Comitato dei ministri, provvedimenti ancora insufficienti per il caso Dorigo

Ennesimo richiamo per le autorità giudiziarie italiane che da oltre sei anni non riaprono la procedura penale per assicurare il rispetto della Convenzione dei diritti dell'uomo

Il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa, riunito giovedì 8 a Strasburgo, ha ripreso in esame il caso di Paolo Dorigo, condannato a 13 anni per l'attentato compiuto nel 1993 alla base Usaf di Aviano rivendicato dalle Brigate Rosse, ma di cui lo stesso Dorigo si è sempre ritenuto innocente. I recenti tentativi delle autorità giudiziarie italiane, ha constatato il Comitato dei ministri, non hanno di fatto riaperto la procedura penale per assicurare il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Per l'Italia corre quindi l'obbligo di assicurare, fin dove possibile, la restitutio in integrum a favore del ricorrente, che continua a scontare una pena inflittagli in violazione del diritto a un equo processo. Il 13 ottobre scorso, il Comitato dei ministri aveva già approvato una risoluzione in cui deplorava il fatto che l'Italia non avesse ancora adottato alcuna misura per riparare la violazione, accertata oltre sei anni fa . L'attentato alla base Usaf di Aviano risale al 2 settembre del 1993 quando da un'auto vengono sparati alcuni colpi di pistola contro la palazzina del dormitorio della base militare statunitense, e viene lanciato anche un ordigno esplosivo che provoca danni all'edificio, ma nessun ferito. Il 26 ottobre successivo Dorigo, un passato di militante in Lotta continua e Autonomia operaia, viene arrestato insieme ad altri presunti responsabili dell'attentato. A Dorigo il 3 ottobre del 1994 vengono inflitti dalla Corte d'assise di Udine 7 anni di reclusione per reati associativi e per l'attentato e 6 anni e mezzo per una rapina che secondo gli inquirenti era servita a finanziare l'azione. Condanna confermata in appello, nel giugno 1995, e in Cassazione, nel marzo del 1996. Il 46enne maestro elementare, che ha sempre criticato il fatto di essere stato condannato senza avere potuto confrontarsi in aula con chi lo accusava, si rivolge alla Corte europea per i diritti umani di Strasburgo che, nel settembre 1998, accoglie i suoi rilievi. Dopo una detenzione durata oltre undici anni, Dorigo ha lasciato il carcere circa un anno fa ed è tuttora agli arresti domiciliari a Mira, in provincia di Venezia per motivi di salute, su decisione del tribunale di sorveglianza di Perugia. Il 20 dicembre scorso la Corte d'Assise di Udine ha respinto la richiesta di sospensione dell'esecuzione della pena. L'ordinanza era stata emessa dal collegio dopo l'incidente di esecuzione, tenutosi il 5 dicembre in camera di consiglio, su istanza della Procura della Repubblica di Udine. La magistratura friulana aveva chiesto ai giudici di verificare la perdurante efficacia del titolo esecutivo e, di conseguenza, la legittimità della detenzione , sulla scorta del pronunciamento della Corte europea che aveva evidenziato il mancato confronto con gli accusatori dell'imputato e l'acquisizione agli atti delle dichiarazioni rese in sede di indagini preliminari. Una procedura che è stata nel frattempo vietata anche nell'ordinamento italiano, con la riforma dell'articolo 111 della Costituzione. Su queste basi, il pm e la difesa avevano chiesto la revisione del processo e la remissione in libertà di Dorigo, avanzando contestualmente una questione di legittimità costituzionale dell'articolo 630 di procedura penale che non prevede, tra i casi di revisione, quello di un contrasto fra una sentenza e una decisione di una Corte sovranazionale. Nelle motivazioni della sentenza, la Corte d'Assise udinese ha tuttavia sottolineato che, pur essendo stata riconosciuta la violazione dei diritti dell'imputato, essa non è idonea a incidere sul giudicato, validamente formatosi . La norma che ha permesso l'acquisizione delle dichiarazioni dei coimputati, infatti, all'epoca era vigente e, sempre secondo i giudici, correttamente applicata . L'unica decisione della Corte è stata la trasmissione degli atti alla Procura di Udine, in vista del loro invio alla Procura Generale triestina per l'eventuale revisione del processo. In attesa, il Comitato europeo ha deciso di esaminare il seguito del caso in occasione della prossima riunione Diritti umani dei Rappresentanti dei ministri in programma il 28 e 29 marzo.