Contestazione scritta ai vertici aziendali, ma troppo ‘sopra le righe’: licenziato

Fatale a un primario, operativo per venti anni nello stesso ospedale, una comunicazione ufficiale indirizzata alla persona del direttore generale. Eccessivamente forti le contestazioni, ritenute ingiuriose dall’azienda.

Prassi aziendali non condivise? Legittima la strada della contestazione, anche dura, ma attenzione alle espressioni utilizzate, per giunta in comunicazioni ufficiali. Perché l’andare sopra le righe’ può costare carissimo, finanche il licenziamento Cassazione, sentenza n. 10107, sezione Lavoro, depositata oggi . Toni alti, troppo alti. A finire nell’occhio del ciclone è un pediatra, primario per ben venti anni di un ospedale pugliese, a causa di una comunicazione ufficiale indirizzata alla persona del Direttore Generale. Decisivi sono i contenuti della lettera, ossia ingiuriosi apprezzamenti nei confronti della struttura sanitaria e ritenuti in netto contrasto col rapporto di fiducia del dirigente sanitario di posizione apicale . Questa è, sia chiaro, la visione dei vertici aziendali, che optano per la soluzione più drastica recesso per giusta causa dal rapporto di lavoro per il comportamento scorretto tenuto nei confronti dell’azienda e dei dirigenti . Ma questa visione viene condivisa anche dai giudici sia in Tribunale che in Corte d’Appello, difatti, viene sancita la legittimità dell’azione compiuta dall’azienda sanitaria. Ciò perché, secondo i giudici, è venuto meno il rapporto fiduciario a causa del contegno di denigrazione dell’azienda e dei suoi dirigenti posto in atto dal medico travalicando colpevolmente l’esercizio del diritto di critica . Legame chiuso . E l’ottica adottata nei primi due gradi di giudizio viene condivisa anche in Cassazione, laddove le rimostranze del medico vengono ritenute assolutamente non fondate. Secondo l’ex primario dell’ospedale, è evidente la pretestuosità del licenziamento , di natura disciplinare, perché animato da ritorsione verso il suo atteggiamento di contrato alle illegittime prassi aziendali , e, per giunta, il licenziamento è comunque illegittimo perché adottato da organo incompetente, senza l’osservazione dei tempi del procedimento ed in carenza di previsione dell’addebito nel codice disciplinare, nonché in carenza di giusta causa ed inusitatamente grave rispetto all’addebito contestato, che non meritava siffatta sanzione . E invece, per i giudici del Palazzaccio, non solo è stata rispettata la procedura, ma è da ritenere evidente anche la giusta causa , che consiste in fatti e comportamenti, anche estranei alla prestazione lavorativa, di gravità tale da non consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro confermata, quindi, la legittimità del provvedimento adottato dall’ospedale.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 7 marzo 29 aprile 2013, n. 10107 Presidente Roselli Relatore Balestrieri Svolgimento del processo Con ricorso al Tribunale di Lecce, S.C., primario pediatra dell’Ospedale di Copertina sin dal 1978, esponeva che, con nota del 6.11.1998 gli era stato formulata la seguente contestazione nella lettera raccomandata del 30.10.1998, indirizzata al sig. Direttore Generale, la SV. ha espresso ingiuriosi apprezzamenti verso questa Amministrazione in evidente contrasto col rapporto di fiducia che, quale Dirigente Sanitario di posizione apicale, La lega a questo Ente. Ella persiste in comportamenti già oggetto di formali contestazioni di addebiti disciplinari. Per tali motivi, ai sensi dell’art. 6, III comma, del CCNL dell’Area Medica e Veterinaria si contestano gli ulteriori addebiti relativi alle indebite considerazioni di cui alla Sua lettera raccomandata del 30.10.1998 e si dispone la convocazione della S.V. presso questa Direzione Generale, per sentirla a sua difesa . Che quindi gli era stato comunicato il recesso per giusta causa del rapporto di lavoro e art. 36 del CCNL dei dirigenti medici, con riferimento al presunto comportamento scorretto da lui tenuto nei confronti dell’Azienda e dei Dirigenti. Deduceva la pretestuosità del licenziamento, cui attribuiva natura disciplinare, perché animato da ritorsione verso il suo atteggiamento di contrasto alle illegittime prassi aziendali e, comunque, l’illegittimità del licenziamento stesso perché adottato da organo incompetente, senza l’osservanza dei tempi del procedimento ed in carenza di previsione dell’addebito nel codice disciplinare, nonché in carenza di giusta causa ed inusitatamente grave rispetto all’addebito contestato, che non meritava siffatta sanzione. Chiedeva pertanto, impugnando il licenziamento per le suesposte ragioni, che ne fosse dichiarata la illegittimità con condanna della controparte alla reintegrazione nel posto di lavoro ed al risarcimento del relativo danno, incluso quello biologico. Si costituiva la AUSL LE 1, chiedendo il rigetto del ricorso, sostenendo la legittimità e la proporzionalità del recesso, in considerazione dei fatti contestati e della regolarità del procedimento di irrogazione adottato. Con sentenza emessa il 25 novembre 2003, il Tribunale di Lecce, istruita la causa con prova testimoniale, respingeva la domanda attrice sul presupposto che il dott. C., quale dirigente medico di II livello, fosse all’epoca investito di funzioni dirigenziali apicali, come tale soggetto al recesso per giusta causa di cui all’art. 36, co. 2 del c.c.n.l. recesso nel concreto giustificato dal venir meno del rapporto fiduciario dovuto al reiterato contegno di denigrazione dell’Azienda e dei suoi Dirigenti posto in atto dal ricorrente, travalicando colpevolmente l’esercizio del diritto di critica. Avverso tale sentenza proponeva appello il C. Radicatosi il contraddittorio, la Corte d’appello di Lecce, con sentenza depositata il 26 marzo 2007, rigettava il gravame, condannando l’appellante al pagamento delle spese. Per la cassazione propone ricorso il C., affidato ad unico motivo. Resiste la AUSL Lecce 1 con controricorso. Motivi della decisione Il Collegio ha autorizzato la motivazione semplificata della presente sentenza. 1. - Il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 2119 e 2118 c.c. e del c.c.n.l. di categoria, senza ulteriori specificazioni. Riporta una serie di circostanze di fatto e di considerazioni in diritto dirette, in tesi, a dimostrare l’illegittimità del recesso intimatogli, chiedendo infine, nel quesito di diritto, se al primario di ospedale con qualifica di dirigente di posizione funzionale apicale non possono applicarsi le norme privatistiche in materia di cessazione del rapporto di lavoro licenziamento per giusta causa o ad nutum , bensì le norme che regolano il rapporto di pubblico impiego privatizzato . 2. Il ricorso è in parte inammissibile e per il resto infondato. Inammissibile in quanto caratterizzato da una irrituale commistione di censure in fatto ed in diritto Cass. ord. n. 9470\08 Cass. n. 20355\08 Cass. n. 7394\10 , che non consentono una chiara individuazione dei fatti di causa art. 366, comma 1, n. 3 c.p.c. , né dei motivi su cui esso si fonda art 366, comma 1, n. 4 c.p.c. , né infine del contenuto dei documenti e dei contratti collettivi indicati e non depostati art. 356, comma 1, n. c.p.c. . Quanto a questi ultimi, se è vero che trattandosi nella specie di contratto collettivo di diritto pubblico non è necessario il deposito al fine della procedibilità del ricorso e art. 369 c.p.c. cfr. per tutte, Cass. sez. un. 4 novembre 2009 n. 23329 , è altrettanto vero che per il principio di autosufficienza e di specificità del ricorso per cassazione, è necessario che sia chiarito il contenuto delle norme pretesamente violate ex plurimis, Cass. sez. un. 3 novembre 2011 n. 22726 , al fine di consentire alla Corte di esaminare la fondatezza del ricorso. 2.1. In ogni caso, per completezza di esposizione, la Corte evidenzia l’infondatezza del ricorso, posto che il c.c.n.l. per la dirigenza medica invocato, prevede comunque, come ritenuto incontestatamente dal primo giudice, il recesso per giusta causa, in linea, del resto, con quanto stabilito dall’art. 2, comma 2, del d.lgs n. 29\93, come sostituito dal d.lgs n. 546\93 e dall’art. 2 del d.lgs n. 80\98, ed infine dall’art. 2 del d.lgs n. 165\01, in tema di impiego pubblico privatizzato, che prevedono l’applicazione delle norme del codice civile e delle leggi inerenti i rapporti di lavoro subordinato. L’art. 36 prevede in effetti il recesso dell’azienda nei seguenti casi e con le seguenti modalità a nel caso di recesso dell’azienda o ente ai sensi dell’art. 2118 del c.c., quest’ultima deve comunicarlo per iscritto all’interessato, indicandone contestualmente i motivi e rispettando, salvo che nel caso del comma 2, i termini di preavviso. b in caso di recesso per giusta causa si applica l’art. 2119 del codice civile. La giusta causa consiste in fatti e comportamenti, anche estranei alla prestazione lavorativa, di gravità tale da non consentire la prosecuzione, sia pure provvisoria, del rapporto di lavoro. c nei casi previsti dai commi 1 e 2, l’azienda o ente, prima di recedere dal rapporto di lavoro, contesta per iscritto l’eventuale addebito all’interessato convocandolo, non prima che siano trascorsi cinque giorni dal ricevimento della contestazione, per sentirlo a sua difesa. Il dirigente può farsi assistere da un rappresentante dell’associazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato o da un procuratore di sua fiducia. Se l’azienda o ente lo ritenga necessario, in concomitanza con la contestazione, può disporre la sospensione dal lavoro del dirigente per un periodo non superiore a trenta giorni mantenendo la corresponsione del trattamento economico complessivo in godimento e la conservazione dell’anzianità di servizio . Essendo nella specie pacifica la preventiva contestazione dell’addebito, il recesso è dunque legittimamente avvenuto per giusta causa. 4. Il ricorso deve pertanto rigettarsi. Le spese del presente giudizio di legittimità seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo. P.Q.M. La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, pari ad . 50,00 per esborsi ed . 3.500,00 per compensi, oltre accessori di legge.