valgono le considerazioni svolte nelle pagine precedenti, che costituiscono i parametri di riferimento utilizzati per valutare tutte le posizioni di tutti gli imputati. Di conseguenza, in applicazione di tali princìpi, va subito sgombrato il campo dall'episodio che ha coinvolto Polino Giuseppe, che non merita particolare attenzione, tanto da indurre il Pm a chiedere, limitatamente a tale episodio, l'assoluzione dell'imputato con formula piena. Il Polino, infatti, sentito in qualità di teste all'udienza del 22 febbraio 2005, chiarendo in maniera coerente anche il significato delle dichiarazioni dallo stesso rese alla polizia giudiziaria in data 21.6.1997, utilizzate dal Pm per le contestazioni, ai sensi dell'articolo 500, comma 1, Cpp, ha affermato 1 di essere stato un paziente privato del dott. Sabbatini e di avere iniziato e svolto la dialisi presso una struttura privata, denominata Centro Internazionale , sito in Napoli, al corso Vittorio Emanuele, a partire dal 1993, dallo stesso Polino scelto, dopo avere avuto il benestare del Sabbatini, sia per la vicinanza alla sua abitazione, situata nella zona dei Quartieri Spagnoli , sia perché gli era stato consigliato da uno zio, che si era sottoposto a dialisi nello stesso centro 2 di non essersi mai sottoposto a dialisi presso il Secondo Policlinico e di non avere mai chiesto al dott. Sabbatini di essere dializzato all'interno di tale ospedale pubblico 3 di essersi ricoverato nel 1989 per degli accertamenti relativi alla sua patologia renale presso il reparto di nefrologia del Secondo Policlinico, dove lavorava il dott. Sabbatini, ma sempre dopo che era iniziato il rapporto privatistico con l'imputato, il quale si era recato presso di lui, ma non nell'ambito delle mansioni di medico in servizio presso quel reparto, bensì solo per fargli una visita di cortesia, essendo il Polino un suo paziente privato 4 di non avere mai ricevuto prescrizioni mediche o diagnosi dal dott. Sabbatini nella struttura sanitaria pubblica, ma solo ed esclusivamente nell'ambito del rapporto privatistico instaurato con l'imputato. Nella successiva udienza del 6 luglio 2005, infine, è stata ascoltata in qualità di teste Fasciato Paola, moglie del Polino, che ha confermato, specificandole sotto alcuni profili, le dichiarazioni del marito. La Fasciato ha, infatti, affermato che il Sabbatini ha iniziato a seguire il marito come suo paziente privato a partire dal 1989 e che effettivamente il Polino era stato ricoverato in regime di day hospital per due giorni presso il Secondo Policlinico per accertamenti relativi alla patologia renale di cui era affetto, ma che in tale occasione il suo medico curante non era l'imputato. Anche la scelta del centro privato per la dialisi, dove i coniugi Polino si recarono direttamente, senza prima tentare di rivolgersi a centri pubblici, è stata spiegata dalla Fasciato nei termini riportati dal marito, nel senso che si trattava della struttura più vicina alla loro abitazione ed era stata agli stessi coniugi consigliata dallo zio del Polino, anch'egli affetto da insufficienza renale. Tanto premesso appare evidente che nel caso del Polino non è assolutamente configurabile, nemmeno in astratto, l'ipotesi della concussione, difettando ogni aggressione ai beni giuridici tutelati dall'articolo 317, Cp, l'interesse della pubblica amministrazione e la sfera privata del cittadino , in quanto il rapporto tra il Sabbatini ed il paziente si è svolto all'interno di una dimensione esclusivamente privatistica, in cui l'imputato, agendo da medico curante del Polino al di fuori della sua qualità di medico in servizio presso una struttura sanitaria pubblica, si è limitato ad impartire le prescrizioni mediche del caso ed a consigliare, del tutto legittimamente, il centro privato di dialisi che riteneva, su indicazione dello stesso Polino, più confacente alle esigenze di quest'ultimo. Il Sabbatini va mandato assolto anche con riferimento all'episodio di cui al capo M dell'imputazione contestato come commesso in danno di De Falco Antonio. In questo caso convergono sull'imputato le dichiarazioni accusatorie sia del paziente, che dei suoi genitori, De Falco Vito Carmine e Di Stefano Elisa. In particolare, il De Falco Antonio, escusso all'udienza del 17 marzo 2004, ha dichiarato di avere iniziato la dialisi il 17 ottobre del 1995, presso il Secondo Policlinico, nel reparto diretto dal prof. Andreucci. Il De Falco, affetto da insufficienza renale cronica ereditaria, era un paziente privato del prof. Andreucci, il quale, dopo avergli diagnosticato il male da cui era affetto, dispose che venisse ricoverato presso il Secondo Policlinico. Precisava la persona offesa che, nell'ospedale pubblico, era seguito dall'equipe del prof. Andreucci, tra cui vi era il dott. Sabbatini anzi, fu proprio quest'ultimo ad indicargli il giorno in cui avrebbe inizio la dialisi e dopo che gli venne praticata la fistola da un chirurgo del Secondo Policlinico, il De Falco ebbe contatti solo con il Sabbatini. Concluso il ciclo di dialisi disposte dal prof. Andreucci o, quanto meno, dopo la fistola, il De Falco si era rivolto al Sabbatini per chiedergli dove avrebbe dovuto continuare la terapia e, per tutta risposta, secondo quanto riferito dalla persona offesa, l'imputato gli aveva chiesto dove abitasse, per poi prospettargli, ottenuta l'informazione richiesta, la possibilità di sottoporsi a dialisi in una serie di centri privati a lui riconducibili. Sul punto il De Falco ha ripetutamente ribadito, ogni volta precisandolo meglio, sempre lo stesso concetto egli voleva effettuare la dialisi presso la struttura pubblica, mentre il Sabbatini, rappresentandogli la mancanza di posti disponibili, gli aveva prospettato l'opportunità di rivolgersi ad uno dei suoi quattro centri privati, consigliandogli, in particolare, quello di Capodimonte per la vicinanza all'abitazione della persona offesa, situata in via Salvator Rosa. Il difensore dell'imputato ha utilizzato, ai sensi dell'articolo 500, comma 1, Cpp, le dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria dal padre della persona offesa, consacrate in un verbale sottoscritto anche dal De Falco Antonio che, quindi, le ha fatte proprie , che appare opportuno riportare per esteso Mio figlio fece due dialisi all'interno del Policlinico e mentre a noi appariva chiaro che non era possibile la continuazione del trattamento nello stesso Policlinico, i medici ci consigliarono di far assistere mio figlio in un centro privato All'interno del Policlinico ci sono pochissimi posti disponibili per la dialisi e il reparto non è attrezzato in maniera idonea, come noi stessi abbiamo constatato Il dott. Sabbatini, che aveva appreso da mio figlio che la sua residenza era quella di via Salvator Rosa n. 299, si premurò di prospettare a lui e a mia moglie l'opportunità di far sottoporre mio figlio alla dialisi presso uno dei suoi quattro centri e precisamente per la vicinanza della nostra abitazione ci consigliò quello di via Capodimonte, denominato, appunto, Centro Capodimonte, da lui magnificato, perché di recente apertura e dotato di apparecchiature moderne A mia moglie il dottor Sabbatini prospettò la possibilità di andare anche presso altri centri, però le consigliava di non affidarsi a centri che non fossero collegati con medici del Policlinico . Pur in presenza di tali contestazioni, il De Falco non mai ritenuto di dovere cambiare versione il Sabbatini gli aveva indicato uno dei suoi centri privati dove poter effettuare la dialisi, invece di soddisfare la sua richiesta di rimanere all'interno della struttura pubblica, precisando che l'indicazione di rivolgersi a centri che fossero collegati con medici del Policlinico , rispondeva anche all'esigenza di poter usufruire eventualmente di una corsia preferenziale all'interno del Pronto Soccorso dell'ospedale pubblico, ove se ne presentasse la necessità nel corso della terapia dialitica. Nel corso della stessa udienza è stato sentito anche il padre della persona offesa, De Falco Vito Carmelo, il quale ha sostanzialmente confermato le dichiarazioni del figlio, anche se, per quel che riguarda in particolare il suggerimento del Sabbatini, egli riferiva come teste de relato, per avere appreso quanto dichiarato dalla persona offesa e dalla moglie, Di Stefano Elisa, gli unici ad avere avuto un contatto diretto con l'imputato. Il teste si è soffermato anche su quanto accaduto successivamente al ricovero presso il Secondo Policlinico il figlio si era effettivamente recato presso il centro Capodimonte per effettuare la terapia dialitica, dove rimase sino al dicembre del 1996, quando risultò affetto dall'epatite di tipo C . Anche al De Falco Vito sono state contestate le dichiarazioni rese dallo stesso alla polizia giudiziaria in precedenza indicate ed il padre della persona offesa, con particolare riferimento all'indicazione dei centri proveniente dall'imputato, ha affermato testualmente era opportuno che c'erano altri centri, c'erano diversi centri, è la prima cosa a Napoli, anzi ce ne erano in abbondanza, a non finire purtroppo, però era opportuno che il centro venisse scelto fra quelli nei quali erano interessati i medici del Policlinico e la spiegazione fu perché si poteva avere non perché fossero migliore o peggiore, non si è fatto questo discorso, ma perché i medici del Policlinico poi potevano essere utili in un rapporto eventuale qualora si fosse prospettata la necessità, tanto è vero che si parlò anche del Pronto Soccorso che non c'era e che comunque non aveva importanza perché intanto c'erano loro . All'udienza del primo giugno del 2005, veniva sentita in qualità di teste la madre della persona offesa, Elisabetta Di Stefano, la quale ha rilasciato dichiarazioni in linea con quelle del figlio, aggiungendo, tuttavia, alcuni importanti particolari sulla inadeguatezza del Secondo Policlinico ad assicurare un efficiente servizio di terapia dialitica. Ed invero, rispondendo ad una domanda del Pubblico Ministero a proposito del centro dove effettuare la dialisi, la Di Stefano dichiarava Vede, si parlava insieme, anche i parenti degli ammalati, poiché il Policlinico, questo lo sapevamo, non c'erano posti, e ce lo hanno detto anche Posti dialisi sufficienti per mettere anche mio figlio non ce n'erano. Quindi al Policlinico venivano effettuate le prime due o tre dialisi e poi bisognava portarli fuori. Poi la dialisi si fa un giorno si un giorno no, non è che ci fosse molto tempo, io non ero neanche molto esperta di tutto questo. Comunque andavo in giro, chiedevo così. Il dottor. Sabbatini mi ha chiesto dove abitassi, a parte che lo sapevano anche dalla cartella clinica e mi ha consigliato Di ancora maggiore importanza è quanto riferito dalla Di Stefano sul motivo che spinse l'imputato a consigliare un centro privato di dialisi. Rispondendo ancora una volta ad una domanda del P.M. relativamente a se avesse chiesto al Sabbatini di far effettuare al figlio la dialisi presso il Secondo policlinico, la teste dichiarava Sì, l'ho chiesto, però mi è stato risposto che non c'erano posti disponibili, anzi mi è stato anche detto che probabilmente in un centro privato avrebbe potuto essere assistito da un solo medico e, quindi, avere un'assistenza più continua, mentre al Policlinico c'era un avvicendarsi di medici, per cui non c'era una continuità . Ed a proposito del centro Capodimonte , la Di Stefano, a correzione di una precedente dichiarazione sul punto, ha affermato che l'imputato le aveva parlato di più centri e non solo della suddetta struttura privata, di cui, tuttavia, aveva sottolineato la vicinanza all'abitazione della famiglia Di Stefano e la modernità degli impianti. Ma soprattutto, sempre in sede di chiarimenti forniti all'esito delle contestazioni operate dalla difesa e delle domande formulate dal Presidente del Collegio, la Di Stefano ha precisato che il dott. Sabbatini, nel parlargli dei centri privati, le ha solo garantito che in un centro privato il figlio sarebbe stato bene assistito e non che al Secondo Policlinico non vi era posto cfr. pagg. 37-38 del verbale di stenotipia . Sottopostosi ad esame nel corso dell'udienza del 4 maggio del 2005, l'imputato ha fornito una ricostruzione dei fatti diversa da quella proveniente dalla persona offesa, negando che la scelta del centro Capodimonte fosse stata da lui caldeggiata, rappresentando l'impossibilità che il De Falco venisse assistito nella struttura sanitaria pubblica. L'imputato si ricordava molto bene del De Falco Antonio per la particolare forma di malattia renale da cui quest'ultimo, insieme con i suoi fratelli, era affetto, specificando che tutti i De Falco erano pazienti del prof. Andreucci, il quale, pur seguendoli in forma privata, programmava anche una serie di ricoveri, in regime di day-hospital all'interno del Secondo Policlinico, secondo le esigenze cliniche del momento. Effettuata la prima dialisi il 17 ottobre del 1995, il prof. Andreucci si recò in reparto a visitare il De Falco Antonio, offrendogli, secondo quanto riferito dall'imputato, la possibilità di praticare la dialisi all'interno della struttura sanitaria pubblica. Alla conversazione, svoltasi esclusivamente tra l'Andreucci ed il paziente, erano presenti, oltre al Sabbatini, gli altri medici del reparto, tra cui i dottori La Verde, Gallo e De Nicola. Andato via il prof Andreucci, poco dopo il Sabbatini aveva incontrato nel corridoio del reparto la persona offesa e la madre, dai quali aveva appreso che essi non avevano intenzione di accettare l'offerta del professore perché il centro del Policlinico era un centro che a loro non piaceva, non era attrezzato, era un centro fatiscente da un punto di vista strutturale, un centro sporco . Fatta questa premessa il De Falco e la Di Stefano chiesero all'imputato di suggerire loro un centro privato, per cui il Sabbatini propose prima due centri ai quali sapeva essere interessato il prof. Andreucci il Fanus ed un altro centro presso la clinica Ruesch , immaginando che il De Falco volesse continuare ad essere seguito dal suo medico curante di riferimento, ma, al loro mancato gradimento su tali indicazioni, dovuto alla eccessiva lontananza di tali centri dalla loro abitazione, il Sabbatini ne propose un altro, al quale era estraneo l'Andreucci il Rusposa , sito alle spalle dell'ospedale Santobono. Tuttavia, anche in questo caso, il suggerimento non venne accolto il De Falco e la Di Stefano avevano, infatti, saputo che il Sabbatini era titolare di un centro così vicino alla loro abitazione, da poterlo raggiungere a piedi e chiesero di potere usufruire di tale centro, al che l'imputato, temendo di incorrere nelle ire del prof. Andreucci, dal quale dipendeva la sua carriera professionale ed universitaria, aveva affermato che nel suddetto centro non via era posto. La persona offesa e la madre avevano, tuttavia, replicato che avrebbero parlato con l'Andreucci, anche se, poi, il giorno dopo l'imputato aveva incontrato De Falco Vito, in compagnia di un altro dei suoi figli, il quale gli aveva riferito che avevano abbandonato l'originaria intenzione di parlare con il prof. Andreucci, perché loro avevano preso una decisione, che era quella di far dializzare il figlio al centro di Capodimonte e in questo erano incoraggiati dai loro informatori, che erano rappresentanti dell'ANED, associazione di emodializzati, che evidentemente aveva dato loro indirizzi che avevano detto loro che era un diritto del ragazzo praticare la dialisi nel centro più vicino casa e loro dissero che avrebbero fatto di tutto per esercitare questo diritto . Impaurito per la possibilità che il prof. Andreucci venisse a conoscenza del trasferimento del De Falco presso il centro di Capodimonte, il Sabbatini aveva avuto un colloquio con il primario, rappresentandogli quanto era accaduto, e ricevendo ampia assicurazione dallo stesso Andreucci sul fatto che quest'ultimo non aveva nulla in contrario alla scelta del centro dell'imputato da parte della famiglia De Falco, in quanto, da un lato nutriva fiducia sulla funzionalità della suddetta struttura sanitaria privata, dall'altro, se la volontà del paziente era quella di sottoporsi a dialisi vicino casa, bisognava rispettarla. Il Sabbatini si è anche soffermato su di un altro aspetto il collegamento funzionale tra i centri privati e gli ospedali pubblici, affermando di avere semplicemente prospettato alla signora Di Stefano che, secondo l'organizzazione del sistema sanitario nazionale, tutti i centri privati di dialisi erano e sono collegati per le emergenze e per tutto quanto non rientra nelle possibilità tecniche degli ambulatori, ad un ospedale pubblico, senza averle mai manifestato la possibilità che i pazienti dei centri privati godessero di una corsia preferenziale all'interno delle strutture sanitarie pubbliche ed, in particolare, del Secondo Policlinico. Orbene le dichiarazioni del Sabbatini trovano due importanti conferme nelle deposizioni testimoniali del prof. Andreucci e della dottoressa La Verde, entrambi sentiti in qualità di testi della difesa all'udienza del 1 giugno 2005. L'Andreucci, nel ricordare di avere seguito in forma privata i tre fratelli De Falco, con riferimento alla vicenda che riguarda il De Falco Antonio ha affermato che dopo la prima dialisi, nel corso di un colloquio avuto direttamente con il paziente, in assenza dei parenti di quest'ultimo, ma alla presenza dei medici della sua equipe, gli aveva offerto di rimanere presso il Secondo Policlinico per effettuare la dialisi, perché si era liberato un posto Io mi informai e mi resi conto che c'era il posto Allora il giorno dopo questa prima dialisi andai in visita assieme ai miei collaboratori e dissi al paziente ed ai miei collaboratori Fortunatamente abbiamo un posto, quindi ti possiamo tenere qui , proposta che il De Falco aveva accettato. Il giorno dopo, tuttavia, come riferito dall'imputato, si era svolto il colloquio tra quest'ultimo e l'Andreucci, che il teste ha riportato negli stessi termini indicati dal Sabbatini. Aggiungeva, tra l'altro, l'Andreucci di non avere mai più visto il De Falco Antonio dopo la sua dimissione dal Secondo Policlinico, anche se aveva visitato come paziente un altro fratello. La dottoressa La Verde Antonietta, invece, ha dichiarato di avere lavorato nel 1995 presso il reparto diretto dal prof. Andreucci, avendo in quell'anno iniziato la specializzazione in nefrologia. La teste ricordava molto bene il De Falco Antonio, per la grave patologia renale da cui era affetto la sindrome di Alport e anche per la particolare situazione familiare altri due fratelli affetti dalla stessa malattia , che portava il paziente a vivere con angoscia la sua condizione, nonché per la presenza continua della madre, molto preoccupata per la salute del figlio. Quando il prof. Andreucci propose al De Falco Antonio, dopo la prima dialisi, di continuare la terapia presso il Secondo Policlinico, la dr.ssa La Verde era presente, perché ciò avvenne durante la visita quotidiana dei pazienti del reparto, alla quale assistevano anche gli specializzandi. Vale la pena riportare integralmente le parole della La Verde sul punto ricordo che gli fu proposto di restare lì al centro e poi finì lì, questa cosa gli fu proposta all'interno della stanza, nel corso del giro visita. All'uscita della stanza noi studenti ci allontanammo e la madre - insieme forse a qualche fratello, non ricordo esattamente con chi, ma sicuramente la madre - raggiunsero il dottore Sabbatini nel corridoio e parlarono tra loro, senza però che noi ascoltassimo o sapessimo che cosa. Poi per quella giornata non ci furono altre attività, altre cose. Poi la mattina successiva, prima di fare il giro visita, abbiamo saputo che Antonio non avrebbe dializzato lì al Policlinico e che aveva scelto di andare in un altro centro, senza nemmeno specificare quale e come, tanto è vero che eravamo tutti molto turbati, diciamo ci sembrava strana questa cosa perché eravamo tutti molto vicini ad Antonio e quindi pensavamo che lui fosse contento di restare lì al Policlinico . Ed ancora, nel rispondere ad una domanda sui motivi che potevano avere spinto il De Falco a non scegliere il Secondo Policlinico, affermava testualmente In realtà loro non hanno mai amato molto il Policlinico, già da prima loro hanno sempre io più che altro avevo rapporti con Antonio quando ne parlavo, così loro non hanno mai amato molto il centro dialisi del Policlinico perché dicevano che c'erano pazienti gravi, pazienti acuti che potevano creare disagio al figlio, che potevano essere causa di malessere per lui che era ragazzo, che già non aveva accettato volentieri l'idea della dialisi . Il materiale probatorio portato all'attenzione del Collegio, come illustrato attraverso una rappresentazione non esaustiva del contenuto di tutte le dichiarazioni, ma necessariamente selettiva di quelle ritenute di valore decisivo ai fini della decisione, non può che condurre ad una valutazione di inidoneità dell'assunto accusatorio a carico del Sabbatini anche per l'episodio che riguarda De Falco Antonio. Affermare in questo caso la responsabilità penale dell'imputato, presupporrebbe dimostrato con assoluta certezza che il Sabbatini, rappresentando artatamente al De Falco Antonio una falsa realtà l'impossibilità di effettuare la dialisi presso il Secondo Policlinico , per vincere la volontà del paziente e dei suoi familiari di privilegiare il centro pubblico di terapia dialitica, abbia indotto questi ultimi a scegliere il proprio centro privato, senza concedere loro nessuna reale alternativa. Tale presupposto non risulta verificatosi. Il Sabbatini ha negato di essersi comportato nei termini descritti dai De Falco e, pur essendo pacifico che l'imputato ha il diritto di difendersi anche affermando il falso, tuttavia ciò non implica una pregiudiziale svalutazione delle sue dichiarazioni, soprattutto quando risultano logicamente coerenti e confermate da altre fonti. Il Sabbatini ha fornito una ricostruzione dei fatti lineare, non inficiata da contraddizioni, assolutamente plausibile ed, in particolare, condivisibile nella parte in cui sottolinea l'inverosimiglianza di una condotta induttiva che, se scoperta come sarebbe stato facilmente possibile in considerazione degli stretti rapporti tra l'Andreucci ed i De Falco, continuati anche dopo la dimissione della persona offesa dall'ospedale , avrebbe potuto arrecare danno all'imputato, in considerazione della sua posizione di inferiorità professionale, all'interno della struttura universitaria, rispetto al primario della divisione di nefrologia. Soprattutto la sua versione dei fatti trova, come si è detto, conferma nelle deposizioni testimoniali dell'Andreucci e della La Verde su di un punto di fondamentale importanza che intacca alla radice la consistenza accusatoria delle dichiarazioni della persona offesa e dei suoi congiunti la circostanza, da essi non riferita, che l'Andreucci propose al De Falco Antonio di continuare la dialisi presso il Secondo Policlinico perché nel reparto si era liberato un posto. Ciò appare in insanabile contrasto con la prospettata iniziativa del Sabbatini, che sarebbe stata fondata su di un elemento l'impossibilità per il De Falco di continuare la dialisi nel centro pubblico , facilmente confutabile dal paziente, proprio sulla base di quanto comunicatogli dal proprio medico curante alla presenza dello stesso Sabbatini. Si è visto, inoltre, che la La Verde si è soffermata anche sulla sfiducia dei De Falco nei confronti del centro dialisi del Secondo Policlinico, il che costituisce un ulteriore elemento di riscontro oggettivo alla tesi difensiva, secondo la quale la scelta di rivolgersi al centro Capodimonte sarebbe maturata in maniera del tutto autonoma tra i componenti della famiglia De Falco. Ma vi è di più. Se si confrontano le dichiarazioni rese dal De Falco Antonio e dalla madre che hanno un valore probatorio sicuramente maggiore di quelle del De Falco Vito, il quale non ha partecipato direttamente alle conversazioni con il Sabbatini aventi ad oggetto la scelta del centro di dialisi , si nota una profonda divergenza su di un punto qualificante, avendo la De Stefano, a differenza del figlio, affermato che il dott. Sabbatini non le disse che non vi era posto al Secondo Policlinico, ma soltanto che presso un centro privato il figlio avrebbe potuto essere seguito meglio, in virtù della maggiore continuità dell'assistenza, garantita da un più elevato numero di medici dedicati al singolo paziente. Inoltre, come si è visto, la De Stefano ha anche riferito che il Sabbatini le prospettò la possibilità di rivolgersi ad una pluralità di centri, il che appare difficilmente conciliabile con la supposta volontà di indirizzare i De Falco esclusivamente verso il centro Capodimonte . Infine, e questo è un altro aspetto importante, sempre la De Stefano ha ammesso di avere raccolto informazioni, di avere parlato con i medici a proposito della impossibilità o della difficoltà di effettuare la dialisi presso il Secondo Policlinico, senza mai indicare il Sabbatini come fonte di tali informazioni, per cui dalle sue stesse parole è possibile trarre il convincimento che la famiglia De Falco si fosse decisa a rivolgersi ad una struttura privata, ritenendo non praticabile la strada della struttura pubblica, indipendentemente da una pressione a tal fine esercitata dall'imputato. In conclusione le evidenziate incoerenze nella ricostruzione dei fatti fornite dai componenti della famiglia De Falco, da un lato, e le deposizioni dei testi della difesa, che contraddicono su punti decisivi la suddetta ricostruzione, dall'altro, non consentono di ritenere raggiunta la prova in ordine alla sussistenza del delitto contestato all'imputato. Ciò a prescindere da qualsiasi ulteriore valutazione sull'attendibilità delle dichiarazioni rese da De Falco Antonio, De Falco Vito e dalla De Stefano e, in particolare, sull'esistenza di eventuali motivi di rancore da parte di questi ultimi nei confronti del Sabbatini, per eventi successivi alla dimissione dal Secondo Policlinico mentre era in cura presso il centro Capodimonte , come si è detto, il De Falco Antonio contrasse l'epatite di tipo c , che appare assolutamente ininfluente, essendo il quadro accusatorio a carico del prevenuto da ritenersi inconsistente già sulla base dell'analisi obiettiva ed incrociata delle deposizioni testimoniali e dell'esame dell'imputato. Può dunque dirsi che la scelta di recarsi al centro Capodimonte fu effettuata dai De Falco sulla base di una serie di valutazioni, alternative o concorrenti la maggiore vicinanza del centro alla loro abitazione la convinzione di ricevere nella struttura privata una migliore assistenza medica la sfiducia nelle condizioni ambientali e di funzionamento del centro dialisi del Secondo Policlinico probabilmente l'idea che presso l'ospedale pubblico non vi fossero posti per la dialisi, anche se, come si è visto, il prof. Andreucci ha dichiarato di avere offerto tale possibilità alla persona offesa , tutte, comunque, effettuate liberamente, senza l'intervento induttivo del Sabbatini, il quale non ha rappresentato alcuna falsa realtà, nè ha abusato della sua qualità, limitandosi a consigliare il proprio centro privato per venire incontro alle esigenze della famiglia De Falco, nei limiti, dunque, in cui, secondo l'orientamento seguito da questo Giudice, il consiglio stesso poteva essere del tutto legittimamente dato, perché rispondente ad un'autonoma richiesta del paziente e del suo gruppo familiare. Conclusioni Gli approfondimenti cui è pervenuta l'istruttoria dibattimentale non possono che condurre ad una soluzione unitaria per tutti gli imputati, che, mancando completamente la prova della sussistenza degli elementi costitutivi della fattispecie delittuosa in contestazione, vanno assolti con la formula perché il fatto non sussiste. In considerazione del numero degli imputati e della complessità delle questioni giuridiche affrontate il termine per il deposito della sentenza, ai sensi dell'articolo 544, comma 3, Cpp, viene fissato in novanta giorni. PQM Letto l'articolo 530, Cpp assolve Giordano Carmelo, Acone Daria, Pluvio Maria, Sorice Pompeo, Barone Vittorio Federico Stefano, Sabbatini Massimo, Capuano Maria e Russo Domenico dai reati loro rispettivamente ascritti perché il fatto non sussiste. Letto l'articolo 544, Cpp, fissa in gg. 90 il termine per il deposito della sentenza 26