Collegi sindacali, un chiarimento sulla riforma Draghi

I doveri fissati per i sindaci delle società quotate in borsa non valgono per quelli delle Sim assenti da Piazza Affari

I doveri che la riforma Draghi ha fissato per i sindaci delle società quotate in borsa non valgono per i collegi sindacali delle Sim non quotate. La circostanza che quest'ultime siano sottoposte a revisione contabile, come quelle quotate, non legittima l'estensione delle norme sul controllo sindacale contenute nel Testo unico sull'intermediazione finanziaria. È quanto emerge dalla sentenza 1534/06 della prima sezione civile della Cassazione, depositata il 26 gennaio scorso e qui integralmente leggibile tra i documenti allegati. Nell'affrontare per la prima volta la questione, la Suprema corte di Piazza Cavour ha stabilito che le norme sul controllo sindacale, dettate dagli articoli 149-154 del D.Lgs 58/1998 Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria per le società quotate in borsa, non si applicano alle società di intermediazione mobiliare che non siano quotate. Il fatto che - prosegue la Cassazione - anche queste ultime società siano sottoposte a revisione certificata in base all'articolo 9 del medesimo Testo unico non vale a modificare la disciplina dell'organo sindacale né implica che i sindaci di quelle società siano ora dispensati dai compiti ad essi assegnati, in materia di controllo della regolare tenuta della contabilità sociale e di vigilanza sull'osservanza della legge, dall'articolo 2403 Cc, ed in particolare da quello di verifica del rispetto dei coefficienti minimi di patrimonio e dei limiti della concentrazione del rischio .

Cassazione - Sezione prima civile - sentenza 21 ottobre 2005-26 gennaio 2006, n. 1534 Presidente De Musis - Relatore Ceccherini Ricorrente Campagnola Svolgimento del processo Con ricorso alla Corte d'appello di Roma, depositato a norma dell'articolo 195 del D.Lgs 58/1998 il dott. Massimo Campagnola, membro del collegio sindacale della Cominvest Sim Spa nel seguito Cominvest , propose opposizione al decreto 26 giugno 2000 del ministero del Tesoro, bilancio e programmazione economica nel seguito Ministero notificatogli in data 7 agosto 2000, con il quale gli era stata irrogata la sanzione amministrativa pecuniaria di lire 10.000.000, per aver violato gli articoli 6, comma 1 lettera a e 214, comma 5 D.Lgs 58/1998, nonché le istruzioni di vigilanza intermediari mobiliari, titolo 1 capitolo 1, titolo e capitolo 3, e gli articoli 44, 42 e 39 del Regolamento della Banca d'Italia e luglio 1991. In particolare, al sindaco era stata contestata la violazione delle disposizioni patrimonio relative all'adeguatezza del delle società d'intermediazione finanziaria e alle funzioni di controllo e vigilanza attribuite ai sindaci delle stesse. L'opponente, premesso che per le società d'intermediazione mobiliare i sindaci non svolgono funzioni di controllo contabile affidato, per legge, a revisione e a certificazione contabile da parte di apposita società di revisione, e di un nucleo di valutazione interna, preposto al controllo contabile della società , ma solo funzioni di vigilanza sull'osservanza della legge e delle disposizioni statutarie, nonché di altre attività di controllo specificate nell'art. 149 lettera b del D.Lgs 58/1998, sostenne di aver diligentemente assunto le iniziative che erano nei suoi poteri, quale membro del collegio sindacale. L'inadeguatezza patrimoniale, oggetto di contestazione, era stata determinata dalla mancata esecuzione della delibera di aumento di capitale sociale da parte degli amministratori, adottata dall'assemblea straordinaria dei soci in data 7 maggio 1998, nonché dall'emergere, a gennaio 1999, di un'inaspettata perdita per l'esercizio 1998. Conseguentemente, il collegio sindacale aveva chiesto la convocazione d'urgenza del consiglio d'amministrazione perché si desse corso all'aumento di capitale deliberato, e si adottassero gli opportuni provvedimenti, ma la riunione del 19 gennaio 1999 non aveva portato l'esito sperato, e l'opponente s' era dimesso dalla carica il 21 gennaio 1999, informando della situazione i competenti organi di controllo. Con decreto depositato in data 23 ottobre 2001, la corte capitolina respinse il ricorso e condannò il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio. Per quel che qui rileva, la corte premise che alla Cominvest non si applicavano le norme sul controllo sindacale richiamate dall'opponente, non trattandosi di società quotata in borsa, bensì le norme del codice civile articoli 2397 ss. nel testo anteriore alla novella n. 6/2003 . Per quanto riguarda le violazioni contestate, trovava applicazione alla società, che è una Sim, l'art. 44, comma 2 del Regolamento della Banca d'Italia del 2 luglio 1991, che impone la verifica quotidiana del rispetto dei coefficienti minimi di patrimonio e dei limiti della concentrazione del rischio. Tali funzioni di controllo e vigilanza, di competenza dei sindaci, non erano state osservate, avendo lo stesso opponente ammesso che solamente il 18 gennaio 1999 il collegio sindacale aveva potuto, sulla scorta di un mero bilancio di verifica, accorgersi dell'esistenza di una possibile perdita tale da ridurre il patrimonio al di sotto dei limiti di legge. Tuttavia, la difficoltà della società a mantenere la consistenza patrimoniale minima di legge sussisteva già alla data di assunzione della carica di sindaco 26 gennaio 1998 , ed i sindaci non avevano eccepito nulla in ordine all'aumento di capitale - da 2 a 5 miliardi di lire - deliberato il 7 maggio 1998, la cui attuazione era stata dilazionata al 10 giugno 2001, in modo del tutto inadeguato alla gravità della situazione. Per la cassazione del decreto, non notificato, ricorre il dotte Campagnola, con atto notificato il 4 dicembre 2002 al Ministero, presso l'Avvocatura generale dello Stato in Roma, e il 5 dicembre 2002 alla Banca d'Italia, affidato a cinque motivi d'impugnazione. La sola Banca d'Italia resiste, con controricorso notificato il 10 gennaio 2003. Il Ministero non ha svolto difese. Motivi della decisione Il ricorso contro il decreto, emesso dalla Corte d'appello di Roma a norma dell'articolo 195 D.Lgs 58/1998, è stato proposto a norma dell'articolo 111, comma 7 della Costituzione. Il ricorso medesimo, pertanto, sarà di seguito esaminato solo per i profili di violazione di legge sottoposti alla decisione della Corte, dovendosi considerare inammissibile per tutti gli altri profili che involgono problemi di motivazione del decreto, o di riesame del fatto e delle valutazioni di merito. Con il primo motivo di ricorso si denunzia la violazione delle norme contenute nel D.Lgs 58/1998, le quali disciplinano i poteri e i doveri del collegio sindacale delle società quotate in borsa articoli 149-154 . Si censura l'impugnata decreto, perché ha escluso che tali disposizioni trovino applicazione alle società d'intermediazione finanziaria che il decreto 58/1998 detta dei principi generali applicabili a tutte le società d'intermediazione mobiliari, ancorché non quotate in borsa, e del resto compatibili con la disciplina generale dettata dal codice civile. S'insiste particolarmente sul fatto che l'articolo 9 del predetto decreto legislativo applica alla società di intermediazione finanziaria, anche non quotate in borsa, la disciplina della revisione contabile, e si sostiene che questo comporterebbe una diversa configurazione dei doveri dei sindaci, che dovrebbero essere assimilati ai doversi dei sindaci delle altre società d'intermediazione finanziaria, che sono quotate in borsa. Con il secondo motivo del ricorso, strettamente collegato con il primo, si denuncia la violazione delle norme contenute nella sezione, del medesimo D.Lgs 58/1998, dedicata alla revisione contabile delle società quotate in borsa, norme applicabili, per il richiamo dell'articolo 9 D.Lgs 58/1998 a tutte le società d'intermediazione. La previsione di una tale disciplina, infatti, comporterebbe il trasferimento del controllo contabile del bilancio dal collegio sindacale alle società di revisione, con la conseguente illegittimità della contestazione al primo della violazione di doveri incombenti alle seconde. Diversamente opinando, prosegue il ricorrente, si finirebbe con l'addossare ai sindaci - in società di rilevanti dimensioni - una forma di responsabilità oggettiva. Il controllo analitico delle procedure di saldo dei conti in bilancio, ad avviso del ricorrente, è invece assegnato, anche nelle società di intermediazione non quotate in borsa, alle società di revisione, nonché agli organismi di controllo interno. Con il terzo motivo, a sua volta collegato ai precedenti, e da esaminare congiuntamente ad essi, si denunzia la violazione o falsa applicazione del regolamento della Banca d'Italia 2 luglio 1991, e delle istruzioni per gli intermediari del mercato mobiliare, che impone alle società di intermediazione mobiliare di dotarsi di strutture di controllo interno, autonome rispetto a quelle operative. Dette strutture interne, prosegue il ricorrente, precedono il controllo del collegio sindacale e lo sostituiscono nelle funzioni quotidiane, inesigibili da parte del membro del collegio sindacale. I tre motivi sono infondati. L'affermazione della Corte territoriale, che le norme sul controllo sindacale, dettate dal D.Lgs 58/1998 per le società quotate in borsa, non si applicano alle società d'intermediazione mobiliare, che quotate in borsa, non si applicano alle società d'intermediazione mobiliare, che quotate non siano, non viola le disposizioni del decreto legislativo citato. Le norme invocate dal ricorrente, infatti, si applicano, salvo che sia diversamente specificato, solo alle società italiane con azioni quotate in mercati regolamentati italiani o di altri paesi dell'Ue società con azioni quotate , come chiarisce l'articolo 119, e dunque non alle società d'intermediazione mobiliare non quotate. La circostanza, poi, che anche queste società siano sottoposte a revisione certificate articolo 9 non è argomento sufficiente per sostenere che ne sarebbe modificata la disciplina dell'organo sindacale, nel senso che i sindaci di quelle società sarebbero ora dispensati dai compiti ad essi assegnati, in materia di controllo della regolare tenuta dalle contabilità sociale, dall'articolo 2403 Cc. Vero è che la previsione, accanto al controllo sindacale, della revisione obbligatoria lascia sussistere nelle società di revisione diversamente da quanto ora avviene per le società quotate una parziale sovrapposizione di competenze ma l'obbligo delle società di revisione, di informare i sindaci dei fatti censurabili riscontrati, non costituisce una condizione necessaria perché il collegio sindacale svolga i compiti suoi propri. Ancor meno può indurre a tale conclusione la circostanza che, argomentando dall'articolo 21 comma 1 lettera d del D.Lgs 58/1998 che impone alle società d'intermediazione mobiliare, anche non quotate, di dotarsi di risorse e procedure, anche di controllo interno, idonee ad assicurare l'efficiente svolgimento dei servizi , fonti normative secondarie prescrivano la costituzione di un responsabile interno del controllo. Questo si traduce di fatto, per i sindaci, soltanto in un ulteriore ausilio del quale possono avvalersi per l'adempimento dei doveri gravanti su di loro, e non già in un motivo di esonero dalle loro responsabilità. Ciò premesso in ordine all'insussistenza delle violazioni di legge denunciate con i tre motivi, occorre aggiungere, per la più precisa messa a fuoco della materia del contendere, che nel caso in esame la violazione, per la quale è stata irrogata la sanzione, non consiste nel mancato controllo della regolare tenuta della contabilità, bensì nell'omissione del controllo e della vigilanza attribuite ai sindaci in materia di rispetto della normativa relativa all'adeguatezza patrimoniale delle società. Si tratta, evidentemente, di funzioni diverse il rispetto di concentrazione del rischio è cosa diversa non solo del controllo della regolare tenuta della contabilità, ma della stessa vigilanza sulla conservazione del capitale sociale. In concreto, non risulta mai prospettata, nel giudizio, la tesi che la vigilanza sull'adeguatezza patrimoniale della società sia stata ostacolata, o influenzata, da una tenuta irregolare della contabilità, che non fosse stata rilevata in occasione di precedenti revisioni, o non fosse stata denunciata ai sindaci dagli organi di controllo interni. Questo rilievo priva di rilevanza, nella presente causa, la discussione sulle competenze dei sindaci in tema di controllo della contabilità. Con il quarto motivo si denuncia la violazione degli articoli 39, 42 e 44 comma 2 del regolamento della Banca d'Italia 2 luglio 1991, e l'omessa applicazione della comunicazione della Consob 20 febbraio 1997, preceduta dai nuovi principi di comportamento del collegio sindacale. Si censura l'affermazione della Corte territoriale, che i sindaci di una società d'intermediazione sarebbero tenuti alla verifica quotidiana del rispetto dei coefficienti minimi di patrimonio e dei limiti della concentrazione del rischio. Il richiamato regolamento della Banca d'Italia, infatti, se impone alle società quella verifica quotidiana, non indica quali organi sarebbe tenuti ad eseguirla, e la richiamata comunicazione della Consob, pur diretta alle società quotate, fissando un principio generale, afferma il carattere residuale delle competenze di controllo del dato conta bile da parte dei sindaci, ed esclude che esse consistano in un'attività diuturna di controllo. Anche questo motivo è infondato. La verifica del rispetto dei coefficienti minimi di patrimonio e dei limiti della concentrazione del rischio rientra certamente nei compiti di vigilanza sull'osservazione della legge, che l'articolo 2403, comma 1 Cc pone a carico dei sindaci di una società d'intermediazione mobiliare. Il carattere quotidiano di tale verifica, in conformità delle prescrizioni regolamentari della Banca d'Italia, non è poi un punto decisivo nello scrutinio di legittimità del decreto impugnato, tenuto conto della ratio decidendi di esso, esaminata nella sua interezza. Infatti, il giudice di merito, dopo aver premesso che l'opponente aveva attribuito l'inadeguatezza patrimoniale, oggetto di contestazione, alla mancata esecuzione della delibera di aumento di capitale sociale da parte degli amministratori, ha accertato che la difficoltà della società a mantenere la consistenza patrimoniale prescritta sussisteva già alla data di assunzione della carica di sindaco 26 gennaio 1998 e che i sindaci non avevano mosso alcun rilievo in ordine all'aumento di capitale - da 2 a 5 miliari di lire - deliberato il 7 maggio 1998, e al fatto che l'attuazione di esso era stata dilazionata al 10 giugno 2001, in modo del tutto inadeguato alla gravità della situazione. In tale ricostruzione si addebita ai sindaci di non aver eseguito una verifica dei coefficienti minimi di patrimonio e dei limiti della concentrazione del rischio in occasione, specificamente, della proposta degli amministratori di procedere ad un rilevante aumento di capitale, e della deliberazione assembleare di dilazionare tale aumento nell'arco di tre anni. Si tratta di valutazioni di merito che non sono state specificamente censurate, e che del resto sfuggono al vaglio di questa Corte nel giudizio di legittimità proposto a norma dell'articolo 111 Costituzione, nel quale non è ammesso il sindacato sulla logicità o sufficienza della motivazione Cassazione 6934/04, 19041/03 . Con il quinto motivo si denuncia la violazione o falsa applicazione degli articoli 2 e 3 della legge 241/90, 6 Dm 304/92, 1-10 legge 689/81, 195 D.Lgs 58/1998. Il ricorrente dichiara di ribadire quanto più dettagliatamente osservato nell'atto di opposizione, ed espone i principi generali dell'illecito amministrativo. Il motivo è inammissibile, non contenendo alcuna censura al decreto della Corte d'appello di Roma impugnato con il ricorso in esame. In conclusione il ricorso deve essere rigettato. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza, e si liquidano come in dispositivo. PQM La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore della Banca d'Italia delle spese del giudizio di legittimità, liquidata in complessivi euro 1100 di cui euro 1000 per onorari, oltre alle spese generali e agli accessori come per legge.