“Se ti vedevo che eri vestita da pinguino, ti giuro che a calci ti prendevo”: violata la libertà morale della donna

L’ipotesi del calcio, pur riferendosi ad un episodio passato, ha una sua ineludibile proiezione nel futuro, che limita la libertà morale della donna.

Ad affermarlo è stata la Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9325 depositata il 27 febbraio 2013. Il caso. Un uomo, condannato per i reati di ingiuria, minaccia e lesioni personali artt. 594, 612, 582 c.p. uniti dal vincolo della continuazione, commessi in danno della moglie, presentava ricorso per cassazione. L’uomo, in merito al reato di ingiuria, lamentava il mancato riconoscimento dell’esimente della provocazione, nonostante l’accertato comportamento della donna che aveva più volte registrato le conversazioni. Per quanto riguarda la minaccia, l’imputato sottolinea l’assenza di carattere intimidatorio nella frase pronunciata nei confronti della moglie, se ti vedevo che eri vestita da pinguino, ti giuro che a calci ti prendevo , in quanto proiettata verso il passato e formulata in maniera ipotetica. Inoltre, il ricorrente mette in dubbio la documentazione medica del pronto soccorso in ordine alle lesioni personali riscontrate. Il carattere intimidatorio della frase emerge dal quadro storico dei rapporti conflittuali tra i coniugi. La S.C., ritenendo totalmente infondati i motivi di ricorso, in particolare precisa, quanto al reato di minaccia, che il carattere intimidatorio della frase pronunciata emerge inequivocabilmente dal quadro storico dei rapporti conflittuali tra imputato e parte civile, nata dalla donna di giungere alla separazione, nonostante l’opposto parere del marito . La libertà morale della donna è stata limitata. Insomma, l’ipotesi del calcio inferto dal marito separato in danno della donna, sia pure gemmata da un episodio del passato , ha una sua ineludibile proiezione nel futuro , che limita la libertà morale della donna, quantomeno nella scelta del suo modo di vestire.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 13 novembre 2012 27 febbraio 2013, n. 9325 Presidente Zecca Relatore Bevere Fatto e diritto Con sentenza 20.10.2011, la corte di appello di Torino, in parziale riforma della sentenza 17.10.08, emessa ex art. 442 cpp, dal Gup del tribunale di Ivrea, ha rideterminato in Euro 1.200 di multa la pena inflitta a C.S. , riconosciuto colpevole dei reati uniti dal vincolo della continuazione, ex artt. 594, 612, 582 c.p., in danno della moglie separata D.E.A. la sentenza ha anche confermato le statuizioni civili, disposte dalla sentenza del primo giudice. Nell'interesse del C. è stato presentato ricorso per vizio di motivazione. Quanto al reato di ingiuria, il ricorrente osserva che la corte non ha riconosciuto l'esimente della provocazione, nonostante l'accertato comportamento della donna che, in maniera clandestina e in maniera palese, ha più volte registrato le conversazioni, ricorrendo quindi a uno stratagemma, da lei stessa definito agguato. Va quindi riconosciuto al C. di aver avuto un comportamento privo di carattere antigiuridico, avendo reagito in uno stato d'ira determinato da un fatto ingiusto altrui. In ogni caso, la sentenza accredita alla persona offesa una credibilità non giustificata, atteso che trattasi di unica fonte conoscitiva, portatrice di un rilevante interesse economico. Quanto al reato di minaccia, il ricorrente osserva che il contenuto della frase, ritenuto dal giudice minatorio se ti vedevo che eri vestita da pinguino, ti giuro che a calci ti prendevo , unitamente alla sua proiezione verso il passato e alla sua formulazione ipotetica, rende impossibile attribuire alle parole un significato intimidatorio. La sentenza impugnata non esprime alcuna valutazione su queste argomentazioni difensive. Quanto al reato di lesioni, il ricorrente rileva che nell'atto di appello era stato messo in rilievo il contrasto tra la dichiarazione resa,in sede di anamnesi, dalla donna al Pronto Soccorso e la narrazione contenuta nella querela. La corte ha affermato la responsabilità del C. senza tener conto di questo contrasto,dando ingiustificato rilievo alla compatibilità tra la narrazione dei fatti compiuti dalla donna e la diagnosi contenuta nel referto medico di questi dati. Quanto alla determinazione del danno morale liquidato in Euro 3.000, il ricorrente osserva che non è proporzionata alla non particolare gravità delle sue azioni. Il ricorso è infondato, in quanto si articola in argomentazioni che propongono,in chiave critica, valutazioni fattuali, sprovviste di specifici e persuasivi addentellati storici, nonché prive di adeguata coerenza logica, idonea a soverchiante e a infrangere la lineare razionalità, che ha guidato le conclusioni della corte di merito. Con esse,in realtà, il ricorrente pretende la rilettura del quadro probatorio e, contestualmente, il sostanziale riesame nel merito. Questa pretesa è tanto più improponibile nel caso in esame la struttura razionale della motivazione - facendo proprie le analisi fattuali e le valutazioni logico - giuridiche della sentenza di primo grado - ha determinato un organico e inscindibile accertamento giudiziale, avente una sua chiara e puntuale coerenza argomentativa, che è saldamente ancorata agli inequivoci risultati dell'istruttoria dibattimentale. Quanto alla doglianza relativa al reato di ingiuria e al mancato riconoscimento dell'esimente della provocazione, va rilevato che il comportamento della donna non può essere giuridicamente e razionalmente qualificato come fatto ingiusto - compiuto, cioè, in violazione di norme giuridiche e di regole di civile convivenza - in quanto l'uso di uno strumento di captazione delle comuni conversazioni è stato razionalmente riconosciuto come mezzo di difesa, in un contesto di polemica e di conflittualità, nella previsione di una sua utilizzazione, in eventuali sbocchi giudiziari, secondo la disciplina dell'art. 234 cpp. Quanto al reato di minaccia, il carattere intimidatorio della frase pronunciata dal C. emerge inequivocabilmente dal quadro storico dei rapporti conflittuali tra imputato e parte civile, nati dalla decisione della donna di giungere alla separazione, nonostante l'opposto parere del marito. Questo quadro è stato delineato dai giudici di merito, in modo da mettere in rilevo il ruolo di continuo aggressore, svolto dall'uomo e il ruolo di vittima, assegnato alla donna. In questa oggettiva distribuzione delle parti, l'ipotesi di un calcio inferto dal marito separato, in danno della donna che ha voluto la separazione, sia pure gemmata da un episodio del passato la vestizione da pinguino , ha una sua ineludibile proiezione nel futuro, ponendo un limite alla libertà morale della donna, quanto meno nella scelta del suo modo e nel suo stile di vestire. È implicita ma di tutta trasparenza, il profilarsi di una sanzione fisica per la donna uno o più calci in caso di incontro con l'ex marito, in una circostanza di radicale dissenso rispetto alla proprio vestiario. Quanto al reato di lesioni è del tutto inammissibile la critica al razionale riconoscimento alla documentazione medica - di incontestabile affidabilità scientifica e giuridica - dell'efficacia confermativa della responsabilità del C. , in ordine alla dichiarazioni accusatorie della vittima, la cui credibilità è negata dal ricorrente, in base a soggettive valutazioni difensionali. È assolutamente non sindacabile, in sede di giudizio di legittimità, la valutazione della corte di merito, secondo cui le lesioni riscontrate al pronto soccorso appaiono perfettamente compatibili con la dinamica dell'aggressione riferita, posto che le azioni violente rievocate e precisamente descritte spinte, strattoni, torsioni dei polsi sono idonee a cagionare le lesioni riscontrate in sede medica, il giorno successivo, mentre è conforme alla comune esperienza e alla scienza medica che, a distanza di alcune ore dall'aggressione, possano non risultare permanenti i segni sui polsi della donna. Va a questo punto rilevato che la generale critica alla credibilità della D.E. si pone in soccombente contrasto con il consolidato orientamento interpretativo, secondo cui questa fonte conoscitiva non presenta una affidabilità ridotta, bisognevole di conferme dei cosiddetti riscontri. La testimonianza della persona offesa, al pari di tutte le testimonianze, deve essere sottoposta al generale controllo sulle capacità percettive e mnemoniche del dichiarante, nonché sulla corrispondenza al vero della sua rievocazione dei fatti, desunta dalla linearità logica della sua esposizione e dall'assenza di risultanze processuali incompatibili,caratterizzate da pari o prevalente spessore di credibilità. Questo controllo è stato effettuato in maniera esaustiva dalla sentenza del giudice di appello e pertanto le logiche conclusioni che ne ha tratto in merito alla responsabilità dell'imputato non sono meritevoli di alcuna censura in sede di legittimità. Le dichiarazioni della p.o. costituita p.c. sono ugualmente valutabili e utilizzabili ai fini della tesi di accusa, poiché, a differenza di quanto previsto nel processo civile, circa l'incapacità a deporre del teste che abbia la veste di parte, il processo penale risponde all'interesse pubblicistico di accertare la responsabilità dell'imputato, e non può essere condizionato dall'interesse individuale rispetto ai profili privatistici, connessi al risarcimento del danno provocato dal reato, nonché da inconcepibili limiti al libero convincimento del giudice. Quanto alle critiche sulla determinazione del danno non patrimoniale, sofferto dalla donna, a causa dei comportamenti aggressivi del ricorrente, va rilevata la loro assoluta indeterminatezza e genericità le precise argomentazioni del primo giudice sono state confermate, con adeguata giustificazione, dal giudice di appello, in ordine alle conseguenze lesive, sul piano fisico e sul piano morale della vittima, derivanti dal persecutorio e irrispettoso atteggiamento dell'uomo, che non ha accettato la libera determinazione della donna di chiudere un comune capitolo della loro vita. Il ricorso va quindi rigettato con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali. P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.